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25.10.14

Su la testa

Norma Rangeri (il manifesto)

Il pas­sato e il futuro, i sin­da­ca­li­sti e gli impren­di­tori, le tute blu e le cami­cie bian­che, i pezzi da museo e la moder­nità, gli spin doc­tor e i comi­tati cen­trali, lo sto­ry­tel­ling e il comu­ni­cato stampa. Sarà più o meno rac­con­tata così que­sta gior­nata particolare.

Eppure, per segnare la dif­fe­renza e la distanza tra chi oggi sarà in piazza San Gio­vanni a Roma e chi andrà ad applau­dire Renzi alle ex sta­zione Leo­polda di Firenze si potrebbe più sem­pli­ce­mente dire che da una parte sfi­lerà l’opposizione dall’altra il governo o, se pre­fe­rite, da una parte la sini­stra e dall’altra la destra. Parole che sta­volta si pos­sono decli­nare sulla linea Magi­not della difesa dei lavoratori.

E’ sini­stra chi per uguale lavoro chiede uguale retri­bu­zione, è destra chi con il Jobs act pre­vede il deman­sio­na­mento. E’ sini­stra chi al con­tratto a ter­mine pone il vin­colo di una cau­sale, è destra chi toglie anche quella. E’ sini­stra chi per il licen­zia­mento pre­vede una giu­sta causa, è destra chi la can­cella. E’ sini­stra chi misura con il sala­rio ope­raio la dise­gua­glianza sociale, è destra chi sce­glie l’impresa come rife­ri­mento. Per una volta siamo pie­na­mente d’accordo con la sem­pre sor­ri­dente mini­stra Elena Boschi, madrina della ker­messe ren­ziana, quando sot­to­li­nea orgo­glio­sa­mente «noi siamo un’altra Ita­lia rispetto alla Cgil».

Ma il Pd di governo che si riu­ni­sce a Firenze per cele­brare il suo 40 per cento farebbe bene a riflet­tere su un pic­colo pro­blema. Molti, mol­tis­simi di quelli che oggi sfi­le­ranno in cor­teo per le strade della capi­tale sono elet­tori dello stesso par­tito di Boschi e com­pa­gni. Anche se è vero, come ci dicono gli esperti di son­daggi, che il feno­me­nale con­senso di Renzi sfonda gra­zie a un elet­to­rato di cen­tro­de­stra con abban­doni nel mondo di sini­stra. In ogni caso siamo in pre­senza di una pla­teale spac­ca­tura — fisica, poli­tica, cul­tu­rale — tra il raduno fio­ren­tino e la mani­fe­sta­zione sin­da­cale. Una divi­sione a lungo costruita con un netto spo­sta­mento del par­tito demo­cra­tico verso i sogni della Con­fin­du­stria, con­tro le lotte del sindacato.

Natu­ral­mente non sarà solo tutto potere e finanza ad ani­mare l’incontro fio­ren­tino, né solo oro quello che bril­lerà in piazza San Gio­vanni. L’imprenditore non è sino­nimo di Mar­chionne, e i lavo­ra­tori non sono tutti iscritti alla Cgil o alla Fiom. D’altra parte la Cgil non è stata in que­sti anni un sin­da­cato capace di inter­pre­tare lo scon­vol­gi­mento del mer­cato del lavoro, né di rap­pre­sen­tare l’immenso eser­cito di riserva del pre­ca­riato. Come del resto ha ammesso la stessa segre­ta­ria Camusso («è stato un grave errore di valu­ta­zione, non pen­sa­vamo che il pre­ca­riato sarebbe dila­tato in que­sto modo»). E un sin­da­cato che non capi­sce l’arrivo della tem­pe­sta, fatal­mente non rie­sce poi nem­meno a farsi argine e a rilan­ciare la bat­ta­glia del lavoro sulla nuova fron­tiera della mici­diale globalizzazione.

Tut­ta­via c’è un milione di ragioni per essere oggi in piazza. Ragioni con­tin­genti (la mano­vra eco­no­mica e le pes­sime leggi sul mer­cato del lavoro), ragioni ideali (una memo­ria da custo­dire e un futuro da costruire), ragioni poli­ti­che (una sini­stra da rifondare).

