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27.1.15

Giornata della memoria, un impegno politico

Marco Sannella (Provincia Pavese)

Seppur appuntamento tra i più partecipati, la Giornata della Memoria non sfugge a quell'affollato calendario che supporta la realtà della "bulimia commemorativa", con annessi tutti i vizi della retorica celebrativa, banalizzante e in definitiva autoindulgente. Banalizzando si sposta il discorso, in forma di tardivo e frettoloso risarcimento, sulla problematica identità delle vittime, sull'affascinante e complessa storia degli ebrei, e questa sorprendente solidarietà è spesso veicolata dai più sospettabili portavoce di un antifascismo addomesticato, proclive alla pacificazione nazionale.
La Shoah, lo sterminio dei due terzi degli ebrei d'Europa, è un tragico punto d'arrivo, uno spartiacque che riguarda, in primo luogo, i carnefici europei, volenterosi o meno. Il programmato annientamento di 6 milioni di ebrei (tra cui 1 milione di bambini) ad opera del regime nazista e dei suoi stretti collaboratori europei, i fascisti italiani della repubblichetta di Salò, delle croci frecciate ungheresi, degli ustascia croati, dei rexisti belgi, dei petainisti di Vichy, sino ai solerti collaboratori lettoni, lituani ed ucraini nell'Unione Sovietica occupata dalla Wermacht, non fu il frutto abnorme di un gruppo di folli criminali; la resistibile ascesa di Adolf Hitler alla Cancelleria del Reich è stata favorita dall'appoggio della grande industria tedesca dei Krupp e degli Stinnes, dall'appoggio di un aggressivo militarismo frustrato da Versailles, da una volontà comune di colonizzare e schiavizzare i territori dell'est europeo.
A sostegno di ciò è stata mobilitata tutta l'antica reazione, imbevuta e strutturata da un millenario anti giudaismo cattolico e dal più recente antisemitismo nazionalistico. Questa miscela divenne strategia accuratamente pianificata di sterminio (Endlosung o Soluzione Finale), posta in atto con sofisticata tecnologia industriale ed efficacia senza precedenti. In questo senso la Shoah si presenta come la "ricapitolazione" della reazione associata alla cosiddetta civiltà cristiano-occidentale.
I carnefici italiani diedero il loro contributo fattivo a partire dalle leggi razziali del '38, volute e messe in opera dalla dittatura fascista con alla testa Benito Mussolini, con il censimento degli ebrei italiani, l'isolamento, la segregazione, preliminari alla deportazione ed allo sterminio. Le leggi furono firmate da Vittorio Emanuele III di Savoia, Papa Pio XI si espresse contro una sola norma; non si pronunciò Papa Pio XII. Solo l'antifascismo all'estero proclamò la sua ferma condanna. La segregazione e la deportazione vide in prima fila i repubblichini, con dispacci e fonogrammi che partivano dalle nostre stazioni di polizia, vagoni merci che si dirigevano ai campi di concentramento e di transito, da quello di Fossoli a quello di sterminio della risiera di San Sabba, non mancò neppure l'infamia delle taglie sulle consegne. Anche durante i mesi della deportazione degli 8.000 ebrei italiani la Resistenza fu unica voce organizzata di solidarietà, i giornali degli azionisti e dei socialisti denunciarono gli avvenimenti, l'Unità comunista chiamò alla costituzione di gruppi di autodifesa. "Difendere gli ebrei!" proclamava un manifesto a ridosso della razzia e della deportazione degli ebrei romani il 16 ottobre 1943.
"E' accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo", così ammoniva Primo Levi; dopo le amnistie del Dopoguerra e le amnesie del revisionismo, dopo gli anni dello stragismo nero, l'Anpi è in prima fila in una battaglia che non è solo culturale ma è, in prima istanza, politica. La mobilitazione contro i raggruppamenti delle nuove destre neofasciste coperte dagli odierni imprenditori politici del razzismo, che alimentano paure e strumentalizzano il bisogno d'ordine e di capri espiatori, è impegno quotidiano.
Il ricordo del martirio del popolo ebraico e della Resistenza europea passa da questa attualizzazione dell'antifascismo, perché l'incubo di Primo Levi non prenda corpo, un incubo che pareva immotivato sino a qualche anno fa.

24.11.14

Stranieri in provincia di Pavia (e Le 9 balle sull'immigrazione smentite dai numeri)

