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1.4.20

Perché la Svezia ha affrontato il coronavirus senza chiudere tutto

di Eva-Kristin Urestad Pedersen (internazionale.it) 
1 aprile 2020
Mentre praticamente tutto il mondo è in lockdown, la Svezia insiste con la propria strategia: niente quarantena, tranne che per le persone trovate positive al nuovo coronavirus, niente chiusure di scuole, uffici o ristoranti. Insomma, mentre gli altri passano le giornate rinchiusi in casa, in Svezia è tutto normale.

O quasi. Ci sono pochi divieti, ma anche gli svedesi evitano di uscire. I ristoranti sono aperti, ma la clientela è diminuita notevolmente. Molti concerti ed eventi culturali sono stati cancellati. Le scuole sono aperte, ma le università hanno sospeso i corsi, chiedendo agli studenti di studiare a casa. Non è più consentito organizzare eventi per più di 50 persone, e dal 31 marzo non si può più andare in visita alle case di riposo.

A parte questo, la strategia svedese si basa soprattutto sulla fiducia. Il governo confida nei proprio cittadini, che seguono le raccomandazioni, evitando comportamenti rischiosi. Un esempio? La Pasqua è sempre stata una vacanza importante in tutti i paesi nordici, dove la gente ne approfitta per andare in massa a sciare. Mentre in Norvegia è proibito raggiungere le proprie case in montagna, in Svezia non c’è un simile divieto, solo una richiesta da parte del primo ministro: per quest’anno rimanete a casa. Perché la Svezia è così diversa?

Comunicazione rassicurante
Evitare l’uso della forza contro i propri cittadini fa parte della cultura svedese, come la fiducia nelle autorità. L’ultima volta che le forze armate svedesi sono state usate per controllare la folla è stato nel 1931. Gli svedesi non reagiscono bene ai divieti, ma se un esperto gli spiega come bisogna comportarsi, allora seguono il consiglio.

In questo caso l’esperto principale è Anders Tegnell, l’epidemiologo di stato. Di fronte alle molte critiche che ha ricevuto in patria e all’estero, ha risposto che alla Svezia serva una strategia adatta alla società svedese, non a quella di un altro paese.

Secondo l’italosvedese Christian Di Schiena, nato e cresciuto in Svezia, è propria la mentalità svedese a determinare il successo della strategia di Tegnell. “Siamo un popolo che si conforma alle regole, l’intera società si basa sulla fiducia”, spiega. Inoltre diverse caratteristiche della società svedese favoriscono la strategia scelta da Tegnell, per esempio l’elevatissimo numero di persone che vivono da sole, il fatto che pochissimi adulti vivono con i genitori o con i nonni, l’abitudine di salutarsi senza baci e abbracci. Insomma, c’è molto più distanza fra le persone che in paesi come l’Italia o la Spagna.

Anche se la maggior parte degli svedesi appoggia la strategia del governo, le critiche continuano a farsi sentire, in particolare sui social network. Secondo il giornalista Uffe Berggren però, sono voci isolate. Berggren è rimasto colpito dal modo di comunicare di Tegnell: “Risponde ai giornalisti in modo autorevole, basandosi sempre sui fatti, facendo riferimento a dati scientificamente provati. È molto rassicurante”.

21.5.19

Cosa succede con l’astensionismo in Europa

Alle ultime elezioni europee, nel 2014, ha votato solamente il 42,5 per cento degli aventi diritto. Dall’economia alle migrazioni, passando per la sicurezza e i cambiamenti climatici, le questioni europee sono ormai entrate nel dibattito quotidiano, ma questo probabilmente non basterà a risvegliare la partecipazione dei cittadini, anche se potrebbe portare a una prima inversione di tendenza.
Il fenomeno dell’astensionismo crescente è in corso da molti decenni e riguarda un po’ tutti i tipi di elezione. Fino al 1979, in Italia l’affluenza alle urne superava il 90 per cento. Da allora ha cominciato a scendere sempre di più, e non ha smesso di diminuire: alle ultime politiche ha raggiunto il 73 per cento, mentre alle europee del 2014 è stata del 57 per cento. Elezioni locali a parte, uno dei valori più bassi è stato registrato alle scorse regionali in Emilia-Romagna, quando l’affluenza si è fermata addirittura al 38 per cento.
La scelta di non andare a votare non riguarda solo la persona che la compie, ma ha delle conseguenze politiche dirette. Se diventa una scelta diffusa finisce per colpire la legittimazione delle istituzioni democratiche e dei partiti politici e favorire una loro evoluzione in direzione non sempre liberale. Gli astenuti inoltre non si distribuiscono in modo uniforme lungo tutto lo spettro politico: spesso le elezioni le vince chi riesce a mobilitare il maggior numero dei propri elettori potenziali, non tanto chi riesce a strappare più elettori agli avversari.


L’astensionismo è un fenomeno complesso. Ogni elezione ha le sue specificità, dettate da una molteplicità di fattori: per esempio, la composizione demografica del bacino elettorale, il contesto socioeconomico e la cultura democratica della popolazione chiamata al voto. Per questo molta letteratura scientifica si sforza di comprendere a fondo le cause dell’astensionismo, ma non esiste una teoria generale che ne spieghi le cause.

Apatia, protesta, sfiducia
Secondo Maurizio Cerruto, autore dello studio La partecipazione elettorale in Italia (Quaderni di Sociologia, 2012), le ragioni alla base dell’astensionismo sono sfaccettate. “Da un lato, si parla di astensionismo da apatia, cioè da distanza tra l’elettore e l’offerta politica”, spiega il professore di sociologia dell’università di Cagliari. “Questo tipo di astensionismo ha le sue radici nella posizione di marginalità che la politica occupa nell’orizzonte psicologico di molti elettori delle moderne democrazie di massa”. Dall’altro lato si parla invece di “astensionismo di protesta, come espressione attiva di una insoddisfazione dell’elettore, che esprime una dimostrazione di sfiducia e in molti casi di aperta ostilità nei confronti della classe politica”. Secondo Cerruto, le ricerche empiriche mostrano che nell’elettorato astensionista italiano l’apatia prevale sulla protesta.

Di certo gli italiani hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni politiche. Ogni anno l’Istat rileva dati su questo aspetto, all’interno del rapporto Il benessere equo e sostenibile. Come confermano anche le ultime stime, la fiducia degli italiani verso il parlamento, i partiti e il sistema giudiziario continua a calare dal 2010 e questo si traduce in un senso di disaffezione diffuso, che ha un impatto sull’affluenza alle urne. Tuttavia il problema italiano si inserisce in un quadro europeo più generale. Secondo l’Eurobarometro, il servizio della Commissione europea che misura e analizza le tendenze dell’opinione pubblica, la fiducia dei cittadini verso le istituzioni è bassa un po’ in tutta Europa: da circa dieci anni meno della metà della popolazione europea si fida delle istituzioni politiche del proprio stato.

Alla base dell’astensionismo ci sono insomma molte ragioni, e ha quindi poco senso parlare di un “partito del non voto”. Il quadro si fa ancora più sfaccettato se si va a guardare quali sono le fasce della popolazione che più tendono ad astenersi. Secondo un rilevamento del 2016 dell’istituto di sondaggi Swg intitolato Il popolo dell’astensione, in Italia l’astensionismo è particolarmente diffuso tra gli elettori tra i 18 e i 44 anni, spesso indecisi o senza una precisa collocazione politica. Molti hanno un titolo di studio superiore al diploma. Guardando alle ultime elezioni europee, come osservato dai ricercatori André Blais e Filip Kostelka, in molti stati emerge invece una correlazione tra bassi livelli di istruzione e alti livelli di astensionismo.

L’astensionismo e le elezioni europee
In quasi ogni paese, le elezioni europee hanno sempre registrato una minore affluenza rispetto alle elezioni politiche, probabilmente a causa di una scarsa consapevolezza del peso del parlamento europeo e di una generica percezione di distanza tra la vita di tutti i giorni e le istituzioni europee. L’Eurobarometro rileva che solo il 48 per cento dei cittadini europei crede che la propria voce conti nell’Ue (ma esistono enormi differenze tra un paese e l’altro, per esempio in Svezia il 90 per cento dei cittadini crede che la propria voce conti, a fronte del 24 per cento degli italiani e del 16 per cento dei greci).



Eppure qui non si tratta tanto di un problema di sfiducia. L’Eurobarometro rileva infatti che i cittadini europei tendono a fidarsi di più dell’Unione europea che del proprio parlamento o governo nazionali. Allora perché è una minoranza quella che vota alle elezioni europee? “Questo paradosso è riconducibile a due fattori”, spiega Alberto Alemanno, tra i principali analisti della politica europea e fondatore del movimento The good lobby. “In primo luogo, le elezioni europee sono ancora la somma di elezioni nazionali, e non un evento politico transnazionale animato da veri e propri partiti europei. In secondo luogo, manca una sfera pubblica comune in grado di raccontare il sistema politico europeo”.

Per denunciare la presunta sfiducia delle persone nei confronti dell’Unione europea, i movimenti euroscettici spesso mettono in risalto il progressivo calo dell’affluenza alle elezioni europee. È un fenomeno reale, ma è parte di un processo più ampio che sta investendo la democrazia rappresentativa in Europa nel suo complesso. Inoltre, come nota Jules Beley dell’università SciencesPo di Parigi, è complicato confrontare l’affluenza alle elezioni europee nel tempo. “Come si può confrontare l’affluenza nel 1979, quando la Comunità europea era composta da nove paesi dell’Europa occidentale, con l’affluenza nel 2014, quando l’Unione contava 28 paesi con culture politiche e tradizioni democratiche diverse?”, si chiede Beley.

L'affluenza alle elezioni europee e politiche nei paesi europei


Le ricerche mostrano che c’è chi non vota per apatia e chi non vota per protesta. Ma se osserviamo l’affluenza alle elezioni europee dobbiamo anche tenere presente che sempre più cittadini europei hanno difficoltà a votare perché si sono trasferiti in un altro paese. Per esempio, più del 10 per cento dei cittadini romeni, bulgari, croati, lettoni, lituani e portoghesi vive in uno stato membro diverso dal proprio. Avrebbero il diritto di votare alle europee nelle città in cui vivono, ma nel 2014 il 95 per cento circa non è andato ai seggi a causa di una serie di ostacoli linguistici, burocratici e politici: difficile identificarsi in partiti e politici che si rivolgono solo agli elettori della propria nazionalità.