Noi del mani­fe­sto saremo tra i mani­fe­stanti con il nostro gior­nale in edi­zione spe­ciale. Saremo in edi­cola come sem­pre, ma anche in piazza con decine di “stril­loni” per dif­fon­dere insieme al mani­fe­sto anche un inserto di otto pagine (che distri­bui­remo gra­tui­ta­mente) dedi­cato all’articolo 18, con inter­vi­ste, ana­lisi, testi­mo­nianze: un diritto di chi lo ha usato per difen­dere il posto di lavoro, di chi, pre­ca­rio, non ce l’ha ma lo vor­rebbe e oggi è in piazza per difen­derlo. Un con­tri­buto alla bat­ta­glia comune, un gesto con­creto di soli­da­rietà e di vici­nanza, frutto dell’impegno del nostro gruppo di lavoro. Un pic­colo con­tri­buto per una grande, deci­siva bat­ta­glia di democrazia.

E un con­tri­buto anche con­tro la disin­for­ma­zione. Per­ché sui quo­ti­diani amici di Renzi (tanti, troppi), sui tele­gior­nali proni (tanti, troppi) nei con­fronti del pre­mier si è voluto far pas­sare l’idea che l’articolo 18 è un affare di pochi, men­tre il governo vuole esten­dere i diritti ai più. Que­sta è una fal­sità, una bugia, una presa in giro. Siamo anche pronti a scom­met­tere che la Leo­polda verrà rac­con­tata dai media nazio­nali e locali per filo e per segno, con arti­coli di gos­sip, retro­scena, curio­sità. Sapremo tutto sui sor­risi e sugli abbracci, sui twit­ter del pre­mier, sui par­venu filo ren­ziani in cerca di uno stra­pun­tino, sui «mi si nota di più se ci vado o se non ci vado», ma che poi pre­fe­ri­scono esserci per­ché lì, a Firenze, c’è il nuovo potere e non si sa mai.

Noi del mani­fe­sto, più mode­sta­mente, ripor­te­remo le voci di chi soli­ta­mente è senza voce. Delle donne e degli uomini, dei gio­vani e degli anziani che si bat­tono per la loro dignità. E per quella di tutti. Com­presi i leopoldini.

13.4.12

Raffaele Simone: "La izquierda de hoy teme hasta presentarse como izquierda"

Pedro Vallín - La Vanguardia

El lingüista y especialista en filosofía del lenguaje y la cultura, sacudió las conciencia de su país con "El monstruo amable", en el que, a partir de la desaparición de la izquierda tradicional italiana, ensaya las causas del giro del mundo a la derecha.

Lingüista y especialista en filosofía del lenguaje y la cultura, Raffaele Simone ha conseguido sacudir las conciencia de su país con El monstruo amable (Taurus), provocadoramente subtitulado ¿El mundo se vuelve de derechas? en el que, a partir de la desaparición de la izquierda tradicional italiana, subsumida en la democracia cristiana, ensaya las causas del giro del mundo a la derecha y del capitalismo convertido en un marco de confortabilidad que todo lo envuelve —y por tanto es en buena medida invisible— al que llama monstruo amable. Habla un gran castellano, al que traslada una notable capacidad para el trazo fino, extraña cuando no se maneja la lengua materna.

-Una de las conclusiones que recoge en su libro alude a la “naturalidad” del pensamiento de derechas, frente a la condición “artificial” del pensamiento de izquierdas en la medida en que camina contra la tendencia natural al egoísmo.
-Exacto sí, eso es.

-Los científicos evolucionistas, sin embargo, han indicado que la generosidad, la filantropía y la moral son naturales, una ventaja evolutiva en la medida en que el hombre es un ser social. En el mundo primitivo, las sociedades con reglas se imponen a las demás porque permiten crecer en población y el surgimiento de los oficios, etcétera.
-En mi opinión dice exactamente lo mismo que yo postulo. Porque la idea que describo en el libro, con un poco de dramatización, digamos (no es una teoría sino una alegoría un poco dramatizada), es la misma idea de 2001 Odisea en el espacio de Kubrick: al comienzo teórico, al que nadie pudo asistir, los humanos primitivos solían masacrarse. En un momento dado, para evitar la masacre, es decir, como efecto del miedo generalizado, se crearon gradualmente reglas. Y aplicando esta metáfora a la relación entre izquierdas y derechas, creo yo, que estar a la izquierda es menos “natural” que estar a la derecha porque la persona de derechas dice: “Esto es mío y nadie debe tocarlo. Lo que quiero hacer nadie puede contradecirlo”. Son argumentos de tipo “primitivo”, entre comillas por favor, argumentos sin elaborar de ninguna forma. En cambio la izquierda dice: “Tú tienes que renunciar a una parte de lo tuyo porque hay gente que tendrá más necesidad que tú”. O bien: “El interés publico (que es un concepto muy sofisticado) prevalece sobre el interés privado. Lo que tú decides hacer debe ser mediado por una preocupación por el interés de los demás”. Es una actitud para la que yo empleo la imagen del muelle tenso, porque la tendencia natural es al egoísmo, y repartir lo que uno posee entre personas que uno ni conoce es antinatural, en este sentido, encuentra la resistencia del muelle.