da La Provincia Pavese

Lui ha 34 anni e lavora prevalentemente come esercente o muratore; lei ne ha 32 ed è casalinga; altrimenti fa la domestica o si occupa di assistenza domiciliare agli anziani. E’ questo il primo identikit che si ricava dal rapporto sull’immigrazione in provincia di Pavia con dati riferibili al luglio 2013 e curato dall’amministrazione provinciale. Si tratta di 64mila persone – circa il 12% della popolazione tra Pavese, Oltrepo e Lomellina – che in maggioranza provengono dall’Est d’Europa, l’84% delle quali è residente. A queste bisogna aggiungere un 12,9% di regolari non residenti. Mentre si va verso la parità di genere (51% uomini e 49% donne), la metà di chi sta qui vive con il coniuge e sono numerosi quelli con figli nati in Italia: un quarto di loro ne ha due e in generale è del 60% la quota di popolazione straniera a Pavia e provincia con un numero di figli variabile tra 1 e 4. Sono i cittadini provenienti dalla Romania la colonia più numerosa con 17mila presenze, davanti ai 9mila albanesi e poi a marocchini (6mila), egiziani (5mila), ucraini (4mila), ecuadoriani (3mila) e cinesi (2mila). Bulgari, brasiliani e dominicani si attestano nell’ordine oltre quota 900. Otto su dieci di queste persone vivono in Italia da più di 5 anni mentre sono il 20% quelle che risiedono in provincia di Pavia da oltre 10 anni. E il 21% vive in una casa di proprietà. Interessante notare che in provincia di Pavia il numero di stranieri è calato di mille unità all’anno a partire dal 2011 (allora erano 66mila), un dato che evidenzia la tendenza alla stabilizzazione di chi si integra con un lavoro a tempo indeterminato (il 27% cui vanno aggiunti un 9% di part-time, il 12,3 dei lavoratori autonomi regolari e un 1% tra imprenditori e soci di cooperativa) dove i salari compresi tra 750 e 1500 euro costituiscono il 67% delle situazioni. Sono invece il 19% quelli che vivono con meno di 750 euro. Sempre la metà di loro dichiarano di guardare la tv, leggere i giornali italiani e di frequentare italiani e stranieri in egual misura. E nel 44,6% dei casi sono interessati a quello che succede qui da noi. Quanto al livello di studio a fronte di un 5.8% che non possiede alcun titolo, il 13,2% ha un titolo universitario o post laurea, l’8.7% la licenza elementare, il 34,2% un titolo secondario di primo grado e il 38.2% ha raggiunto quello di secondo grado. Nella nostra provincia, più lenta delle altre in Lombardia a cambiare volto, sono interessanti le risposte degli immigrati ai quesiti utili a delinerarne un profilo di aspirazioni e interessi. Sei su dieci vogliono fermarsi qui definitivamente o per un lungo periodo, mentre circa il 90% aspira alla cittadinanza italiana almeno per i figli. (su Twitter @stepallaroni)

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Le 9 balle sull'immigrazione smentite dai numeri
 Odysseo