Quali rimedi all’astensionismo?
Per risollevare l’affluenza elettorale, una misura apparentemente semplice sarebbe rendere obbligatorio votare. Questo obbligo esiste in paesi come il Lussemburgo e il Belgio, dove in effetti i livelli di astensionismo sono bassi. Anche in Italia il voto era considerato obbligatorio fino al 1993 e rimane un dovere civico secondo la costituzione. Il problema è che l’obbligo di voto è difficile da far rispettare in maniera stringente, a meno di non introdurre sanzioni pesanti.

Se gli elettori non hanno più fiducia nella differenza che può fare il loro voto, secondo alcuni conviene offrire loro la possibilità di effettuare direttamente delle scelte su questioni in campo, invece di limitarsi a delegare dei rappresentanti. È per questo che negli ultimi anni in molti paesi è aumentato l’interesse nei confronti degli strumenti della democrazia diretta, come per esempio i referendum. Casi come quello della Brexit hanno però fatto apparire con chiarezza i limiti di questi strumenti, che raramente aiutano a legiferare su questioni complesse.

Per tutelare la legittimazione delle istituzioni europee e risollevare l’affluenza al voto, negli scorsi mesi il parlamento europeo ha compiuto uno sforzo di comunicazione inedito. La campagna Stavolta voto, realizzata in tutti e 28 gli stati membri dell’Unione europea, ha cercato di spiegare l’importanza della partecipazione elettorale ricorrendo a una molteplicità di strumenti. Trecentomila persone si sono registrate sul sito della campagna, mentre il video promozionale Choose your future ha ottenuto 120 milioni di visualizzazioni sulle diverse piattaforme. I sondaggi suggeriscono che il progressivo aumento dell’astensionismo alle elezioni europee stavolta potrebbe arrestarsi, e in paesi come l’Italia potrebbe verificarsi un’inversione di tendenza.

I paesi dell’Europa centrale e orientale hanno tassi di astensionismo più alti della media dell’Unione europea. Per questo la campagna istituzionale è stata particolarmente intensa in paesi come la Slovacchia, dove nel 2014 solo il 13 per cento degli elettori era andato a votare alle europee. “Abbiamo lavorato su tanti fronti diversi”, racconta Soňa Mellak, addetta stampa dell’ufficio del parlamento europeo in Slovacchia. “Abbiamo collaborato con una serie di personaggi famosi, e in particolare con youtuber e influencer per riuscire a spiegare ai giovani perché le elezioni europee sono importanti. Abbiamo organizzato un tour in 17 città del paese, realizzando eventi e dibattiti, e in 200 scuole superiori si è tenuta una simulazione delle elezioni europee. Le televisioni si sono dimostrate attente, molti presentatori hanno spiegato che sarebbero andati a votare”.

Per far aumentare davvero l’affluenza alle elezioni europee servirebbero però delle modifiche legislative. Per esempio, si potrebbe rendere più semplice il voto ai cittadini che risiedono all’estero. Alcuni politici e osservatori pensano che bisognerebbe far eleggere direttamente ai cittadini un presidente dell’Unione europea, che sia a capo al contempo della Commissione europea e del Consiglio europeo. Altri – come i militanti del partito europeo Volt – puntano innanzitutto su una mobilitazione transnazionale dal basso, che sposti la campagna elettorale su temi europei.

Anche secondo Alberto Alemanno è questa la strada da seguire: “Bisognerebbe creare un collegio elettorale unico europeo, che permetta di presentare liste e partiti transnazionali. In questo modo il dibattito politico trascenderebbe immediatamente gli stati nazionali e permetterebbe a qualsiasi cittadino di comprendere la dimensione europea dello scrutinio”. In uno scenario del genere, “i partiti sarebbero indotti a formulare e difendere visioni di società europea e temi di interesse paneuropeo, invece di concentrarsi come ora su questioni nazionali”, e a quel punto il dibattito riuscirebbe finalmente a coinvolgere più profondamente gli elettori.

[Questo articolo è pubblicato in collaborazione con l’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e con lo European Data Journalism Network.]

2.4.19

Parole

Giovanni De Mauro (Internazionale)

Nessun fornitore o utilizzatore di un servizio interattivo telematico sarà trattato come un editore o un portavoce delle informazioni prodotte da un altro fornitore di contenuto”. Queste sono le 26 parole che rendono possibile la diffusione di contenuti violenti su internet. E queste sono anche le 26 parole che consentono a internet di essere un posto libero, aperto, accessibile a tutti. Nel bene e nel male, senza queste parole internet oggi sarebbe molto diversa ed è probabile che Facebook, Google, YouTube, Twitter e Amazon non esisterebbero.

Sono nascoste nella sezione 230 del Communications decency act approvato dal congresso degli Stati Uniti nel 1996. Il presidente era Bill Clinton (e in Italia il premier era Lamberto Dini: per dire quant’era diverso il mondo). Il problema era evitare che i primi fornitori d’accesso a internet, CompuServe e Prodigy, fossero ritenuti responsabili per quello che i loro utenti scrivevano nei bulletin board, nelle chatroom e nelle newsletter. L’idea fu di considerarli non editori, ma intermediari. Come una biblioteca, che non può essere denunciata per i libri che ospita. Più di altre legislazioni al mondo, la sezione 230 ha protetto la libertà di espressione in rete. Ma a un costo che molti trovano troppo alto, soprattutto oggi che non serve più a favorire la crescita di una tecnologia appena nata.

Se n’è tornato a parlare dopo gli attentati in Nuova Zelanda, quando il terrorista che ha ucciso 50 persone in due moschee ha messo online il video della strage. Facebook e YouTube hanno cercato di limitarne la diffusione, senza riuscirci del tutto, e il video è stato visto da migliaia di persone e continua a circolare. “Perché tolleriamo una tecnologia che può essere usata per seminare odio e violenza alla velocità della luce e su scala mondiale?”. La domanda di John Thornhill sul Financial Times è legittima. Ma il confine tra controllo e censura è sottile. E attraversarlo può essere pericoloso.

15.9.18

Quando la vita imita la letteratura

Guido Vitiello, insegnante e saggista

14 settembre 2018 

Gentile bibliopatologo,

temo di aver instaurato con un autore e una sua opera, in particolare, un rapporto a tal punto viscerale da travalicare il mero e sano apprezzamento, sconfinando in quel processo mentale che la psicoanalisi definisce “traslazione”. L’autore è Philip Roth, il libro L’animale morente. L’ho letto una decina di volte, introiettando ossessioni e fragilità della protagonista e trasponendo, più o meno consciamente, un’esperienza parallela alla sua nel mio vissuto. Disfarsi del libro basterà a liberarsi di questa struggente parabola che pare ormai destinata a perpetuarsi all’infinito?

-Wanda O.

Cara Wanda,
scrisse una volta Umberto Saba che “niente consola più di un bel verso pessimista”. Per esempio, diceva, versi come questi di Goethe, dal secondo Canto notturno del viandante (“Abbi pazienza. In breve / riposerai anche tu”), possono salvare un giovane dalla disperazione: “Sono versi eminentemente sociali”. Volendo, puoi considerarli i precursori letterari del Telefono amico.

Purtroppo Goethe li scrisse solo nel 1780: troppo tardi per farli leggere al giovane Werther e ai tanti disperati per amore che, imitando pedissequamente il protagonista del suo romanzo di sei anni prima, avevano preso il brutto vizio di spararsi un colpo alla tempia. Chissà, magari tutta la storia avrebbe preso un’altra piega. Allo stesso modo, supponeva Ennio Flaiano, se Madame Bovary avesse letto Madame Bovary forse non si sarebbe avvelenata.

Tu parli di traslazione, ma la parola più adatta credo sia un’altra: emulazione. Faccenda antica quanto la letteratura – Paolo e Francesca non imitavano forse Lancillotto e Ginevra? E Don Chisciotte non era un plagio ambulante dei romanzi cavallereschi? – che tuttavia, nella nostra epoca intossicata dalla fiction, ci è un po’ scappata di mano.

Ne ha scritto di recente Luca Mastrantonio in Emulazioni pericolose, un saggio che si apre con “l’effetto Werther” e procede con un lussureggiante inventario di casi noti e meno noti: la moda della roulette russa dopo il Cacciatore di Michael Cimino, Mark Chapman che spara a John Lennon dichiarando di essersi rifatto al Giovane Holden, le stragi scolastiche ispirate a Ossessione di Stephen King, i lenti avvelenamenti da tallio – facile da somministrare attraverso cibi e bevande – compiuti usando come manuale un romanzo di Agatha Christie, Un cavallo per la strega (propongo un’integrazione all’ipotesi di Flaiano: se Madame Bovary avesse letto anche la Christie, non solo non si sarebbe uccisa, ma avrebbe condito ogni giorno con il tallio la zuppa di cipolle del marito).

Il tuo sembrerebbe un caso di emulazione erotica, e nel libro di Mastrantonio ce n’è un buon esempio, anche se su un modello meno raffinato di Roth. Dalla febbre imitativa scatenata da Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James si avvantaggiarono in molti. I sex shop moltiplicarono le vendite degli accessori che Christian Grey fa provare ad Anastasia, specie le “palline della geisha”; una grande catena di ferramenta inglese dovette approntare un vademecum per i dipendenti, un po’ sconcertati da tutte quelle richieste di corde, cavi e scotch da elettricisti; alcuni alberghi si attrezzarono per ospitare stanze a tema. Tutti soddisfatti, con un’eccezione:

Gli unici che si sono lamentati del boom delle Sfumature sono stati i vigili del fuoco di Londra, che nei tre anni successivi all’uscita del romanzo hanno visto aumentare considerevolmente le chiamate per “rimozione oggetti dalle persone” e “rimozione persone dagli oggetti”: espressioni asettiche che raggruppano casi di uomini con il pene incastrato nell’aspirapolvere o donne legate al letto con manette che non si aprono più.

Grazie alle peripezie di lettrici e lettori di adorabile goffaggine, un romanzo sadomasochistico un po’ incolore – ben più innocuo e blando della Venere in pelliccia a cui il tuo pseudonimo ammicca – ha offerto lo spunto per chissà quante gag comiche, con pompieri e fabbri impegnati a districare combinazioni anatomicamente spericolate. Capisci dove voglio arrivare? Il tuo registro fatalistico e melodrammatico – “struggente parabola che pare ormai destinata a perpetuarsi all’infinito” – non tiene conto di una cosa: ogni emulazione è una riscrittura, o se vogliamo un esperimento di fan fiction. Non potresti riprodurre la stessa storia neppure con tutto l’impegno del mondo. Magari la tua versione dell’Animale morente è destinata a un finale epico, con gli elicotteri dei pompieri che accorrono la notte di Capodanno sulle note della Cavalcata delle Valchirie.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it

Dal 5 al 7 ottobre Guido Vitiello terrà un workshop sull’arte della recensioneal festival di Internazionale a Ferrara.