-Esto enlaza con el eterno debate, muy intenso en colectivos feministas y entre educadores, entre lo natural y lo cultural. Natural sería ser de derechas y cultural, ser de izquierdas.
-Sí, esa es la oposición, apoyada en este momento por los estudios que usted mencionaba de los etólogos, los estudiosos del comportamiento de los monos superiores, etcétera. Sabemos de lo humano muchísimo más de lo que sabía Rousseau, que en su momento simpatizaba con las posiciones de la Iglesia, que suponen que el hombre es originariamente bueno y que se va haciendo peor con el paso del tiempo. Yo creo instintivamente lo contrario. Y en este caso, es una imagen para explicar el hecho de que es mucho más frecuente y más fácil el paso de izquierda a derecha a nivel individual que el contrario.

-Y además es simétrico.
-¿En qué sentido?

-Cuando uno viene de posiciones extremas de izquierda acaba en posiciones extremas de derechas, y si uno es moderado, termina en posiciones moderadas. Del stalinismo al fascismo, y de la socialdemocracia a la democracia cristiana, por así decir.
-Sí, sí. En Italia tenemos numerosos casos. Es exactamente así. En Italia el partido socialista, casi entero se ha trasladado sin inmutarse a las filas de Berlusconi. Y la gente que es realmente socialista sigue preguntándose cómo han podido. En mi interpretación, es el muelle que, en un momento dado, cansados de la tensión, se deciden a aflojarlo.

-¿Rendirse?
-Exacto.

-Usted cita, y su prologuista también, la escena de Abril (1998), de Nanni Moretti, en la que él mismo se queda ante el televisor gritándole a Mássimo D’Alema: “¡D’Alema, di algo de izquierdas!”. Moretti ya había propuesto una carnavalesca sátira sobre la descomposición del comunismo italiano, Palombella rossa (1993), transmutada en un partido de waterpolo, con un texto explícito sobre la crisis de la izquierda.
-En Moretti hay muchos elementos de este tipo. Además Moretti él activó hace unos años una manifestación de protesta fuerte contra la gestión actual de la izquierda que desembocó en manifestaciones importantes, el movimiento de los Girotondi. Ël fue uno de los iniciadores. En un momento dado se desinfló el movimiento porque era demasiado informal y quizá le faltaban liderazgos, pero fue un movimiento importante que duró varios años.

-¿Es usted muy pesimista?
-No, no. Yo tengo esperanza.

-Cuesta verlo en el libro.
-Creo que es mejor analizar los datos de forma penetrante antes de organizar una respuesta.

-¿No cree que esa pérdida de los principios o de las ideas poderosas de la izquierda que usted denuncia se ha producido de forma gemela en la derecha, que el tradicionalismo o las expresiones más reaccionarias en lo moral han retrocedido?
-Por eso hablo de neoderecha, es una derecha diferente de la anterior. No son fascistas, sólo tienen intereses de tipo material.

-Usted hace una enumeración de las metas no alcanzadas por la izquierda en Europa en los últimos 150 años. Dice que “no se ha producido una elevación estable de instrucción y de cultura”… Las estadísticas de progreso humano de Naciones Unidas dicen otra cosa, que los índices de alfabetización no han dejado de subir.
-No hemos alcanzado la meta.

-Pero usted sostiene que no hay progresos. Luego añade que “no se ha producido una revalorización de la actividad intelectual y creativa”. No le puedo dar datos, pero da la impresión de que es al revés, que nunca el trabajo creativo estuvo mejor remunerado que en el presente.
-Pero no estoy hablando de la modernidad y del resultado en lo moderno de la tradición anterior de la izquierda.

-También dice que no se ha logrado “la difusión generalizada de una mentalidad mínimamente racional y laica”. Esto ha sufrido altibajos.
-Varios momentos, sí. El actual es un momento difícil en España, Italia y Francia. Ustedes tienen un futuro de contrarreformas durísimo.