Negli ultimi tempi fra le provocazioni di Salvini, i blitz di Borghezio e Casapound, le aggressioni in autobus o per strada ai danni di africani accusati di portare l’Ebola, gli scontri di Tor Sapienza, le esternazioni di Grillo circa il trattamento da riservare a chi arriva dal mare, il clima attorno agli stranieri si è di nuovo fatto abbietto e a tratti pericoloso. Ho voluto allora confutare punto per punto le argomentazioni più usate dai razzisti a vario titolo, tanto per fare chiarezza e dimostrare che il razzismo rimane un basso istinto che va semplicemente educato e soppresso e non ha alcuna ragione razionale per essere professato.
1) “Vengono tutti in Italia”
Gli stranieri in Italia sono poco più di 5 milioni e mezzo, ossia l’8% della popolazione. Solo 300 mila sono gli irregolari. Il Regno Unito è il paese europeo al primo posto per numero di nuovi immigrati con circa 560.000 arrivi ogni anno. Seguono la Germania, la Spagna e poi l’Italia. La Germania è invece il Paese Ue con il maggior numero di stranieri residenti con 7,4 milioni di persone. Seguono la Spagna e poi l’Italia. Siamo sesti inoltre per numero di richieste d’asilo (27.800). Da notare che il Paese col più alto numero di immigrati è anche l’unico che in questo momento sta crescendo economicamente.
2) “Li manteniamo con i nostri soldi”
Gli stranieri con il loro lavoro contribuiscono al Pil italiano per l’11% , mentre per loro lo Stato stanzia meno del 3% dell’intera spesa sociale. Inoltre gli immigrati ci pagano letteralmente le pensioni. L’età media dei lavoratori non italiani è 31 anni, mentre quella degli italiani 44 anni. Bisognerà aspettare il 2025 perché gli stranieri pensionati siano uno ogni 25, mentre gli italiani pensionati sono oggi 1 su 3. Ecco che i contributi versati dagli stranieri (circa 9 miliardi) oggi servono a pagare le pensioni degli italiani.
3) “Ci rubano il lavoro”
“La crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani”, è la Banca d’Italia a parlare. Il lavoro straniero in Italia ha colmato un vuoto provocato da fattori demografici. Prendiamo il Veneto. Fra il 2004 e il 2008 ci sono stati 65.000 nuovi assunti all’anno, 43.000 giovani italiani e 22.000 giovani stranieri. Nel periodo in cui i nuovi assunti sono presumibilmente nati, negli anni dal 1979 al 1983, la natalità è stata di 43.000 unità all’anno. È facile vedere allora che se non ci fossero stati gli immigrati, 22.000 posti di lavoro sarebbero rimasti vacanti. Questo al Centro-Nord. La situazione è un po’ più problematica al Sud, perché in un’economia fragile e meno strutturata spesso gli stranieri accettano paghe più basse e condizioni lavorative massacranti, rubando qualche posto agli italiani. A livello nazionale, ad ogni modo, il fenomeno non è apprezzabile.
4) “Non rispettano le leggi”
Negli ultimi 20 anni la presenza di stranieri in Italia è aumentata vertiginosamente, fra il 1998 e 2008 del 246% dice l’Istat. Eppure la delinquenza non è aumentata, ha avuto solo trascurabili variazioni: nel 2007 il numero dei reati è stato simile al 1991. Di solito si ha una percezione distorta del fenomeno perché si considerano fra i reati degli stranieri quelli degli irregolari che all’87% sono accusati di reato di clandestinità il quale consiste semplicemente nell’aver messo piede su territorio italiano.
5) “Portano l’Ebola”
L’Africa è un continente enorme, non una nazione. Le zone in cui l’Ebola ha maggiormente colpito sono Liberia e Sierra Leone. Da queste zone non giungono immigrati in Italia dove invece arrivano da Libia, Eritrea, Egitto e Somalia. I sintomi dell’Ebola poi si manifestano in 3 o 4 giorni e un migrante contagiato non potrebbe mai viaggiare per settimane giungendo fino a noi. Infine il caso Ebola è scoppiato ad aprile 2014, nei primi 8 mesi del 2014 in Italia sono arrivati circa 100 mila immigrati e neanche uno che ci abbia trasmesso l’Ebola.
6) “Aiutiamoli a casa loro”
È la frase con cui i razzisti di solito si autoassolvono, come se aiutarli a casa loro non abbia dei costi e dei rischi, e come se i nostri Governi non avessero già lavorato per affossare questa possibilità. Nel 2011, il Governo Italiano ha operato un taglio del 45% ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, stanziando effettivamente 179 milioni di euro, la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. Destiniamo a questo ambito lo 0,2 del Pil collocandoci agli ultimi posti per stanziamenti fra i Paesi occidentali. Nel 2013 il Servizio Civile ha messo a disposizione 16.373 posti di cui solo 502 all’estero, in sostanza il 19% di posti finanziati in meno rispetto al bando del 2011.
7) “Sono avvantaggiati nelle graduatorie per la casa”
Ovviamente fra i criteri per l’assegnazione delle case popolari non compare la nazionalità. I parametri di cui si tiene conto sono il reddito, numero di componenti della famiglia se superiore a 5 unità, l’età, eventuali disabilità. Gli immigrati di solito sono svantaggiati perché giovani, in buona salute e con piccoli gruppi famigliari (poiché non ricongiunti). Nel bando del 2009 indetto dal comune di Torino, il 45% dei richiedenti era straniero, solo il 10% di essi si è visto assegnare una casa. Nel comune di Genova, su 185 abitazioni messe a disposizione, solo 9 sono andate ad immigrati. A Monza su 100 assegnazioni solo 22 agli stranieri. A Bologna su 12.458 alloggi popolari assegnati, 1.122 agli stranieri.
8) “Prova a costruire una chiesa in un paese islamico”
È l’argomento che molti usano perché non si costruiscano moschee in Occidente o perché si lasci il crocifisso nei luoghi pubblici. È un argomento davvero bislacco: per quale motivo se gli altri sono incivili dovremmo esserlo anche noi? E comunque gli altri non sono incivili. In Marocco i cattolici sono meno dello 0,1% della popolazione eppure ci sono 3 cattedrali e 78 chiese. Si contano 32 cattedrali in Indonesia, 1 cattedrale in Tunisia, 7 cattedrali in Senegal, 5 cattedrali in Egitto, 4 cattedrali e 2 basiliche in Turchia, 4 cattedrali in Bosnia, 1 cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, 3 monasteri in Siria, 7 cattedrali in Pakistan e così via.
9) “I musulmani ci stanno invadendo”
Al primo posto fra gli stranieri presenti in Italia ci sono i rumeni che sono oltre un milione. I rumeni per la maggior parte sono ortodossi. In seconda posizione ci sono gli albanesi, quasi 600 mila, per il 70% non praticanti (lascito della dominazione sovietica) e, fra i rimanenti, al 60% musulmani e al 20% ortodossi. Seguono i marocchini, quasi 500 mila, quasi totalmente musulmani, e ancora i cinesi, circa 200 mila, quasi tutti atei. Dunque in larga parte gli stranieri in Italia sono cristiani, oppure atei, solo in piccola parte professanti l’Islam.
“Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione”: A. Bloch.
Andrea Colasuonno

21.6.14

Cara giunta, la festa è già finita

Filiberto Maida (La Provincia Pavese)

La festa è già finita, spero. Caro sindaco Massimo Depaoli, vedo che ti sei tenuto le deleghe per Ecologia e Sviluppo sostenibile. So che te ne intendi, o almeno te ne intendevi. Non basta, naturalmente, andare in municipio pedalando. Quello son buoni tutti a farlo. Pensa invece che, oltre alle varie chiacchiere, Pavia sarebbe una città potenzialmente per ciclisti e pedoni, di fatto è di proprietà degli automobilisti. Quindi, vedi di darti da fare, e non spacciare il prossimo piano delle opere pubbliche come la panacea di tutti i mali. Devi intervenire subito, rapido, dando precise indicazioni alla polizia locale perché, a suon di multe e rimozioni, faccia rispettare le brutte piste ciclabili che abbiamo. Opera, subito, pensando all’ordine di priorità: pedoni, ciclisti, automobilisti. E occhio, le piste ciclabili fanno schifo anche in periferia. E se ecologia significa anche gestione dei rifiuti, dì a quelli di Asm di pensare meno ad appalti e forniture, e gestire la raccolta in modo civile. E fai partire subito il porta a porta anche in periferia. Altrimenti, caro sindaco, sono chiacchiere. Sarò più breve con gli altri assessori.

