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13.5.21

Sul disegno di legge Zan

Tamar Pitch

Articolo pubblicato su “Studi sulla questione criminale” il 06.05.2021.

Io non sono una fan della moltiplicazione dei reati e tantomeno dell’uso del diritto penale per il suo potenziale simbolico (e pedagogico). Dunque, ho storto il naso anche per la legge Mancino sulla criminalizzazione dei discorsi d’odio e di incitazione alla violenza per motivi razziali, etnici o nazionali. Però, questi reati ci sono già in parecchi ordinamenti, e l’estensione di questa criminalizzazione ai discorsi d’odio per orientamento sessuale e identità di genere (così, testualmente, chiamata in vari documenti internazionali) è stata richiesta più volte da organismi, appunto internazionali (cfr. per esempio, al Report of the Independent Expert on protection against violence and discrimination based on sexual orientation and gender identity, UN General Assembly, 12 July 2018, o la Risoluzione adottata dal Consiglio dei diritti umani, 30 giugno, 2016, intitolata Protection against violence and discrimination based on sexual orientation and gender identity) E poi, forse, talvolta, il potenziale simbolico e pedagogico del diritto può venir utile: la violenza e il bullismo verso chi è percepito/a come omosessuale o transgender è in Italia una vera piaga, e io apprezzo che questo ddl instauri una giornata contro l’omolesbotransfobia, soprattutto se in questa giornata di tutto questo si parlerà nelle scuole.

Qui, però, vorrei occuparmi soltanto delle obiezioni che a questo ddl sono state avanzate da alcune femministe e persone che si dichiarano parte della sinistra. Soprattutto, ma non solo, in un appello che ha raccolto parecchie firme, e che a me sembra sconcertante per confusione, pochezza argomentativa, contraddittorietà interna, scarsa conoscenza giuridica, per non parlare dell’ignoranza totale rispetto ad altri saperi, compresa la filosofia prodotta da molto femminismo.

In sintesi, questo appello dice che sì, va bene una legge contro i discorsi d’odio nei confronti di omosessuali, lesbiche e transessuali (sic), ma non va bene che si nomini l’identità di genere, perché cancellerebbe la differenza sessuale, il cui riconoscimento giuridico è una vittoria delle donne, e perché introdurrebbe una “fluidità di genere” foriera di un piano inclinato in cui si finirebbe per legittimare la prostituzione e la gestazione per altri, nonché si darebbe luogo a una “confusione antropologica”.

Ora, mi chiedo: dove sarebbe questo riconoscimento giuridico della differenza sessuale? E perché sarebbe “una vittoria delle donne”? Dal testo è chiaro che lì differenza sessuale indica uno spartiacque biologico: da una parte le femmine, dall’altra i maschi, biologicamente intesi (dunque, una interpretazione del concetto di differenza sessuale che niente ha a che vedere con la tradizione italiana del pensiero della differenza). Nel nostro ordinamento giuridico questa differenza (biologica) si può certamente trovare, ma non mi pare proprio in conseguenza di una vittoria del movimento delle donne. In costituzione, per esempio, si dice all’art.37 che le condizioni di lavoro della donna “devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”. Si intende questo? La 194, dovuta (anche) alle mobilitazioni del movimento delle donne, certo presuppone la differenza biologica tra maschi e femmine, ma non la nomina. La legge contro la violenza sessuale, anche questa richiesta dai movimenti delle donne, è, come tutte le leggi penali (stalking compreso), declinata al neutro. Parità, pari opportunità, quote “rosa” nominano semmai il genere.

E che cosa si intende con “confusione antropologica”? Sembra evidente che ci si rifaccia qui ad una antropologia, ossia ad una visione dell’umano, particolare: ossia a quella della tradizione giudaico-cristiana, secondo cui “uomo e donna li creò”. Però, appunto, è una visione particolare, relativa a una specifica cultura in un certo momento storico. Di “antropologie” ne esistono molte altre, come dovrebbe sapersi. Per esempio, vi sono state e vi sono culture che riconoscono non due, ma tre o quattro generi…

Si dice poi che nominare il sesso assieme a orientamento sessuale, identità di genere, disabilità, ecc. porta a definire le donne come un’altra minoranza da tutelare, dove le donne una minoranza non sono. Da quando “sesso” equivale a “donne”? Semmai ci si dovrebbe preoccupare del fatto che con questo ddl anche un uomo, che si identifica come “uomo”, eterosessuale può invocare qualche discriminazione sofferta, appunto, in quanto uomo eterosessuale. Se invece “sesso” significa qui “misoginia” (però non c’è scritto), beh allora l’odio (e la paura) nei confronti delle donne e del femminile va di pari passo con l’odio (e la paura) verso le sessualità non conformi, assimilate appunto al femminile, minacciose le une e le altre di una “virilità”, una identità maschile tradizionale, assai traballante.