-Pero sigo: “Ni la creación de una conciencia cívica solidaria y de un espíritu de paz colectivo”. Hay ejemplos de progreso moral muy llamativos: en 2003 por primera vez se produjo una movilización social global y masiva contra una guerra que no había empezado y que iba a suceder a miles de kilómetros. No hay precedente.
-Lo que quería decir aquí yo es que no son todos resultados de tipo socialista. Son resultados de una conciencia nueva, posmoderna, más o menos, en la que la cultura juvenil tiene un papel fundamental no necesariamente de tipo socialista. Es decir, las grandes ilusiones del socialismo pueden haber sido parcialmente realizadas, pero no totalmente. Por ejemplo, la igualdad es un asunto en gravísima crisis y es uno de los rasgos principales de la izquierda. La desigual triunfa en prácticamente todo el mundo y era uno de los rasgos objetivos de la modernidad. Hay otra lista en el libro, las citas históricas, los grandes momentos a los que no acude la izquierda…

-¿Pero esto que usted denuncia de la izquierda no le ocurre también a la derecha? ¿Es decir, la desideologización?
-Pero a la derecha no le interesa de la misma manera, porque ser de derechas supone que los fenómenos, los procesos, se dejen marchar por sí solos.

-¿La neoderecha es entonces apolítica?
-Digamos que no tiene interés en modificar los procesos y en este sentido, argumento en mi libro, la izquierda ha acabado por adoptar las mismas aptitudes que la derecha, porque ha abrazado lo que yo llamo “la infinita tolerancia hacia lo social” que quiere decir que no importa lo que va a ocurrir sino que lo que importa es que pueda fluir tranquilamente. El asunto de la inmigración clandestina es central en este sentido. Ningún país de Europa ha elaborado una postura o un proyecto de gobernar este fenómeno que es inmenso y que va a modificar la faz del mundo en pocos años. Otro tema que a mí me parece muy relevante, otra cita a la que faltó la izquierda, es la revolución digital, que se ha considerado como una innovación tecnológica pura y simple, mientras que en realidad es un cambio de mentalidad.

-Uno de los motores tradicionales de la izquierdas es la idea de progreso, aunque en origen no sea marxista sino propia de la Ilustración.
-Sí, la idea de que la humanidad está en marcha, que camina de forma ascendente.

-¿La izquierda ha abdicado de ella?
-¿Por qué lo dice?

-Porque los mensajes que lanza son, aunque sean legítimos, conservadores: conservemos el medio ambiente, los derechos sociales, el estado de bienestar… es decir, una actitud a la defensiva, como si la izquierda, que era la soberana del futuro, por así decir, ahora tuviera miedo del futuro.
-Exactamente. La izquierda incluso tiene miedo de presentarse como izquierda. Estoy de acuerdo con usted, el lugar del progreso lo ha ocupado el crecimiento, el mito actual es el crecimiento, que yo creo que es otro mito peligrosísimo de la neoderecha. Yo soy bastante partidario del decrecimiento, si no a la Latouche, de otra manera más afable, pero mi idea es que el crecimiento es un gravísimo error. Es un trozo más de mundo que se destruye.

-Tampoco se dice mucho que la evolución demográfica es preocupante.
-Sí, es un problema, por supuesto. En Italia se habla un poco. Es un tema importantísimo porque el mundo está dimensionado para un determinado número de habitantes, que no se puede pasar. Pero, claro aquí de nuevo topamos con el mito de crecimiento. ¿Por qué el futuro ha de ser necesariamente de crecimiento y no de estabilización o redistribución. Por concluir, le diré que la izquierda ha asumido unos mitos de la derecha, liberales o neoliberales sin darse cuenta de lo que estaba haciendo.