A Giuliano Ruffinazzi, che conosco da un ventennio, oltre al necessario in bocca al lupo, chiedo di fare meno il democristiano e più l’amministratore. Ha l’assessorato principe, il bilancio, e il più delicato, la polizia locale. Se sul primo le capacità di mediazione sono utili, sul secondo, per favore, vediamo di fare sul serio. Ti chiedo, a nome di tutta la città, di tenere, una volta per tutte, in considerazione un aspetto fondamentale: vanno multati, prima di tutto, quelli che creano pericolo. Non solo quelli che posteggiano senza ticket. Da sempre la polizia locale picchia duro, insieme agli ausiliari, per recuperare soldi, soldi e soldi. Posso capire, e poi le regole valgono per tutti. Ma ho due figli giovani che girano per la città, anch’io utilizzo la bicicletta, sono un pedone (nei giorni di riposo, come sai anche tu), e vorrei strade sicure. E le strade sicure si ottengono solo con comportamenti sicuri. Il che significa, per i vigili, lavorare di più, muovere il culo dalle sedie (scusa per il termine “sedie”) e non guardare in faccia a nessuno. Pensi di riuscirci, Giuliano?

Cara Alice Moggi, so bene del tuo impegno nel terzo settore, nel sociale. Quindi, va benissimo che tu sia dove ora sei. Però, per favore, adesso vedi di non prenderci troppo la mano. Non so come dirtelo elegamentente e senza sorprenderti, ma lo dico: non è vero che tutto ciò che è terzo settore è buono. C’è del terzo settore che fa pena. Non è vero che tutto ciò che è gratuito, anche se dato con il cuore, è bello. C’è tanta roba gratis che fa letteralmente schifo. Conosco gente, ma dai la conosci anche tu, che alle spalle del terzo settore e del volontariato, ha fatto i soldi. Ora, se ne parli con qualche assessore, che so, con Galazzo o la Gregorini (cioè Cultura e Turismo), ti spiegheranno, credo, che turismo e cultura non sempre stanno bene con sociale e terzo settore. Magari non la pensi così, ma potrei farti parecchi esempi. Insomma, cara Alice, non farti prendere la mano.

Oh, è arrivato anche Davide Lazzari. Te lo dico subito. Davide: i trasporti non vanno bene. La città è mal collegata. I quartieri periferici pure. Specialmente tra di loro. Conviene muoversi in auto, costa meno e fai meno fatica. Mancano le piste ciclabili che collegano un quartiere con l’altro. Non ci credi? Allora, io abito al Vallone, mia figlia ha la sua cara amica in viale Lodi, dalle parti della Riso Scotti. Prova un po’ tu ad arrivarci in bicicletta. Vivo, intendo dire. E non parliamo di arrivare, sempre vivo, in viale Cremona. Lo so che corri, lo so bene, ma parlo di biciclette, non di runners. Ah, ecco, se ne parli con Castagna (ossia Lavori pubblici) vedi di spiegargli che per salvare la vita dei ciclisti non bastano le piste ciclabili, ma ci vuole un asfalto buono (e senza tombini profondi mezzo metro) lungo le strade dove le ciclabili non ci sono. Anche qui, non è mica difficile, basta decidere quali sono le priorità. E poi, ricordati: finché sarà più veloce, semplice e conveniente muoversi in auto, nessuno utilizzerà l’autobus. Facile, no?

Non conosco bene Angelo Gualandi, ma se è chi ricordo io, beh, mi pare una ottima scelta. Non la farò troppo lunga sull’Urbanistica, che ci sarebbe da scrivere un libro. Mi limito ad un aspetto che ritengo importante anche se secondario rispetto ai fatti e misfatti che conosciamo. L’arredo urbano, che come lei mi può insegnare, fa parte del disegno complessivo di una città. Ci sono, appunto, città nazionali e internazionali che sono spesso riconoscibili dal loro arredo urbano, fondamentale specialmente per dare continuità tra i centri storici e le periferie. Facciamoci un pensierino. E poi è inutile, caro Angelo Gualandi, che le ricordi – avendo lei frequentato gli uffici pubblici – che se c’è qualcosa di sempre trasversale alla politica è il mattone facile. Per una volta, riusciranno i nostri eroi ad evitare compromissioni?

Turismo e Commercio, di cui si occupa Angela Gregorini, sono per Pavia temi essenziali, inutile che spieghi il perchè. Sta di fatto che ho sempre trovato Pavia poco accogliente per i turisti. Questione di ritardi, altre città – quando è iniziata la crisi – hanno scommesso sulle domeniche dedicate ai turisti, con negozi aperti e tante iniziative, Pavia è arrivata come al solito in ritardo. I commercianti sono una categoria di conservatori, prima non investivano perché troppo ricchi, ora non lo fanno perché mancano i soldi. Troppe domeniche, è mia opinione, mi accorgo che in città non c’è proprio niente di interessante da fare, e vado da un’altra parte. E vorrei sommessamente ricordare ad Angela che i centri commerciali non si sconfiggono trasformando la città in un parcheggio, ma offrendo alternative. E spesso le alternative, vero commercianti?, richiedono che si sborsi qualche euro. Altrimenti, andate a quel paese che io vado al centro commerciale.