Naturalmente, il ddl Zan nulla dice rispetto a prostituzione e gpa, essendo un ddl che vuole colpire i discorsi d’odio, così che questa storia del piano inclinato, del pendio scivoloso, cui nominare l’identità di genere condurrebbe ha a che fare soltanto, penso, con le fantasie e gli incubi dei e delle sottoscrittrici di questo appello.

Voglio però dire qualcosa sul “genere”, su che cosa questa parola indichi, perché mi sembra di vederne vari fraintendimenti, sia da parte di chi la osteggia in nome del “sesso”, sia da chi la depreca perché “abbiamo fatto tanti sforzi per decostruirlo, il ‘genere’, per liberarcene, ed ecco che ora torna?”. Da quando questo termine è stato introdotto, per indicare gli aspetti, e le aspettative, sociali e culturali attribuiti storicamente a chi viene definito donna e uomo, cosa che è avvenuta attorno alla fine degli anni 60 del secolo scorso (con buona pace di chi, richiamandosi all’art.3 Cost. afferma che la Costituzione non lo nomina!), da parte di storiche e sociologhe, il dibattito non si è mai fermato e la letteratura che se ne occupa è enorme.

Ripeto qui quanto ho scritto molte volte: considero il genere un’istituzione sociale che, lungo i secoli e in buona parte (ma non ovunque) nel mondo, divide gli umani in due grandi categorie, i maschi e le femmine, attribuendo caratteristiche diverse agli uni e alle altre, dove quelle dei maschi sono valutate superiori a quelle delle femmine, instaurando così una gerarchia tra le due categorie e imponendo l’eterosessualità come la modalità “normale”, se non l’unica, di rapporto tra loro. Ciò che abbiamo decostruito non è il “genere”, ma questa declinazione del genere, così aprendo la via per molti e diversi modi di “farlo” (cfr. Butler). Perché non è che ci si possa spogliare della cultura, così magari trovando qualche essenza vera “al disotto” della cultura stessa. Non c’è un fuori dalle istituzioni, non c’è un fuori dalla cultura: noi siamo indissolubilmente natura e cultura, i nostri corpi sono insieme biologia e storia, la nostra percezione di noi stessi (la nostra identità) si forma nell’interazione con altri significativi, dunque attraverso il linguaggio. La decostruzione dell’istituzione genere, così come l’abbiamo conosciuta nell’ultimo secolo, produce non la scomparsa del genere, ma modi diversi e plurali di intenderlo e praticarlo. Perché, è bene precisarlo, non solo donne (e uomini) si diventa, ma anche umani si diventa: non c’è umanità al di fuori delle relazioni sociali entro cui ci formiamo, non c’è umanità fuori da una (qualsiasi) cultura.

Mi domando poi perché si parla sempre e soltanto di persone nate con un corredo biologico maschile che transitano verso una identità di genere femminile, e mai del contrario. Insomma perché le donne nate biologicamente tali temono di venir soppiantate da maschi che si dichiarano donne (!), ma gli uomini nati biologicamente tali non sembrano altrettanto spaventati dall’idea di persone nate biologicamente femmine che transitano verso una identità di genere maschile?

La differenza biologica tra maschi e femmine sembra rilevare semmai rispetto alla procreazione, giacché solo le donne partoriscono. Ossia, solo gli esseri umani dotati di utero possono portare avanti una gravidanza. Per ora, certamente, è così. Oggi, però, ci sono esseri umani dotati di utero che si dichiarano maschi (e che tali sembrano a tutti gli effetti, almeno secondo le convenzioni fisiche vigenti). Sono persone, identificate come femmine alla nascita, che a un certo punto decidono di diventare “maschi”, ossia di percorrere un itinerario fisico e culturale che le porta ad identificarsi come “maschi”, e che, però, scelgono di conservare alcune caratteristiche biologiche proprie delle femmine, ossia l’utero. Sulla base di ciò che viene chiamato identità di genere, siamo dunque in presenza di uomini che possono partorire. (Perché non vi sia polemica sulle “donne” che diventano “uomini”, pur mantenendo l’apparato riproduttivo femminile, sarebbe questione da capir meglio).