IL BIBLIOPATOLOGO RISPONDE


25.3.18

I numeri per capire il voto nell’Italia del sud

Dal 5 marzo, e cioè dal giorno dopo le elezioni, gli occhi sono puntati sull’Italia del sud. Tutti provano a capire cosa abbia diviso il paese a metà: da una parte il nord che ha decretato il successo della Lega, dall’altra il sud che ha votato in maggioranza per il Movimento 5 stelle.

In particolare, quel sud tutto dipinto di giallo è utile per ridimensionare la novità del voto, e ricondurla a più vecchie certezze.

Il reddito di cittadinanza (nel programma dell’M5s fin dal 2013, oggetto di un già discusso disegno di legge e, nei fatti, come ha osservato Chiara Saraceno, nulla più di una generosa, imperfetta, banale assicurazione universale contro la disoccupazione) spiegherebbe la geografia del voto “lazzarone” del sud; parallelamente, il nord produttivo avrebbe votato egoisticamente per la flat tax. Su una simile lettura, per citare il caso più autorevole, basa la sua proposta di reintroduzione di gabbie salariali il presidente dell’Inps Tito Boeri.

Ma questa interpretazione, solo apparentemente economicistica, rimuove in realtà la profonda trasformazione imposta all’Italia dagli ultimi, lunghi decenni di stagnazione e poi crisi. Quando il voto è spiegato esaminando le preferenze economiche, le osservazioni paiono tuttavia risentire degli stereotipi riguardanti i vizi del sud “terrone” e le virtù del nord produttivo.

Per rendersi conto di cosa è successo, può essere dunque utile mettere insieme alcuni numeri, noti e disponibili, ma largamente rimossi dal dibattito pubblico. Focalizzandoci sul risultato dei cinquestelle nel sud, cosa può spiegare il voto di chi, secondo Tecnè, li ha votati individuando nella mancanza di lavoro e nei bassi redditi i problemi principali del paese?



Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno (Svimez), ben il 36 per cento della popolazione meridionale appartiene al quinto più povero di italiani, contro l’11 per cento al centronord. Come riportava già l’edizione precedente del rapporto, l’incidenza dei cosiddetti working poor – chi cioè, pur lavorando, non ce la fa a uscire dalla soglia di povertà – è più che tripla nel mezzogiorno: sono il 24 per cento dei lavoratori meridionali, contro il 7 per cento del nord. Anche nel 2017, secondo Svimez, “il fattore determinante delle tendenze in atto è l’incremento dei lavoratori a bassa retribuzione, che ha caratterizzato l’ultimo decennio. […] Le retribuzioni reali […] aumentano rispetto al 2008 del 2,5 per cento nel centronord mentre diminuiscono del 4,5 per cento nel mezzogiorno”.



La distanza tra nord e sud emerge chiaramente dagli ultimi dati dell’indagine sui bilanci delle famiglie di Banca d’Italia: nel 2016, la differenza di reddito tra il sud e il centronord era di circa il 40 per cento, a vantaggio del centronord. Se si escludono gli anni più duri della crisi – quando i redditi sono calati maggiormente al nord e al centro – il divario è andato allargandosi. Il sud sembra subire meno la crisi, ma in questa macroregione i redditi delle famiglie sono stagnanti almeno dal 2006.



Al basso reddito si associa la mancanza di occupazione – nelle priorità degli elettori, così come nel loro vissuto. Su lavoce.info, Marco Alberto De Benedetto e Maria De Paola mostrano come, al livello di province, la percentuale di popolazione occupata possa spiegare sia il voto all’M5s sia quello alla Lega. Quest’ultima si afferma infatti dove si lavora di più, mentre i grillini crescono dove questa scende. Se la poca occupazione (anche femminile) è una piaga storica del sud, dal 1992 il divario con il resto del paese in termini di partecipazione al lavoro è quasi raddoppiato. Nel 1992, era occupato il 46 per cento della popolazione meridionale tra i 15 e i 64 anni, tredici punti percentuali in meno del nord (59 per cento). Oggi, l’occupazione al nord è salita al 66 per cento, mentre al sud si è ridotta ancora, arrivando al 43 per cento – e portando la differenza tra macroregioni a 23 punti percentuali.



Una tale segmentazione non può più essere spiegata nemmeno con la differente pervasività del lavoro nero. Sempre la Svimez mostra come al sud siano proprio gli investimenti, necessari a generare domanda di lavoro, a essere crollati del 34 per cento tra il 2008 e il 2016, undici punti in più rispetto al centronord.

A differenza di quel che potrebbe sembrare, la dinamica degli investimenti si è contratta tanto nei settori dell’industria e dei servizi, quanto in quello delle costruzioni, provocando inevitabilmente una perdita di struttura produttiva e di stimolo al sistema produttivo con effetti più profondi e di lungo periodo.

In questo contesto è possibile che lo stesso lavoro in nero sia diminuito (oltre che ovviamente essersi impoverite anche le persone che potevano contare su questa forma di lavoro) e che i dati sottostimino il crollo dell’occupazione al sud e l’aumento delle differenze con il nord. Già nel 2015 la Svimez denunciava che, tra il 2001 e il 2014, il mezzogiorno d’Italia è cresciuto meno della Grecia (rispettivamente -9,4 per cento e -1,1 per cento).



Lo stesso si osserva guardando agli enti locali e previdenziali. Nonostante i maggiori tassi di povertà e disoccupazione, nel mezzogiorno la spesa degli enti previdenziali continua a essere meno di tre quarti di quella garantita al centronord, mentre la differenza della spesa degli enti centrali e territoriali tra le due macro aree si è ulteriormente allargata, raggiungendo il 10 per cento. Non sembra un caso se un’altra antica piaga del sud, l’emigrazione, abbia assunto ormai dimensioni da vera e propria evasione, come sottolineato sempre da Svimez nei dati ripresi da Claudia Torrisi su Valigia Blu.


Simili ragionamenti potrebbero riproporsi nell’analizzare altri, crescenti divari, riflessi dalle recenti geografie del voto – quelli tra centro e periferia, così come quelli tra città e provincia.

È però quanto mai necessario, nel farlo, evitare il riduzionismo economico, e avere consapevolezza dell’interazione, non univoca, tra condizione economica, altri aspetti più propriamente sociali, e fenomeni politici.

Torna utile un articolo recente di Alessandro Cavalli, riproposto da Moneta e Credito nei giorni seguenti le elezioni, sull’approccio di un economista come Paolo Sylos Labini ai problemi del sud.

Secondo Sylos Labini, sviluppo economico e sviluppo civile possono solo progredire insieme: il primo è presupposto del secondo – “è difficile parlare di ‘civiltà’ quando gran parte della gente conduce una vita grama nella povertà” – e allo stesso tempo “trova seri ostacoli quando non può fondarsi su una forza lavoro sufficientemente sana e istruita, su una ragionevole aspettativa che i contratti verranno regolarmente onorati, su uno Stato capace di regolare pacificamente i conflitti e di promuovere l’interesse comune”.

Impossibile non pensare al senso di compiacimento con cui, a “sinistra”, si rivendica l’aver preso i voti dei pochi istruiti e colti, dopo non aver saputo garantire alla maggioranza lavoro, redditi e servizi pubblici degni.

Proprio Sylos Labini, continua Cavalli, auspicava per il sud “la formazione di una nuova imprenditorialità giovanile al fine di ‘ridurre il numero dei giovani che affollano le anticamere dei potenti, dei boss locali, per ottenere un posto nella Pubblica Amministrazione’” – fattore “terribilmente diseducativo, perché spinge verso il servilismo e, contemporaneamente, verso una sorta di disprezzo per quegli stessi che danno i favori”.

Vista la grande attenzione dedicata al tema dallo stesso Sylos Labini, è naturale domandarsi cosa ci dica il tentativo dell’Istat di definire delle nuove classi sociali per l’Italia di oggi. Anche questa classificazione, non esclusivamente basata su reddito e occupazione, finisce per riproporre quasi integralmente la spaccatura nord/sud analizzata sinora.

Tra le ragioni di interesse per le classi sociali c’era, in Sylos Labini, proprio il timore che “l’instabilità politica della piccola borghesia”, e la sua alleanza con “i gruppi dominanti della grande borghesia”, potesse spiegare l’ascesa del fascismo negli anni venti, e costituisse un pericolo per la democrazia italiana.

Da questo punto di vista, il voto del 4 ci restituisce l’immagine di un sud saldamente in contrasto con le principali rappresentazioni politiche fornite dai gruppi dominanti della seconda repubblica.

L’elemento forse più suggestivo dell’accostamento dei voti della Democrazia cristiana e dell’M5s, proposto dall’Istituto Cattaneo, è costituito dalla data – quel 1992 che potremmo indicare come inizio del declino economico italiano.



All’epoca già si potevano intravedere i sintomi della crisi produttiva, anche se la povertà e le disuguaglianze personali e regionali erano vicine ai minimi storici dopo decenni di forte riduzione. L’elettorato (non solo meridionale) poteva ancora votare per quella stabilità che, tra storture e corruzione, era in grado di rivendicare un innalzamento senza precedenti dei livelli di vita degli italiani.

Nell’Italia del 2018, nessun blocco di potere sembra poter garantire simili certezze. Prospettive di rottura un tempo tabù – come la violazione dei vincoli europei o l’uscita dall’eurozona – paiono non spaventare più la gran parte dell’elettorato.



Se per molti versi è erroneo parlare di rivolta populista, non è del tutto fuori luogo vedere nel voto una sorta di oxi italiano, un equivalente del no con cui i greci hanno provato a respingere le imposizioni dell’Europa al loro governo nel 2015.

Magari con meno consapevolezza dei temi economici, ma con grande rilevanza in termini psicologici, il 4 marzo la maggior parte degli italiani ha rotto il tabù della responsabilità e della fedeltà all’Europa. Che siano state più pronte a farlo aree tradizionalmente conservatrici, più che liberare lo sfottò antimeridionale, dovrebbe suonare come campanello d’allarme per chi crede ancora sinceramente in quelle politiche.

In prospettiva europea, un utile articolo degli storici economici Joan Rosés e Nikolaus Wolf sottolinea come quello dei divari regionali sia un fenomeno comune a tutto il continente. Certo, il caso italiano è ancora una volta particolare: nel nostro paese non assistiamo al declino di aree rese prospere da diversi paradigmi tecnologici (il Galles minerario), ma all’incancrenirsi di divari che persistono ormai da oltre un secolo e mezzo. In entrambi i casi, dentro e fuori l’area dell’euro, le forze della globalizzazione sembrano accrescere non solo le disuguaglianze tra ricchi e poveri, ma anche tra provincia e centro politico. Come testimoniato dai casi britannico e catalano, questa miscela ha un potenziale esplosivo per la tenuta non solo dell’Unione, ma degli stessi stati che la compongono.