Direi così, caro Giacomo Galazzo, se mi consenti: “Hey non fare il sapiente tu non sei divertente io che sono ripetente io ti tiro un fendente Forse sei deludente perché hai perso il mordente ma se trovi che ti rende tu diventa pur demente”- Ossia, la cultura cha cha cha. Allora, la cultura non è : 1) Portare tanta gente a vedere una mostra spacciandola per clamorosamente bella e poi scoprire che è robetta; 2) Questione di numeri, di densità di eventi; 3) Mettere insieme pere e mele, che la somma non sempre funziona. Ho sempre pensato che Pavia non sia identificata con un programma culturale preciso. Non serve a niente, secondo me, mettere insieme la mostra di un artista e poi la mostra di un altro se tra i due non c’è un filo logico. Insomma, la cultura va programmata, ogni anno deve avere un suo senso. Non è facile, capisco, ma possiamo provarci. E per cambiare strada, magari vanno cambiati anche i nomi, che se a gestire gli eventi, da dentro o da fuori, sono gli stessi che lo facevano nel 1996, allora qualcosa forse non va bene. Appello personale: pensiamo a qualche grande mostra fotografica e a un vero festival jazz. Ma qui siamo negli interessi personali in atti d’ufficio. Ah, la cultura non è solo di sinistra, altrimenti sai che noia…

Proseguo, allegramente, nella mia riflessione ad alta voce sulla nuova giunta. Prima, però, un passo indietro. Torno alla questione cultura. Cito, integralmente, il commento al mio precedente post fatto da tal Giorgio Montolivo che, non è ironia ovviamente, non ho il piacere di conoscere: “Ma come si può commentare “sai che novità”, a chi propone (…a titolo di esempio…) un grande festival jazz? Ci rendiamo conto di quante cose ci mancano, che potrebbero dare prestigio alla città? C’è nell’aria un misto di assuefazione alla mediocrità, se non addirittura di entusiasmo pavese da cartolina, che ci trascina sempre più lontano dai grandi progetti. Questa città arranca dietro le ultime classificate del Nord Italia. Camminiamo su ciottoli tra cui cresce l’erba, sporcati di urina, di spazzatura, di sabbia per coprire gli odori. Compriamo mostre temporanee prêt-à-porter di cui non ci rimane mai niente. E intanto la Zatti fa conversazioni con Philippe Daverio al Fraschini. Magari facessimo un festival jazz! Fosse anche il milionesimo d’Italia. Ma se fosse una cosa nuova, organizzata dalle forze migliori della città, portata nel cuore del centro storico e di cui si fosse orgogliosi di mettere il nome ‘Pavia’… faremmo certamente un passo avanti. Cominciamo dalle cose banali, scontate, ripetitive… che possono darci una spinta in avanti”. Concordo pienamente, ci pensi assessore Galazzo.

Istruzione, politiche giovanili. Beh, assessore Ilaria Cristiani, a parte il fatto che le suggerisco di farsi un baffo delle critiche per la sua presunta incompatibilità (anche se, volpi che siete, potevate anche pensarci, no?), altrimenti che noia… direi che di lavoro da fare ce n’è parecchio. Penso ai giovani. Penso ai miei due figli (e sì, si deve partire sempre dalle cose personali) e al fatto che mai, dico mai, li ho sentiti dire: eh, pa’, hai visto cosa c’è in centro? No, mai. Saranno figli strani, ma possibile che un 19enne e una 16enne non trovino film, spettacoli, concerti, mostre che li attirino. Possibile che, se c’è qualcosa, lo abbia organizzato quasi a fatica il solito SpazioMusica o qualche simpatica e squattrinata associazione di reduci dell’estrema sinistra? La sera, non solo il sabato, ho la sensazione che i ragazzi navighino in centro storico, tra Strada Nuova e corso Cavour, quasi senza rotta, da un bar all’altro, da un gradino sul quale sedere al tavolino (per chi se lo può permettere). Non parliamo, poi, della musica. Ci sono decine, decine e decine di ragazzi e ragazze che hanno voglia di suonare, le sale prove ci sono, ma spesso faticano ad andare avanti, la collaborazione con il Comune non mi è parsa mai produttiva. Cara Ilaria (il che mi fa effetto, mia figlia si chiama così), datti da fare. Quel che comunque mi tranquillizza è che accanto a te ci sarà quel vulcano di Daniela Bonanni, e tutti ci sentiamo più tranquilli.

