3.7.05

IL CAPRO ESPIATORIO

VERITA’ DI COMODO

di Barbara Spinelli

Ci sono momenti in cui noi tutti siamo come sequestrati e portati lontano dalla verità delle cose. Non le vediamo nella loro essenza, abbiamo gli occhi come coperti da bende. Possiamo trovare spiegazioni a quel che accade, il più delle volte possiamo perfino giustificare gli eventi nuovi cui assistiamo o che noi stessi abbiamo contribuito a generare. Ma spiegazioni e giustificazioni hanno sovente un ruolo strano: sono la stoffa stessa di cui è fatta la benda. La verità è sequestrata in una sorta di mondo parallelo, simile a quello visibile ma inaccessibile alla coscienza, alla vigilanza. Il filosofo Raymond Aron diceva del presidente Giscard d'Estaing: «Il problema è che quest’uomo non sa che la storia è tragica». Qualcosa d'analogo pare accadere alle classi dirigenti d’oggi, compresi noi giornalisti: da un certo tempo - forse da quando son cominciate sia mondializzazione sia lotta antiterrorista nel 2001 - in Italia e in parte dell'Occidente non sappiamo che la storia che stiamo facendo è tragica. Alcuni segni lo dicono, tuttavia.
Uno di questi segni ci è stato mostrato nei giorni scorsi, quando i telegiornali hanno dato notizia dello sgombero di un campo nomadi nella periferia di Milano, a via Capo Rizzuto. La decisione di radere al suolo la baraccopoli rom aveva un motivo serio - il campo era abusivo e disordinato, la maggior parte degli abitanti era clandestina, i vicini erano in allarme dopo episodi di stupro attribuiti a zingari, e da tempo avevano messo fili spinati fra sé e i nomadi - ma il modo e il linguaggio in cui s'è svolta l’operazione sono stati di una violenza singolare: inaudita, rapida, e al contempo abissalmente banale.
L’operazione ha ricevuto il nome di Blitz, lampo, mescolando come spesso accade i processi naturali con quelli bellici. E come evento del tutto naturale è stata presentata: come se d’un tratto il cielo si fosse rannuvolato, dando spazio alla pioggia. Come una stagione che trapassa in un'altra, impercettibilmente, cancellando però cammin facendo baracche, vincoli umani. Restavano le parole, pesanti: catapecchie rase al suolo, villaggio cancellato, baraccopoli in macerie. E restavano le immagini, evocative se messe a raffronto con quel che s'era visto in precedenza. Era una settimana che i telegiornali mostravano il campo, collegandolo agli stupri di Milano. Si erano viste più volte quelle case per metà di cartone per metà di lamiere, raffazzonate e improbabili, qualche elettrodomestico appoggiato fuori casa accanto alla porta, i bambini che giocavano su terra battuta, gli adulti intervistati che facevano di tutto per prender le distanze dai presunti misfatti dei connazionali. Il tutto nell’afa dei giorni scorsi; sempre il crimine sembra svolgersi sotto qualche speciale cappa meteorologica.
Poi, d’un tratto, la scena cambia. S’accende la televisione, mercoledì 29 giugno, e si apprende che il campo non c'è più. All’alba sono passate le ruspe della polizia, in quattro ore hanno liquidato quel che c’era. Sullo schermo s’accampano le macerie e gli stessi nomadi che avevano condannato gli stupri, in fuga come da un’invasore. Lamiere spezzate, catapecchie schiacciate, suppellettili alla rinfusa come pestate da zampe meccaniche, i colori delle cose non più distinti ma accorpati in un intruglio esplosivo come nell'ultima scena di blow-up di Antonioni. Strano come la televisione possa ferocemente condurre all’essenza delle cose, a volte, proprio quando falsifica i fatti omettendo spiegazioni. A conclusione del servizio prendeva la parola un funzionario del Comune a Milano, magari aveva parecchio da chiarire ma la camera gli dava appena il tempo di dire: «Son soddisfatto».
Così, com’è stata mostrata, si presenta la verità delle cose: una vendetta contro le popolazioni civili, per presunti misfatti commessi da pochi e per placare grandi paure. Un'operazione che consiste nell'accusare interi gruppi di essere all'origine dei mali di cui soffre la società e di cui sono autori individui non ancora identificati. La decisione di liquidare l'oggetto fantasmatico dei nostri terrori, affinché sia ristabilito l'ordine fin qui riconfortante: la nostra identità nazionale o la sicurezza o la diversità fra il dentro e il fuori. La storia dell'umanità è un succedersi di eventi simili - di sacrifici compiuti per fingere la soluzione di insolubili problemi - e il procedimento ha da millenni il medesimo nome: è lo scatenarsi contro il capro espiatorio, e l'obiettivo è il ristabilimento, non importa quanto fittizio, dello smarrito patto sociale.