Può sembrare paradossale il fatto che a farsi interprete del malcontento verso l’euro sia una forza (un tempo?) secessionista, sorta per rappresentare gli interessi di quella che è in fondo la “Germania” dell’unificazione italiana. Ma gli analisti del voto italiano dovrebbero prendere atto di quanto siano pervasive le forze economiche centrifughe e disgregative in atto; e di quanto dietro la “stabilità dello zerovirgola” si annidino i semi di quel voto così “sorprendente”.

22.3.18

La politica ai tempi di Facebook


 
Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 a pagina 40 di Internazionale, con il titolo “La politica ai tempi di Facebook”. 

Alle 8.30 del 9 novembre 2016 Michal Kosinski si è svegliato nella sua stanza all’hotel Sunnehus di Zurigo. Kosinski, che ha 34 anni e fa il ricercatore, era in Svizzera per tenere una conferenza all’Eidgenössische technische hochschule (Eth), il politecnico di Zurigo. Il tema dell’incontro era “i pericoli dei big data e la rivoluzione digitale”, un argomento su cui tiene regolarmente conferenze in tutto in mondo.
Kosinski è uno dei massimi esperti di psicometria, una branca della psicologia che si fonda sull’analisi dei dati. Quella mattina, accendendo la tv nella sua camera d’albergo, Kosinski ha scoperto che la bomba era esplosa: contrariamente a tutte le previsioni avanzate dai più noti statistici, Donald Trump era stato eletto presidente degli Stati Uniti. Kosinski è rimasto a lungo a guardare i festeggiamenti per la vittoria del candidato repubblicano. Seguendo i risultati che arrivavano dai vari stati, ha avuto la sensazione che l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi potesse avere qualcosa a che fare con i suoi studi. Alla fine ha tirato un profondo sospiro e ha spento la tv.
Quello stesso giorno un’azienda britannica poco nota con sede a Londra ha diffuso un comunicato stampa: “Prendiamo atto con grande soddisfazione del fatto che il nostro rivoluzionario approccio alle comunicazioni basate sui dati ha svolto un ruolo centrale nella straordinaria vittoria del presidente eletto Trump”. Il comunicato attribuiva queste dichiarazioni a un certo Alexander James Ashburner Nix, britannico, 41 anni, amministratore delegato della Cambridge Analytica. In pubblico Nix si presenta vestito sempre in modo impeccabile, con abiti su misura, occhiali firmati e i capelli biondi e ondulati pettinati all’indietro. Ecco dunque i nostri tre personaggi: il riflessivo Kosinski, l’elegante Nix e il sorridente Trump. Il primo ha reso possibile la rivoluzione digitale, l’altro l’ha messa in atto e il terzo ne ha tratto vantaggio.
Tutto quello che facciamo, sia online sia offline, lascia delle tracce digitali
Chi non ha passato gli ultimi cinque anni su un altro pianeta ha certamente sentito parlare dei big data. Il senso di quest’espressione è che tutto quello che facciamo, sia online sia offline, lascia delle tracce digitali. Ogni acquisto fatto con la carta di credito, ogni ricerca su Google, ogni spostamento che facciamo con il cellulare in tasca, ogni like su Facebook: tutto è conservato da qualche parte. Per molto tempo l’utilità di questi dati non è stata chiara, salvo forse quando ci capitava sullo schermo del computer la pubblicità di uno strumento per misurarsi la pressione da soli subito dopo aver cercato “pressione alta” su Google. Non si capiva bene neanche se i big data fossero un pericolo o un’opportunità per gli esseri umani. Tutto è diventato più chiaro il 9 novembre 2016, quando si è saputo che l’azienda dietro la campagna elettorale online di Donald Trump e dietro la campagna per la Brexit era una protagonista del settore dei big data, la Cambridge Analytica guidata da Alexander Nix.
Per capire il risultato delle presidenziali statunitensi, ma anche quello che attende l’Europa nei prossimi mesi, dobbiamo partire da uno strano episodio avvenuto nel 2014 allo Psychometrics centre dell’università di Cambridge, l’istituto dove lavorava proprio Kosinski. La psicometria, detta anche psicografia, è la disciplina che misura le caratteristiche psicologiche di un individuo, la sua personalità insomma. Negli anni ottanta due équipe di psicologi hanno teorizzato che ogni caratteristica di una persona può essere misurata in base a cinque parametri o aspetti della personalità, i cosiddetti big five: l’apertura mentale (openness, quanto siamo aperti alle esperienze nuove), la coscienziosità (conscientiousness, quanto siamo perfezionisti), l’estroversione (extraversion, quanto siamo socievoli), l’amicalità (agreeableness, quanto siamo collaborativi e rispettosi degli altri) e la stabilità emotiva (neuroticism, quanto siamo facilmente turbati).
Sulla base di questi parametri (riassunti per brevità nell’acronimo dei termini in inglese, Ocean), è possibile fare una valutazione relativamente esatta del tipo di persona che abbiamo di fronte, compresi i suoi bisogni, i suoi timori e il suo probabile comportamento. Il metodo fondato sui big five è diventato uno standard della psicometria. Per molto tempo, però, il problema di questo metodo è stato la raccolta dei dati, che veniva fatta tramite un complicato questionario pieno di domande personali. Poi sono arrivati internet, Facebook e Kosinski.
Questionari per tutti
Nel 2008, quando era studente a Varsavia, la vita di Michal Kosinski arrivò a un punto di svolta. La sua richiesta di fare un dottorato a Cambridge fu accolta e fu accettato dallo Psychometrics centre, una delle più antiche istituzioni del settore. Si trovò così a collaborare con un altro studente, David Stillwell, che oggi insegna alla Judge business school di Cambridge. Un anno prima Stillwell aveva lanciato un’app per Facebook, che non era ancora diventato un gigante. L’app si chiamava MyPersonality e permetteva agli utenti di riempire vari questionari psicometrici, compreso un certo numero di quesiti psicologici tratti dal questionario sulla personalità basato sui big five (“vado facilmente nel panico” oppure “contraddico il prossimo”).
All’utente veniva attribuito un “profilo di personalità” costituito dal suo punteggio individuale calcolato in base ai big five. Poi l’utente poteva scegliere se condividere con gli studiosi i dati del suo profilo Facebook. Kosinski e Stillwell si aspettavano che il questionario fosse riempito al massimo da qualche decina di studenti come loro. Invece nel giro di poco tempo centinaia, poi migliaia, poi milioni di persone rivelarono le loro più intime convinzioni. I due dottorandi si ritrovarono all’improvviso in possesso del più vasto insieme di dati mai raccolto che abbinasse profili Facebook con punteggi psicometrici.
Negli anni successivi Kosinski e il suo collega hanno elaborato un metodo abbastanza semplice. Come prima cosa, fornivano ai soggetti intervistati un questionario sotto forma di quiz online. In base alle risposte calcolavano i punteggi personali dei soggetti secondo i big five. Quindi confrontavano i risultati con altri dati online riferiti a quei soggetti, per esempio i like e le cose pubblicate e condivise su Facebook, ma anche il sesso, l’età e il luogo di residenza. Tutto questo consentiva ai due ricercatori di stabilire correlazioni e comporre un ritratto più chiaro di ogni individuo. Kosinski e Stillwell osservarono così che da semplici azioni eseguite online era possibile ricavare deduzioni molto affidabili.
Per esempio, i maschi che mettevano il like alla marca di cosmetici Mac avevano qualche probabilità in più di essere gay, mentre uno dei migliori indicatori della loro eterosessualità era il like al Wu-Tang Clan. Quelli che seguivano Lady Gaga tendevano a essere estroversi, mentre quelli che mettevano un like a una pagina di filosofia tendevano a essere introversi. Ora, se è vero che ognuna di quelle informazioni, presa singolarmente, era troppo debole per realizzare una previsione affidabile, le proiezioni ottenute dalla combinazione di decine, centinaia o migliaia di singoli elementi diventavano molto accurate.
I nostri smartphone sono grandi questionari psicologici che compiliamo di continuo, spesso senza nemmeno rendercene conto
Negli anni successivi Kosinski e la sua équipe hanno lavorato senza sosta ad affinare i loro modelli. Nel 2012 Kosinski dimostrò che in base a una media di 68 like dati da un utente su Facebook era possibile prevedere il colore della pelle (con un’approssimazione del 95 per cento), l’orientamento sessuale (88 per cento) e l’appartenenza al partito democratico o a quello repubblicano (85 per cento). Ma c’era dell’altro. Si potevano stabilire anche il quoziente d’intelligenza, la religione e se facesse uso di alcolici, sigarette e droghe. Attraverso i dati era addirittura possibile dedurre se il soggetto fosse figlio di genitori divorziati. Un segnale dell’efficacia del modello era la sua esattezza nel prevedere le risposte delle persone. Kosinski continuò a lavorare al progetto instancabilmente.
In poco tempo il modello fu in grado di valutare ogni persona meglio della media dei suoi colleghi di lavoro, semplicemente basandosi su dieci like dati su Facebook: con soli 70 like riusciva a battere gli amici, con 150 i genitori e con 300 il compagno o la compagna. Con un numero ancora maggiore di like si poteva addirittura superare quello che una persona sapeva di se stessa. Il giorno in cui Kosinski pubblicò questi risultati ricevette due telefonate: una minaccia di querela e un’offerta di lavoro, entrambe da Face-book.
I like su Facebook sono diventati privati solo in seguito: in passato l’impostazione di base era che chiunque poteva vedere i like dati dagli altri. Questa novità, però, non ha ostacolato i raccoglitori di dati: mentre Kosinski chiedeva sempre il consenso degli utenti di Facebook, oggi molte app e quiz online chiedono l’accesso ai dati privati come condizione preliminare per i test di personalità. Chiunque voglia valutarsi sulla base dei suoi like su Facebook può farlo sul sito web di Kosinski, Apply magic sauce, e poi confrontare i risultati ottenuti con quelli di un classico questionario Ocean da cento domande sul sito dello Psychometric centre.
Ma ormai non era questione solo di like, e neanche solo di Facebook: ora Kosinski e la sua équipe potevano assegnare punteggi nei big five anche solo in base al numero delle foto di profilo di ogni utente su Facebook o al numero dei suoi contatti, che è tra l’altro un valido indicatore dell’estroversione. Tuttavia noi riveliamo qualcosa di noi stessi anche quando non siamo collegati. Per esempio, il sensore di movimento del cellulare rivela la rapidità dei nostri spostamenti e le distanze che copriamo, e questi dati sono correlati all’instabilità emotiva. La conclusione di Kosinski fu che i nostri smartphone sono grandi questionari psicologici che compiliamo di continuo, spesso senza nemmeno rendercene conto.
Ma soprattutto – ed ecco il punto decisivo – la cosa funziona anche al contrario: non solo si possono creare profili psicologici a partire dai nostri dati, ma questi dati possono anche essere usati per ricercare categorie specifiche, per esempio tutti i padri ansiosi, tutti gli introversi arrabbiati o tutti gli elettori democratici indecisi. Kosinski, insomma, aveva essenzialmente inventato una specie di motore di ricerca di persone.