Ovviamente, questo esempio corrobora chi sostiene che, dal punto di vista biologico, ci sono solo maschi e femmine (con l’eccezione delle persone intersex, le quali sono però un’infima minoranza). L’identità di genere si può pure scegliere, ma solo chi ha un certo corredo cromosomico, e i relativi organi che ne sono la conseguenza, può in effetti partorire.

Insomma, ha un senso cercare di stabilire la “verità” dei nostri corpi nella biologia e/o nella cultura quando si tratta di individuare regole giuridiche?

O anche, che rilevanza hanno o devono avere il sesso biologico oppure l’identità di genere per il diritto?

La risposta potrebbe essere: dipende dal bene o diritto che si vuole tutelare, dai comportamenti che si vogliono proibire, e così via.

Nel caso della legge Zan, ad esempio, si vogliono proibire comportamenti che discriminano o istigano alla violenza nei confronti di persone individuate, da chi commette il reato, sulla base della loro identità di genere: qui identità di genere sta ad indicare il genere scelto dalla persona in questione (dopo un percorso medico e psicologico difficile e complesso), che differisce o può differire rispetto al genere attribuito alla nascita.

Il sesso biologico, invece, fa davvero la differenza rispetto alla procreazione e dunque al diritto e ai diritti che la concernono. Solo, dicevamo, persone provviste di utero possono, per ora almeno, portare avanti una gravidanza e partorire. Ciò che equivale a dire che tra femmine (biologiche) e maschi vi è un’asimmetria insuperabile rispetto alla procreazione: le femmine normalmente fertili per riprodursi hanno bisogno solo di una goccia di sperma, i maschi hanno bisogno di una o più femmine in carne e ossa, ossia di utero e di ovociti. A lungo, e per certi versi ancora, nella nostra cultura, questa asimmetria biologica è stata culturalmente e socialmente interpretata alla rovescia, ossia privilegiando la paternità rispetto alla maternità, conferendo dunque diritti riproduttivi al padre (ossia al marito della madre, che fosse o no il padre biologico): patria potestas, trasmissione del cognome, designazione come capofamiglia. Rafforzati dalla criminalizzazione dell’aborto volontario e dalla stigmatizzazione delle cosiddette madri singole. La contraccezione e, specialmente, l’approvazione prima della riforma del diritto di famiglia e poi della legalizzazione dell’aborto volontario (a certe condizioni), nonché il mutamento socio culturale avvenuto, anche grazie ai movimenti femministi, negli ultimi 50 anni hanno certamente cambiato questa situazione, ma non radicalmente e nemmeno in maniera irreversibile.

Dunque, direi, calma e gesso please: il ddl Zan non è un attentato nei confronti delle donne dotate di utero e vagina, men che meno è un attentato nei confronti della maternità (che in molti commenti soi-disant femministi contrari a questo ddl sembra essere diventata il nucleo, il nocciolo duro, del “femminile”: curioso, invece, come in questo modo ci si allei con i veri attentatori alla libertà femminile, quelli che militano contro la 194 e per il ritorno alla famigliola tradizionale, quelli che hanno votato la famigerata legge sulla procreazione medicalmente assistita). Questo ddl ha una portata molto più modesta: estendere ad alcuni soggetti le tutele già accordate ad altre minoranze dalla legge Mancino.

Ultimo punto: non esistono “le donne” e “gli uomini”, esistono donne (e uomini) ricche e povere, bianche, nere, gialle, verdi, giovani e vecchie, e via dicendo. “Le donne” non sono un gruppo sociale: sono, semmai, quando si organizzano in quanto donne, un soggetto politico, altrettanto plurale quanto plurali sono le differenze e le disuguaglianze all’interno di questo soggetto.

Leggi anche: Ida Dominijanni, Gli effetti collaterali della legge Zan.

