Il Paese è piombato nella miseria. Una cosa che sembrava impossibile qualche anno fa. Oggi manca tutto e per ogni cosa la gente fa la fila, come in tempo di guerra
di Dacia Maraini (Corriere)
Cosa succede a un Paese ricco come il Venezuela che ha sempre vissuto con una certa euforia le sue risorse minerarie? Crollata la vendita del petrolio, non disponendo di altre risorse, è piombato nella miseria. Una cosa che sembrava impossibile qualche anno fa quando l’ho visitato io, invitata da una grande università, e ho avuto modo di frequentare i teatri e i cinema aperti tutta la settimana, con programmi moderni e costosi. Oggi nelle città venezuelane manca tutto e per ogni cosa la gente fa la fila, come in tempo di guerra. I bambini appena nati muoiono per mancanza di medicine.
Ce lo dicono, senza rabbia, ma con dignitosa desolazione, le due infermiere dell’ospedale Las Garzas di Barcelona, di cui si sono fatte circolare le foto. Tengono alto fra le mani un cartello su cui spicca la parola «Crisis Humanitaria». «Janeth»: dice un altro cartello «No hay antibióticos para su infección» (Non ci sono antibiotici per la sua infezione). E in margine, sottolineato e ripetuto: Crisi umanitaria. Ancora piu drammatico l’altro cartello che dice: «Mi paciente murió porque no había quirófano disponibile» (Il mio paziente è morto per mancanza di sala operatoria.) E ancora, ribadito e sottolineato: Crisi umanitaria.
Cosa fare? Il mondo sembra in preda a una malattia mortale: guerre incomprensibili e virali, come si dice ora di qualsiasi guaio che capiti fra capo e collo inaspettato; fame, epidemie, emigrazioni di massa. Più che mai avremmo bisogno di una classe dirigente responsabile, che unisca i cervelli per trovare soluzioni possibili, pensando in grande, con progetti a lunga scadenza. Invece sembra che la paura abbia accecato la vista, e congelato i pensieri. Tutti si affrettano a chiudere le porte di casa, senza pensare che lo tsunami spaccherà tutto e invaderà ogni piccolo angolo del pianeta se non troviamo in fretta dei rimedi comuni.
Ricordo che Cuba aveva subito qualcosa di simile quando tutti i Paesi che si rifornivano di zucchero hanno smesso di comprarlo per via delle sanzioni internazionali. L’isola era caduta nella povertà piu assoluta. E i sovietici, per mantenere un piede in quella parte del mondo, si erano impegnati a pagare un milione di dollari al giorno. Ma dubito che qualche Paese ricco venga in aiuto al Venezuela per risolvere la crisi umanitaria. E quei teneri neonati costretti in scatole troppo strette, sono una terribile testimonianza del degrado che sta vivendo un grande Paese che non ha saputo prevenire la catastrofe differenziando la produzione, ma affidandosi alla piu facile rendita di un bene che saliva spontaneo dal sottosuolo. L’Europa diventa sempre piu piccola e terrorizzata: da grandi e popolosi Paesi si guarda a lei con occhi affamati e avidi. Come salvaguardare il proprio benessere?
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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25.9.16
4.5.14
Lombardia, gli intrecci tra i Mantovani e la Regione
Rsa e coop accreditate col Pirellone. Aria di conflitto di interessi per la Fondazione creata dall'assessore.
di Alessio Frigerio
La Fondazione Mantovani «nasce nel 1996 per volontà del fondatore Mario Mantovani, in memoria della sorella Ezia. La sua attività si caratterizza sin da subito grazie a un forte impegno a favore degli anziani e si concretizza nella progettazione, costruzione e gestione di Rsa», cioè residenze sanitarie assistenziali.
QUATTRO CASE DI CURA IN GESTIONE. Ne gestisce quattro, di queste case di cura, la Fondazione creata da Mario Mantovani, assessore Pdl alla Sanità della Regione Lombardia, nonché vicepresidente della Giunta guidata dal leghista Roberto Maroni.
Precisamente una Rsa a Milano Affori, una a Cologno Monzese, un’altra a Cormano e una San Vittore Olona. Nel 2012, ci informa la Fondazione Mantovani, «viene avviata una Rsd per disabili ad Arconate, una comunità provvista anche di minialloggi semi indipendenti».
Tutte le residenze della Fondazione sono accreditate con la Regione Lombardia
Piccolo dettaglio non trascurabile: tutte le residenze sanitarie della Fondazione Mantovani sono accreditate con la Regione Lombardia, di cui Mantovani è assessore.
Certo, lui personalmente non se ne occupa più da un pezzo. Ma chi è il coordinatore della Casa Famiglia di Affori, gestita sempre dalla Fondazione Mantovani? Alessandro Mantovani. E chi è il responsabile della Casa Famiglia Monsignor Carlo Testa di Cologno Monzese? Matteo Mantovani. Tutto in casa e famiglia, sì, famiglia Mantovani.
LA GESTIONE FAMILIARE DI SOLIDITAS. Lo stesso vale per Sodalitas, una cooperativa che costruisce case di riposo per anziani in Lombardia. L’assessore ne è stato direttore generale e consigliere, ma ora non più, per ovvi motivi. Ma chi c’è nel consiglio direttivo della cooperativa? Marinella Restelli, moglie del vicepresidente Mantovani, nonché Vittoria Mantovani, sorella.
La cooperativa Soliditas va a gonfie vele. Il totale dell'attivo è di 14,5 milioni di euro, il patrimonio netto di 1,5 milioni. E nel 2011 ha prodotto ricavi per 18,4 milioni con un utile di 687 mila euro (fonte Il Mondo).
ARIA DI CONFLITTO DI INTERESSI. E qui l’odore di conflitto di interessi per Mario Mantovani si fa ancora più forte. Sodalitas infatti può contare su rimborsi della Regione Lombardia che si aggirano sui 6 milioni l'anno. Con 33 dipendenti, la cooperativa è attiva tramite centri di assistenza ad Arconate, Belluria, Busto Garolfo, Busnate, Bussero, Busnago, Igea Marina e Olgiate Molgora.
Anche per la parte debitoria la coop delle Mantovani - moglie e sorella - dovrà bussare alla Regione del Mantovani marito e fratello. Nel bilancio ci sono infatti 1,5 milioni di esposizione verso il Fondo ricostituzione infrastrutture sociali Lombardia (Frisi), uno strumento finanziario regionale integrato istituito dal Pirellone e diretto a sostenere l'ammodernamento delle infrastrutture sociali. In sostanza la Regione versa crediti che poi vengono rimborsati in 10 anni, senza interessi.
Ogni anno alla Fondazione Mantovani vanno 12,5 mln di rimborsi regionali
Ma c’è anche un’altra cooperativa che lavora nel settore sanitario, a stretto contatto - finanziario - con la Regione Lombardia. Si chiama Nova Sodalitas. E qui, nel consiglio, troviamo la zia Lucrezia e Michele Franceschina presente anche nel consiglio di amministrazione di Sodalitas.
GESTITI 830 POSTI LETTO. Nel complesso quindi le strutture del settore sanitario riconducibili alla famiglia Mantonvani gestiscono 830 posti letto tutti accreditati nella graduatoria della Regione, oltre a 13 centri diurni per disabili gestiti per conto dell'Asl di Milano.
La Regione dell’assessore Mantovani ha anche accreditato l'agenzia formativa di Sodalitas, rimborsando parzialmente i corsi di aggiornamento del personale che lavora nelle strutture. In un anno alla Fondazione Mantovani vanno rimborsi regionali per circa 12,5 milioni di euro (calcolo fatto dal Pd lombardo, dunque di parte).
LA PROMESSA DELL'ASSESSORE. Cosa risponde Mantovani? «Si tratta di disinformazione, perché sono mie esperienze lontane, del passato, iniziative assunte come imprenditore e che purtroppo ho lasciato da lungo tempo. La mia famiglia? Il conflitto di interessi verrà scongiurato in tutti i modi. Nei consigli di amministrazione non ci sarà nessun mio familiare, le visure più aggiornate ve lo diranno meglio». Cioè usciranno dai consigli mogli, sorelle, nipoti e zii? Quando? E chi subentrerà al loro posto? Attendiamo risposte dal gentile assessore alla Sanità.
di Alessio Frigerio
La Fondazione Mantovani «nasce nel 1996 per volontà del fondatore Mario Mantovani, in memoria della sorella Ezia. La sua attività si caratterizza sin da subito grazie a un forte impegno a favore degli anziani e si concretizza nella progettazione, costruzione e gestione di Rsa», cioè residenze sanitarie assistenziali.
QUATTRO CASE DI CURA IN GESTIONE. Ne gestisce quattro, di queste case di cura, la Fondazione creata da Mario Mantovani, assessore Pdl alla Sanità della Regione Lombardia, nonché vicepresidente della Giunta guidata dal leghista Roberto Maroni.
Precisamente una Rsa a Milano Affori, una a Cologno Monzese, un’altra a Cormano e una San Vittore Olona. Nel 2012, ci informa la Fondazione Mantovani, «viene avviata una Rsd per disabili ad Arconate, una comunità provvista anche di minialloggi semi indipendenti».
Tutte le residenze della Fondazione sono accreditate con la Regione Lombardia
Piccolo dettaglio non trascurabile: tutte le residenze sanitarie della Fondazione Mantovani sono accreditate con la Regione Lombardia, di cui Mantovani è assessore.
Certo, lui personalmente non se ne occupa più da un pezzo. Ma chi è il coordinatore della Casa Famiglia di Affori, gestita sempre dalla Fondazione Mantovani? Alessandro Mantovani. E chi è il responsabile della Casa Famiglia Monsignor Carlo Testa di Cologno Monzese? Matteo Mantovani. Tutto in casa e famiglia, sì, famiglia Mantovani.
LA GESTIONE FAMILIARE DI SOLIDITAS. Lo stesso vale per Sodalitas, una cooperativa che costruisce case di riposo per anziani in Lombardia. L’assessore ne è stato direttore generale e consigliere, ma ora non più, per ovvi motivi. Ma chi c’è nel consiglio direttivo della cooperativa? Marinella Restelli, moglie del vicepresidente Mantovani, nonché Vittoria Mantovani, sorella.
La cooperativa Soliditas va a gonfie vele. Il totale dell'attivo è di 14,5 milioni di euro, il patrimonio netto di 1,5 milioni. E nel 2011 ha prodotto ricavi per 18,4 milioni con un utile di 687 mila euro (fonte Il Mondo).
ARIA DI CONFLITTO DI INTERESSI. E qui l’odore di conflitto di interessi per Mario Mantovani si fa ancora più forte. Sodalitas infatti può contare su rimborsi della Regione Lombardia che si aggirano sui 6 milioni l'anno. Con 33 dipendenti, la cooperativa è attiva tramite centri di assistenza ad Arconate, Belluria, Busto Garolfo, Busnate, Bussero, Busnago, Igea Marina e Olgiate Molgora.