A un certo punto cominciò a intuire le potenzialità, ma anche i rischi del suo lavoro. Internet gli era sempre sembrato un dono del cielo. Quello che voleva davvero era restituire qualcosa, condividere: visto che i dati si possono copiare, perché non fare in modo che tutti ne traggano vantaggio? Era quello lo spirito di tutta una generazione, all’alba di una nuova era che trascendeva le limitazioni del mondo fisico. Poi, però, Kosinski si chiese cosa sarebbe successo se qualcuno avesse abusato del suo motore di ricerca di persone per manipolarle. E così decise di includere in buona parte dei suoi lavori scientifici l’avvertimento che il suo metodo poteva “costituire una minaccia per il benessere, la libertà e perfino la vita delle persone”. Ma nessuno, a quanto pare, ha davvero capito il messaggio.
All’inizio del 2014 Kosinski è stato avvicinato da un professore associato di nome Aleksandr Kogan, che portava una richiesta da parte di un’azienda interessata al suo metodo. L’azienda, ricorda Kosinski, voleva accedere al database di MyPersonality, ma Kogan era vincolato dal segreto e non poteva rivelare a quale scopo. All’inizio Kosinski e i suoi collaboratori hanno valutato l’offerta, che avrebbe comportato enormi guadagni per l’istituto. Lo psicologo polacco, però, esitava. Così Kogan ha finito per svelare il nome dell’azienda: si chiamava Scl, Strategic Communication Laboratories. Kosinski l’ha cercata su Google: “Siamo leader tra le agenzie di gestione delle campagne elettorali”, ha letto sul sito. Scl era un’azienda che forniva servizi di marketing basati sui modelli psicologici, e uno dei suoi obiettivi era influenzare i processi elettorali. Influenzare i processi elettorali? Turbato, Kosinski si è messo a sfogliare il sito. Che razza di azienda era? E quali erano le intenzioni dei suoi dirigenti?
Kosinski ignorava che dietro la Scl si nascondeva un gruppo di aziende. A causa dell’intricata struttura societaria non era facile capire in quanti settori fosse attiva e chi fosse esattamente il proprietario. La struttura societaria poteva essere ricostruita attraverso varie fonti, tra cui la Uk Companies House, i Panama papers e il registro delle società del Delaware, negli Stati Uniti. Alcune ramificazioni erano implicate nel rovesciamento di vari governi di paesi in via di sviluppo, altre avevano elaborato metodi per la manipolazione psicologica degli afgani per conto della Nato. Ma, soprattutto, la Scl era la casa madre della Cambridge Analytica, l’opaco gigante dei big data che ha lavorato per la campagna elettorale online di Trump e a favore della Brexit.
Kosinski non sapeva ancora niente di tutto questo, ma ha avuto una brutta sensazione. “La cosa cominciava a puzzare”, ricorda. Dopo ulteriori indagini ha scoperto che Aleksandr Kogan aveva segretamente registrato un’azienda che faceva affari con la Scl. Come avrebbe poi rivelato il Guardian nel dicembre del 2015, e come dimostrano alcuni documenti a cui Das Magazin ha avuto accesso, la Scl era venuta a conoscenza del metodo messo a punto da Kosinski proprio attraverso Kogan. All’improvviso lo psicologo polacco ha capito che forse la Scl aveva riprodotto (o copiato?) lo strumento di misurazione dei big five basato sui like su Facebook, per girarlo alla Cambridge Analytica, l’azienda che si occupa di influenzare i processi elettorali. A quel punto Kosinski ha interrotto immediatamente i contatti con Kogan e ha informato il direttore dello Psychometric centre di Cambridge. Nell’università è sorto un conflitto complicato, perché l’istituto era preoccupato per la sua reputazione. In seguito Kogan si è trasferito a Singapore, si è sposato e ha cambiato nome, assumendo quello di Dr. Spectre. Quanto a Michal Kosinski, ha finito il dottorato e, dopo aver ricevuto una proposta di lavoro da Stanford, si è trasferito negli Stati Uniti.
Per un anno tutto è rimasto tranquillo. Poi nel novembre del 2015 il più estremo dei due comitati elettorali favorevoli alla Brexit, quello identificato dallo slogan “Leave.Eu” e appoggiato dal leader populista Nigel Farage, ha annunciato di aver affidato la gestione della sua campagna online a un’azienda di big data: la Cambridge Analytica. E qual era il punto di forza dell’azienda? Un marketing politico di tipo innovativo, detto microtargeting, fondato sulla misurazione della personalità degli elettori in base alle loro tracce digitali. Tutto secondo il modello Ocean.
A quel punto Kosinski ha cominciato a ricevere email da gente che gli chiedeva cosa avesse a che fare con quell’azienda: gente a cui veniva subito in mente il suo nome quando sentiva o leggeva parole come Cambridge, personalità e analisi. Dal momento che sentiva per la prima volta il nome di quell’azienda, Kosinski è andato sul sito della Cambridge Analytica ed è inorridito: il suo metodo ormai era impiegato su vasta scala per finalità politiche. Dopo il referendum sulla Brexit, il 23 giugno 2016, amici e conoscenti gli hanno scritto: “Guarda un po’ cos’hai combinato”. Dovunque andasse, Kosinski era obbligato a spiegare che con quell’azienda non aveva niente a che spartire.
Il forum Concordia
Sono passati i mesi e si è arrivati al 19 settembre 2016. Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si avvicinavano rapidamente. Nel salone blu dell’albergo Grand Hyatt di New York risuonavano gli accordi di chitarra di Bad moon rising, dei Creedence Clearwater Revival per l’apertura del Concordia summit. Questo evento annuale è una specie di Forum economico mondiale in miniatura: tra gli invitati c’erano personalità provenienti da tutto il mondo, tra cui il presidente della Svizzera, Johann Schneider-Ammann. A un certo punto un’annunciatrice ha esclamato con voce flautata: “Un bell’applauso per Alexander Nix, amministratore delegato della Cambridge Analytica”. È salito sul palco un uomo magro in abito scuro. Sul salone è calato il silenzio.
Molti dei presenti sapevano che quell’uomo era il nuovo responsabile delle strategie digitali di Trump. Qualche settimana prima, un po’ cripticamente, il candidato repubblicano aveva twittato: “Tra non molto mi chiamerete mister Brexit”. E in effetti diversi osservatori hanno notato somiglianze impressionanti tra il programma elettorale di Trump e quello del movimento di destra a favore della Brexit. Pochi, però, avevano colto il nesso con l’accordo fra Trump e un’azienda di marketing chiamata Cambridge Analytica.
Fino a quel momento la campagna digitale di Trump era stata gestita in sostanza da un’unica persona: Brad Parscale, un esperto di marketing e fondatore di una startup fallita che ha creato per Trump un rudimentale sito web per 1.500 dollari. Trump non se la cava bene con le tecnologie digitali, tant’è vero che non ha il computer sulla scrivania. La sua assistente personale ha rivelato una volta che non scrive neanche le email e che lei stessa ha dovuto convincerlo a comprare uno smartphone, da cui ora twitta continuamente. La sua avversaria Hillary Clinton, invece, seguiva le orme del primo “presidente dei social network”, Barack Obama. Gli indirizzi degli elettori democratici erano nelle sue mani. Lavorava con i prestigiosi analisti dei BlueLabs e aveva incassato l’appoggio di Google e della DreamWorks. Quando nel giugno del 2016 è arrivato l’annuncio che Trump aveva ingaggiato la Cambridge Analytica, l’establishment di Washington ha storto il naso. Stranieri con vestiti di sartoria che non capiscono gli Stati Uniti e il popolo americano? Ma stiamo scherzando?
“È per me un privilegio prendere la parola oggi davanti a voi. Vi parlerò del potere dei big data e della psicografia nel processo elettorale”, ha esordito Alexander Nix. Intanto alle sue spalle compariva il logo della Cambridge Analytica: una rete con tanti nodi, una specie di mappa che richiama la silhouette di un cervello. “Appena un anno e mezzo fa il senatore repubblicano Ted Cruz era uno dei candidati meno popolari”, ha spiegato l’uomo biondo con quel cristallino accento britannico che rende nervosi gli statunitensi esattamente come succede agli svizzeri con l’accento tedesco. “Meno del 40 per cento della popolazione statunitense ne aveva sentito parlare”, ha detto commentando un’altra diapositiva.
Verso la fine del 2014 la Cambridge Analytica ha cominciato a partecipare attivamente alla campagna elettorale per le presidenziali negli Stati Uniti, fornendo consulenze a Cruz grazie ai finanziamenti di Robert Mercer, un inafferrabile miliardario statunitense che si è arricchito con i software. In sala tutti conoscevano la folgorante ascesa del senatore conservatore Cruz, uno degli eventi più sorprendenti della campagna elettorale. Come aveva fatto Cruz a diventare l’ultimo serio sfidante di Trump alle primarie repubblicane, passando dal 5 al 35 per cento? Ebbene, ha spiegato Nix, fino a quel momento le campagne elettorali erano state organizzate sempre sulla base di concetti demografici: “Ma è un’idea ridicola. È come dire che tutte le donne devono ricevere lo stesso messaggio perché appartengono allo stesso genere, e lo stesso messaggio va indirizzato a tutti gli afroamericani perché appartengono allo stesso gruppo etnico”. Nix intendeva dire che fino a quel momento le altre macchine elettorali si erano basate su considerazioni demografiche, mentre la Cambridge Analytica si avvaleva della psicometria.
Negli Stati Uniti, ormai, quasi tutti i dati personali si possono comprare e vendere
Sarà anche vero, ma il ruolo della Cambridge Analytica nella campagna di Cruz è controverso. Nel dicembre del 2015 la squadra elettorale di Cruz ha attribuito il suo successo all’uso psicologico di dati e di analisi. Dalle colonne di Advertising Age, un’autorevole rivista dedicata alla pubblicità, un cliente politico ha definito il personale della Cambridge Analytica al seguito della campagna di Cruz come “una ruota in più”, ma ha giudicato “eccellente” il suo prodotto di punta: i modelli realizzati dalla Cambridge Analytica sui dati relativi agli elettori. Allo stesso modo, non è ancora chiaro fino a che punto la Cambridge Analytica sia stata coinvolta nella campagna Leave.Eu. L’azienda rifiuta di rispondere a domande su questi argomenti.
Poi Nix è passato alla diapositiva seguente: cinque volti diversi, ciascuno corrispondente a un profilo di personalità. È il modello big five, ovvero Ocean. “Noi della Cambridge Analytica”, si è esaltato Nix, “siamo riusciti a elaborare un modello per individuare la personalità di ogni singolo adulto negli Stati Uniti”. Ormai aveva il pubblico in pugno. Ha continuato affermando che il successo della Cambridge Analytica si basa sulla combinazione di tre elementi: la scienza comportamentale che si avvale del modello Ocean, l’analisi dei big data e le inserzioni pubblicitarie mirate. L’ultima espressione indica una pubblicità personalizzata: in altre parole, il più possibile in linea con la personalità di ogni consumatore.
Nix ha spiegato con candore in che modo la Cambridge Analytica ottiene questo risultato. Innanzitutto, la sua azienda compra dati personali da una gamma di fonti diverse: registri anagrafici e automobilistici, informazioni sugli acquisti, dati delle tessere omaggio, iscrizioni ai club, ma riesce a sapere anche quali riviste leggono le persone e quali chiese frequentano. Sullo schermo Nix ha mostrato i loghi di fornitori di dati attivi a livello globale, come Acxiom ed Experian. Negli Stati Uniti, ormai, quasi tutti i dati personali si possono comprare e vendere. Vuoi sapere dove abitano donne ebree? Puoi semplicemente comprare le informazioni, numeri di telefono compresi. La Cambridge Analytica incrocia poi queste informazioni con i registri elettorali del Partito repubblicano e altri dati online come i like su Facebook (anche se attualmente l’azienda nega di aver usato dati relativi a Facebook) ed elabora un profilo di personalità basato sui big five. In un attimo le tracce digitali si traducono in persone reali, ognuna con i suoi timori, i suoi bisogni, i suoi interessi. E l’indirizzo di residenza.