Per quanto giovane, Fabio Castagna, è molto, molto esperto. Molto, molto politico. L’esperienza gli servirà con i lavori pubblici. Le richieste non mancano, e da lui mi aspetto non solo attenzione alle periferie – che passare dalle chiacchiere ai fatti è mica semplice – ma anche alle gare, agli appalti. Sì, sì, lo so. Non è competenza dell’assessore, ma del dirigente. Al di là del fatto che mi aspetto un bel giro di valzer sui dirigenti, quasi indispensabile, è anche vero che il mulo va dove lo spinge il padrone (non so se esiste questo modo di dire…). Quindi, trasparenza, chiarezza, ufficio negato agli imprenditori. E poi capitolati chiari e precisi, perizie suppletive e urgenze cancellate o quasi. Una città curata è una città più bella. E io che viaggio ti garantisco, caro Fabio, che le differenze si notano, eccome. Peraltro, diciamola tutta, sostituisci un assessore, Luigi Greco, che la città la conosce bene come la conosci tu. E non ha lavorato male.

Resta Laura Canale. Immigraziome, casa, innovazione sociale, pari opportunità. A parte l’ultimo tema che mi ha sempre fatto sorridere per la sua totale inutilità pratica, ma che sì, va bene, fa parte delle cose che si devono fare e dire per essere progressisti a parole, si tratta di un assessorato molto d’immagine. Nel senso buono, s’intende. Se Pavia sarà più bella dentro, e non solo fuori (per parafrasare una nota pubblicità), lo dovremo anche a come Laura Canale gestirà il suo assessorato. Non la conosco, quindi mi astengo da “cara”, ma suggerisco di non essere talebana. Nel senso che gli sfrattati a volte van sfrattati, gli stranieri sono ladri come sono ladri gli italiani e niente vittimismi, e vanno cacciati a pedate se rubano, che donna è bello è un motto interessante, ma il genere non migliora i contenuti, e l’innovazione sociale non significa – come volle follemente qualcuno negli anni Settanta – mettere le case popolari a fianco del teatro perché fa molto sinistra progressista. Niente “cara”, allora, ma in bocca al lupo. E che crepi.
Non mi resta molto da dire. Quindi non lo dico. Ma dalla giunta, da qualsiasi nuova giunta, mi aspetto molto. Faccio il tifo per voi, ma giusto i primi dieci giorni. Poi, darsi una mossa. Che c’è da fare. E se non lo fate, da scrivere.

9.5.12

Grillo, il guru che tira la volata

 di Fabrizio Garlaschelli  (La Provincia Pavese)

Gran risultato del Movimento 5 stelle.
Sono contento per i "grillini" giovani e impegnati sul territorio. Qualcuno vuole paragonarli ai leghisti dei primi tempi. Direi che sono agli antipodi per preparazione culturale e tipologia politica. Almeno quelli che conosco. Come sempre quando un movimento cresce non mancano nelle sue fila fanatici e sostenitori acritici che prendono per oro colato tutte le stupidate sparate del loro guru. E Grillo è un guru.
Non esistono guru democratici. L'uomo che sta dietro magari lo è, così come può essere umanamente splendido, almeno fin tanto che non si prende totalmente sul serio.
Per Grillo questo è il maggior limite. Ha bisogno di un pubblico che penda dalle sue labbra; è nella sua natura di attore. Ma è anche persona dotata di intuito straordinario nel cogliere il "nuovo" dalle sollecitazioni che riceve. Lo ha fatto con l'ecologia, con l'economia, con la rete e il suo uso, con la politica. Dire che è un qualunquista antipolitico significa non tener conto del suo iter teatral-politico. Anzi, a ben guardare ha recuperato all'interesse per la cosa pubblica una frazione importante di persone che non ne volevano più sapere. Eccessivo, volgare, schematico, superficiale, piace al pubblico proprio per la semplicità immediata con la quale veicola i contenuti, spesso non facili, dei suoi messaggi, allo stesso modo delle sciocchezze demagogiche. Gli intellettuali che sostengono cose simili alle sue sono ovviamente più precisi ed articolati, ma anche infinitamente più prolissi e noiosi. Le loro "corrette" argomentazioni non raggiungono lo scopo di scaldare e tantomeno influenzare un pubblico né grande né piccolo.
Così Grillo è riuscito nell'impresa di costruire un partito ora forse superiore al dieci per cento. Ma non con un elettorato che vota per lui, improponibile leader politico, bensì per una serie di personaggi anonimi, a volte anche abbastanza grigi, però volenterosi, ai quali il "guru" tira la volata finale riempiendo una piazza con i suoi frizzi e lazzi.
Fino ad ora tuttavia la cosiddetta "gente" veniva, rideva, applaudiva e solo in minima parte votava Movimento 5 stelle.
Ci sono voluti quasi vent'anni di porcherie berluscon-leghiste, lo sfascio etico-culturale non solo della destra, ma anche della sinistra, l'informazione televisiva e giornalistica "paludata" priva di credibilità, la diffusione di internet e dei social network, una devastante crisi economica e la spocchia "professorale" antipopolare del governo Monti per ottenere questo risultato.
Ora agli eletti nelle amministrazioni comunali spetta l'onere di far seguire alle parole i fatti, senza trasformarsi nella ennesima speranza delusa. Ma è presto: ben pochi avranno autentiche responsabilità di governo locale. Per ora dovranno far bene l'opposizione che è pur sempre più facile che governare.
Alla prossima tornata elettorale tutto potrebbe essere diverso. Se in qualche modo la situazione dovesse rinormalizzarsi anche il successo elettorale dei "grillini" si ridimensionerebbe. Se le cose peggioreranno, come c'è fortemente da temere, le chance del Movimento 5 stelle aumenteranno.
Ciò che i partiti tradizionali e i loro leader non sembrano aver capito, insieme a mille altre cose, è che non è stato Grillo a vincere facendo leva sul populismo e l'antipolitica. Sono stati loro a perdere continuando ad autoalimentarsi come ceto politico corrotto ed inetto, incuranti del fatto che aumentano coloro che, aperti gli occhi, hanno cominciato a gridare "il re è nudo!".
Anche a Pavia se si fosse votato ora le cose sarebbero andate diversamente.