Anche per la parte debitoria la coop delle Mantovani - moglie e sorella - dovrà bussare alla Regione del Mantovani marito e fratello. Nel bilancio ci sono infatti 1,5 milioni di esposizione verso il Fondo ricostituzione infrastrutture sociali Lombardia (Frisi), uno strumento finanziario regionale integrato istituito dal Pirellone e diretto a sostenere l'ammodernamento delle infrastrutture sociali. In sostanza la Regione versa crediti che poi vengono rimborsati in 10 anni, senza interessi.
Ogni anno alla Fondazione Mantovani vanno 12,5 mln di rimborsi regionali
Ma c’è anche un’altra cooperativa che lavora nel settore sanitario, a stretto contatto - finanziario - con la Regione Lombardia. Si chiama Nova Sodalitas. E qui, nel consiglio, troviamo la zia Lucrezia e Michele Franceschina presente anche nel consiglio di amministrazione di Sodalitas.
GESTITI 830 POSTI LETTO. Nel complesso quindi le strutture del settore sanitario riconducibili alla famiglia Mantonvani gestiscono 830 posti letto tutti accreditati nella graduatoria della Regione, oltre a 13 centri diurni per disabili gestiti per conto dell'Asl di Milano.
La Regione dell’assessore Mantovani ha anche accreditato l'agenzia formativa di Sodalitas, rimborsando parzialmente i corsi di aggiornamento del personale che lavora nelle strutture. In un anno alla Fondazione Mantovani vanno rimborsi regionali per circa 12,5 milioni di euro (calcolo fatto dal Pd lombardo, dunque di parte).
LA PROMESSA DELL'ASSESSORE. Cosa risponde Mantovani? «Si tratta di disinformazione, perché sono mie esperienze lontane, del passato, iniziative assunte come imprenditore e che purtroppo ho lasciato da lungo tempo. La mia famiglia? Il conflitto di interessi verrà scongiurato in tutti i modi. Nei consigli di amministrazione non ci sarà nessun mio familiare, le visure più aggiornate ve lo diranno meglio». Cioè usciranno dai consigli mogli, sorelle, nipoti e zii? Quando? E chi subentrerà al loro posto? Attendiamo risposte dal gentile assessore alla Sanità.
11.4.14
Sanità, il soccorso diventa business 'L'obiettivo non è salvare, ma incassare'
In Italia si spendono ogni anno un miliardo e mezzo di euro per gli interventi di soccorso. Una pioggia di soldi che fa gola a politica e mafia
di Michele Sasso
Esistono mestieri in cui la professionalità non basta, ma servono una motivazione profonda e una disponibilità totale. Per questo far parte dell’equipaggio di un’ambulanza è sempre stata un’attività per volontari, animati dallo spirito degli angeli custodi. Ogni chiamata al 118 è questione di vita o di morte, una corsa che in pochissimi minuti decide il destino di una persona. Il paziente è nelle mani dell’abilità del guidatore a destreggiarsi nel traffico, della capacità del personale nel massaggio cardiaco e nella rianimazione. Adesso invece anche il soccorso d’emergenza sta diventando un ricco business: in Italia si spende un miliardo e mezzo di euro per garantire gli interventi. Oggi si punta al profitto, tagliando sulla qualità, risparmiando sui mezzi e imbarcando soggetti senza qualifica. Una torta che attrae interessi spregiudicati e lottizzazioni politiche, un serbatoio di soldi facili e posti assicurati. Perché il settore di fatto è stato investito da una deregulation, che rischia di creare un Far West a sirene spiegate.
Il ministero della Salute ha ceduto i controlli alle Regioni, che preferiscono affidarsi ai privati. Dalla Lombardia alla Calabria, dal Lazio alla Sicilia è scattato l’assalto all’ambulanza. Nunzia De Girolamo ha perso la poltrona di ministro proprio per uno scandalo sugli appalti del 118. Ovunque sono segnalati disservizi e a Sud nella mangiatoia si è infilata persino la criminalità. Questo ai danni di oltre 150 mila volontari, che vengono scacciati per fare spazio a organizzazioni spregiudicate. «Ci sono finti volontari che ricevono lo stipendio in nero mascherato da rimborso», spiega Mario, soccorritore di Torino. Il metodo è uguale da Milano a Napoli: le associazioni di pubblica assistenza, le cosiddette “Croci”, si iscrivono all’albo regionale e sgomitano per accaparrarsi le corse. L’obiettivo non è più salvare, ma incassare. «Abbiamo scoperto persino casi di autisti alcolizzati e soccorritori zoppi», racconta Mirella Triozzi, responsabile del settore per il sindacato medici italiani: «Con l’arrivo dei privati il soccorso è diventato un colossale affare, dimenticando che in ballo c’è la sopravvivenza di migliaia di persone».
SOCCORSO A MANO ARMATA In Puglia le 141 basi delle ambulanze costano 68 milioni di euro l’anno. La pioggia di denaro pubblico ha scatenato la concorrenza tra decine di onlus, che sgomitano per conquistare le postazione delle ambulanze: averne tre (il massimo consentito) significa fare bingo e incassare 120mila euro ogni mese. «Ai presidenti delle associazioni rimangono in tasca 6 mila euro al mese», riconosce Marco De Giosa, responsabile del 118 della Asl di Bari. C’è più di un sospetto su come siano stati assegnati gli incarichi: la procura del capoluogo sta indagando su un sistema di tangenti che sarebbero state smistate ai funzionari arbitri degli appalti. Stando alle inchieste, i controlli fanno acqua da tutte le parti. Nessuno ha mai chiesto la fedina penale a Marcello Langianese, ex presidente dell’Oer, Operatori emergenza radio, un ente morale con 50 ambulanze e decine di dipendenti. Langianese era il manager del soccorso che gestiva diverse postazioni tra Bari e Modugno. Mentre veniva stipendiato per salvare i pazienti, è accusato di avere architettato una rapina clamorosa. Secondo i carabinieri ha avuto un ruolo chiave nell’attacco contro un furgone portavalori nel centro di Ortona: un colpo che ha fruttato quasi due milioni e mezzo di euro. Nella regione per il business delle ambulanze si combatte persino con le bombe incendiarie, che hanno distrutto i mezzi di alcune onlus a Bari, Trani, Barletta e Foggia. A Turi, sempre nel Barese, hanno bruciato un’autolettiga nuova di zecca. L’ipotesi investigativa è che si tratti di avvertimenti criminali. Per evitare che le associazione di volontari possano spezzare il monopolio di un cartello che invece agisce solo a scopo di lucro.
COSCHE E SIRENE L’intercettazione è esplicita: «Quando ti chiamano e abbiamo bisogno a quell’orario di un’autoambulanza, mi fotto 1500 euro». È agli atti dell’inchiesta sui Lo Bianco, la cosca di Vibo Valentia che dominava la Asl locale, e spiega come ogni uscita a sirene spiegate si trasforma in denaro contante. Guadagni sicuri, costi ridottissimi: per entrare nel settore non sono richieste competenze particolari. L’imprenditore mette il capitale, acquista o noleggia i mezzi e cerca gli autisti. Va bene chiunque. Uno degli indagati è stato registrato mentre ingaggia il personale: «La guideresti l’ambulanza? La patente è quella della macchina, sono 800 euro puliti». Non è l’unico caso. Nello scorso luglio è emersa la vicenda della Croce Blu San Benedetto di Cetraro nel Cosentino. I magistrati sostengono che a gestirla fosse Antonio Pignataro detto “Totò Cecchitella”, seppur privo di incarichi ufficiali. Pignataro non è una pedina qualunque: è stato arrestato per i legami con il boss Franco Muto, “Il re del pesce”.
APPALTI LOTTIZZATI Quanti interessi si muovano dietro i 118 “liberalizzati” lo ha fatto capire la vicenda che ha travolto Nunzia De Girolamo. Le registrazioni dei colloqui tra l’esponente del centrodestra e i vertici della sanità sannita mostrano l’opacità del settore. Sono riuniti nel giardino di famiglia e Nunzia chiede: «In tutto questo si deve fare la gara?». La discussione verte su come “bypassare la gara pubblica” e favorire un’impresa amica. In quel luglio 2012 l’atmosfera attorno alle ambulanze di Benevento è incandescente, con i lavoratori che protestano per il mancato stipendio. Il servizio è nelle mani di due imprese: la Modisan e la Sanit che lo gestiscono in proroga intascando oltre quattro milioni di euro l’anno. La prima è molto vicina alla regina del Sannio, tanto da aver contribuito finanziariamente al congresso del suo partito. L’altra ditta, invece, non è allineata: «Quelli non li voglio», dice Michele Rossi, l’uomo messo dall’ex ministro alla guida dell’Asl. La lottizzazione riguarda pure la rete dell’assistenza, sfavorendo la copertura nei comuni guidati da giunte non allineate. Come racconta Zaccaria Spina, sindaco di Ginestra degli Schiavoni a 40 chilometri dal capoluogo:«Per venire da noi l’ambulanza ci mette un’ora. I cittadini ormai si sono rassegnati e se c’è un’emergenza si mettono in auto e scappano. Scoprire cosa c’era dietro quelle scelte dà molta amarezza».
ANIMATORI DA VACANZE Nel Lazio uno strano appalto agita i sonni dell’agenzia regionale che gestisce migliaia di ambulanze. La cronica mancanza di risorse ha portato l’ex governatrice Renata Polverini a concedere ai privati quaranta basi, le postazioni dalle quali partono gli equipaggi che coprono la provincia di Roma. Un affare da dieci milioni l’anno, senza gara: vengono assegnate per affidamento diretto alla Croce rossa italiana. Un’istituzione storica seppur piena di debiti, che decide di “girare” l’attività operativa a una srl di Milano, la Cfs costruzioni e servizi: una società specializzata in pulizia e manutenzione di immobili, che applica la logica del ribasso. Così al personale assunto per la missione capitolina viene offerto un contratto singolare: quello da animatore turistico. Soccorritori trattati come se lavorassero in un villaggio vacanze. Perché? Semplice: con questo contratto si risparmia un terzo della paga. Solo dopo un esposto del sindacato è scoppiato il caso. «In questo settore c’è il divieto di dare subappalti, eppure è quanto ha fatto la Croce rossa con l’aggravante di aver avallato condizioni di lavoro ridicole», accusa Gianni Nigro della Cgil Lazio.
