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16.12.13

Il Paese stanco che non crede più a tg e talk show

di ILVO DIAMANTI (repubblica.it)

Mappe. Indagine Demos-Coop: l'Italia delusa si rifugia nei social network. Nello scambio tra televisione e potere, la paura cresce sempre più, si moltiplica. Anche la satira non diverte più

Gli italiani continuano a informarsi, in larga maggioranza, seguendo la tivù. Anche se ne hanno sempre meno fiducia e usano, in misura crescente, la Rete. Perché la considerano il canale più libero e indipendente. E permette loro di informarsi navigando tra diversi media. È il ritratto che si scorge scorrendo i risultati della VII Indagine di Demos-Coop su "Gli italiani e l'informazione". Otto persone su dieci, infatti, affermano di informarsi quotidianamente in televisione, il 47% su Internet.

LE TABELLE  (Rapporto demos&pi 2013)

Sei anni fa, coloro che utilizzavano Internet erano poco più della metà (25%), mentre il seguito della tv era più elevato di 7 punti. Si tratta di una tendenza chiara, precisata dalla tenuta della radio (circa il 40%) e dalla riduzione significativa dei giornali. Oggi, sostanzialmente sullo stesso livello di un anno fa (25%), ma in calo di 5 punti rispetto al 2007. La popolazione italiana, dunque, si serve sempre più e sempre più spesso della Rete, come fonte di informazione diretta, ma anche per accedere ad altri media, in particolare i giornali. Due navigatori di Internet su tre (e quasi metà sulla popolazione intervistata) affermano, infatti, di leggere regolarmente i quotidiani online. Reciprocamente, i giornali (e i notiziari radio-tv) si connettono alla Rete, attraverso edizioni online e digitalizzate. Inoltre, utilizzano i Social Network, in particolare Twitter, come canale diretto con i leader e gli opinion maker.

Questa evoluzione è favorita dalla rapida diffusione delle tecnologie di comunicazione. Nell'ultimo anno, non a caso, la quota di coloro che si collegano a Internet mediante i cellulari oppure i tablet è cresciuta sensibilmente. Di 20 punti: dal 37% al 57%.

Tuttavia, la tv resta ancora, di gran lunga, il riferimento più frequentato. Come si è visto alle ultime elezioni politiche. Le più "televisive" della storia, nonostante la diffusione della Rete.

Eppure, come si è detto, la tv gode di un grado di fiducia limitato. Solo due persone su dieci la considerano un medium davvero indipendente e libero. Peraltro, gran parte dei programmi di informazione televisivi appare in calo di credibilità. I tg, soprattutto. Il Tg3 (56,7% di valutazioni positive) e il Tg1 (52,4%) continuano ad essere i più accreditati, fra gli italiani. Ma subiscono, entrambi, un declino. Particolarmente rilevante, nel caso del Tg1, rispetto al 2007. Come, d'altronde, il Tg2. Il calo di fiducia colpisce, a maggior ragione, le testate giornalistiche delle reti Mediaset. Il Tg di La7, invece, segna un aumento di credibilità, rispetto al 2007, ma, per la prima volta dopo tanti anni, arretra, seppur di poco, rispetto al 2012. Gli unici tg che registrano una crescita costante, anche nell'ultimo anno, sono quelli sulle reti all news. Rai News24 e Sky Tg24. Insomma, l'informazione tivù ha perduto e sta perdendo credito, in misura diversa, un po' dovunque. La stessa tendenza coinvolge i programmi di approfondimento e i talk legati all'attualità politica e sociale. Molti, fra i più conosciuti e considerati, fino ad oggi, subiscono un brusco calo di fiducia. Ballarò, Servizio Pubblico, Otto e mezzo, In mezz'ora: pérdono tutti intorno ai 4-5 punti, nella valutazione degli italiani (intervistati). Solo Report, un programma di inchiesta, e Piazza Pulita, un talk di battaglia, fanno registrare una crescita di consensi significativa. Così, Ballarò si conferma primo, nella graduatoria della fiducia. Ma, per la prima volta, da quando viene condotta l'indagine di Demos-Coop, il talk condotto da Giovanni Floris condivide il primato. Con Report, appunto. Il programma di Milena Gabanelli.