20.1.16

Le mestruazioni sono una cosa seria


Un rituale durante la festa di Rishi Panchami a Kathmandu, Nepal, il 18 settembre 2015. Secondo la tradizione il bagno sacro purifica le donne dai peccati commessi nei giorni in cui hanno le mestruazioni.
  • 19 Gen 2016 15.33

Le mestruazioni sono una cosa seria

Igiaba Scego
Ogni mese spendo circa otto euro in assorbenti. Ho un flusso abbondante (per non parlare delle perdite premestruali) e i 18 pezzi di una confezione non mi bastano mai. Nella mia vita ho usato anche tamponi interni e pure quelli costano parecchio. Su ogni confezione pago come tutte l’iva – quella sui prodotti sanitari femminili – che è pari al 22 per cento. L’assorbente, il tampax o la coppetta vaginale non sono considerati beni essenziali. Non sono come il pane o un giornale, secondo lo stato italiano. Noi donne abbiamo il ciclo ogni mese, ma per il paese in cui vivo questo è un dettaglio. Come un dettaglio sono i crampi, quelle emicranie che ti staccheresti la testa a morsi, quel sangue che ti scorre tra le gambe. Un po’ come se tutto questo non fosse davvero importante per la nostra bella Italia.
Ed ecco che ogni mese ci cade addosso, direttamente sul portafoglio, quella maledetta iva al 22 per cento. Quando il leader della nuova formazione Possibile, Giuseppe Civati, ha depositato in parlamento un provvedimento per abbattere quel muro del 22 per cento ho fatto, come molte, i salti di gioia. Finalmente un provvedimento che aggiungeva le confezioni di assorbenti e in generale i prodotti igienico-sanitari tra i beni essenziali. Finalmente qualcuno, e per di più un uomo, ha pensato alle “mie cose”.
Appena l’iniziativa è stata annunciata Giuseppe Civati è stato travolto da una pioggia di sberleffi. Tanti i maschietti che hanno ironizzato sulla faccenda e molti, sempre maschietti, hanno giudicato iniquo il provvedimento.
In un tweet qualcuno si è spinto a dire:

Quispano @pa5quino
A @civati ! se la è la novità rossa a sinistra di @matteorenzi cominciamo male male.Idee su lavoro,casa,energia e tec ne abbiamo?

Insomma in rete e fuori la tampon tax è diventata una barzelletta.
Ma barzelletta non è, cari maschietti.
Mi rivolgo a voi perché noi donne già sappiamo che le mestruazioni sono una cosa seria. Lo sanno milioni di donne in Italia, e non solo, che ogni mese vivono la fatica (e sì, anche la gioia) di sanguinare.
L’attivista, voce del femminismo statunitense, Gloria Steinem negli anni settanta non a caso aveva scritto un saggio – ancora molto attuale – dal titolo If men could menstruate (Se gli uomini avessero le mestruazioni). Steinem scrive: “Cosa accadrebbe, per esempio, se di colpo, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no? La risposta è chiara: le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi”.