Centro di controllo
Il metodo ricorda da vicino i modelli sviluppati da Kosinski. Secondo Nix, anche la Cambridge Analytica usa “sondaggi sui social network” e dati relativi a Facebook. E fa esattamente quello che Kosinski temeva: “Abbiamo elaborato”, ha detto Nix vantandosi, “il profilo di personalità di tutti i cittadini adulti degli Stati Uniti. Sono 220 milioni di persone”. Poi ha aperto una schermata e ha spiegato: “Questa è un’applicazione che abbiamo realizzato per la campagna elettorale del senatore Cruz”. È apparso un centro di controllo digitale. A sinistra c’erano dei diagrammi, a destra una mappa dell’Iowa, lo stato in cui Cruz ha conquistato un numero di voti sorprendentemente alto alle primarie. Appena sulla mappa sono comparsi centinaia di migliaia di puntini rossi e blu, Nix ha ristretto i criteri di ricerca. “Repubblicani”, e sparivano i puntini blu; “ancora indecisi”, e sparivano altri puntini; “maschi”, e così via. Alla fine è rimasto solo un nome, completo d’età, indirizzo, interessi, personalità e tendenze politiche.
Come fa la Cambridge Analytica a rivolgersi a ogni singola persona con un messaggio politico mirato? Nix ha mostrato come sia possibile rivolgersi in modo differenziato agli elettori di ogni categoria psicografica, prendendo come esempio il secondo emendamento della costituzione degli Stati Uniti, quello che garantisce a ogni cittadino il diritto di possedere armi da fuoco: “Per convincere le persone fortemente nevrotiche e coscienziose, serve la minaccia del furto in casa e la sicurezza rappresentata da un’arma”. L’immagine a sinistra dello schermo raffigurava la mano di un intruso che sfonda una finestra. L’immagine sulla destra ritraeva un uomo e un bambino in piedi in un campo al tramonto: entrambi impugnavano armi da fuoco e stavano chiaramente sparando alle anatre. “Questa invece serve per i soggetti chiusi e disponibili, quelli che hanno a cuore le tradizioni, le abitudini e la famiglia”.
Di colpo le impressionanti incoerenze di Trump, la sua criticata volubilità e l’insieme dei suoi messaggi contraddittori si sono rivelati un asso nella manica: Trump aveva un messaggio diverso per ogni elettore. Che si sia comportato come un algoritmo perfettamente opportunistico, seguendo puramente e semplicemente le reazioni del suo pubblico, è qualcosa che la matematica Cathy O’Neil aveva già notato nell’agosto del 2016. “Praticamente ogni messaggio lanciato da Trump si basava su dati digitali”, ha ricordato Nix. Il giorno del terzo dibattito televisivo fra Trump e Clinton, la squadra del candidato repubblicano ha testato, soprattutto attraverso Face-book, 175mila variazioni di inserzioni sui temi della campagna elettorale, pur di trovare quelle giuste. Nella maggior parte dei casi i messaggi differivano tra loro solo per dettagli microscopici, con l’obiettivo di rivolgersi ai destinatari nel modo più consono al loro profilo psicologico. C’erano titoli diversi, colori e didascalie diversi, accompagnate da una foto o da un video. Come lo stesso Nix ha spiegato in un’intervista a Das Magazin, queste variazioni quasi impercettibili servono a raggiungere anche i gruppi più piccoli: “In questo modo siamo in grado di rivolgerci in modo mirato a un intero villaggio come a un condominio, e perfino a singole persone”.
A Miami c’è un quartiere chiamato Little Haiti. Per evitare che i suoi abitanti votassero per Clinton, lo staff che seguiva la campagna elettorale di Trump ha messo in circolazione la notizia del fallimento della Clinton foundation in seguito al terremoto di Haiti. Uno degli obiettivi era tenere lontani dai seggi i potenziali elettori della candidata democratica, tra cui ci sono persone di sinistra ma indecise, molti afroamericani e molte giovani donne: queste persone, per dirla con un dipendente dell’organizzazione di Trump, andavano “scoraggiate” dall’andare a votare. L’obiettivo è stato raggiunto attraverso i cosiddetti dark post, cioè inserzioni sponsorizzate che si presentano come titoli di ultimissime notizie. I dark post compaiono su Facebook e possono essere visti solo dagli utenti che hanno profili specifici. Un esempio sono i video rivolti agli afroamericani, in cui Hillary Clinton definiva “predatori” i maschi neri.
Al Concordia summit Nix ha terminato il suo intervento proclamando la fine della pubblicità a tappeto. “Di certo i miei figli non capiranno mai questo modo di concepire le comunicazioni di massa”, ha osservato. Poi, prima di scendere dal palco, ha annunciato che uno dei candidati rimasti in corsa per le presidenziali stava usando la nuova tecnologia lanciata dalla Cambridge Analytica.
Agli attivisti della campagna di Trump è stata fornita un’app che consentiva di individuare le idee politiche degli abitanti di un posto
All’epoca era ancora impossibile capire esattamente in che modo le truppe digitali di Trump stessero prendendo di mira la popolazione statunitense, perché sferravano i loro attacchi non tanto con gli spot sulle emittenti tv in chiaro, quanto con messaggi personalizzati sui social network e sulle tv digitali. E mentre gli organizzatori della campagna elettorale di Clinton, in base al modello demografico, erano convinti che la loro candidata fosse in testa, un giornalista di Bloomberg, Sasha Issenberg, andava a San Antonio, nell’ufficio della campagna digitale per l’elezione di Trump, e con sua grande sorpresa apprendeva che lì stava per aprire i battenti “un secondo quartier generale” del candidato repubblicano.
Il personale della Cambridge Analytica (una decina di persone) al seguito della campagna di Trump ha ricevuto centomila dollari nel luglio del 2016, 250mila ad agosto e cinque milioni a settembre. Da quanto ci ha detto Nix, in totale ha incassato più di 15 milioni. A partire da luglio, infatti, agli attivisti della campagna di Trump è stata fornita un’app che consentiva di individuare le idee politiche e le personalità degli abitanti di un posto. Un’app simile era stata usata durante la campagna per la Brexit. Grazie a questo strumento i ragazzi del porta a porta erano in grado di suonare solo agli appartamenti abitati da persone segnalate come ricettive ai messaggi di Trump. Non solo: gli attivisti partivano già armati di linee guida per poter intavolare con gli elettori una conversazione “su misura” per la loro personalità. Alla fine registravano le reazioni nell’app e quei nuovi dati finivano nei computer dell’organizzazione.
Neanche questa era propriamente una novità: anche la squadra di Clinton ha fatto cose simili, ma per quanto ne sappiamo non ha usato i profili psicometrici. In ogni caso la Cambridge Analytica ha suddiviso la popolazione statunitense in 32 personalità tipo e ha concentrato gli sforzi solo su 17 stati. Inoltre, così come Kosinski era arrivato alla conclusione che gli uomini che mettono il like su Facebook ai cosmetici Mac hanno qualche probabilità in più di essere gay, la Cambridge Analytica ha scoperto che la preferenza per le automobili di fabbricazione statunitense era tipica dei potenziali elettori di Trump. Ora questi dati mostravano al candidato repubblicano quali messaggi funzionavano meglio e dove. La decisione di concentrarsi sul Michigan e sul Wisconsin nelle settimane conclusive della campagna presidenziale è stata presa sulla base dell’analisi dei dati. Insomma, il candidato Trump è diventato lo strumento per l’applicazione di un modello.
Ma in che misura i metodi della psicometria hanno effettivamente influito sul risultato delle presidenziali statunitensi? Quando l’abbiamo chiesto alla Cambridge Analytica, l’azienda ha rifiutato di fornire prove dell’efficacia della sua campagna. Probabilmente la domanda sull’importanza del targeting psicometrico per l’esito delle elezioni è destinata a restare senza risposta, eppure qualche indizio c’è. Uno è la sorprendente ascesa di Cruz alle primarie. Un altro è l’aumento del numero degli elettori andati alle urne nelle zone rurali del paese. Un altro ancora è il calo degli elettori afroamericani che hanno scelto il voto anticipato. Il fatto che Trump abbia speso relativamente poco si spiega forse con la grande efficacia delle inserzioni pubblicitarie basate sulla personalità del destinatario. Lo stesso vale per il fatto che, rispetto a Clinton, Trump ha investito molto di più nella campagna digitale che in quella televisiva. Facebook si è dimostrato l’arma più efficace per la sua vittoria, come hanno confermato i tweet dei componenti della sua squadra.
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Molti hanno sostenuto che i veri sconfitti di queste elezioni sono stati gli statistici, i cui pronostici si sono rivelati così poco azzeccati. Ma potrebbe anche essere vero l’opposto: gli statistici hanno aiutato Trump a vincere le elezioni, ma solo quelli che hanno usato il nuovo metodo. Trump storce spesso il naso quando parla di ricerca scientifica, eppure – ironia della storia – per la sua campagna elettorale si è avvalso di uno strumento altamente scientifico. Un altro grande vincitore è la Cambridge Analytica. Un suo consigliere d’amministrazione, Steve Bannon, ex presidente del giornale online di destra Breitbart News, è stato nominato consigliere strategico di Trump. Marion Maréchal-Le Pen, aspirante leader del Front national e nipote della candidata alle presidenziali francesi Marine, ha twittato che, se Bannon la invitasse a collaborare, lei accetterebbe senz’altro. Poi c’è il video della Cambridge Analytica con la registrazione di una riunione intitolata “Italia”. La Scl si è interessata attivamente alla politica italiana già nel 2012. Ora la Cambridge Analytica rifiuta ogni commento sulla notizia secondo cui sono in corso colloqui con la prima ministra britannica Theresa May, ma Nix sostiene che sta ampliando la sua base di clienti in tutto il mondo e che ha ricevuto richieste di informazioni dalla Svizzera e dalla Germania.
Analisi scientifica
Kosinski ha osservato tutti questi eventi dal suo ufficio all’università di Stanford. Lo psicologo reagisce agli eventi di questi mesi con l’arma più affilata a disposizione dei ricercatori: l’analisi scientifica. Con la collega Sandra Matz ha condotto una serie di test che saranno presto resi pubblici. Ne abbiamo visto i primi risultati e sono allarmanti. Lo studio conferma l’efficacia del targeting basato sulla personalità, dimostrando che questo tipo di marketing è in grado di attirare fino al 63 per cento di contatti in più nelle campagne su Facebook e anche 1.400 conversioni in più, proponendo prodotti e messaggi confezionati su misura per la personalità di ogni consumatore. Lo studio, inoltre, dimostra che questo metodo è adattabile: la maggior parte delle pagine di Facebook che promuovono prodotti o marchi sono condizionate dalla personalità ed è possibile mirare con precisione a molti consumatori partendo da un’unica pagina.
Il mondo si è capovolto: il Regno Unito si prepara a uscire dall’Unione europea, Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti e a Stanford lo studioso polacco Kosinski, che ha tentato di mettere in guardia il mondo dai rischi del targeting psicologico in politica, ha ricevuto nuove email di accusa. “No”, dice piano scuotendo la testa, “non è colpa mia. La bomba non l’ho costruita io: ho solo fatto vedere che esiste”.
(Traduzione di Marina Astrologo)
Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 a pagina 40 di Internazionale, con il titolo “La politica ai tempi di Facebook”. L’originale era apparso sul settimanale svizzero Das Magazin.