PAGATI PER STARE A CASA In Sicilia anche le ambulanze sono diventate uno stipendificio: un pronto soccorso per favorire assunzioni di massa. Nel 2002 grazie a un corso per formare i guidatori-soccorritori con prove di guida banali e surreali test di comunicazione, ben 1600 persone vennero imbarcate in una società creata da Regione e Croce Rossa per garantire il salvataggio nell’isola. Un colosso con un totale di 3300 dipendenti. Che secondo la Corte dei Conti ha prodotto uno spreco di denaro pubblico. L’allora presidente Totò Cuffaro è stato condannato a pagare un danno erariale da 12 milioni per quell’infornata di autisti e soccorritori. Troppi. E troppo costosi. In Sicilia si spende per un’autolettiga 440 mila euro l’anno, contro 100 mila della Toscana. La ragione? Molte macchine sono praticamente ferme o escono solo per tre interventi al mese. L’ultima truffa da venti milioni di euro l’ha scovata l’assessore alla Salute Lucia Borsellino: negli ultimi due anni 160 dipendenti sarebbero stati regolarmente stipendiati mentre in realtà rimanevano a casa. Oltre 600 mila ore non lavorate ma retribuite. Nonostante lo sperpero di denaro, l’assistenza non soddisfa. E la giunta Crocetta ora vuole schierare la cavalleria dell’aria: sei elicotteri, con un costo per il noleggio di 178 milioni in sette anni.
SISTEMA MILANO Non è una questione solo meridionale. Dietro le sirene si scoprono ovunque storie di sfruttamento e drammatici disservizi. In Lombardia ogni anno il Pirellone stanzia 315 milioni per dare assistenza rapida: ogni intervento è una fattura e inserirsi nelle metropoli permette di moltiplicare i guadagni. Ma a Milano un incidente stradale ha scoperchiato un sistema marcio: l’ambulanza ha bruciato un semaforo e si è andata a schiantare. Si è scoperto che l’autista non dormiva da tre giorni. Da lì sono partite le indagini che hanno svelato quanto sia pericolosa la trasformazione del soccorso in business: precari a bordo pagati a cottimo e obbligati a turni massacranti, mezzi fuori norma, corsi d’addestramento fantasma. Tre inchieste parallele della Finanza in corso dal 2010 stanno svelando lo stesso meccanismo di truffe e peculato. Con risultati raccapriccianti: i responsabili di tre onlus - Croce la Samaritana, Ambrosiana e San Carlo - usavano il denaro pubblico destinato alle emergenze e alla formazione per le loro vacanze, per l’asilo dei figli, scommesse ai videopoker, le auto personali e perfino l’acquisto di una casa. Spese senza freno e i rischi scaricati su migliaia di feriti. Loro stessi ne erano consapevoli e dicevano cinicamente: «Se stai male non chiamare le nostre ambulanze sennò muori».
hanno collaborato Antonio Loconte, Piero Messina, Claudio Pappaianni e Giovanni Tizian
di Michele Sasso
Esistono mestieri in cui la professionalità non basta, ma servono una motivazione profonda e una disponibilità totale. Per questo far parte dell’equipaggio di un’ambulanza è sempre stata un’attività per volontari, animati dallo spirito degli angeli custodi. Ogni chiamata al 118 è questione di vita o di morte, una corsa che in pochissimi minuti decide il destino di una persona. Il paziente è nelle mani dell’abilità del guidatore a destreggiarsi nel traffico, della capacità del personale nel massaggio cardiaco e nella rianimazione. Adesso invece anche il soccorso d’emergenza sta diventando un ricco business: in Italia si spende un miliardo e mezzo di euro per garantire gli interventi. Oggi si punta al profitto, tagliando sulla qualità, risparmiando sui mezzi e imbarcando soggetti senza qualifica. Una torta che attrae interessi spregiudicati e lottizzazioni politiche, un serbatoio di soldi facili e posti assicurati. Perché il settore di fatto è stato investito da una deregulation, che rischia di creare un Far West a sirene spiegate.
Il ministero della Salute ha ceduto i controlli alle Regioni, che preferiscono affidarsi ai privati. Dalla Lombardia alla Calabria, dal Lazio alla Sicilia è scattato l’assalto all’ambulanza. Nunzia De Girolamo ha perso la poltrona di ministro proprio per uno scandalo sugli appalti del 118. Ovunque sono segnalati disservizi e a Sud nella mangiatoia si è infilata persino la criminalità. Questo ai danni di oltre 150 mila volontari, che vengono scacciati per fare spazio a organizzazioni spregiudicate. «Ci sono finti volontari che ricevono lo stipendio in nero mascherato da rimborso», spiega Mario, soccorritore di Torino. Il metodo è uguale da Milano a Napoli: le associazioni di pubblica assistenza, le cosiddette “Croci”, si iscrivono all’albo regionale e sgomitano per accaparrarsi le corse. L’obiettivo non è più salvare, ma incassare. «Abbiamo scoperto persino casi di autisti alcolizzati e soccorritori zoppi», racconta Mirella Triozzi, responsabile del settore per il sindacato medici italiani: «Con l’arrivo dei privati il soccorso è diventato un colossale affare, dimenticando che in ballo c’è la sopravvivenza di migliaia di persone».
SOCCORSO A MANO ARMATA In Puglia le 141 basi delle ambulanze costano 68 milioni di euro l’anno. La pioggia di denaro pubblico ha scatenato la concorrenza tra decine di onlus, che sgomitano per conquistare le postazione delle ambulanze: averne tre (il massimo consentito) significa fare bingo e incassare 120mila euro ogni mese. «Ai presidenti delle associazioni rimangono in tasca 6 mila euro al mese», riconosce Marco De Giosa, responsabile del 118 della Asl di Bari. C’è più di un sospetto su come siano stati assegnati gli incarichi: la procura del capoluogo sta indagando su un sistema di tangenti che sarebbero state smistate ai funzionari arbitri degli appalti. Stando alle inchieste, i controlli fanno acqua da tutte le parti. Nessuno ha mai chiesto la fedina penale a Marcello Langianese, ex presidente dell’Oer, Operatori emergenza radio, un ente morale con 50 ambulanze e decine di dipendenti. Langianese era il manager del soccorso che gestiva diverse postazioni tra Bari e Modugno. Mentre veniva stipendiato per salvare i pazienti, è accusato di avere architettato una rapina clamorosa. Secondo i carabinieri ha avuto un ruolo chiave nell’attacco contro un furgone portavalori nel centro di Ortona: un colpo che ha fruttato quasi due milioni e mezzo di euro. Nella regione per il business delle ambulanze si combatte persino con le bombe incendiarie, che hanno distrutto i mezzi di alcune onlus a Bari, Trani, Barletta e Foggia. A Turi, sempre nel Barese, hanno bruciato un’autolettiga nuova di zecca. L’ipotesi investigativa è che si tratti di avvertimenti criminali. Per evitare che le associazione di volontari possano spezzare il monopolio di un cartello che invece agisce solo a scopo di lucro.
COSCHE E SIRENE L’intercettazione è esplicita: «Quando ti chiamano e abbiamo bisogno a quell’orario di un’autoambulanza, mi fotto 1500 euro». È agli atti dell’inchiesta sui Lo Bianco, la cosca di Vibo Valentia che dominava la Asl locale, e spiega come ogni uscita a sirene spiegate si trasforma in denaro contante. Guadagni sicuri, costi ridottissimi: per entrare nel settore non sono richieste competenze particolari. L’imprenditore mette il capitale, acquista o noleggia i mezzi e cerca gli autisti. Va bene chiunque. Uno degli indagati è stato registrato mentre ingaggia il personale: «La guideresti l’ambulanza? La patente è quella della macchina, sono 800 euro puliti». Non è l’unico caso. Nello scorso luglio è emersa la vicenda della Croce Blu San Benedetto di Cetraro nel Cosentino. I magistrati sostengono che a gestirla fosse Antonio Pignataro detto “Totò Cecchitella”, seppur privo di incarichi ufficiali. Pignataro non è una pedina qualunque: è stato arrestato per i legami con il boss Franco Muto, “Il re del pesce”.
APPALTI LOTTIZZATI Quanti interessi si muovano dietro i 118 “liberalizzati” lo ha fatto capire la vicenda che ha travolto Nunzia De Girolamo. Le registrazioni dei colloqui tra l’esponente del centrodestra e i vertici della sanità sannita mostrano l’opacità del settore. Sono riuniti nel giardino di famiglia e Nunzia chiede: «In tutto questo si deve fare la gara?». La discussione verte su come “bypassare la gara pubblica” e favorire un’impresa amica. In quel luglio 2012 l’atmosfera attorno alle ambulanze di Benevento è incandescente, con i lavoratori che protestano per il mancato stipendio. Il servizio è nelle mani di due imprese: la Modisan e la Sanit che lo gestiscono in proroga intascando oltre quattro milioni di euro l’anno. La prima è molto vicina alla regina del Sannio, tanto da aver contribuito finanziariamente al congresso del suo partito. L’altra ditta, invece, non è allineata: «Quelli non li voglio», dice Michele Rossi, l’uomo messo dall’ex ministro alla guida dell’Asl. La lottizzazione riguarda pure la rete dell’assistenza, sfavorendo la copertura nei comuni guidati da giunte non allineate. Come racconta Zaccaria Spina, sindaco di Ginestra degli Schiavoni a 40 chilometri dal capoluogo:«Per venire da noi l’ambulanza ci mette un’ora. I cittadini ormai si sono rassegnati e se c’è un’emergenza si mettono in auto e scappano. Scoprire cosa c’era dietro quelle scelte dà molta amarezza».
ANIMATORI DA VACANZE Nel Lazio uno strano appalto agita i sonni dell’agenzia regionale che gestisce migliaia di ambulanze. La cronica mancanza di risorse ha portato l’ex governatrice Renata Polverini a concedere ai privati quaranta basi, le postazioni dalle quali partono gli equipaggi che coprono la provincia di Roma. Un affare da dieci milioni l’anno, senza gara: vengono assegnate per affidamento diretto alla Croce rossa italiana. Un’istituzione storica seppur piena di debiti, che decide di “girare” l’attività operativa a una srl di Milano, la Cfs costruzioni e servizi: una società specializzata in pulizia e manutenzione di immobili, che applica la logica del ribasso. Così al personale assunto per la missione capitolina viene offerto un contratto singolare: quello da animatore turistico. Soccorritori trattati come se lavorassero in un villaggio vacanze. Perché? Semplice: con questo contratto si risparmia un terzo della paga. Solo dopo un esposto del sindacato è scoppiato il caso. «In questo settore c’è il divieto di dare subappalti, eppure è quanto ha fatto la Croce rossa con l’aggravante di aver avallato condizioni di lavoro ridicole», accusa Gianni Nigro della Cgil Lazio.