Usa molta ironia Gloria Steinem, un’ironia amara, che mostra il divario profondo tra l’universo maschile e quello femminile: ed ecco che “sorgerebbe un nuovo istituto nazionale per la dismenorrea, voluto dal congresso; e i medici farebbero poca ricerca sugli infarti, di cui gli uomini non soffrirebbero grazie agli ormoni, ma si concentrerebbero sui crampi”. Oppure “Gli uomini si saluterebbero dicendo ‘Oggi ti vedo proprio bene’ e risponderebbero ‘Ci credo, ho le mie cose!’”.
L’ultimo tabù
“Gli uomini”, scrive Steinem, “convincerebbero le donne che il sesso è più piacevole in quel periodo del mese” e “I prodotti sanitari sarebbero forniti gratuitamente dal governo: ovviamente, alcuni uomini pagherebbero per il prestigio dato da marche celebri come i Tamponi Paul Newman o gli Assorbenti Muhammad Ali e ci sarebbero prodotti ad hoc tipo Per il flusso leggero da scapoli”.
Da destra a sinistra tutti a litigarsi le mestruazioni mascoline che naturalmente si trasformerebbero non solo nella faccenda più figa dell’universo, ma, come ribadisce Gloria Steinem, in uno strumento di potere.
Invece come sappiamo il ciclo mestruale è stato – ahinoi – demonizzato a più livelli. Tra battute e prese di distanza la donna mestruata è sempre stata considerata strana, da evitare, irritabile, a volte perfino un soggetto pericoloso.
Vi ricordate Carrie di Stephen King? Lì le prime mestruazioni della ragazza creano più di uno scompiglio e un evento naturale come il menarca è associato a Satana in persona. Il mestruo non piace, è un tabù, anzi forse è l’ultimo tabù.
La donna mestruata è considerata da parecchie religioni impura, addirittura in ebraico c’è la parola niddah per definirla. Niddah è di fatto la donna che ha avuto le sue mestruazioni e non ha svolto il mikveh, ovvero il rituale di purificazione. Nel Levitico 15:19-30 è infatti detto: “Quando una donna avrà i suoi corsi e il sangue le fluirà dalla carne, la sua impurità durerà sette giorni; e chiunque la toccherà sarà impuro fino alla sera”.
Anche nell’islam dopo le mestruazioni la donna non prega e deve fare un bagno purificatore prima di compiere le preghiere canoniche. Ricordo ancora come in Somalia, il mio paese d’origine, la donna durante il ciclo era definita nijas, impura. Mia madre mi ha detto che tra i pastori nomadi tra i quali è nata, una donna era isolata in quei giorni e allontanata dalle pratiche quotidiane. “Ti chiamavano nijas e non potevi macellare le bestie o svolgere qualsiasi attività”. E anche chi oggi non considera la donna mestruata impura (penso all’occidente in cui vivo) ci tratta comunque come un soggetto altamente infiammabile.
Un felice sanguinamento
Insomma queste benedette mestruazioni ci sono, ma il mondo tende a parlarne il meno possibile e quando ne parla lo fa sempre sottovoce. Questo tabù di fatto accomuna tutti i patriarcati, da oriente a occidente. Forse sono differenti le modalità di azione, ma la discriminazione direi che è proprio la stessa. Ancora oggi, se ci fate caso, nelle pubblicità delle più grandi marche di assorbenti il rosso mestruale è bandito. Al suo posto appare nel nostro piccolo schermo casalingo un flusso blu, quasi trasparente, che non solo nasconde, ma rimuove qualcosa che in fin dei conti è solo parte della natura di ogni donna.
In India, pochi mesi fa c’è stata una protesta di donne per ribadire che loro sanguinano ogni mese e va bene così. Sembra ovvio ribadirlo. Ma nel subcontinente indiano il mestruo è un grandissimo tabù e niente è davvero ovvio quando si parla di mestruazioni.
Tutto è nato intorno al tempio Sreedharma Sastha di Sabarimal, uno dei più conosciuti e visitati del Kerala. Prayar Gopalakrishnan che ha preso in carico la gestione del tempio ha di fatto impedito l’ingresso alle donne in età fertile, perché non sapeva bene come distinguere le pure da quelle impure, ovvero le mestruate dalle non mestruate.
Il religioso indù ha riferito ad alcuni reporter locali che avrebbe potuto farle entrare solo se avesse avuto in dotazione un dispositivo simile al metal detector manuale da passare sul ventre delle pellegrine. Naturalmente queste affermazioni hanno mandato su tutte le furie le donne indiane e soprattutto quelle del Kerala. La studente Nikita Azad (già dal nome si capisce che è una tipa combattiva) ha lanciato una campagna su Facebook #HappyToBleed alla quale hanno subito aderito migliaia di donne in tutto il subcontinente. Messaggi, cartelli e perfino assorbenti sono stati usati come vessilli per rompere il tabù e cominciare finalmente a parlare di questo loro felice e naturale sanguinamento.
Non a caso molte ong si stanno specializzando in assorbenti
Un’altra donna ha portato lo scorso agosto le mestruazioni sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Il suo nome è Kiran Gandhi, anni 26. Kiran è diventata famosa per aver corso la scorsa maratona di Londra senza tamponi interni o assorbenti. Nel suo blog ha spiegato il doppio proposito che ha animato la sua iniziativa. Il primo era quello di mostrare alle donne che non c’è niente di cui vergognarsi nel sangue mestruale. Il secondo invece puntava a richiamare l’attenzione del mondo sulla difficoltà che hanno molte donne nel comprare gli assorbenti.
Motori dell’emancipazione femminile
Ci sembra facile, quasi automatico comprare un pacco dei nostri amati assorbenti sotto casa e usarli. Ma è un gesto che non sempre è così naturale. Me ne sono accorta ad Hargheisa, nella Somalia del nord, dove ero andata per partecipare a una fiera del libro. Lì un pacco di assorbenti costava quanto uno stipendio locale (a volte anche più). Dove poi, è bene ricordarlo, sono ancora in pochi ad avere uno stipendio regolare. Molte donne, e non solo in Somalia purtroppo, non hanno accesso a questi prodotti. Un imprenditore del luogo, che aveva messo sul mercato gli assorbenti/pannolini Nune (molto famosi in tante zone del corno d’Africa) mi ha detto all’epoca che “le mestruazioni sono un grosso tabù sia in Somalia sia nel Somaliland. Da noi le ragazze rilavano e riusano lo stesso assorbente mille e mille volte con il rischio altissimo di infezioni vaginali”.