Perfino i talk satirici e l'infotainment suscitano minore confidenza. Il grado di fiducia verso Striscia la Notizia, in particolare, nell'ultimo anno, è sceso di 5 punti e di 2 quello verso Che tempo che fa, il talk condotto da Fabio Fazio. Mentre le Iene tengono. E Crozza contribuisce agli ascolti di Ballarò. Così, i programmi pop-talk e di satira politica si allineano, tutti, intorno al 50% di gradimento. Nessuno svetta sugli altri.

È come se, in tivù, l'informazione, l'approfondimento, la stessa satira, suscitassero interesse, ma anche stanchezza. E un po' di fastidio. Probabilmente perché la crisi, economica e politica, è difficile per tutti. Sentirne parlare non conforta. Produce, anzi, un senso di malessere che ha contaminato, in qualche misura, anche i media.

D'altronde, gran parte della popolazione sceglie i tg e i programmi di informazione in base alle proprie preferenze politiche. Il pubblico di centrosinistra dimostra fiducia per il Tg3 e il Tg di La7. Il quale risulta, in assoluto, il più apprezzato dagli elettori del M5S. D'altra parte, il Tg di Mentana è quello che ha riservato maggiore spazio e attenzione a Grillo e al M5S, ben prima del voto di febbraio. Gli elettori di centrodestra, invece, guardano con fiducia i tg delle reti Mediaset. E gli elettori di centro si fidano soprattutto del Tg1 e di Rai News 24. Come in passato, dunque, gli italiani, nella tv, cercano conferma alla loro identità politica.

Da ciò, la crescente sfiducia verso l'informazione televisiva. Se, infatti, il legame fra orientamento politico e consumo televisivo appare stretto, allora il clima di distacco e di ostilità verso la politica, che si respira nella società, non può non coinvolgere anche la televisione. Principale, quasi unico, "campo di combattimento" della politica italiana. Ma ciò genera un circuito vizioso. Così, paura e sfiducia, nello scambio tra pubblico e televisione, si rafforzano reciprocamente. È l'Italia del disgusto politico e dei forconi. Prima che sia troppo tardi, qualcuno dovrebbe interrompere questo inseguimento senza fine. Ma è difficile che ciò avvenga per iniziativa del pubblico. Della società. E ho il sospetto che neppure i media, in particolare la tivù, siano disposti a cambiare una programmazione. Che garantisce ancora ascolti, anche se usurata. Così è probabile che lo "spettacolo" continui. Con gli stessi format. Con gli stessi effetti sul "pubblico". Tutti insieme: sfiduciati e scontenti. Fino al collasso del clima d'opinione. Che, in effetti, sembra ormai prossimo.


5.12.10

Umberto Eco e l'Italia a 150 anni. I poveri della tv e i ricchi del web

di Gianni Riotta

«L'identità italiana dei prossimi 150 anni?». Umberto Eco sorride nel suo salone, all'ombra del Castello Sforzesco di Milano, davanti all'impossibile domanda. È tornato da poco da Parigi, alla riunione di redazione del quotidiano gauchiste «Liberation» gli han chiesto come sempre de "les Italiens", e ha provato a rispondere «occhio piuttosto ai movimenti culturali che politici, occhio alle università».

E a pochi giorni dal 150º compleanno del paese, provando a guardare a quali idee uniranno – o divideranno come presagisce nel suo romanzo Il cimitero di Praga – le prossime generazioni, il pioniere della semiologia azzarda «Giudica da televisione e internet. La tv ha fatto bene ai poveri e male ai ricchi. Internet male ai poveri e bene ai ricchi».