11.4.11

Pavia, a che gioco giochiamo?

di Giorgio Boatti

Pavia e la sua provincia sempre ai primi posti. Anzi, rispetto ai dati dello scorso anno, abbiamo scalato ulteriori posizioni, abbiamo raggiunto risultati da vertigine che polverizzano tutte le altre città concorrenti e ci piazzano ben tre volte sopra la media nazionale. Peccato che di questi risultati non possiamo proprio essere orgogliosi. Anzi, in un mondo che non fosse con le gambe all’aria, su questi “record” che abbiamo macinato nel corso del 2010 si dovrebbe porre un’attenzione e forse un allarme che non si scorgono affatto.
Di quali record stiamo parlando? Di quelli che abbiamo raggiunto in una specialissima industria nazionale che, quanto a fatturato, macina una sessantina di miliardi di euro: vale a dire quanto l’Enel, dieci miliardi più della Fiat, sei volte le Poste. Stiamo parlando dell’industria del gioco nella quale la provincia di Pavia, lo si era scritto qui lo scorso anno, si era già imposta come capitale italiana, con un investimento pro-capite di 1324 euro, riversato complessivamente su Enalotto, Gratta e Vinci, Bingo, slot-machine. Quei dati erano relativi al 2008. Due anni dopo, nel 2010, solo per le slot-machines, in provincia di Pavia siamo arrivati a spendere 1845 euro pro-capite.
Certo – mentre tante altre industrie e attività economiche conoscevano non poche difficoltà – l’industria del gioco ha macinato ulteriori risultati espandendosi, in un anno, di quasi il 12 per cento.
In valori assoluti il mercato italiano dei giochi, terzo a livello mondiale, è passato dai 54,4 miliardi ai 60,8 miliardi. Trasferendo nelle casse dello Stato quasi 10 miliardi tra entrate ordinarie e somme incassate dai concessionari, “una tantum”, per le nuove linee di gioco. Un modo apparentemente comodo, e indolore, per lo Stato di fare cassa evitando di tassare settori che potrebbero reagire male. Peccato che questa modalità si riveli sempre più complice della gravissima patologia sociale che attraverso l’industria del gioco sta avvelenando il Paese.
Per adesso si vedono solo i risultati da record macinati da un’industria, quella del gioco, che nonostante si sia messa in giacca e cravatta, occupi decine di migliaia di addetti, si innervi ormai in ogni ambito, gestisca qualcosa come 40 miliardi di euro distribuiti in vincite, non può evitare di correre a filo di frontiere quanto mai insidiose.
Però di tutto questo per ora non si parla. Si tace. Anzi, si celebra l’espandersi di questa “industria”. Si elencano i successi del 2010: con l’espansione del Bingo (+26.46%), con il boom del poker online (+33.94) e con l’impennata delle cosiddette Newslot, vale a dire gli apparecchi disseminati in ogni esercizio pubblico, dai bar alle tabaccherie. Le macchinette nel 2010 hanno macinato un fatturato di oltre 30 miliardi di euro, nonostante cominciassero ad essere insidiate dalla temibile concorrenza delle VideoLottery, le nuove venute che, pur operando da pochi mesi, si sono assestate appena sotto al miliardo di fatturato.
Metà dei soldi che girano nell’industria del gioco vengono dalle macchinette disseminate nei locali. Vale a dire dalla tipologia di gioco che gli esperti giudicano tra le più rischiose poiché determinano disastrose forme di dipendenza, capaci nel giro di poco tempo di frantumare equilibri personali e famigliari.
Come si è detto Pavia è la provincia italiana che si colloca al primo posto nella spesa in slot-machine con la cifra pro-capite di 1845 euro.
In altri termini, nel corso del 2010, la provincia di Pavia ha preso la bella somma di 931 milioni e 439.620 euro e l’ha giocata alle slot-machine. La spesa procapite di 1845 euro, con cui la provincia di Pavia si impone come la Las Vegas della penisola, è tre volte maggiore della media pro-capite nazionale. E’ di 700 euro superiore alla seconda classificata, vale a dire Como. E’ di 905 euro più alta di quanto spende Rimini, città che si colloca al terzo posto.
Anche sul “gratta e vinci” Pavia, con un giocato pro-capite di 201 euro, è nella pattuglia dei primi venti classificati che ha Brindisi come battistrada con 357 euro. In pratica, “grattando”… e sperando di vincere, gli abitanti di Pavese, Lomellina e Oltrepo hanno tirato fuori di tasca oltre 101 milioni di euro. Vale a dire quanto costerebbe costruire ex-novo, e in una versione super-avveniristica, il ponte della Becca.
Sempre Pavia ha speso, nel 2010, oltre 17 milioni in Bingo, 28 milioni in Superenalotto, 12 milioni in altre scommesse.
Però quel record di 1845 euro pro-capite giocati in slot-machine, distaccando di gran lunga tutte le altre località italiane, rappresenta un allarme ulteriore rispetto a quanto era stato evidenziato dodici mesi fa.
E’ il segno che qualcosa di rilevante, da capire e analizzare assieme, sta accadendo in questa provincia: forse non sposta solo equilibri dentro le famiglie coinvolte in numero sempre maggiore nelle ludodipendenze ma, anche, nella sicurezza e negli orizzonti dell’intera comunità.
I dati dello scorso anno erano stati accolti dalle istituzioni, dai pubblici amministratori, dalle forze politiche con sovrana indifferenza. Riusciranno a far finta di niente anche questa volta?