A Bhaktapur, in Nepal, l’11 febbraio 2014, durante la festa Swasthani Brata Katha nella quale le donne che hanno le mestruazioni vengono isolate dagli altri fedeli. - Navesh Chitrakar, Reuters/Contrasto
A Bhaktapur, in Nepal, l’11 febbraio 2014, durante la festa Swasthani Brata Katha nella quale le donne che hanno le mestruazioni vengono isolate dagli altri fedeli.
Ricordo ancora la faccia seria dell’imprenditore, un giovane della diaspora somala nato negli Stati Uniti e tornato in Africa per rendersi utile. E di fatto si è reso utile. Per impedire che le ragazze smettessero di andare a scuola a causa del ciclo (molte infatti erano costrette a non uscire dai familiari o smettevano perché la vergogna di macchiarsi era insostenibile) si è inventato insieme a una ong locale una distribuzione gratuita di assorbenti da prelevare direttamente a scuola.
Hargheisa non è un eccezione, non lo è Mogadiscio e anche molte zone dell’India sono ancora in questa condizione. E non a caso molte ong si stanno specializzando in assorbenti.
Oggi gli assorbenti ci sembrano oggetti scontati, quasi banali. Ma sono stati uno dei motori dell’emancipazione delle donne. Le donne infatti per secoli hanno usato di tutto per assorbire il sangue mestruale che colava a fiotti tra le loro cosce. Per disperazione e per necessità si è ficcato lì sotto praticamente qualsiasi cosa. Dai papiri avvolti delle antiche egiziane a tamponi fai da te fatti con fiori di cotone, foglie, carta, muschio, lana e perfino pelli animali.
Poi sono arrivate le spugnette, gli stracci da cucina e per le donne più ricche gli avanzi di tessuto. E anche la mutanda come la conosciamo oggi non esisteva. Le donne si dovevano ingegnare ogni volta a fissare in maniera creativa quelle strane cose che si mettevano tra le cosce per impedite al flusso di uscire e macchiare. Ed ecco che tra spilli, calzoncini, corde di vario genere le donne di ogni tempo si sono attrezzate ognuna come poteva. Mia madre per fortuna sua ha avuto il menarca tardi, viveva già a Mogadiscio. Ma si ricorda di donne che facevano buche per terra e stavano lì per ore accucciate come cani. Mia madre è stata fortunata perché la sorella, la zia Faduma, era ostetrica e la sua dose di assorbenti al mese la riceveva gratuitamente. Ma non per tutte era così. “Molte mie amiche semplicemente non uscivano di casa”, mi ha detto.
A volte, però, parlare troppo di mestruazioni può portare non solo alle battute di bassa lega, ma addirittura alla censura
Anche in occidente alla fin fine l’assorbente è scoperta recente. Solo durante la prima guerra mondiale alcune infermiere hanno intuito che le bende di cellulosa che usavano per le ferite dei soldati assorbivano il flusso meglio del cotone. E da lì l’industria ha seguito letteralmente il flusso. E non smette di seguirlo ancora oggi.
Da qualche anno l’ex tennista Annabel Croft ha inventato una linea di lingerie per sportive. Molti prodotti sono dedicati alle tenniste e alle cavallerizze, braghettoni enormi quasi ottocenteschi, adatti per quei giorni lì. Annabel ha infatti confessato al Guardian che il ciclo l’aveva sempre preoccupata. Quella divisa sportiva delle tenniste che più bianca non si può e quelle gonne così corte erano un vero tormento. Come fare a non macchiarle? E poi un giorno la madre si è presentata con dei mutandoni enormi come un costume da bagno anni sessanta e Annabel è riuscita a superare il suo personale trauma da ciclo indossandoli e poi creando la sua linea di lingerie Diary Doll.