Sembra un paradosso dritto dai tempi de «Apocalittici e integrati», il saggio di Eco che diede alla cultura di massa dignità di "cultura", fece incavolare ermellini e parrucconi del 1964, animando oggi 7580 siti sul web: «La televisione diede un linguaggio ai poveri, la lingua nazionale italiana. Può darsi che la parlassero con i tic di Mike Bongiorno ma comunque la impararono. La classe colta, i ricchi dico per ironia, magari invece abbandonarono la lettura di Marcel Proust e de La ricerca del tempo perduto, per quiz e varietà. L'esatto contrario con il web. I poveri, chi non ha gli strumenti di cultura del nuovo sapere, rischia di perdersi nell'oceano di informazione della rete, finendo nei siti dei complottisti, dei populisti. Non imparano nuove informazioni, ma si intossicano di menzogne. I ricchi, i colti, possono scrivere una tesi di esegesi bliblica cliccando su una tastiera».

Si chiama "digital divide", la barriera culturale prodotta dal web e potrebbe essere questo il ponte levatorio del nuovo Castello del potere nel prossimo secolo e mezzo nazionale. Un compleanno che Eco festeggia con moderato entusiasmo, «Il paese mi sembra avere perduto energia morale, forza. È come se fosse narcotizzato. Io sono stanco di vedere la nostra identità maltrattata all'estero dagli analisti.

Ancora due o tre anni fa ci compativano, "poveracci vi siete ridotti male", adesso quasi si incavolano "perché non reagite?" come se le identità, il consenso nazionale, fossero facili schemi da ribaltare». E prima di arrivare alla sua, preoccupata, vista sull'Italia 2010- 2011, Eco torna agli anni della fondazione, ai mito del Risorgimento.

«Gli Stati Uniti hanno avuto una guerra civile, e tragica, ma già col romanzo di Margaret Mitchell del 1936, e tre anni dopo con il filmone, Via col Vento prodotto da Selznick, provarono a darsi una visione unitaria, nazionale, dove yankee e confederati potessero darsi conto reciprocamente delle ragioni. Esercizio per noi italiani impossibile. Non solo ci siamo divisi tra guelfi e ghibellini, ma poi tra bianchi e neri, in un caleidoscopio perenne di fazioni e gruppi. Che non ci ha dato serenità politica».

Per Eco è la cultura ad avere unito il paese, prima che politica e istituzioni ci provassero con alterne fortune: «Abbiamo una tradizione comunale di faide. Se oggi quella lacerazione è incarnata al Nord dalla Lega, non dimenticare che al Sud sono sempre rimaste attive spinte autonomistiche, separatiste, in Sicilia, in Sardegna. Il mito del Risorgimento, contestato o no, è contrapposto a un mito del regno Borbonico, che non ho mai condiviso. Per dirla tutta, se oggi c'è la monnezza in strada a Napoli è per il retaggio peggiore di quella tradizione.

E, con freddezza storica, dobbiamo ammettere che i piemontesi» – e qui Eco parla da piemontese doc, come il senatore Chevalley del Gattopardo – «fecero un sacco di cavolate, repressero dove dovevano riformare, ma credo che alla fine l'Italia unita sia un paese, e una comunità, migliore di quella che avremmo ereditato da Granducati di Toscana e Borboni. Sarebbe bene che Nord e Sud accettassero questa morale».

Per capire però il Dna profondo degli italiani a 150 anni, Eco chiama a un precoce sforzo globale. Considera il nostro paese «la prima nazione globale», quando ancora al posto del computer si usavano incunaboli. «La nostra identità è cosmopolita. In politica perché ogni castello chiamava lo straniero ad allearsi contro il castello contiguo. E in cultura perché la capacità "globale" dei nostri classici, ha fatto loro perdere italianità.