Nei suoi libri sul capro espiatorio, René Girard ha spiegato bene i meccanismi di questo collettivo ricostruirsi, attorno al bisogno d'accanimento sul diverso. Il sacrificio del capro è destinato a calmare gli dei addomesticando l'aggressività dell'uomo: quest'ultima viene incanalata, spostandola dal primordiale linciaggio collettivo alla vittima impersonata dalla bestia. I riti sacrificali che tornano a ledere l'uomo invece dell'animale fanno apparizione nelle società sviluppate quando tale bisogno s'estende, come in Italia, e quando la politica chiede ai magistrati di «tener maggiormente conto, in certi momenti storici, del comune sentire del popolo» (così s'è espresso in febbraio il ministro Castelli). Più sostanzialmente, compaiono quando gli uomini tendono a somigliarsi troppo, e spinti dall'imitazione invidiosa precipitano nella cosiddetta indifferenziazione: il capro ristabilisce la rassicurante differenza tra Noi e Loro, maggioranza-minoranza, indigeni-allogeni. Il vocabolario cerca parole nel linguaggio dell'igiene o della guerra. Si rade al suolo, si liquida, pulisce, bonifica. Il ministro dell'Interno francese Sarkozy, candidato presidenziale, ha promesso di ripulire la Courneuve, banlieue a rischio. Urge un «nettoyage au karcher» dei quartieri difficili, sostiene: una pulizia di quelle che strappano lo sporco con formidabili getti d'acqua a pressione (metodo detto karcher).
Ma il culto del castigo e del linguaggio espiatori non cade dai cieli. È alimentato dall'indifferenza-consenso con cui i riti vengono accolti, considerati normali, commentati da quelle frasi senza rimorso - «sono soddisfatto» - dette in tv. Il sacrificio del capro, per dar l'aria di servire, deve apparire legittimo alla maggioranza della comunità: in Italia è una legittimità fortemente condivisa.
Questo forse è l'elemento nuovo del mondo che abitiamo da quando la globalizzazione ha messo radici, e le democrazie sono impegnate nella guerra contro il terrore. Globalizzazione e terrore hanno aumentato enormemente il bisogno di ristabilire la differenziazione e la sacrificabilità dell'altro, dato a Satana come «parte che gli compete». Il cattolico conservatore Andrew Bacevich sostiene che Bush conduce una guerra pericolosa, che militarizza le menti della società (The New American Militarism: How Americans Are Seduced by War, Oxford University Press 2005, citato da Tony Judt su New York Review of Books). Così in Italia, in Europa. La partecipazione alla guerra anti-terrore e l'immigrazione giustificano politiche più restrittive, anche perché i due fenomeni vengono confusi. Uno stupro non può esser trivializzato, mai. Nelle moschee spesso si predica morte. Ma portare ordine nei quartieri o collaborare con l'antiterrorismo può sfociare nella logica del capro espiatorio e nella manipolazione politica della paura, come s'è visto a via Capo Rizzuto o nell'affare della polizia parallela scoperta a Genova. E s'accorda bene con l'assenso implicito dato a una Cia che non solo viola sovranità (tra alleati non è violazione illogica, se il nemico è mondiale) ma sequestra gli imam in Italia per consegnarli sistematicamente non alla giustizia Usa ma a inquisitori in Egitto (o Arabia Saudita, Giordania, Siria, Pakistan, Uzbekistan) che la tortura la praticano senza scrupolo né controllo.
Molti diritti si sono contratti, dopo l'11 settembre. Ma arriva il momento in cui si perde l'equilibrio tra rafforzamento della disciplina e fedeltà ai principi su cui son costruite le nostre società: il momento in cui i tabù civilizzatori cadono, anche nelle parole, con la scusa che ogni tabù è un conformismo politicamente corretto. Quel radere al suolo e quel linguaggio sono una vittoria della barbarie che si dice di combattere, non della civiltà che si pretende di difendere Si può discutere di dilemmi ineludibili, ma comunque urge sapere la storia che si sta facendo. La devono sapere politici e maestri, magistrati e poliziotti, giornalisti e cardinali, che discutono di dignità dell'uomo e troppo spesso su queste cose tacciono. Che desiderano si parli delle radici cristiane d'Europa, e sembrano quasi dimenticare che proprio il cristianesimo mette fine a ogni capro espiatorio. Soprattutto deve saperlo un paese che di baraccopoli ne ha viste tante fino a pochi anni orsono, ma abitate da noi stessi.
Chi l'abbia dimenticato può rivedere la baraccopoli di Miracolo a Milano, che De Sica girò appena 54 anni fa. Il capitalista Mobbi fa radere al suolo il villaggio, ma non per questo si dichiara pubblicamente «contento». E anche gli scacciati hanno speranze che i rom non hanno. Una magica colomba vien loro in aiuto, e a cavallo di magiche scope gli sfollati s'allontanano nei cieli, «verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno».

lastampa.it

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