PAGATI PER STARE A CASA In Sicilia anche le ambulanze sono diventate uno stipendificio: un pronto soccorso per favorire assunzioni di massa. Nel 2002 grazie a un corso per formare i guidatori-soccorritori con prove di guida banali e surreali test di comunicazione, ben 1600 persone vennero imbarcate in una società creata da Regione e Croce Rossa per garantire il salvataggio nell’isola. Un colosso con un totale di 3300 dipendenti. Che secondo la Corte dei Conti ha prodotto uno spreco di denaro pubblico. L’allora presidente Totò Cuffaro è stato condannato a pagare un danno erariale da 12 milioni per quell’infornata di autisti e soccorritori. Troppi. E troppo costosi. In Sicilia si spende per un’autolettiga 440 mila euro l’anno, contro 100 mila della Toscana. La ragione? Molte macchine sono praticamente ferme o escono solo per tre interventi al mese. L’ultima truffa da venti milioni di euro l’ha scovata l’assessore alla Salute Lucia Borsellino: negli ultimi due anni 160 dipendenti sarebbero stati regolarmente stipendiati mentre in realtà rimanevano a casa. Oltre 600 mila ore non lavorate ma retribuite. Nonostante lo sperpero di denaro, l’assistenza non soddisfa. E la giunta Crocetta ora vuole schierare la cavalleria dell’aria: sei elicotteri, con un costo per il noleggio di 178 milioni in sette anni.
SISTEMA MILANO Non è una questione solo meridionale. Dietro le sirene si scoprono ovunque storie di sfruttamento e drammatici disservizi. In Lombardia ogni anno il Pirellone stanzia 315 milioni per dare assistenza rapida: ogni intervento è una fattura e inserirsi nelle metropoli permette di moltiplicare i guadagni. Ma a Milano un incidente stradale ha scoperchiato un sistema marcio: l’ambulanza ha bruciato un semaforo e si è andata a schiantare. Si è scoperto che l’autista non dormiva da tre giorni. Da lì sono partite le indagini che hanno svelato quanto sia pericolosa la trasformazione del soccorso in business: precari a bordo pagati a cottimo e obbligati a turni massacranti, mezzi fuori norma, corsi d’addestramento fantasma. Tre inchieste parallele della Finanza in corso dal 2010 stanno svelando lo stesso meccanismo di truffe e peculato. Con risultati raccapriccianti: i responsabili di tre onlus - Croce la Samaritana, Ambrosiana e San Carlo - usavano il denaro pubblico destinato alle emergenze e alla formazione per le loro vacanze, per l’asilo dei figli, scommesse ai videopoker, le auto personali e perfino l’acquisto di una casa. Spese senza freno e i rischi scaricati su migliaia di feriti. Loro stessi ne erano consapevoli e dicevano cinicamente: «Se stai male non chiamare le nostre ambulanze sennò muori».
hanno collaborato Antonio Loconte, Piero Messina, Claudio Pappaianni e Giovanni Tizian
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26.6.12
Il Faraone alla corte del Celeste
di Claudio Bellinzona (Non mi fermo)
Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione. Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto (…) Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore.
Giuseppe Poggi Longostrevi
Ci sono persone che ti accompagnano per una vita, così come prima hanno accompagnato quella dei padri. Si tratta di figure contornate da uno strano alone di mito, il cui potere si estende per generazioni, confondendosi nella fluida e magmatica oscurità del tempo. Nomi grigi che a volte non hanno nemmeno un volto perché non ne hanno bisogno. Uomini (perché è difficile si tratti di donne) in grado di condizionare l’immaginario pubblico della tua città o monopolizzare per anni i discorsi nei bar.
Ecco, una di queste persone si chiama Gian Carlo Abelli, settantunenne ex-democristiano oggi deputato nelle file del PDL. La sua carriera, esclusivamente politica (perché Abelli, dagli anni ’70, non ha mai avuto una professione indipendente da nomina politica), si sviluppa lungo un percorso piuttosto lineare in termini per così dire politici, benché più volte ostacolato da alcuni spiacevoli inconvenienti.
Gli inizi
Dai primi anni ’70 la sua posizione si consolida all’interno della DC lombarda e ciò, a partire dal 1974, gli permette di diventare il più giovane presidente di uno dei più importanti ospedali della Regione (e non solo), il Policlinico San Matteo di Pavia. Abelli non è né un manager né un esperto di sanità; non è neppure laureato, ma dimostra già la scaltrezza del politico della “prima Repubblica”: consensi elettorali, amicizie, rapporti trasversali. A favorirlo in questa impresa forse anche il suo piglio ruvido, accentuato dal marcato accento oltre-padano, e un’esibita tracotanza nei modi (per questo basta vedere alcune delle sue più recenti interviste per farsi un’idea).
Nasce il mito del “Faraone”. Perché è così che incominciano a chiamarlo un po’ tutti perché è lui – solo lui – decidere tutto al Policlinico. Non c’è niente che si muova senza il permesso del Faraone.
Molto prima di Tangentopoli, però, Abelli subisce l’onta del carcere. Nel 1985, infatti, viene accusato di peculato, ma dal processo ne esce assolto (la faccenda riguardava in particolare polizze che il Policlinico aveva firmato proprio a partire dal 1974). A pagarne le conseguenze, invece, il fratello della (futura) moglie di Abelli, l’assicuratore Claudio Gariboldi: arrestato e condannato per truffa.
Il contraccolpo non produce alcun effetto, anzi. Il suo potere locale cresce e, con esso, anche il prestigio politico in Regione Lombardia tanto da essere nominato Presidente della Commissione Consiliare Sanità. Abelli e la sanità sembrano ormai essere una cosa sola, la stessa.
Sua Sanità (Lombarda)
Risalgono a quegli anni i rapporti fra Gian Carlo Abelli e Giuseppe Poggi Longostrevi. Quest’ultimo noto alle cronache per il fiorente business delle cliniche private; tanto redditizio da essere soprannominato “Re Mida”. Peccato che nel 1997 la magistratura scoprì che il medico-manager era il responsabile di una truffa miliardaria ai danni del Servizio Sanitario Nazionale basata su false prescrizioni sanitarie ed esami inutili. Oltre a decine di condanne (e centinaia prescrizioni), nei rivoli dell’inchiesta ci finisce anche Gian Carlo Abelli.
Per lui, all’epoca non più Presidente di Commissione bensì consulente di Roberto Formigoni, la magistratura accerta un “versamento” di 72 milioni di lire che il beneficiario giustifica come saldo per una consulenza (“non effettiva” dirà la sentenza). L’accusa sarà dunque di frode fiscale e l’esito un’assoluzione in quanto la nuova normativa stabilisce che le false fatture sono punibili solo in caso ci sia “il dolo specifico di far evadere le tasse”.
Nel 2000 Poggi Longostrevi si uccide con una dose letale di barbiturici. Ai posteri lascerà alcune dichiarazioni (qui in esergo) non proprio confortanti anche sull’amico Abelli. Lui, il Faraone, nel frattempo diventa assessore di Formigoni e, sebbene alla “Famiglia e Solidarietà Sociale” (dove passano comunque le decisioni su case di cura e centri anziani), mantiene salda la sua posizione di riferimento in ambito sanitario.
Roma, senza lasciare Milano
Passano gli anni e la Sanità Lombarda diventa “un modello” fondato su alcuni pilastri. In particolare, sulla distinzione fra enti acquirenti (le ASL) ed erogatori di prestazioni sanitarie (le Aziende Ospedaliere) e sulla parità di condizioni degli attori che partecipano a questo sistema attraverso il metodo del cosiddetto “accreditamento”. In parole povere: da una parte si procede con un graduale processo di “aziendalizzazione” delle strutture ospedaliere pubbliche attraverso l’ingresso di capitali privati; dall’altra si tende sempre di più alla privatizzazione dei servizi attraverso il meccanismo della compensazione dei servizi erogati. Soldi pubblici, tasche private. Un business immenso e che in Italia rappresenta la seconda industria italiana, solo dopo quella immobiliare. Un affare da 17 miliardi e 300 milioni di euro il business sanitario in Lombardia, un fatturato colossale che sfiora l’80 per cento del bilancio regionale (cfr. qui).
L’eccellenza del modello lombardo, dice Formigoni. Un sistema che dal 1997 a oggi ha fatto la fortuna di molti imprenditori. Il sistema è talmente diffuso, imponente e complesso da far tremare i polsi. Interessi incrociati, partecipazioni, soci più o meno visibili compongono la mappa della geografia sanitaria in Lombardia. Una miriade di società, direttamente coinvolte o collegate all’indotto, che trasforma ogni analisi su quest’ambito un’ardua scommessa per qualsiasi cronista o inquirente. A svettare, come punte di un iceberg, certamente sono la Holding Papiniano di Giuseppe Rotelli (anche lui pavese) e il San Raffaele di don Verzè, oggi guarda caso salvato dal fallimento proprio da Rotelli.
Naturalmente, in tutti questi anni, Abelli resta saldo in sella e nel 2008 viene eletto in Parlamento sotto le fila del PdL, di cui diventerà persino vice coordinatore nazionale. Le sue competenze in ambito sanitario, così si dice, sono essenziali per il funzionamento sistema, soprattutto se si tratta di coordinare rapporti, nominare un direttore generale, dare il proprio beneplacito su un primario. Tanto per intenderci, anche se Abelli non ha più ruoli presso il Policlinico San Matteo di Pavia, anzi ne sia stato allontanato politicamente a livello locale, ogni nomina passa dal suo tavolo o telefono. D’altra parte, Pavia e provincia sono sempre nel cuore di Abelli, che non a caso benedice e promuove la candidatura del giovane Alessandro Cattaneo, eletto Sindaco nel giugno 2009 (cfr. qui) e oggi destinato a una carriera nazionale.
Per Abelli tutto procede bene proprio fino al 2009, ovvero fino a quando le indagini sul “re delle bonifiche” Giuseppe Grossi non coinvolgono la moglie Rosanna Gariboldi, all’epoca assessore della Provincia di Pavia e già socia in diverse operazioni immobiliari di assessori delle giunte Formigoni, arrestata nell’ottobre di quell’anno con l’accusa di riciclaggio. Grossi in questi anni aveva gestito alcune fra le principali bonifiche (alcune solo parzialmente come per Montecity-Santa Giulia) creando un fitto sistema di fondi neri (si parla di almeno 22 milioni di euro) attraverso cui pagava collaboratori e soci su conti esteri. Lady Abelli riceve soldi (circa 2,4 milioni di euro) da Grossi e suoi fiduciari su un conto presso una banca di Montecarlo di cui lo stesso Abelli agisce come procuratore. Non avendo giustificazioni in merito, a gennaio 2010 Gariboldi patteggia 2 anni di reclusione attraverso il pagamento di 1,2 milioni di euro.
A marzo di quell’anno Abelli cerca di riprendere un po’ di fiato ripresentandosi alle elezioni regionali, forse per riaffermare la propria forza o forse con la speranza di ottenere un altro assessorato, ma il risultato non è più la valanga di voti raggiunta nei tempi d’oro e da 17mila le preferenze sono “solo” 8mila. Eletto in Regione, però, sceglie di proseguire l’avventura parlamentare, ma grazie a una nomina diretta dello stesso Formigoni ottiene comunque un ufficio a Milano, in qualità di Delegato del Presidente di Regione Lombardia per i Rapporti con il Parlamento e le Istituzioni del Territorio.