I francesi tendono ad annetterseli, considerano francesi Leonardo e Modigliani, gli spagnoli apprezzano un italiano come cugino, gli inglesi e i tedeschi guardano ai valori umanistici, come se Dante fosse compatriota di Shakespeare e Goethe e Machiavelli di Hegel. Se l'italiano è, e resta, esterofilo, gli stranieri tendono a assumerlo come un internazionale cosmopolita. Io sono arrivato in America più spesso invitato dagli istituti di cultura francese che da quelli di italianistica...».

Come ce la siamo cavata però per secoli, arrivando oggi malgrado tutto a essere la seconda industria d'Europa e una delle prime nel mondo, pur con un paese povero di risorse e di unità politica? «Perché ce la caviamo, siamo abituati a tenere duro, a creare, inventare, il Rinascimento è invenzione, il boom economico degli anni 60 invenzione. Sai da dove viene la parola kitsch secondo alcune etimologie? Da sketch, gli schizzi alla buona che gli artisti di strada vendevano ai turisti gentlemen inglesi del passato. Già allora riciclavamo le glorie, un marketing alla buona».

E oggi? Fabio Fazio ha chiesto a Eco, protagonista delle avanguardie alla Gruppo '63, collaboratore di «Espresso» e «Manifesto», se l'aggettivo "disperato" usato dal Sole per recensire il suo ultimo romanzo fosse azzeccato e la risposta, in tv, come qui, è la stessa: «Invecchiando ci si fa pessimisti. La sinistra aveva la carta Prodi e l'ha bruciata per due volte, proprio per quelle faide di fazione ancestrali. E la destra ha un leader che rappresenta tanti italiani nei loro tic e desideri, dà l'illusione di stare nella modernità, ma poi non ha riformato il paese. Ci vorrebbe un Comitato di salute pubblica, un governo unitario che lavorasse sui problemi, ma non vedo una classe politica, o un'opinione pubblica, capace di generarlo».

Disperazione o pessimismo non allontanano Umberto Eco dal lavoro: «I giovani li leggo, Ammaniti, Nove, la Avallone, sono bravi. Al cinema invece vado poco, solo i classici. Quando è rinata la rivista "Alfabeta" ho chiesto che venissero costituiti dei comitati di giovani laureati a Bologna, a Torino, a Roma, per dare la possibilità a tanti giovanissimi pieni di ingegno e senso critico. Ma il fatto politico più nuovo è passato dalla tv, il Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Oltre le ideologie del Novecento, m'è sembrato un modo di guardare al di là della politica, al di là dei partiti, cercando la cultura che ci unisca». È stato, per Eco, il regalo di compleanno all'Italia, nel compleanno numero 150.