29.1.17

Alla protezione civile non servono nuove regole ma più controlli

Roberta Carlini (Internazionale)

“Sarà una riforma storica”. Con queste parole il ministro Graziano Delrio aveva benedetto l’inizio dell’iter in parlamento della riforma della protezione civile. Era il 15 marzo 2015. Quel testo, approvato dalla camera il 23 settembre 2015, solo in questi giorni, a sei mesi dall’inizio dell’emergenza terremoto in Italia centrale, è arrivato in aula in senato.
Anche qualora vedesse la luce in poche settimane, occorrerebbe poi aspettare nove mesi per avere i relativi decreti delegati, insomma l’attuazione pratica. Motivo per cui i veri interventi legislativi “urgenti”, a ridosso dell’emergenza di queste settimane, arriveranno per decreto legge del governo entro la prossima settimana, come ha annunciato in senato il presidente del consiglio Paolo Gentiloni.
Avremo così il sesto intervento legislativo sulla materia dal 1992, anno in cui la protezione civile fu istituita, in attesa del settimo, la riforma storica (senza contare il codice degli appalti, che a sua volta incide sulla materia).
Come una fisarmonica
Si può dire, che a ogni inizio decennio lo stato italiano ha visto in modo diverso il concetto di protezione, tant’è che lo stesso campo d’azione della protezione civile si è allargato e ristretto come una fisarmonica: con la legge del 1992, che poneva come oggetto del nuovo servizio “tutelare la integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi”; all’inizio del primo decennio del duemila, con il decreto legge che aggiunge all’elenco i “grandi eventi”, aprendo la strada alla gestione in emergenza e con pieni poteri discrezionali anche della costruzione delle opere per eventi che potevano andare da un vertice internazionale a una gara sportiva; alla svolta degli anni dieci, con il ritorno della protezione civile al suo nucleo originario.
Si dà per scontato che sono le regole, e non la loro attuazione concreta, il problema: le leggi, non l’amministrazione
Che non è affatto ristretto, dato che nel concetto di protezione rientrano tre attività essenziali: previsione, prevenzione e soccorso (che dovrebbe durare fino al ripristino delle condizioni di normalità); e che la definizione di “calamità” non è limitata a quelle naturali ma anche a quelle derivanti dall’opera dell’uomo; ne derivano poteri di emanare ordinanze in deroga alle norme vigenti, per fronteggiare l’emergenza.
Da un terremoto a uno scandalo a un altro terremoto, il pendolo del legislatore nel regolare tutto ciò oscilla tra maggiore o minore rigore nelle procedure e nei controlli, e tra maggiore o minore accentramento dei poteri decisionali: ogni volta dimenticandosi dei problemi che avevano portato ai cambiamenti della volta precedente. E anche oggi, in seguito ai ritardi (anzi, secondo Gentiloni per “prevenire accumuli di ritardi”) nella gestione dell’emergenza del terremoto nell’Italia centrale, si rimette mano alla legge vecchia, in attesa di quella nuova.
Dando per scontato che sono le regole, e non la loro attuazione concreta, il problema: le leggi, non l’amministrazione. E, tra le regole, si torna a mettere nel mirino le odiate gare pubbliche: quelle che lo stato o un ente pubblico fa quando deve scegliersi un fornitore, e che sarebbero regola europea – soggetta però a numerose e sensibili eccezioni.
Gara versus trattativa privata
Ma siamo sicuri che, oggi come ieri, il nucleo del problema sia nella scelta, su cui si dibatte, tra la velocità della trattativa privata nell’affidamento dei lavori e le pastoie delle gare a evidenza pubblica?
È la questione che ritorna a ogni ritardo, a ogni opera e – purtroppo – a ogni scandalo. La straordinaria urgenza nella quale per definizione la protezione civile è costretta a operare è infatti, per ovvio buon senso, motivo di deroga alle norme generali. E anche motivo per cui, nel passato recente che ancora brucia, si allargò a dismisura la competenza della protezione civile fino a farvi rientrare tutta la ricostruzione e anche i grandi eventi, sotto la gestione Bertolaso. In modo da poter gestire gli appalti con totale discrezionalità e senza procedure a evidenza pubblica.
Nel 2012, con gli scandali dell’Aquila e dei Mondiali di nuoto ancora freschi, il governo Monti varò l’indietro tutta con il decreto 59, che delimitò il campo d’azione della protezione civile eliminando da questo i grandi eventi, oltre a fissare le procedure per il ritorno alla gestione ordinaria appena finito lo stato d’emergenza (che, secondo quella legge, non poteva durare più di 90 giorni, prorogabili per non più di 60: termine che poi è stato allungato a 180 giorni da un decreto successivo, del 2013).
Nella stessa legge si prevedevano anche ruolo e durata di eventuali commissari, e un rapporto con le istituzioni locali molto meno “accentratore” rispetto alla gestione precedente. Il tutto, sotto il segno prevalente del governo dell’epoca: un controllo più stretto dei saldi di bilancio. Insomma, contro il lievitare di spese incontrollate varate sotto la spinta dell’emergenza e poi destinate a crescere in corso d’opera. Emergenza che, sia pure su tempi ed eventi delimitati, consentiva poteri di deroga alle procedure burocratiche ordinarie.
La questione della trattativa privata e delle procedure non pubbliche né pubblicamente negoziate torna fuori, e sempre con la motivazione della fretta
Anche il codice degli appalti varato nell’aprile del 2016 dà pieni poteri per evitare le gare, in caso di emergenza, “nella misura strettamente necessaria quando, per ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili dall’amministrazione aggiudicatrice, i termini per le procedure aperte o per le procedure ristrette o per le procedure competitive con negoziazione non possono essere rispettati”: così recita l’articolo 63, e sarebbe difficile non far rientrare in questa cornice generale l’acquisto di beni e servizi, e anche la confezione di manufatti, necessari per fare fronte alla prima emergenza di un terremoto.
Va detto che il governo vuol farvi rientrare anche i lavori stradali per preparare il G7 di Taormina, e così ha disposto nel decreto per il Mezzogiorno varato alla fine dell’anno scorso: contro questa scelta si è schierato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone, dicendo che quella norma “concede una procedura iper-eccezionale” e temendo infiltrazioni mafiose nei lavori. Dunque, la questione della trattativa privata e delle procedure non pubbliche né pubblicamente negoziate torna fuori, e sempre con la motivazione della fretta. E, nel caso del terremoto, trova a suo sostegno lo stato di parte delle popolazioni e dei loro animali ancora al freddo e al gelo, a cinque mesi dalle prime scosse.
Le casette e le stalle
Dunque le norme per fare procedure d’emergenza, senza le gare, già ci sono nelle regole della protezione civile e anche nello stesso codice degli appalti. Ma nel caso del terremoto dell’Italia centrale le gare ci sono state, su richiesta dell’Anac di Cantone.
Solo che per quanto riguarda le strutture provvisorie per gli allevamenti (i Mapre, moduli abitativi prefabbricati rurali emergenziali) le ditte selezionate con le gare non hanno consegnato tutto il dovuto nei tempi previsti: la regione Lazio, alla quale era stata attribuita la responsabilità di questi acquisti per tutte le regioni colpite dal sisma, ha bandito una gara al massimo ribasso, suddivisa in quattro lotti (bovini da latte e da carne, ovini e fienili).
Ma l’impresa che ha vinto la gara per i bovini non ha consegnato i manufatti in tempo: e qui scattano altri ritardi, dovuti ai tempi di messa in mora necessari prima di interrompere un contratto (la diffida è partita solo il 5 gennaio 2017). Intanto, è partito tutto un altro iter, con il quale si è data agli agricoltori la possibilità di comprarsi da soli le stalle con un contributo pubblico totale, con altre complicazioni e passaggi burocratici. Mentre per quanto riguarda i prefabbricati abitativi (Sae, soluzioni abitative d’emergenza), la gara era addirittura stata fatta due anni prima, e la protezione civile ha messo a disposizione degli enti locali elenco delle ditte e protocollo dell’accordo: solo che è lo stesso accordo che prevede che i tempi di realizzazione siano di circa sette mesi… tempi lunghissimi per un’emergenza, anche se non ci fosse stato l’eccezionale maltempo di quest’inverno.
Più che la procedura delle gare – e l’alternativa sempre caldeggiata da una parte di costruttori, fornitori e politici, ossia la trattativa privata – sotto la lente dovrebbe stare la sua concreta attuazione. Il controllo del rispetto degli accordi, i contrasti tra amministrazioni (il fatto che le regioni coinvolte fossero quattro non ha aiutato, né ha semplificato le cose la diarchia tra protezione civile e il commissario alla ricostruzione), la loro maggiore o minore efficienza, la capacità di far fronte a impegni straordinari con organici e mezzi impoveriti da anni in cui nelle stesse amministrazioni ordinarie non si è più investito.
Invece di guardare a quel che non va sul terreno, l’invocazione di poteri e procedure straordinarie dall’alto può servire a coprire l’incuria dell’ordinaria amministrazione, se non peggio a rivitalizzare gli appetiti e le pratiche che nel passato sono costate tanto alle casse pubbliche e poco hanno portato al territorio.