I voti degli amici
Questa è una vicenda se vogliamo tangenziale rispetto alla trama principale, ma vale la pena farne accenno quantomeno per capire i meccanismi del “gioco” secondo un politico come Gian Carlo Abelli.
Si tratta di uno dei tanti rivoli dell’inchiesta Infinito, in particolare quello che riguarda Pavia e i rapporti con la criminalità organizzata di Carlo Chiriaco (direttore della ASL di Pavia) e Pino Neri (avvocato), entrambi calabresi trapiantati a Pavia, accusati di essere – fra le altre cose – i tramiti fra ‘ndrangheta e politica locale (buona parte dei dettagli si possono ritrovare nelle ricostruzioni di Giovanni Giovannetti, qui e qui).
Al di là della questione giudiziaria (e di quella che sarà poi la sentenza), emergono già dalle intercettazioni e dalle carte della magistratura inquirente diversi elementi che mettono in evidenza i rapporti di queste persone – più o meno direttamente – con Gian Carlo Abelli. Lo stesso Abelli, chiamato solo pochi giorni fa a testimoniare nel processo che vede imputato Chiariaco per concorso esterno in associazione mafiosa, ha ribadito la sua “vicinanza” al dirigente ASL (per altro nominato all’epoca anche grazie alla sponsorizzazione di Abelli): «Conobbi Chiriaco nel 1980, quando ero presidente del San Matteo. Negli anni Ottanta, al Comune di Pavia, feci anche votare per lui» (qui un estratto delle dichiarazioni).
Il gatto perde il pelo…
Si arriva al 2012 e si ritorna a parlare di sanità. Questa volta si tratta dei soldi (e sono tanti, tantissimi) ricevuti dal faccendiere Pierluigi Daccò, già in carcere per il crac del San Raffaele, dalla Fodazione Maugeri (altre cliniche private convenzionate con la Regione e con sede a Pavia). In particolare, a Daccò era richiesto di intervenire in qualità di consulente presso gli organi competenti della Regione per ottenere nuovi finanziamenti e, soprattutto, aumentare gli introiti da “prestazioni non tariffabili” e dunque soggette a specifiche delibere di giunta (il sistema è spiegato molto bene qui).
Daccò non è un amico del “Faraone”.
Questa volta, l’amicizia è con Roberto Formigoni; insomma, col “Celeste” in persona e che di Daccò è talmente intimo da trascorrere con lui le vacanze (ovviamente, vista l’amicizia, facendosele anche pagare) o farsi prestare lo yacht. Abelli, invece, conosce bene Costantino Passerino, ex direttore amministrativo della Maugeri, che racconta ai magistrati: «da un punto di vista tecnico non avevamo necessità di rivolgerci a Daccò per le problematiche che potevano insorgere, in quanto il nostro referente in materia era l’onorevole Giancarlo Abelli». Passerino, infatti, conosce Daccò solo una decina d’anni fa e, proprio ad Abelli, all’epoca ancora assessore in Regione chiede informazioni. Spiega sempre Passerino «Abelli disse che (Daccò) era una persona importante perché vicina al presidente Formigoni (…) intesi che era opportuno, se da lui richiesto, intraprendere operazioni economiche e imprenditoriali con le società da lui presentate». Da segnalare che lo stesso Passerino, dal 1998 a oggi, annovera fra i suoi consulenti anche la moglie di Abelli, Rosanna Gariboldi (quella del patteggiamento), ritenuta la persona giusta – viste le competenze – per risolvere questioni relative al personale del gruppo, gli impatti della legge Brunetta o le partecipazioni di un privato in un istituto scientifico. Le competenze? Lady Abelli non possiede una laurea, ma in passato è stata impiegata presso il Policlinico San Matteo di Pavia.
Il senso del ridicolo
Il racconto avrebbe bisogno di altre pagine. Tante, tantissime. Migliaia, milioni di pagine per raccontare tutte le storie di chi è coinvolto.
Quasi 10 milioni di pagine come le persone che il Servizio Sanitario Lombardo serve attraverso 2,5 milioni di ricoveri e 150 milioni di prestazioni ambulatoriali. Perché non possiamo dimenticarcelo: questa storia è soprattutto la storia di chi, ogni giorno, cerca una cura o semplicemente un po’ di speranza.
La storia di chi paga, attraverso le proprie tasse, un sistema dove il denaro pubblico finisce in tasche private e in parte – quasi a “garanzia” del sistema – nelle tasche di amministratori e legislatori locali. In sostanza, una colossale e vergognosa truffa politica della quale, purtroppo, anche l’opposizione in questi anni non ha saputo (o non ha voluto) chiederne davvero conto, dimostrando così il suo senso del ridicolo.
Perché (fuori dai tribunali) gli Abelli, così come i Formigoni (e tutta la folta schiera degli Andreotti), si possono battere solo con una politica di assoluta intransigenza etica; una salda prospettiva politica (per esempio, attraverso la sanità pubblica che non finanzi il profitto); la creazione di rigide regole di trasparenza e controllo (soprattutto sui finanziamenti non tariffabili).
Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione. Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto (…) Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore.
Giuseppe Poggi Longostrevi
Ci sono persone che ti accompagnano per una vita, così come prima hanno accompagnato quella dei padri. Si tratta di figure contornate da uno strano alone di mito, il cui potere si estende per generazioni, confondendosi nella fluida e magmatica oscurità del tempo. Nomi grigi che a volte non hanno nemmeno un volto perché non ne hanno bisogno. Uomini (perché è difficile si tratti di donne) in grado di condizionare l’immaginario pubblico della tua città o monopolizzare per anni i discorsi nei bar.
Ecco, una di queste persone si chiama Gian Carlo Abelli, settantunenne ex-democristiano oggi deputato nelle file del PDL. La sua carriera, esclusivamente politica (perché Abelli, dagli anni ’70, non ha mai avuto una professione indipendente da nomina politica), si sviluppa lungo un percorso piuttosto lineare in termini per così dire politici, benché più volte ostacolato da alcuni spiacevoli inconvenienti.
Gli inizi
Dai primi anni ’70 la sua posizione si consolida all’interno della DC lombarda e ciò, a partire dal 1974, gli permette di diventare il più giovane presidente di uno dei più importanti ospedali della Regione (e non solo), il Policlinico San Matteo di Pavia. Abelli non è né un manager né un esperto di sanità; non è neppure laureato, ma dimostra già la scaltrezza del politico della “prima Repubblica”: consensi elettorali, amicizie, rapporti trasversali. A favorirlo in questa impresa forse anche il suo piglio ruvido, accentuato dal marcato accento oltre-padano, e un’esibita tracotanza nei modi (per questo basta vedere alcune delle sue più recenti interviste per farsi un’idea).
Nasce il mito del “Faraone”. Perché è così che incominciano a chiamarlo un po’ tutti perché è lui – solo lui – decidere tutto al Policlinico. Non c’è niente che si muova senza il permesso del Faraone.
Molto prima di Tangentopoli, però, Abelli subisce l’onta del carcere. Nel 1985, infatti, viene accusato di peculato, ma dal processo ne esce assolto (la faccenda riguardava in particolare polizze che il Policlinico aveva firmato proprio a partire dal 1974). A pagarne le conseguenze, invece, il fratello della (futura) moglie di Abelli, l’assicuratore Claudio Gariboldi: arrestato e condannato per truffa.
Il contraccolpo non produce alcun effetto, anzi. Il suo potere locale cresce e, con esso, anche il prestigio politico in Regione Lombardia tanto da essere nominato Presidente della Commissione Consiliare Sanità. Abelli e la sanità sembrano ormai essere una cosa sola, la stessa.
Sua Sanità (Lombarda)
Risalgono a quegli anni i rapporti fra Gian Carlo Abelli e Giuseppe Poggi Longostrevi. Quest’ultimo noto alle cronache per il fiorente business delle cliniche private; tanto redditizio da essere soprannominato “Re Mida”. Peccato che nel 1997 la magistratura scoprì che il medico-manager era il responsabile di una truffa miliardaria ai danni del Servizio Sanitario Nazionale basata su false prescrizioni sanitarie ed esami inutili. Oltre a decine di condanne (e centinaia prescrizioni), nei rivoli dell’inchiesta ci finisce anche Gian Carlo Abelli.
Per lui, all’epoca non più Presidente di Commissione bensì consulente di Roberto Formigoni, la magistratura accerta un “versamento” di 72 milioni di lire che il beneficiario giustifica come saldo per una consulenza (“non effettiva” dirà la sentenza). L’accusa sarà dunque di frode fiscale e l’esito un’assoluzione in quanto la nuova normativa stabilisce che le false fatture sono punibili solo in caso ci sia “il dolo specifico di far evadere le tasse”.
Nel 2000 Poggi Longostrevi si uccide con una dose letale di barbiturici. Ai posteri lascerà alcune dichiarazioni (qui in esergo) non proprio confortanti anche sull’amico Abelli. Lui, il Faraone, nel frattempo diventa assessore di Formigoni e, sebbene alla “Famiglia e Solidarietà Sociale” (dove passano comunque le decisioni su case di cura e centri anziani), mantiene salda la sua posizione di riferimento in ambito sanitario.
Roma, senza lasciare Milano
Passano gli anni e la Sanità Lombarda diventa “un modello” fondato su alcuni pilastri. In particolare, sulla distinzione fra enti acquirenti (le ASL) ed erogatori di prestazioni sanitarie (le Aziende Ospedaliere) e sulla parità di condizioni degli attori che partecipano a questo sistema attraverso il metodo del cosiddetto “accreditamento”. In parole povere: da una parte si procede con un graduale processo di “aziendalizzazione” delle strutture ospedaliere pubbliche attraverso l’ingresso di capitali privati; dall’altra si tende sempre di più alla privatizzazione dei servizi attraverso il meccanismo della compensazione dei servizi erogati. Soldi pubblici, tasche private. Un business immenso e che in Italia rappresenta la seconda industria italiana, solo dopo quella immobiliare. Un affare da 17 miliardi e 300 milioni di euro il business sanitario in Lombardia, un fatturato colossale che sfiora l’80 per cento del bilancio regionale (cfr. qui).
L’eccellenza del modello lombardo, dice Formigoni. Un sistema che dal 1997 a oggi ha fatto la fortuna di molti imprenditori. Il sistema è talmente diffuso, imponente e complesso da far tremare i polsi. Interessi incrociati, partecipazioni, soci più o meno visibili compongono la mappa della geografia sanitaria in Lombardia. Una miriade di società, direttamente coinvolte o collegate all’indotto, che trasforma ogni analisi su quest’ambito un’ardua scommessa per qualsiasi cronista o inquirente. A svettare, come punte di un iceberg, certamente sono la Holding Papiniano di Giuseppe Rotelli (anche lui pavese) e il San Raffaele di don Verzè, oggi guarda caso salvato dal fallimento proprio da Rotelli.