24.7.09

Conflitto spaziale

di Norma Rangeri

Pagheremo caro e pagheremo tutto. Con l'accordo tra Berlusconi e Berlusconi, cioè tra Rai e Mediaset, è nata ieri la nuova Tivu, piattaforma satellitare posseduta al 48 per cento da viale Mazzini, al 48 per cento dal Cavaliere, al 4 per cento da Telecom. In una affollata conferenza stampa a Roma, una mezza dozzina di manager dei tre gruppi editoriali ha presentato la neonata creatura: un satellite autarchico. Basso profilo, linguaggio tecnico come stessero annunciando un'offerta omaggio. La musica ufficiale di Tivu suona il piffero della filantropia: consentire a quel cinque per cento di popolazione che non riceve, per motivi geografici, il digitale terrestre, di avere ugualmente il segnale grazie al nuovo collegamento satellitare. In realtà tutto si fa per Mediaset che ora potrà combattere, anche nello spazio, la sua battaglia contro Sky, mentre la Rai ha ottime probabilità di cominciare a contare i soldi e il pubblico persi nell'incestuosa operazione.
Dopo aver speso circa 700 milioni di euro per spegnere l'analogico e accendere il digitale, più altrettanti per incentivare l'acquisto del decoder, con la triplice alleanza la Rai spicca il volo lanciandosi, sempre a nostre spese, nell'avventura spaziale: nessuno è obbligato a comprare il terzo decoder (circa 100 euro), ma di fatto saremo incentivati dal marketing all'ossimoro del volontario acquisto.
Se, come tutto lascia supporre, il servizio pubblico toglierà i canali Raisat da Sky, perderà centinaia di milioni di euro (meno audience, meno pubblicità), mentre il vero concorrente commerciale (Berlusconi), ne guadagnerà proponendosi come la reale alternativa pay a Murdoch. Oltretutto, l'uscita da Sky dei canali satellitari si porterà dietro la cancellazione dalla piattaforma dello squalo australiano anche delle reti generaliste (Raiuno, Raidue e Raitre) contraddicendo così il contratto di servizio che invece obbliga la Rai a diffondere i suoi segnali su tutte le piattaforme. Su questo non secondario aspetto della questione, il parere dell'Autorità arriverà a settembre, a cose fatte, come è usanza in Italia.
La sostanza politica dell'operazione è la costruzione di un trust nel paese dove abbiamo seppellito, in un'agonia ventennale, il conflitto di interessi, salvo vederlo resuscitare, nella contingenza della lotta congressuale del Pd, da inaspettati alfieri.
Noi, sudditi di un paese che ha abolito il pluralismo dell'informazione televisiva, assistiamo ora alla scena grottesca di vedere moltiplicati per tre i decoder nelle nostre case. Come quando con la televisione ad alta definizione venivamo persuasi che ad un'alta tecnologia sarebbe corrisposta una maggiore offerta di informazione e intrattenimento, ora con Tivu ci viene assicurato che la Rai diventerà finalmente una televisione europea. Ma, come allora continuarono a somministrarci Vespa sugli schermi a cristalli liquidi, oggi nessun decoder ci salverà dalla tv più asfittica e degradata del mondo occidentale.