28.11.16

La fabbrica della clandestinità di stato per i migranti deve essere superata

Annalisa Camilli (Internazionale)

Il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo in Italia è “una fabbrica della clandestinità di stato”. Lo denuncia il rapporto sulla protezione internazionale pubblicato il 16 novembre da Anci, Cittalia, Fondazione Migrantes e Rete centrale Sprar. Nel 2015 in Italia il 60 per cento delle richieste d’asilo è stato respinto, costringendo migliaia di richiedenti asilo a tornare in una condizione di illegalità dopo mesi di attesa nei centri di accoglienza, senza nessuna speranza di ottenere dei documenti. Al momento l’unico modo per combattere l’illegalità e lo sfruttamento di questo esercito di invisibili è concedergli la protezione umanitaria.
La protezione umanitaria è uno strumento già previsto dal Testo unico sull’immigrazione (cosiddetta legge Bossi-Fini). Basterebbe un decreto del presidente del consiglio per concedere un permesso temporaneo alle circa 170mila persone ospitate nei centri di accoglienza italiani, in fuga da disastri ambientali, persecuzioni politiche e religiose o da varie forme di sfruttamento. Questo tipo di soluzione è già stata usata in passato per la crisi in Kosovo e permetterebbe di sanare una situazione che è fonte di periodiche tensioni sociali.
L’approccio hotspot
Se nel 2014 la metà dei migranti arrivati in Italia si sottraeva al sistema di accoglienza ufficiale per attraversare i valichi di frontiera e raggiungere altri paesi del nord Europa, nel 2015 molte persone sono rimaste bloccate nel nostro paese a causa delle politiche migratorie dell’Unione europea e del ripristino dei controlli alle frontiere dello spazio Schengen. Così l’Italia da paese di transito si è trasformata in paese di destinazione per molti migranti.
Nel 2015 le domande di protezione internazionale sono aumentate del 32 per cento (83.970 domande presentate) rispetto al 2014 a causa del cosiddetto approccio hotspot, previsto dall’agenda europea sull’immigrazione. L’identificazione forzata dei migranti arrivati nell’Unione europea e la ripartizione dei richiedenti asilo in base a un sistema di quote sono i due pilastri di questo sistema che ha mostrato nell’ultimo anno tutte le sue debolezze.
I migranti sono divisi in due categorie: i migranti economici e i richiedenti asilo. Hanno diritto a rimanere in Europa solo i profughi di tre nazionalità: eritrei, siriani e iracheni. Le tre nazionalità, cioè, a cui è riconosciuta una forma di protezione in tutti i 28 paesi dell’Unione europea. Ma è arrivato il momento di dire che questo sistema ha fallito.
Queste persone davvero non avevano diritto a ricevere qualche forma di protezione internazionale?
Molti paesi europei, come l’Ungheria e la Polonia, hanno rifiutato di accogliere i migranti, facendo emergere tutte le contraddizioni interne all’Unione. In un anno sono state ricollocate solo 1.549 persone dall’Italia e 5.437 dalla Grecia su un totale di 160mila previste. Inoltre gli accordi stipulati dall’Europa con la Turchia e con altri paesi d’origine dei migranti hanno determinato una diminuzione degli arrivi di siriani ed eritrei in Italia, dove a fare richiesta d’asilo sono sempre più spesso persone che provengono dall’Africa subsahariana.
Secondo il rapporto Anci, Cittalia, Fondazione Migrantes e Rete centrale Sprar, nel 2015 le prime cinque nazionalità di richiedenti asilo nel nostro paese sono state quelle provenienti da Nigeria, Pakistan, Gambia, Senegal e Bangladesh. I richiedenti asilo di questi paesi, che rappresentano il 60 per cento del totale, non hanno nessuna speranza di rientrare nei programmi di ricollocamento europei e, in Italia, spesso le loro richieste ricevono una valutazione superficiale dalle commissioni territoriali che respingono le domande sulla base di nuove direttive del ministero dell’interno, che riprendono quelle europee. Ma queste persone, che nel corso dell’ultimo anno hanno ricevuto un diniego, davvero non avevano diritto a chiedere l’asilo? La distinzione sembra più politica che giuridica.
Una procedura troppo lenta
In Italia il diritto d’asilo è garantito dall’articolo 10 della costituzione ed è un diritto fondamentale. L’Italia aderisce alla convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e riconosce di fatto diverse forme di protezione sulla base di una valutazione individuale della storia personale del richiedente asilo. Nella pratica il riconoscimento dell’asilo avviene con una procedura amministrativa che fa capo al ministero dell’interno ed è gestita dalle 47 commissioni territoriali. La decisione della commissione può essere impugnata, come avviene in quasi i tutti i casi di diniego, e può essere portata davanti a tribunali ordinari.
Succede spesso che i dinieghi delle commissioni territoriali siano contraddetti dalle sentenze dei giudici. Non esistono i dati di questo fenomeno perché le autorità non li hanno diffusi, malgrado le richieste delle associazioni e dei ricercatori, come l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Il diverso orientamento delle commissioni territoriali e dei tribunali sulla materia farebbe pensare a distanze procedurali tra ministero della giustizia e ministero dell’interno, che finiscono per rendere inutilmente complesso e lungo il riconoscimento di un diritto fondamentale.
Un’alternativa possibile
La creazione di strade legali di ingresso in Europa come i canali umanitari, la concessione di visti per motivi di studio e di lavoro, l’elargizione della protezione umanitaria a tutti i migranti arrivati in Italia che sono transitati dalla Libia e hanno compiuto la traversata del Mediterraneo: queste tre proposte potrebbero essere i pilastri di una nuova politica dell’immigrazione fondata sul buon senso, invece che sulla strumentalizzazione e sulla demonizzazione a scopi politici del fenomeno migratorio.
Delle prime due proposte si discute da tempo. È dimostrata l’efficacia di aprire canali umanitari sul modello di quelli sperimentati dal Libano all’Italia nel 2015 con i profughi siriani dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla chiesa valdese, in collaborazione con il governo italiano. Questi canali sono infatti l’unico strumento efficace per combattere il traffico di esseri umani, un giro d’affari da milioni di euro che viene invece alimentato da una gestione dell’immigrazione incentrata sul tema della sicurezza.
I giuristi hanno inoltre spesso mostrato i limiti del Testo unico sull’immigrazione che ha ristretto la possibilità per i cittadini stranieri di entrare in Italia con visti di studio e di lavoro e in questo modo ha contribuito a spostare il fenomeno migratorio nell’illegalità, senza regolarlo né reprimerlo. Entrare in maniera regolare per motivi di lavoro, di studio o di ricongiungimento familiare all’interno dell’Unione europea è sempre più difficile, per questo molti migranti si affidano ai trafficanti e mettono in pericolo le loro vite. La presenza di forza lavoro disponibile, a basso costo e ricattabile perché senza documenti, alimenta il lavoro nero e lo sfruttamento in molti settori dell’economia.

La terza proposta è quella più inedita, anche se negli ultimi tempi l’hanno suggerita tante associazioni che si occupano di migranti. Concedere la protezione umanitaria a tutti i richiedenti asilo, profughi dalla Libia e superstiti della traversata del Mediterraneo, permetterebbe di risolvere diversi problemi. Tutti i 171.938 richiedenti asilo, che attualmente si trovano nei centri di accoglienza italiani, potrebbero ottenere dei documenti temporanei della durata di due anni, indispensabili per uscire dal limbo esistenziale e giuridico in cui si trovano al momento. Potrebbero cercare lavoro, lavorare, prendere una casa in affitto, senza affidarsi ai canali illegali e sommersi del lavoro nero e della criminalità. Potrebbero costruirsi un’autonomia e dipendere meno dall’assistenza pubblica.
“Sta crescendo il popolo di chi riceve il diniego all’asilo, e nel corso dell’anno si potrebbe arrivare a 40mila migranti. Serve valutare, da parte del governo, la possibilità di un permesso di soggiorno umanitario per evitare che si crei un popolo di invisibili, sfruttati”, aveva detto nel maggio del 2016 Carlo Perego, presidente della Fondazione Caritas Migrantes. “Le commissioni territoriali di fatto stanno operando sulla base di una lista dei paesi sicuri e stanno negando una forma di protezione internazionale o umanitaria talvolta a nove su dieci richiedenti. Questa situazione creerà un fenomeno grave, perché il governo non sarà in grado di rimpatriare le persone, le persone stesse si renderanno irreperibili e sul territorio si creerà una situazione di insicurezza per le persone migranti o residenti”, aveva aggiunto Perego.
Un rapporto di Medici per i diritti umani presentato lo scorso settembre mostrava una sostanziale inefficacia della suddivisione operata dalle autorità italiane ed europee tra migranti economici e profughi. Infatti più del 90 per cento dei migranti intervistati da Medu in Italia ha raccontato di essere stato vittima di violenza, di tortura e di trattamenti inumani e degradanti nel paese di origine e lungo la rotta migratoria, in particolare in luoghi di detenzione e sequestro in Libia. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o picchiato.
La concessione di un permesso temporaneo di residenza per motivi umanitari a queste persone sarebbe una decisione politica saggia e coinciderebbe con il riconoscimento che il conflitto in Libia sta producendo profughi di cui l’Unione europea non può non occuparsi. Per molti dei beneficiari, inoltre, questa misura sarebbe risolutiva, li sottrarrebbe a un’inutile attesa e a un’irregolarità altrettanto inutile, e che va solo a beneficio della criminalità organizzata.