Forse è nello sport che il ciclo colpisce di più le donne. Le sportive ai nostri occhi sono semidee pronte a ogni battaglia come delle moderne amazzoni, niente può spaventarle. O preoccuparle. E invece hanno il ciclo anche loro. Ogni donna che ci viene in mente, da Federica Pellegrini a Serena Williams, sanguina in quei giorni. E il ciclo, ovvero la stanchezza e la spossatezza che arrivano con le mestruazioni, colpisce pure loro. Ma in poche erano autorizzate ad ammetterlo. Almeno finché non è arrivata Heather Watson che ha candidamente ammesso in televisione che è stata tutta colpa del ciclo se ha perso gli Open d’Australia.
Evviva, qualcuna finalmente si azzardava a confessare a voce alta questo segreto di Pulcinella conosciuto dalle donne di ogni epoca.
A volte, però, parlare troppo di mestruazioni può portare non solo alle battute di bassa lega (come quelle che stanno perseguitando in queste ore il povero Giuseppe Civati), ma addirittura alla censura.
È successo a Rupi Kaur, una poeta pachistana che vive in Canada. La foto incriminata mostra Rapi Kaur sdraiata sul letto di casa e con il pantalone macchiato dal sangue mestruale. L’istantanea apparteneva a una serie di foto artistiche, Period (che l’artista ha realizzato con la sorella Prabh) ed è stata censurata per ben due volte da Instagram. Rupi Kaur si è detta meravigliata dall’eco e dal dibattito creato dal lavoro che lei e Prabh hanno messo in piedi. Non immaginava quanto il tema fosse tabù ancora anche in occidente. Chiaramente, dopo il clamore creato dagli articoli e dagli utenti inferociti per il trattamento riservato alle due sorelle, Instagram ha presentato le sue scuse e ha rimesso online la foto. Ma questo ci dice che una parità mestruale non l’abbiamo ancora ottenuta.
Io per esempio da piccola chiamavo il flusso mestruale Guglielmo, perché avevo un testo di letteratura italiana, il Guglielmino Grosser, con la copertina di un rosso acceso
Una mia amica mi ha confessato che la parola “mestruazioni” la mette a disagio. “Non la uso”, mi ha detto, “provo un po’ di vergogna”. E non è un caso isolato. Ogni donna pur di non chiamare mestruazioni le sue “cose” si è inventata dei nomignoli buffi ed evocativi per celare il misfatto.
Ed ecco che le nostre nonne dicevano “è arrivato il marchese”, perché pare che questi poveri marchesi usassero palandrane rosso fuoco come abito da cerimonia. D’altronde giubbe rosse era un altro nome dato al flusso mestruale. Io, per esempio, da piccola chiamavo il flusso mestruale Guglielmo, era tutto un “mi ha chiamato Guglielmo” o “Domani mi viene a prendere Guglielmo”. Perché avevo un testo di letteratura italiana, il Guglielmino Grosser, con la copertina di un rosso acceso. Ci vergognavamo e ci vergogniamo ancora perché la società ci ha inculcato un’idea insana di sporcizia e peccato legato a questo evento mensile.
Nessuno, di fatto, ci ha mai detto che il ciclo fa parte di noi come l’aria che respiriamo o come il battito delle nostre ciglia. Ed ecco che per anni siamo sgattaiolate furtive, come se fossimo Arsenio Lupin, per buttare nella spazzatura l’assorbente incriminato, lontano dallo sguardo dei maschi di famiglia – siano essi padri, fratelli o mariti. Insomma noi donne, cari maschietti, siamo vissute in un incubo creato dai vostri pregiudizi.
Invece di deridere Giuseppe Civati sarebbe ora che uomini e donne si mettessero insieme per superare questo stato di cose e anche per trovare una soluzione all’inquinamento di cui anche miliardi di assorbenti sono colpevoli. Cosa fare? Dalle coppette vaginali agli assorbenti biodegradabili il mondo si sta attrezzando.
Quindi smettetela di ridere e fatevi venire qualche buona idea per tener pulito insieme a noi il pianeta.
E ricordatevi che le mestruazioni sono una cosa seria.
Molto seria. Senza di loro forse non ci sarebbe la vita. Probabilmente nemmeno la vostra.