20.10.07

Attrazioni criminali nella fabbrica del consenso

Prove tecniche di «legge e ordine» in «tv-movie» dove ex-marines sono a caccia di killer in un paese sepolto sotto una montagna di cadaveri.
Da Cogne a Erba, da Erika e Omar a Garlasco, la cronaca nera è diventata una pervasiva macchina del controllo sociale. Sono così cancellati i delitti compiuti dall'ecomafia e contro i beni comuni operati da quella grande industria dell'illegalità che vede nello stesso consiglio di amministrazione la criminalità organizzata e la grande finanza
Massimo Carlotto
Come racconta il crimine la televisione italiana? E soprattutto quale crimine racconta? Vi è mai capitato di vedere un servizio sulla mafia russa o su una delle tante organizzazioni transnazionali che ormai hanno pianta stabile in questo paese? E sulla commistione tra investimenti economici italiani in certi stati dell'est e mafie locali? I casi sono troppo numerosi per essere elencati tutti ma, a parte qualche coraggioso esempio, come Blunotte di Carlo Lucarelli, Chi l'ha visto dell'era Sciarelli e Report di Milena Gabanelli, la televisione si guarda bene dal fare giornalismo d'inchiesta. Anzi, non ne ha la minima intenzione e il motivo è semplice. Gli affari criminali di un certo livello, quelli dove si fanno i soldi veri, non possono non prevedere il coinvolgimento di personaggi che provengono dal mondo della finanza, dell'imprenditoria e della politica. Il bacino del Mediterraneo è l'area dove viene riciclata buona parte del denaro sporco delle mafie internazionali, pensate che sia possibile senza rapporti di complicità con settori importanti delle categorie appena citate? E l'ecomafia?
L'Italia è sempre di più un paese corrotto e criminogeno, non c'è un solo settore della nostra società che non sia investito dal malaffare. Eppure tutto questo per la televisione non esiste pur occupandosi ampiamente di crimine. Dalla mattina alla sera non c'è programma dove conduttori e una pletora di «esperti» non si dilunghino sul caso del momento. Da tempo esiste un intreccio, anche produttivo, tra programmi di intrattenimento con momenti di informazione e quelli di «approfondimento» che ha come scopo occuparsi di delitti e crimini, seguendo due precisi filoni. Da un lato l'omicidio del momento e dall'altro l'allarme sociale più attuale.
Gogna mediatica
In Italia ci si ammazza spesso e volentieri. Soprattutto in famiglia. La causa è determinata dalla fine dello stato sociale che alimenta insicurezze profonde nelle persone sempre più preoccupate del presente e del futuro. Ansie che si riversano nella famiglia, che è diventata il fulcro di queste e altre contraddizioni pericolose e spesso insanabili. Ma ovviamente non è questa la lettura data al fenomeno e tantomeno si tenta di comprenderlo mettendo in discussione il tipo di società in cui viviamo ma, al contrario, vengono accuratamente scelti casi che per le caratteristiche di mistero e/o orrore e morbosità possono «affascinare» l'opinione pubblica. Dalla misteriosa morte della contessa Agusta in poi è stato messo in piedi un circo mediatico pronto a girare l'Italia alla ricerca di questo tipo di delitti, totalmente privi di «senso» per la comprensione dei fenomeni criminali in questo Paese. Erika e Omar, Cogne, la strage di Erba, il più recente delitto di Garlasco sono gli esempi più conosciuti e che tanto appassionano gli italiani. Casi di cui non ci libereremo mai perché anche la notiziola più insignificante è in grado di rimettere in pista il caso. Se fate attenzione vi renderete conto che sono tutti trattati nello stesso modo. Questo modo di fare giornalismo è perennemente uguale a se stesso. Gli esperti, in particolare, ripetono all'infinito sempre i soliti concetti. A ben vedere, le trasmissioni, peraltro seguitissime, sono di una noia mortale. Il segreto del loro successo sta nell'aver riprodotto e adattato al mezzo televisivo «l'uso sociale» del romanzo poliziesco e che lo ha reso il genere letterario più letto al mondo, il quale fin dalle sue origini ha avuto lo scopo di reificare la morte. Un concetto astratto che genera in ognuno di noi ansia, paure e infinite domande, nel giallo diventa un «oggetto» da analizzare. Non è la morte del lettore quella in discussione ma quella di un estraneo. La morte non è più tragedia ma l'oggetto di un'inchiesta. In questo senso la televisione ha fatto un salto di qualità perché lo spettatore nel seguire le infinite ore di trasmissione sul delitto di Garlasco riesce a sopprimere temporaneamente «tutte» le proprie ansie sostituendole con quelle determinate dal caso. La gente non ha mai letto Sherlock Holmes per coltivarsi, per capire la natura della società o quella della condizione umana in generale, ma semplicemente per distendersi. Ecco, anche lo spettatore si distende con quelle piccole tragedie ingigantite ad arte dalla spettacolarizzazione.