-Usted habla mucho sobre la alianza pérfida entre socialdemocracia italiana y la democracia cristiana. Comparten un sustrato filosófico no menor: La pretensión de igualdad, la solidaridad, la compasión. A lo mejor no es una alianza tan contra natura.
-No, no lo es en absoluto. Tienen dos elementos en común, además del espíritu de Iglesia que se le ha atribuido a la izquierda durante años. Es el elemento de estatalismo fundamental, es decir, el Estado ocupa el centro de la vida de la sociedad, y además, al menos en Italia, pero creo que Europa la cosa va más o menos de la misma manera, el espíritu de asistencialismo, que el estado siempre tenga la obligación de asistir a los que tengas necesidades graves. Estos dos elementos aúnan las dos partes, en ese sentido no es una alianza contra natura. Lo que sí es contra natura es que el carácter químicamente infeliz de esta fusión se revela en los temas candentes, como por ejemplo los temas bioéticos. Pero lo que a mí me impresiona más es que el término mismo de socialismo en Italia ha desparecido por completo. Su amigo Walter Veltroni [líder hoy dimitido de la coalición Partido Democrático, que perdió en 2008 contra Berlusconi y ex secretario general de Demócratas de Izquierda. Fue alcalde de Roma y comenzó su carrera política en las filas del Partido Comunista Italiano] declaró a alguien que lo acusaba de insertar un espíritu socialista dentro del programa del Partido Democrático recién nacido: “No, por favor, no hay nada socialista”, como si fuera una acusación, una insinuación ofensiva. Y esta a mí me parece una traición grave, una traición histórica, porque hay gente que se declara socialista, que sigue creyendo en los principios del socialismo, como yo, que sigue teniendo ilusiones de este tipo, y no creo ser el único.

-Una característica también que acerca socialismo y democracia cristiana es la visión paternalista de la sociedad, tal vez hasta condescendiente.
-Creo que sí, porque pese a su preocupación digamos democrática, siguen teniendo fortísimas jerarquías, una esfera prácticamente intocable, los unos y los otros, en Italia pero también en otros países, hay una polémica durísima con los costes de la casta. Este espíritu de casta existe, en la izquierda como en los otros ámbitos. El espíritu democrático no es tan penetrante para eliminar este espíritu de casta.

-Entre las formas aberrantes de la política actual, tanto por la derecha como por la izquierda, es el populismo. Parece que la democracia digital apunta hacia ahí.
-Es por la mediatización del mundo. Es algo que ocurre en todo el mundo, porque los medios permiten a cualquier persona llegar hasta el individuo singular e inducirle a pensar que el poderoso es como ella. Y que tiene las mismas necesidades, gustos, costumbres, mismo lenguaje…

-El movimiento del 15-M, que seguramente es más un síntoma que un fenómeno…
-Sí, es más un indicio que un resultado.

-..es un indicador de que existe una izquierda, pero también de desafección respecto a los partidos de izquierdas.
-Son fenómenos de ebullición, pero la ebullición en política es cosa distinta de las propuestas y la elaboración de programas. En el momento en que nos ponemos a elaborar ideas y programas y proyectos, tenemos que crear una estructura, que es lo contrario del espíritu que se manifiesta en el fenómeno de los indignados. Además los indignados incorporan una idea que históricamente se ha demostrado, no falsa, sino imposible, que es la democracia directa.

-¿Indeseable?
-Para mí indeseable, peligrosísima. Pero siempre presente como ilusión, como esperanza en un momento determinado de la vida. Por eso los partidos de izquierdas no lo rentabilizan. En todo caso, me parece que los políticos deberían reflexionar con detenimiento, detalladamente sobre este fenómeno porque suponen la expresión de una inquietud, un punto de hartazgo frente al que no nos habíamos encontrado nunca antes.

-Se les reprocha no tener un discurso articulado, pero en todo caso es mucho más articulado que el de mayo del 68, que a pesar de tener lemas tan poco sofisticados como “debajo de los adoquines está la playa”, a la larga influyó en todo el pensamiento de izquierdas de las siguientes tres décadas.
-Es verdad, pero, si lo recuerda, pusieron contra las cuerdas al estado francés. En Francia hubo verdadero miedo a un golpe de estado. Además, había un sentimiento de joie de vivre que en los indignados no hay. Aquí aparece la mediatización y la cultura digital. Hay varios elementos muy distintos. En el momento en que un movimiento se concreta bajo la forma de propuesta ya se ha convertido en partido. La diferencia fundamental es la permanencia. En la medida que dure el movimiento, tendrá sus jefes y responsables. En el momento en que los cree y se dé cuenta de que unos jefes son necesarios para existir, se habrá convertido en partido. El movimiento como pura ebullición sólo es un síntoma de inquietud, nada más.

-¿Y cree que revela que hay una mayoría social de izquierdas no articulada?
-No sé si de izquierdas, pero sí expresión de hartazgo. No sé si sólo de izquierdas, porque hay una gran base proletaria en los movimientos de derecha históricos. El fascismo surgió aupado por las clases más desfavorecidas.