4.3.09

Insegnanti in trincea. Senza futuro. Scuola che naviga a vista

La Provincia Pavese, mercoledì 4 marzo 2009

Qualche giorno fa centosessanta persone si sono ritrovate nell'aula magna dell'università di Pavia ad ascoltare Franco Frabboni, noto pedagogista. Inevitabilmente mi sono ritrovato d'accordo sull'excursus di quarant'anni di buone pratiche pedagogico-didattiche e sugli impietosi attacchi all'attuale politica scolastica governativa. Eppure una certa fiducia nella capacità della scuola a superare, nonostante tutto, anche questa bufera mi lascia perplesso.
Intanto non è così vero che l'istituzione scolastica sia stata, sia e sarà migliore della società che l'esprime. A scuola le «buone pratiche» hanno sempre convissuto con le mediocri e le pessime. Se a un certo punto anche la pedagogia ufficiale si è attestata su posizioni «avanzate» condividendo con la didattica e la psicologia la centralità della persona in un contesto educazionale ricco di stimoli, ciò non significa che questa tendenza (né di destra, né di sinistra, si badi bene) abbia permeato di sé tutta la pratica educativa.
L'assegnare all'istruzione solo una parte strumentale all'interno del più vasto e complesso processo formativo, è stato vanto di molti docenti, in particolare nella scuola primaria, ma non di tutti e forse neppure della maggioranza. Molti hanno perseverato nel «tenere fuori dall'aula» l'alunno con tutti i suoi bisogni continuando a riempirne la testa con nozioni esauste, spesso obsolete, e frustrandosi sempre più man mano che s'imponeva la necessità di un nuovo modo di procedere. Il tempo pieno e la distribuzione delle competenze educative in équipe d'insegnanti paritetici è stato di grande, reciproco aiuto.
Ora si va in controtendenza. Nonostante le proteste e le manifestazioni che hanno coinvolto un vasto fronte di studenti insegnanti e genitori, cifre pubblicate su La Repubblica dicono che «nelle superiori il 72% degli studenti non ha tutte sufficienze e quasi 35mila ragazzi non hanno avuto la sufficienza per il comportamento». Ciò significa non soltanto una passiva accettazione dei docenti del ritorno al passato, ma un uso attivo di strumenti la cui efficacia didattico-pedagogica è stata smentita dalla stragrande maggioranza degli studiosi in materia.
È ben vero che nelle iscrizioni alle elementari l'80% sceglie le 30 o 40 ore bocciando così il vecchio maestro unico delle 24 ore, ma non so fino a che punto questa sia una scelta pedagogicamente consapevole e non risponda piuttosto alla necessità di avere un luogo fisico accudito dove lasciare il più a lungo possibile i figli in questa fascia d'età. Inoltre nessuno sa come si potrà far fronte a queste richieste nel totale marasma di indicazioni e controindicazioni. Si naviga a vista e quella che sarà la scuola primaria dei prossimi anni è un mistero anche per chi vi opera giornalmente.
La sensazione a pelle è che la situazione peggiorerà vistosamente non potendo fare affidamento all'infinito sulla disponibilità degli insegnanti a coprire le falle sempre più larghe aperte dalla insufficienza del personale a disposizione per orari prolungati oltre le 24 ore. Inoltre l'aver ribadito comunque l'unicità di un solo maestro su tutte le materie principali - eliminando anche ogni compresenza - non può che ridurre al minimo l'offerta formativa. Perché un insegnante dovrebbe farsi carico di tutte le materie con lezioni da preparare e quaderni da correggere mentre un altro si limiterebbe ad assistere quegli scolari parcheggiati al pomeriggio (tra l'altro neppure sempre gli stessi)?
Ha un bel indicare Frabboni i Freinet e i Ciari pilastri dell'educazione. Mi è capitato nel corso di troppi anni di citarli a docenti che mi guardavano con lo sguardo assente di chi non ne ha mai sentito parlare. Anche Don Milani è conosciuto più per sentito dire che per diretta frequentazione dei suoi scritti. Abbiamo asili nido e scuole materne comunali d'eccellenza, grazie a passati investimenti in aggiornamenti con Loris Malaguzzi e i suoi discepoli, ma nei dintorni non mancano asili dove si assegnano giornalmente stelline di merito da consegnare ai genitori. Rossa a chi e stato «cattivo», verde a chi è stato «bravo», in perfetto stile gelminiano.