Magistratura delegittimata
Ma mentre il rapporto tra lettore e libro è individuale e intimo, quello tra spettatore e mezzo televisivo è collettivo. La conseguenza è stata la celebrazione dei processi al di fuori delle aule di giustizia. Al bar, in ufficio, sotto l'ombrellone, tra sconosciuti in treno, la moda nazionale è discutere del caso del momento con la stessa competenza da allenatore che gli italiani hanno sempre avuto nel parlare di calcio. E in un paese che, dal tempo della strage di Piazza Fontana, ha perduto il senso della verità e nessuno crede più alle versioni «ufficiali», questo agire collettivo ha determinato un lento processo di delegittimazione della magistratura e dei suoi giudizi. Perché una corte può decidere quello che vuole ma la parte dell'opinione pubblica orientata diversamente non sarà mai convinta della giustezza del verdetto.
Ma nel caso di Garlasco, il grande circo mediatico ha alzato il tiro. Per la prima volta, in modo massiccio, ha chiesto alla gente della strada un giudizio sulla colpevolezza di Alberto Stasi e questa insensatezza ha creato un clima da tribunale popolare a cui nemmeno gli esperti hanno saputo sottrarsi. Ore di trasmissione per analizzare se la presunta «freddezza» del giovane indagato era o meno la maschera dietro cui si nascondeva un omicida. Anni di garantismo e civiltà giuridica spazzati via dalla necessità di spolpare l'osso anche quando la notizia segnava il passo. E gli effetti si sono visti nel momento dell'arresto di Stasi, quando la gente, di fronte alle telecamere, ha ringhiato come un fedele rottweiler. E nessuno che si sia precipitato a dire che quel comportamento era incivile.
In stallo il caso di Garlasco, a tenere in piedi la baracca ci hanno pensato i coniugi accusati della strage di Erba, ritrattando la confessione. D'altronde anche imputati e avvocati guardano la televisione e hanno imparato le regole del gioco e se i Ris non hanno trovato tracce degli accusati sul luogo del delitto vuol dire che sono innocenti.
Questo reparto della scientifica è diventato un personaggio fondamentale di questa spettacolarizzazione e il messaggio che si è sedimentato nell'immaginario collettivo è che la scienza applicata alle indagini di polizia è infallibile. Peccato che la realtà sia ben diversa da una puntata di Csi e, nonostante tutti i casi più celebri abbiano puntualmente dato risultanze ambigue sul piano scientifico, si continua a blaterare di tracce ematiche e dna prive di reale significato probatorio. Questa non è solo cialtroneria e ignoranza ma corrisponde alla necessità di inviare al telespettatore un messaggio socialmente rassicurante e cioè che la scienza elimina la possibilità dell'errore giudiziario. E su questo spingono tutti, giudici compresi.
A proposto di giudici il caso di Garlasco ha visto come ospite in una trasmissione televisiva il procuratore capo, segno che nessuno ormai si può permettere di rimanere all'esterno del tendone del circo. Nessuno ha obiettato. Sarebbe troppo facile limitarsi ad affermare che si tratta di un segno dei tempi, è invece evidente che si stanno trasformando anche i rapporti tra magistratura e informazione e questo non fa presagire nulla di buono. Qualche malalingua sostiene che nelle procure tiri una certa aria, da voglia pazza di '92... ma si tratta certamente di illazioni come suggerisce la qualità dei rapporti tra magistratura e mondo politico.
Cercasi repressione
Diverso il ruolo dei programmi di intrattenimento con momenti di informazione che hanno il compito di trattare i cosiddetti fenomeni di allarme sociale, dalla droga ai rom, dagli effetti devastanti dell'indulto alle moschee. Ovviamente di Garlasco come degli altri casi hanno parlato ampiamente ma, per il tipo di struttura, sono più adatti ad affrontare il «sociale» tra un servizio sull'«Isola dei famosi» e uno sull'ultimo amore dell'ultima stellina dell'infinito firmamento televisivo.
Inutile soffermarsi sul modo in cui vengono tratti i vari argomenti ma quello che va sottolineato è che il messaggio generale punta a un rafforzamento del controllo sociale nella direzione di una società più repressiva. Non c'è un solo programma fuori dal coro. Gli esperti (che ormai sono il tormentone di questo modo di fare informazione e che sono trasversali alle reti) anche in questo caso vengono chiamati a dare autorevolezza ai soliti luoghi comuni. Non si può parlare di qualità dell'informazione ma si deve invece rendersi conto che si tratta di una potente fabbrica del consenso. Chi non capisce perché parte della sinistra sia oggi così meno sensibile ai temi dei diritti, delle libertà individuali e della solidarietà sociale farebbe bene a farsi una scorpacciata di questi programmi. Senza scordare quelli delle emittenti locali. Magari quelle del Nordest, tanto per fare un esempio.
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