Naturalmente, in tutti questi anni, Abelli resta saldo in sella e nel 2008 viene eletto in Parlamento sotto le fila del PdL, di cui diventerà persino vice coordinatore nazionale. Le sue competenze in ambito sanitario, così si dice, sono essenziali per il funzionamento sistema, soprattutto se si tratta di coordinare rapporti, nominare un direttore generale, dare il proprio beneplacito su un primario. Tanto per intenderci, anche se Abelli non ha più ruoli presso il Policlinico San Matteo di Pavia, anzi ne sia stato allontanato politicamente a livello locale, ogni nomina passa dal suo tavolo o telefono. D’altra parte, Pavia e provincia sono sempre nel cuore di Abelli, che non a caso benedice e promuove la candidatura del giovane Alessandro Cattaneo, eletto Sindaco nel giugno 2009 (cfr. qui) e oggi destinato a una carriera nazionale.
Per Abelli tutto procede bene proprio fino al 2009, ovvero fino a quando le indagini sul “re delle bonifiche” Giuseppe Grossi non coinvolgono la moglie Rosanna Gariboldi, all’epoca assessore della Provincia di Pavia e già socia in diverse operazioni immobiliari di assessori delle giunte Formigoni, arrestata nell’ottobre di quell’anno con l’accusa di riciclaggio. Grossi in questi anni aveva gestito alcune fra le principali bonifiche (alcune solo parzialmente come per Montecity-Santa Giulia) creando un fitto sistema di fondi neri (si parla di almeno 22 milioni di euro) attraverso cui pagava collaboratori e soci su conti esteri. Lady Abelli riceve soldi (circa 2,4 milioni di euro) da Grossi e suoi fiduciari su un conto presso una banca di Montecarlo di cui lo stesso Abelli agisce come procuratore. Non avendo giustificazioni in merito, a gennaio 2010 Gariboldi patteggia 2 anni di reclusione attraverso il pagamento di 1,2 milioni di euro.
A marzo di quell’anno Abelli cerca di riprendere un po’ di fiato ripresentandosi alle elezioni regionali, forse per riaffermare la propria forza o forse con la speranza di ottenere un altro assessorato, ma il risultato non è più la valanga di voti raggiunta nei tempi d’oro e da 17mila le preferenze sono “solo” 8mila. Eletto in Regione, però, sceglie di proseguire l’avventura parlamentare, ma grazie a una nomina diretta dello stesso Formigoni ottiene comunque un ufficio a Milano, in qualità di Delegato del Presidente di Regione Lombardia per i Rapporti con il Parlamento e le Istituzioni del Territorio.
I voti degli amici
Questa è una vicenda se vogliamo tangenziale rispetto alla trama principale, ma vale la pena farne accenno quantomeno per capire i meccanismi del “gioco” secondo un politico come Gian Carlo Abelli.
Si tratta di uno dei tanti rivoli dell’inchiesta Infinito, in particolare quello che riguarda Pavia e i rapporti con la criminalità organizzata di Carlo Chiriaco (direttore della ASL di Pavia) e Pino Neri (avvocato), entrambi calabresi trapiantati a Pavia, accusati di essere – fra le altre cose – i tramiti fra ‘ndrangheta e politica locale (buona parte dei dettagli si possono ritrovare nelle ricostruzioni di Giovanni Giovannetti, qui e qui).
Al di là della questione giudiziaria (e di quella che sarà poi la sentenza), emergono già dalle intercettazioni e dalle carte della magistratura inquirente diversi elementi che mettono in evidenza i rapporti di queste persone – più o meno direttamente – con Gian Carlo Abelli. Lo stesso Abelli, chiamato solo pochi giorni fa a testimoniare nel processo che vede imputato Chiariaco per concorso esterno in associazione mafiosa, ha ribadito la sua “vicinanza” al dirigente ASL (per altro nominato all’epoca anche grazie alla sponsorizzazione di Abelli): «Conobbi Chiriaco nel 1980, quando ero presidente del San Matteo. Negli anni Ottanta, al Comune di Pavia, feci anche votare per lui» (qui un estratto delle dichiarazioni).
Il gatto perde il pelo…
Si arriva al 2012 e si ritorna a parlare di sanità. Questa volta si tratta dei soldi (e sono tanti, tantissimi) ricevuti dal faccendiere Pierluigi Daccò, già in carcere per il crac del San Raffaele, dalla Fodazione Maugeri (altre cliniche private convenzionate con la Regione e con sede a Pavia). In particolare, a Daccò era richiesto di intervenire in qualità di consulente presso gli organi competenti della Regione per ottenere nuovi finanziamenti e, soprattutto, aumentare gli introiti da “prestazioni non tariffabili” e dunque soggette a specifiche delibere di giunta (il sistema è spiegato molto bene qui).
Daccò non è un amico del “Faraone”.
Questa volta, l’amicizia è con Roberto Formigoni; insomma, col “Celeste” in persona e che di Daccò è talmente intimo da trascorrere con lui le vacanze (ovviamente, vista l’amicizia, facendosele anche pagare) o farsi prestare lo yacht. Abelli, invece, conosce bene Costantino Passerino, ex direttore amministrativo della Maugeri, che racconta ai magistrati: «da un punto di vista tecnico non avevamo necessità di rivolgerci a Daccò per le problematiche che potevano insorgere, in quanto il nostro referente in materia era l’onorevole Giancarlo Abelli». Passerino, infatti, conosce Daccò solo una decina d’anni fa e, proprio ad Abelli, all’epoca ancora assessore in Regione chiede informazioni. Spiega sempre Passerino «Abelli disse che (Daccò) era una persona importante perché vicina al presidente Formigoni (…) intesi che era opportuno, se da lui richiesto, intraprendere operazioni economiche e imprenditoriali con le società da lui presentate». Da segnalare che lo stesso Passerino, dal 1998 a oggi, annovera fra i suoi consulenti anche la moglie di Abelli, Rosanna Gariboldi (quella del patteggiamento), ritenuta la persona giusta – viste le competenze – per risolvere questioni relative al personale del gruppo, gli impatti della legge Brunetta o le partecipazioni di un privato in un istituto scientifico. Le competenze? Lady Abelli non possiede una laurea, ma in passato è stata impiegata presso il Policlinico San Matteo di Pavia.
Il senso del ridicolo
Il racconto avrebbe bisogno di altre pagine. Tante, tantissime. Migliaia, milioni di pagine per raccontare tutte le storie di chi è coinvolto.
Quasi 10 milioni di pagine come le persone che il Servizio Sanitario Lombardo serve attraverso 2,5 milioni di ricoveri e 150 milioni di prestazioni ambulatoriali. Perché non possiamo dimenticarcelo: questa storia è soprattutto la storia di chi, ogni giorno, cerca una cura o semplicemente un po’ di speranza.
La storia di chi paga, attraverso le proprie tasse, un sistema dove il denaro pubblico finisce in tasche private e in parte – quasi a “garanzia” del sistema – nelle tasche di amministratori e legislatori locali. In sostanza, una colossale e vergognosa truffa politica della quale, purtroppo, anche l’opposizione in questi anni non ha saputo (o non ha voluto) chiederne davvero conto, dimostrando così il suo senso del ridicolo.
Perché (fuori dai tribunali) gli Abelli, così come i Formigoni (e tutta la folta schiera degli Andreotti), si possono battere solo con una politica di assoluta intransigenza etica; una salda prospettiva politica (per esempio, attraverso la sanità pubblica che non finanzi il profitto); la creazione di rigide regole di trasparenza e controllo (soprattutto sui finanziamenti non tariffabili).
