27.1.15

Giornata della memoria, un impegno politico

Marco Sannella (Provincia Pavese)

Seppur appuntamento tra i più partecipati, la Giornata della Memoria non sfugge a quell'affollato calendario che supporta la realtà della "bulimia commemorativa", con annessi tutti i vizi della retorica celebrativa, banalizzante e in definitiva autoindulgente. Banalizzando si sposta il discorso, in forma di tardivo e frettoloso risarcimento, sulla problematica identità delle vittime, sull'affascinante e complessa storia degli ebrei, e questa sorprendente solidarietà è spesso veicolata dai più sospettabili portavoce di un antifascismo addomesticato, proclive alla pacificazione nazionale.
La Shoah, lo sterminio dei due terzi degli ebrei d'Europa, è un tragico punto d'arrivo, uno spartiacque che riguarda, in primo luogo, i carnefici europei, volenterosi o meno. Il programmato annientamento di 6 milioni di ebrei (tra cui 1 milione di bambini) ad opera del regime nazista e dei suoi stretti collaboratori europei, i fascisti italiani della repubblichetta di Salò, delle croci frecciate ungheresi, degli ustascia croati, dei rexisti belgi, dei petainisti di Vichy, sino ai solerti collaboratori lettoni, lituani ed ucraini nell'Unione Sovietica occupata dalla Wermacht, non fu il frutto abnorme di un gruppo di folli criminali; la resistibile ascesa di Adolf Hitler alla Cancelleria del Reich è stata favorita dall'appoggio della grande industria tedesca dei Krupp e degli Stinnes, dall'appoggio di un aggressivo militarismo frustrato da Versailles, da una volontà comune di colonizzare e schiavizzare i territori dell'est europeo.
A sostegno di ciò è stata mobilitata tutta l'antica reazione, imbevuta e strutturata da un millenario anti giudaismo cattolico e dal più recente antisemitismo nazionalistico. Questa miscela divenne strategia accuratamente pianificata di sterminio (Endlosung o Soluzione Finale), posta in atto con sofisticata tecnologia industriale ed efficacia senza precedenti. In questo senso la Shoah si presenta come la "ricapitolazione" della reazione associata alla cosiddetta civiltà cristiano-occidentale.
I carnefici italiani diedero il loro contributo fattivo a partire dalle leggi razziali del '38, volute e messe in opera dalla dittatura fascista con alla testa Benito Mussolini, con il censimento degli ebrei italiani, l'isolamento, la segregazione, preliminari alla deportazione ed allo sterminio. Le leggi furono firmate da Vittorio Emanuele III di Savoia, Papa Pio XI si espresse contro una sola norma; non si pronunciò Papa Pio XII. Solo l'antifascismo all'estero proclamò la sua ferma condanna. La segregazione e la deportazione vide in prima fila i repubblichini, con dispacci e fonogrammi che partivano dalle nostre stazioni di polizia, vagoni merci che si dirigevano ai campi di concentramento e di transito, da quello di Fossoli a quello di sterminio della risiera di San Sabba, non mancò neppure l'infamia delle taglie sulle consegne. Anche durante i mesi della deportazione degli 8.000 ebrei italiani la Resistenza fu unica voce organizzata di solidarietà, i giornali degli azionisti e dei socialisti denunciarono gli avvenimenti, l'Unità comunista chiamò alla costituzione di gruppi di autodifesa. "Difendere gli ebrei!" proclamava un manifesto a ridosso della razzia e della deportazione degli ebrei romani il 16 ottobre 1943.
"E' accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo", così ammoniva Primo Levi; dopo le amnistie del Dopoguerra e le amnesie del revisionismo, dopo gli anni dello stragismo nero, l'Anpi è in prima fila in una battaglia che non è solo culturale ma è, in prima istanza, politica. La mobilitazione contro i raggruppamenti delle nuove destre neofasciste coperte dagli odierni imprenditori politici del razzismo, che alimentano paure e strumentalizzano il bisogno d'ordine e di capri espiatori, è impegno quotidiano.
Il ricordo del martirio del popolo ebraico e della Resistenza europea passa da questa attualizzazione dell'antifascismo, perché l'incubo di Primo Levi non prenda corpo, un incubo che pareva immotivato sino a qualche anno fa.