13.5.06

Basta unilateralismi, parliamo di Jugoslavia

Peter Handke
Finalmente, dopo più di un decennio di un linguaggio giornalistico a senso (e a non-senso) unico, sembra che si stia creando un'apertura in Francia nella stampa (1), forse non soltanto in Francia, per parlare in modo diverso - o semplicemente per cominciare a parlare - della Jugoslavia.
Sembrano divenuti possibili un dibattito, una discussione, un discorso, una fruttuosa contesa, un interrogarsi comune, e narrazioni che si parlano...Prima c'era il nulla e ancora il nulla, diffamazioni al posto del dibattito, costruite con parole prefabbricate, ripetute all'infinito e utilizzate come armi automatiche.
Allarghiamo dunque questa breccia o apertura, questa primavera di parole. Ascoltiamoci finalmente gli uni e gli altri invece di urlare e abbaiare da due campi nemici. Ma non tolleriamo più nemmeno gli esseri(?), le anime (?) cattive (!) che, nel magico dilemma jugoslavo, continuano a lanciare parole-proiettili come «revisionismo», «apartheid», «Hitler», «dittatura sanguinaria», ecc. Fermiamo ogni paragone e parallelo su quello che riguarda la guerra nella Jugoslavia. Restiamo agli avvenimenti che, come avvenimenti di una guerra civile, innescata o almeno coprodotta da un'Europa in malafede o, almeno, ignorante, pure se già messi a nudo restano per tutte le parti comunque terribili. Smettiamola di paragonare Slobodan Milosevic a Hitler. Smettiamola di paragonare lui e sua moglie Mira Markovic a Macbeth e alla sua Lady o di fare paralleli tra la coppia e il dittatore Ceausescu e la sua donna. E non usiamo mai più per i campi disseminati nella guerra di secessione in Jugoslavia l'espressione «campi di concentramento».
E' vero: c'erano campi intollerabili tra il 1992 e il 1995 nel territorio delle Repubbliche jugoslave, soprattutto in Bosnia. Però smettiamo di legare meccanicamente nella nostra testa questi campi ai Serbobosniaci: c'erano anche campi croati e anche campi musulmani, e i crimini che vi sono stati commessi vengono e verranno giudicati dal Tribunale dell'Aja. E, finalmente, smettiamola di legare i massacri (dei quali - al plurale - quelli di Srebrenica del luglio 1995 sono di gran lunga i più atroci) alle forze armate o ai paramilitari serbi. Ascoltiamo anche - finalmente - i sopravvissuti ai massacri fatti dai musulmani nei numerosi villaggi serbi attorno a Srebrenica - musulmana - massacri commessi e ripetuti nei tre anni che precedettero la caduta di Srbrenica, stragi guidate dal comandante di Srebrenica che portarono nel luglio 1995 - una vendetta infernale e una vergogna incancellabile per i responsabili serbobosniaci - alla grande mattanza, e per una volta la parola che è stata spesso ripetuta è davvero giusta, «la più grande in Europa dopo la Seconda guerra mondiale». Aggiungendo questa informazione: che tutti i soldati e gli uomini di Srebrenica che sono fuggiti dalla Bosnia serba traversando il fiume Drina, la frontiera tra i due Stati, fuggivano in Serbia, paese all'epoca sotto l'autorità di Milosevic, che tutti questi soldati arrivando nella cosiddetta Serbia nemica venivano salvati, senza che lì si verificassero uccisioni o stragi.
Sì, ascoltiamo, dopo aver ascoltato «le madri di Srebrenica», anche le madri o una sola madre del vicino villaggio serbo di Kravica, raccontare il massacro del Natale ortodosso 1992-1993, perpetrato dalle forze musulmane di Srebrenica, un massacro anche contro le donne e i bambini di Kravica (il solo crimine per il quale vale la parola genocidio).
E smettiamola di associare gli «snipers» di Sarajevo ciecamente ai «Serbi»: la maggior parte dei caschi blu francesi uccisi a Sarajevo furono vittime dei cecchini musulmani. E smettiamola di collegare l'assedio (orribile, stupido, incomprensibile) di Sarajevo esclusivamente all'armata serbobosniaca: nella Sarajevo degli anni 1992-1995, decine di migliaia di civili serbi rimasero bloccati nei quartieri del centro, come Grbavica, che a loro volta erano assediati - eccome se lo erano! - dalle forze musulmane. E basta attribuire gli stupri soltanto ai serbi. Smettiamola di collegare le parole in modo unilaterale, alla maniera del cane di Pavlov. Allarghiamo l'apertura che ci si presenta. Che la breccia non sia più ostruita da parole marce e avvelenate. Resti fuori ogni mente malvagia. Abbandoniamo finalmente questo linguaggio. Impariamo l'arte della domanda, viaggiamo nel paese sonoro, in nome della Jugoslavia, in nome di un'altra Europa. Viva l'altra Europa. Viva la Jugoslavia. Zinela Jugoslavija.
(1)Tra gli altri, gli articoli di Brigitte Salino e di Anne Weber su Le Monde del 4 maggio, il commento di Pierre Marcabru nel Figaro dello stesso giorno e l'appello di Christian Salmon su Libération del 5.
Questo articolo dello scrittore e drammaturgo austriaco censurato dalla Comédie Française «perché è andato al funerale di Milosevic», è uscito mercoledì 10 su Libération, ed è stato pubblicato da il manifesto su autorizzazione dell'autore.
ilmanifesto.it

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