12.6.08
Un tanto al chilo
Ammalati di miliardi
SALUTE Una ricerca conferma che il «modello lombardo» privilegia i posti letto delle cliniche privateLa vicenda della clinica Santa Rita di Milano è un caso esemplare di truffa omicida e chiama in causa tutto un sistema ormai compromesso che paga la malattia invece di promuovere la salute. E' soprattutto in Lombardia che la sanità privata continua ad aumentare la propria sfera di influenza, come dimostrano le cifre di uno studio su costi e prestazioni
Luca Fazio
MILANO
La clinica Santa Rita è davvero la clinica degli orrori? Oppure, anche se è difficile trovare medici disposti ad ammetterlo, in un sistema che paga la malattia ormai è inevitabile che strutture private e pubbliche cerchino di aumentare il numero delle prestazioni inutili infierendo sui corpi dei cittadini? Fulvio Aurora, vicepresidente di Medicina Democratica, parla apertamente di «truffa omicida in un contesto truffaldino». E' questa la sua definizione del cosiddetto «modello lombardo di sanità», un vanto ancora oggi per il presidente Roberto Formigoni, che continua a ritenerlo il migliore tra quelli possibili, nella presunzione che altrove sia sicuramente peggio. Può darsi. Ma non basta.Ma quello che Formigoni non può far finta di non sapere è che la giunta regionale lombarda, accreditando indiscriminatamente tutta l'offerta ospedaliera privata, ha attirato investitori e scatenato la concorrenza tra le strutture sanitarie per accaparrarsi miliardi di euro di denaro pubblico, con ogni mezzo necessario. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: aumento vertiginoso dei volumi di affari della sanità privata e decine e decine di episodi di comportamenti illeciti riscontrati dalla magistratura (sono 35 le cliniche lombarde già finite sotto inchiesta, e proprio in queste ore sono in corso accertamenti di carattere economico in altre dieci strutture). Fenomeni criminosi che chiamano in causa il finanziamento del Sistema sanitario nazionale che si basa sulla remunerazione per prestazione (Drg): una struttura viene rimborsata in base al valore delle prestazioni erogate. Più sono i falsi tumori maligni operati, come ha detto il professor Umberto Veronesi, più sono i soldi incassati dalla struttura. E non è un caso se il privato in Lombardia continua ad aumentare la sua sfera di influenza, pur costando mediamente più del pubblico per «peso» dei Drg dichiarati e per numero delle prestazioni registrare. Roberto Formigoni si ostina a dire il contrario, ma ci sono dati che al di là della cronaca (nel 2003 la Regione ha concesso 95 nuovi posti letto proprio alla Santa Rita nonostante le contestazioni) parlano chiaro sul rapporto distorto tra pubblico e privato in Lombardia.Lo studio è stato curato da Giuseppe Landonio, ex oncologo e consigliere comunale milanese di Sinistra democratica. Le strutture di ricovero pubbliche iscritte al registro regionale sono passate da 117 a 112 nel periodo 2002-2006; nello stesso periodo, invece, le strutture private accreditate sono passate da 79 a 104. Ancora più consistente il divario tra ambulatori pubblici (da 176 sono scesi a 159) e privati (da 233 sono passati a 324). Mediamente si tratta di un aumento uniforme su tutto il territorio lombardo del 30% delle cliniche private, con alcune anomale eccezioni: a Bergamo sono passate addirittura da 24 a 45 mentre le pubbliche sono rimaste 24, a Cremona da 12 a 29 contro le 9 pubbliche, a Lodi da 3 a 10 contro le 5 pubbliche. Nella provincia di Milano ci sono 290 centri privati e 392 pubblici.Un altro dato interessante riguarda il tasso di ospedalizzazione per Asl. Il dato medio sui ricoveri dei lombardi negli anni si è attestato attorno ai 150 per 1.000 abitanti, eppure si assiste a una progressiva diminuzione dei ricoveri. Tutta salute? Non proprio, secondo la letture di Fulvio Aurora, di Medicina Democratica. «Questa diminuzione - spiega - viene recuperata dalle strutture residenziali per anziani, gli ospedali cercano di dimettere il paziente il più velocemente possibile e non a caso sono state aperte molte residenze per anziani: in Lombardia abbiamo 53 mila posti letto, anche quelli sono luoghi dove vengono curati, ma questa volta a pagamento». Viceversa, il tasso di «day hospital» ha superato di molto la media indicata come ottimale, per cui sembra evidente che questo tipo di ricovero potrebbe essere sostituito con semplici prestazioni ambulatoriali. Questi ricoveri fino a un giorno, inoltre, sono molto più numerosi nelle cliniche private (26% del totale) che nel pubblico (14%).Moltissimi lombardi, nonostante la sanità sia gratuita e mediamente di buon livello, scelgono di pagare il ricovero di tasca propria, sia nel pubblico che nel privato: per abbattere i tempi di attesa, per essere trattati meglio durante la degenza e per avere un rapporto privilegiato con un medico (39.397 pazienti nel 2006).Delicata, considerate le notizie degli ultimi giorni, è l'analisi del dato sui decessi in ospedale (2,44% la media lombarda, nel pubblico 2,73% e nel privato 1,79%). Perché questa differenza? Significa che le patologie più gravi di solito vengono curate nel pubblico, e che quindi il privato ha costi di gestione inferiori, per le strutture e la capacità di intervento.Il business della riabilitazione ormai è appannaggio esclusivo della sanità privata: nel pubblico ci sono 2.458 posti letto, nel privato 7.347 (33,46% contro 66,54), e l'Istituto don Gnocchi, di proprietà della Compagnia delle Opere amica dello splendido Formigoni, fa la parte del leone.Se il «cliente» del modello lombardo non è tenuto a conoscere dati e statistiche, certo non può essere indifferente ai tempi di attesa per i ricoveri. Sono lunghi, troppo lunghi, anche per le neoplasie. Mediamente tre mesi per una cataratta, sedici giorni per una neoplasia mammaria, più di tre mesi per una protesi all'anca...Tra le tante cifre che mettono a confronto la spesa per la sanità pubblica e privata in Lombardia, una in particolare interessa i «clienti» più poveri: le cure odontoiatriche. Nelle casse dei 6.440 studi dentistici registrati, ogni anno i cittadini riversano 3 miliardi e 200 milioni di euro, e zero euro (0) nelle casse della sanità pubblica. «Questo - commenta Aurora - è uno dei motivi di impoverimento della popolazione anziana».Insomma, il modello non funziona, e non solo quello lombardo. Tutti (quasi tutti) a gran voce oggi dicono basta, «bisogna abbandonare il mercato e tornare alla cura per premiare la promozione, della salute e non la malattia» (Cgil Lombardia). In ballo, solo in Lombardia, ci sono 25 miliardi e 262 milioni di euro all'anno: 15.842 destinati al pubblico, 9.420 alle strutture private. Politici, medici, sindacalisti, operatori della sanità, chi se la sente di abbandonare questo mercato?
ilmanifesto.it
SALUTE Una ricerca conferma che il «modello lombardo» privilegia i posti letto delle cliniche privateLa vicenda della clinica Santa Rita di Milano è un caso esemplare di truffa omicida e chiama in causa tutto un sistema ormai compromesso che paga la malattia invece di promuovere la salute. E' soprattutto in Lombardia che la sanità privata continua ad aumentare la propria sfera di influenza, come dimostrano le cifre di uno studio su costi e prestazioni
Luca Fazio
MILANO
La clinica Santa Rita è davvero la clinica degli orrori? Oppure, anche se è difficile trovare medici disposti ad ammetterlo, in un sistema che paga la malattia ormai è inevitabile che strutture private e pubbliche cerchino di aumentare il numero delle prestazioni inutili infierendo sui corpi dei cittadini? Fulvio Aurora, vicepresidente di Medicina Democratica, parla apertamente di «truffa omicida in un contesto truffaldino». E' questa la sua definizione del cosiddetto «modello lombardo di sanità», un vanto ancora oggi per il presidente Roberto Formigoni, che continua a ritenerlo il migliore tra quelli possibili, nella presunzione che altrove sia sicuramente peggio. Può darsi. Ma non basta.Ma quello che Formigoni non può far finta di non sapere è che la giunta regionale lombarda, accreditando indiscriminatamente tutta l'offerta ospedaliera privata, ha attirato investitori e scatenato la concorrenza tra le strutture sanitarie per accaparrarsi miliardi di euro di denaro pubblico, con ogni mezzo necessario. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: aumento vertiginoso dei volumi di affari della sanità privata e decine e decine di episodi di comportamenti illeciti riscontrati dalla magistratura (sono 35 le cliniche lombarde già finite sotto inchiesta, e proprio in queste ore sono in corso accertamenti di carattere economico in altre dieci strutture). Fenomeni criminosi che chiamano in causa il finanziamento del Sistema sanitario nazionale che si basa sulla remunerazione per prestazione (Drg): una struttura viene rimborsata in base al valore delle prestazioni erogate. Più sono i falsi tumori maligni operati, come ha detto il professor Umberto Veronesi, più sono i soldi incassati dalla struttura. E non è un caso se il privato in Lombardia continua ad aumentare la sua sfera di influenza, pur costando mediamente più del pubblico per «peso» dei Drg dichiarati e per numero delle prestazioni registrare. Roberto Formigoni si ostina a dire il contrario, ma ci sono dati che al di là della cronaca (nel 2003 la Regione ha concesso 95 nuovi posti letto proprio alla Santa Rita nonostante le contestazioni) parlano chiaro sul rapporto distorto tra pubblico e privato in Lombardia.Lo studio è stato curato da Giuseppe Landonio, ex oncologo e consigliere comunale milanese di Sinistra democratica. Le strutture di ricovero pubbliche iscritte al registro regionale sono passate da 117 a 112 nel periodo 2002-2006; nello stesso periodo, invece, le strutture private accreditate sono passate da 79 a 104. Ancora più consistente il divario tra ambulatori pubblici (da 176 sono scesi a 159) e privati (da 233 sono passati a 324). Mediamente si tratta di un aumento uniforme su tutto il territorio lombardo del 30% delle cliniche private, con alcune anomale eccezioni: a Bergamo sono passate addirittura da 24 a 45 mentre le pubbliche sono rimaste 24, a Cremona da 12 a 29 contro le 9 pubbliche, a Lodi da 3 a 10 contro le 5 pubbliche. Nella provincia di Milano ci sono 290 centri privati e 392 pubblici.Un altro dato interessante riguarda il tasso di ospedalizzazione per Asl. Il dato medio sui ricoveri dei lombardi negli anni si è attestato attorno ai 150 per 1.000 abitanti, eppure si assiste a una progressiva diminuzione dei ricoveri. Tutta salute? Non proprio, secondo la letture di Fulvio Aurora, di Medicina Democratica. «Questa diminuzione - spiega - viene recuperata dalle strutture residenziali per anziani, gli ospedali cercano di dimettere il paziente il più velocemente possibile e non a caso sono state aperte molte residenze per anziani: in Lombardia abbiamo 53 mila posti letto, anche quelli sono luoghi dove vengono curati, ma questa volta a pagamento». Viceversa, il tasso di «day hospital» ha superato di molto la media indicata come ottimale, per cui sembra evidente che questo tipo di ricovero potrebbe essere sostituito con semplici prestazioni ambulatoriali. Questi ricoveri fino a un giorno, inoltre, sono molto più numerosi nelle cliniche private (26% del totale) che nel pubblico (14%).Moltissimi lombardi, nonostante la sanità sia gratuita e mediamente di buon livello, scelgono di pagare il ricovero di tasca propria, sia nel pubblico che nel privato: per abbattere i tempi di attesa, per essere trattati meglio durante la degenza e per avere un rapporto privilegiato con un medico (39.397 pazienti nel 2006).Delicata, considerate le notizie degli ultimi giorni, è l'analisi del dato sui decessi in ospedale (2,44% la media lombarda, nel pubblico 2,73% e nel privato 1,79%). Perché questa differenza? Significa che le patologie più gravi di solito vengono curate nel pubblico, e che quindi il privato ha costi di gestione inferiori, per le strutture e la capacità di intervento.Il business della riabilitazione ormai è appannaggio esclusivo della sanità privata: nel pubblico ci sono 2.458 posti letto, nel privato 7.347 (33,46% contro 66,54), e l'Istituto don Gnocchi, di proprietà della Compagnia delle Opere amica dello splendido Formigoni, fa la parte del leone.Se il «cliente» del modello lombardo non è tenuto a conoscere dati e statistiche, certo non può essere indifferente ai tempi di attesa per i ricoveri. Sono lunghi, troppo lunghi, anche per le neoplasie. Mediamente tre mesi per una cataratta, sedici giorni per una neoplasia mammaria, più di tre mesi per una protesi all'anca...Tra le tante cifre che mettono a confronto la spesa per la sanità pubblica e privata in Lombardia, una in particolare interessa i «clienti» più poveri: le cure odontoiatriche. Nelle casse dei 6.440 studi dentistici registrati, ogni anno i cittadini riversano 3 miliardi e 200 milioni di euro, e zero euro (0) nelle casse della sanità pubblica. «Questo - commenta Aurora - è uno dei motivi di impoverimento della popolazione anziana».Insomma, il modello non funziona, e non solo quello lombardo. Tutti (quasi tutti) a gran voce oggi dicono basta, «bisogna abbandonare il mercato e tornare alla cura per premiare la promozione, della salute e non la malattia» (Cgil Lombardia). In ballo, solo in Lombardia, ci sono 25 miliardi e 262 milioni di euro all'anno: 15.842 destinati al pubblico, 9.420 alle strutture private. Politici, medici, sindacalisti, operatori della sanità, chi se la sente di abbandonare questo mercato?
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11.6.08
Bassa macelleria
di Adriano Sofri
Ci sono modi di dire che hanno perduto il legame con il loro significato originario. Noi diciamo: «Non ci posso credere!», e vuol dire che ci crediamo senz’altro, tutt’al più troviamo la cosa un po’ singolare. Ora di colpo diciamo: «Non ci posso credere!», e vuol dire che davvero non ci possiamo credere, e non vogliamo crederci.Si dice che in una clinica (una sola?) di Milano (di Milano!) non un singolo medico pazzo o farabutto, ma un intero manipolo di medici di ogni ordine e grado, per denaro, contro ogni giustificazione terapeutica, resecava mammelle, squartava toraci, asportava polmoni, reimpiegava chiodi infetti, moltiplicava interventi senza speranza, faceva scempio di persone umane ridotte a corpi, e di corpi ridotti a organi - per denaro. «E per fare 15 polmoni... auguri... e no, dico, poi se sei fortunato che in un mese ti arrivano quattro politraumi e non so dieci fratture costali, ma cosa fai ti metti ad operare dieci fratture costali perché non hai pazienti?». Se sei fortunato. Persone sofferenti si mettevano nelle loro mani, e le loro mani, in solido, le storpiavano fino alla morte per amore del denaro.E quando ne parlavano, ne parlavano come se fosse un compito seccante cui non potevano sottrarsi. «Cioè, o tu fai 15 polmoni, o altrimenti non puoi pagare un’équipe...». Farò di voi pescatori di uomini - vi ricordate questa promessa. Ecco la versione dei professionisti della Santa Rita: Merlano: «Cioè tu pescavi dall’Oltre Po pavese?». Brega Massone: «Ma io pescavo dappertutto, da Lodi, dove tiravo fuori le mammelle, poi ho cominciato a pescare anche i polmoni...». Non bastasse il sacrificio di tutte quelle operazioni indebite, per aggiungere un paio di zeri al salario mensile, a volte la sfortuna si accaniva su di loro. Come quando per un disguido nella spedizione si trovano in mano «un tibiale destro al posto di un rotuleo sinistro», e a quel punto, chi se ne frega, infilano il rotuleo sinistro nella gamba destra, e per colmo di sfortuna il paziente è un collega, un medico anche lui: Galasso: «.. sì una roba no noi abbiamo messo ad un collega un tibiale destro al posto di un rotuleo sinistro, mi vengono già le coliche ma non importa». Sembra M.A.S.H., nel centro di Milano. Sembra la Gita a Tindari. Diceva il boss mafioso all’antica: «Noi sapevamo quale era la linea che separava l’uomo dalla bestia». La linea non fa che retrocedere. Viene da dire che almeno a Tindari, o nella Cina delle esecuzioni capitali, o nel mondo dei bambini rapiti, la ferocia ha un suo fine imprenditoriale: trafficare organi. Nel centro di Milano gli organi andavano a fondo perduto, solo per compilare moduli del Drg, il rimborso a tariffe. Il seno di una ragazza, il polmone di un poveretto. La malasanità, a guardarla da qui sembra umana. L’aggravante della crudeltà, che le titolari della pubblica accusa milanese hanno elevato, è una mera adesione al tariffario: «Investire su qualcuno che ha principalmente una patologia oncologica». Investire. Su qualcuno che ha il cancro - o attribuirglielo.Mettiamo che siate quel qualcuno. Quella qualcuna. O un suo caro, una sua cara. Che siate magari uno del paio di centinaia ancora ricoverati nella clinica, e non siate ancora scappati in sottoveste e a piedi nudi, se ve ne restavano le forze. C’è un problema sicurezza, in Italia: fare da sé? Una ronda, in corsia? E ci scandalizziamo delle morti bianche: carni rosse, morti rosse. Sono dei dilettanti, i boss della Thyssen, rispetto a questi luminari. Nella caserma di Bolzaneto, Genova 2001, un medico capo penitenziario e suoi colleghi e sottoposti si divertirono a torturare e umiliare degli inermi: ma almeno erano gonfi di fanatismo, di spirito di corpo, di sadismo. Questi della Santa Rita, come li restituiscono le carte dell’accusa e le registrazioni delle telefonate, non sono né buoni né cattivi, né esaltati né depressi: sono solo fedeli al tariffario. (A proposito. C’è una sola cosa peggiore dell’abuso delle intercettazioni telefoniche: il loro divieto).Manca, per il momento, il ministero della Salute. In compenso, nel campo della sanità, in particolare in Lombardia, la privatizzazione ha fatto passi da gigante. Pare che ci fossero già state condanne di fior di primari per interventi chirurgici non giustificati: cardiochirurgia, affari di cuore. Bisognerà ammettere che privatizzazione e amore (privato) per il denaro (pubblico) vanno ancora assieme, a meraviglia. In un paese ordinato la sanità dev’essere pubblica, e si deve tenere una sobrietà, quanto al denaro. Naturalmente, l’amore per il denaro, la passione del denaro, non è destinata inevitabilmente a travolgere il rispetto peri polmoni e i reni e i seni altrui. Infatti, quando succede, diciamo: Non ci posso credere. C’è però una complicazione. Se avete un amico medico, o un vostro medico di fiducia - di fiducia, sul serio - provate a dirgli come siete esterrefatti e costernati per la notizia milanese. Scuoterà la testa. Di tutte le categorie, la meno incredula rispetto alla macelleria burocratica della Santa Rita, quella che ci può credere, senza neanche tanta fatica, è la categoria dei medici. Qualcuno, esagerando per l’amarezza, arriverà a dirvi: «E tutto così». Non è vero. Ma che cosa sarà di un popolo costretto a dubitare che i propri medici siano così?
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Ci sono modi di dire che hanno perduto il legame con il loro significato originario. Noi diciamo: «Non ci posso credere!», e vuol dire che ci crediamo senz’altro, tutt’al più troviamo la cosa un po’ singolare. Ora di colpo diciamo: «Non ci posso credere!», e vuol dire che davvero non ci possiamo credere, e non vogliamo crederci.Si dice che in una clinica (una sola?) di Milano (di Milano!) non un singolo medico pazzo o farabutto, ma un intero manipolo di medici di ogni ordine e grado, per denaro, contro ogni giustificazione terapeutica, resecava mammelle, squartava toraci, asportava polmoni, reimpiegava chiodi infetti, moltiplicava interventi senza speranza, faceva scempio di persone umane ridotte a corpi, e di corpi ridotti a organi - per denaro. «E per fare 15 polmoni... auguri... e no, dico, poi se sei fortunato che in un mese ti arrivano quattro politraumi e non so dieci fratture costali, ma cosa fai ti metti ad operare dieci fratture costali perché non hai pazienti?». Se sei fortunato. Persone sofferenti si mettevano nelle loro mani, e le loro mani, in solido, le storpiavano fino alla morte per amore del denaro.E quando ne parlavano, ne parlavano come se fosse un compito seccante cui non potevano sottrarsi. «Cioè, o tu fai 15 polmoni, o altrimenti non puoi pagare un’équipe...». Farò di voi pescatori di uomini - vi ricordate questa promessa. Ecco la versione dei professionisti della Santa Rita: Merlano: «Cioè tu pescavi dall’Oltre Po pavese?». Brega Massone: «Ma io pescavo dappertutto, da Lodi, dove tiravo fuori le mammelle, poi ho cominciato a pescare anche i polmoni...». Non bastasse il sacrificio di tutte quelle operazioni indebite, per aggiungere un paio di zeri al salario mensile, a volte la sfortuna si accaniva su di loro. Come quando per un disguido nella spedizione si trovano in mano «un tibiale destro al posto di un rotuleo sinistro», e a quel punto, chi se ne frega, infilano il rotuleo sinistro nella gamba destra, e per colmo di sfortuna il paziente è un collega, un medico anche lui: Galasso: «.. sì una roba no noi abbiamo messo ad un collega un tibiale destro al posto di un rotuleo sinistro, mi vengono già le coliche ma non importa». Sembra M.A.S.H., nel centro di Milano. Sembra la Gita a Tindari. Diceva il boss mafioso all’antica: «Noi sapevamo quale era la linea che separava l’uomo dalla bestia». La linea non fa che retrocedere. Viene da dire che almeno a Tindari, o nella Cina delle esecuzioni capitali, o nel mondo dei bambini rapiti, la ferocia ha un suo fine imprenditoriale: trafficare organi. Nel centro di Milano gli organi andavano a fondo perduto, solo per compilare moduli del Drg, il rimborso a tariffe. Il seno di una ragazza, il polmone di un poveretto. La malasanità, a guardarla da qui sembra umana. L’aggravante della crudeltà, che le titolari della pubblica accusa milanese hanno elevato, è una mera adesione al tariffario: «Investire su qualcuno che ha principalmente una patologia oncologica». Investire. Su qualcuno che ha il cancro - o attribuirglielo.Mettiamo che siate quel qualcuno. Quella qualcuna. O un suo caro, una sua cara. Che siate magari uno del paio di centinaia ancora ricoverati nella clinica, e non siate ancora scappati in sottoveste e a piedi nudi, se ve ne restavano le forze. C’è un problema sicurezza, in Italia: fare da sé? Una ronda, in corsia? E ci scandalizziamo delle morti bianche: carni rosse, morti rosse. Sono dei dilettanti, i boss della Thyssen, rispetto a questi luminari. Nella caserma di Bolzaneto, Genova 2001, un medico capo penitenziario e suoi colleghi e sottoposti si divertirono a torturare e umiliare degli inermi: ma almeno erano gonfi di fanatismo, di spirito di corpo, di sadismo. Questi della Santa Rita, come li restituiscono le carte dell’accusa e le registrazioni delle telefonate, non sono né buoni né cattivi, né esaltati né depressi: sono solo fedeli al tariffario. (A proposito. C’è una sola cosa peggiore dell’abuso delle intercettazioni telefoniche: il loro divieto).Manca, per il momento, il ministero della Salute. In compenso, nel campo della sanità, in particolare in Lombardia, la privatizzazione ha fatto passi da gigante. Pare che ci fossero già state condanne di fior di primari per interventi chirurgici non giustificati: cardiochirurgia, affari di cuore. Bisognerà ammettere che privatizzazione e amore (privato) per il denaro (pubblico) vanno ancora assieme, a meraviglia. In un paese ordinato la sanità dev’essere pubblica, e si deve tenere una sobrietà, quanto al denaro. Naturalmente, l’amore per il denaro, la passione del denaro, non è destinata inevitabilmente a travolgere il rispetto peri polmoni e i reni e i seni altrui. Infatti, quando succede, diciamo: Non ci posso credere. C’è però una complicazione. Se avete un amico medico, o un vostro medico di fiducia - di fiducia, sul serio - provate a dirgli come siete esterrefatti e costernati per la notizia milanese. Scuoterà la testa. Di tutte le categorie, la meno incredula rispetto alla macelleria burocratica della Santa Rita, quella che ci può credere, senza neanche tanta fatica, è la categoria dei medici. Qualcuno, esagerando per l’amarezza, arriverà a dirvi: «E tutto così». Non è vero. Ma che cosa sarà di un popolo costretto a dubitare che i propri medici siano così?
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