12.5.05

La memoria dei guastafeste

di Barbara Spinelli

La notte che Hitler invase la Russia, il 22 giugno 1941, Stalin stava adagiato sul letto nella sua dacia di Kuncevo, presso Mosca, e a tutto pensava tranne a quest'inaudibile atto d'aggressione. Era deluso, ma soprattutto incredulo. Aveva preparato l'industria a una guerra - fin dai tempi di Lenin la guerra era fondamento del comunismo sovietico - ma quest'offensiva l'aveva sottovalutata. Per mesi aveva ricevuto ammonimenti (84 avvertimenti scritti) e mai aveva accettato la realtà, che pure sembrava verosimile da quando, nel settembre '39, era iniziata la seconda guerra mondiale.

Il fatto è che in quello stesso anno - il 23 agosto '39, otto giorni prima dell'invasione della Polonia - il Cremlino aveva stipulato con Hitler un patto speciale, che era molto più d'un patto di non aggressione. Il Trattato sulle frontiere e l'amicizia rivelò l'esistenza non del tutto stupefacente di una sotterranea affinità d'intenti, di visioni. Ambedue i dittatori diffidavano dei risultati della prima guerra mondiale, che s'era conclusa restituendo l'indipendenza a tante nazioni collocate in territori che Mosca e Berlino vedevano come mere retrovie. Ambedue erano convinti che l'occupazione di spazi vitali avrebbe dato loro una potenza mondiale. In un protocollo segreto si spartirono dunque terre, popoli che entrambi reputavano schiavi.
Hitler poté invadere la Polonia senza temere l'apertura d'un secondo fronte, avendo promesso di suddividersela con Stalin. Stalin ricevette in regalo i Baltici (Lituania, Estonia, Lettonia) oltre a Bessarabia. Lo scrittore Martin Amis racconta quel che accadde in Stalin, la notte in cui Hitler lo tradì, nel libro Koba il Terribile - Una risata e venti milioni di morti: «Quando giunsero le notizie ("Stanno bombardando le nostre città"), la psiche di Stalin semplicemente crollò. Ne fu prostrato, divenne un sacco di ossa in una giubba grigia; non fu più altro che un vuoto di potere (...). Era convinto che se lui non vedeva la realtà, anche la realtà non avrebbe potuto vederlo».

L'Unione Sovietica vinse infine la guerra - ed è questo trionfo che le democrazie s'apprestano a celebrare, domani con Putin a Mosca - ma il prezzo che pagò fu enorme e scandaloso: 27 milioni di morti secondo le stime ottimiste, 30 secondo Alexander Yakovlev, presidente dalla Fondazione della Democrazia Internazionale a Mosca. Yakovlev conferma che il Paese fu mal preparato, che ai soldati vennero distribuiti pochi fucili (uno ogni tre soldati), che si combatté per innumerevoli città pur d'arrivare prima degli anglo-americani. Martin Amis ricorda le conseguenze della prostrazione di Stalin: nelle prime settimane di guerra l'Urss perse il 30 per cento di munizioni e il 50 per cento delle riserve di cibo e carburante. Nei primi tre mesi l'aeronautica perse
il 96,4 per cento degli aeroplani. Alla fine del 1942, 3,9 milioni di soldati russi erano prigionieri (il 65 per cento dell'Armata Rossa). Ancor oggi la vittoria evoca, com'è naturale, la liberazione di Auschwitz. Ancor oggi, il 9 maggio inorgoglisce i russi: forse è l'unica data che li unisce, dicono i sondaggi. Ma la verità su quella guerra e sui morti sovietici e sulle nazioni che Stalin pretese d'aver liberato ancora non è stata detta, in Russia.

Koba il Terribile sarà dunque presente senza esser stato veramente rimesso in questione, alla festa per il sessantesimo anniversario della Liberazione allestito da Putin. Certo fu un tiranno, Putin lo ha ammesso in un'intervista a Bild, ma la Grande Guerra Patriottica (così vien chiamata dai russi l'ultima guerra) ha poco a vedere con la tirannide comunista - secondo l'interpretazione ufficiale - e nulla con il patto Hitler-Stalin e il successivo dominio sovietico su Baltici e Polonia. Putin stesso smentisce ogni altra versione. Il 22 febbraio, a Bratislava, ha ricordato che il patto nazi-sovietico fu stipulato in risposta al ben più infame trattato di Monaco, che nel '38 consegnò a Hitler la Cecoslovacchia. Ha taciuto tuttavia una differenza sostanziale: per gli occidentali Monaco non è più un punto di riferimento legale, mentre il patto Ribbentrop-Molotov continua a esser visto a Mosca come un normale trattato, rientrante nel diritto internazionale anche se «deviante rispetto alle norme leniniste» (dichiarazione del Parlamento sovietico nell'89).

In altre parole: l'indipendenza conquistata dai Baltici nel '91 non ha, per Putin, alcuna base legale. È tutta la politica espansiva dell'Urss che egli difende, ed è questo che lo ha spinto a ribadire, il 25 aprile nel discorso sullo stato della nazione: «Il crollo dell'Urss è la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo». Non pochi liberali russi lamentano questa sclerosi della memoria: un ripensamento ancora non è cominciato, essi sostengono, e solo quando il popolo sarà davvero informato sul passato, quando la vittoria del '45 potrà convivere con la sconfitta dell'Urss nel '90, potrà nascere una società responsabile, non prigioniera di una storia falsificata.

Se questa falsificazione oggi non è più possibile è perché sono molti i guastafeste venuti a turbare la festa della memoria trasformata da Putin in festa della potenza russa inossidabile. Alle celebrazioni non parteciperanno Estonia e Lituania, perché per i Baltici la liberazione del '45 coincise con una dittatura pluridecennale. La Lettonia sarà presente a Mosca, ma il capo di Stato Vike-Freiberga metterà in questione l'interpretazione russa della guerra. Varsavia verrà, ma per denunciare le spartizioni della Polonia e dei Baltici fra Hitler e Stalin, e per ricordare il massacro di Katyn del '40: un massacro di più di 20.000 alti ufficiali, sacerdoti, intellettuali polacchi commesso dai sovietici e attribuito per decenni ai nazisti (gli archivi russi si sono aperti sotto Eltsin, si sono richiusi sotto Putin). Poi ci saranno altre delegazioni, che ricorderanno il passaggio di mezza Europa da un totalitarismo all'altro: tra esse Georgia e Ucraina, che evocheranno le deportazioni compiute dal comunismo sovietico. Prima, durante e dopo la guerra, l'Urss deportò interi popoli in Siberia: meskheti georgiani, tatari di Crimea, ceceni, ucraini, ingusci, caracevi, calmucchi, balcari, tedeschi del Volga, baltici.

Se la memoria della seconda guerra pesa ancora sui rapporti tra democrazie e Russia è perché il presente russo è contagiato da quel passato non riesaminato, perché il potere di Putin si fa sempre più autoritario, e perché l'Europa che confina con l'ex impero sovietico è radicalmente cambiata. Dicono che è la guerra fredda che ritorna, ma la guerra fredda fu tutt'altro. Fu una cosa ambigua, prese la forma di un conflitto con l'Urss ma al tempo stesso ebbe come fondamento una complicità di visioni storiche, tra potenze vincitrici dell'ultima guerra. È quest'ambiguo status quo che il Cremlino vuol preservare, temendo di apparire d'un tratto come Stato perdente della guerra fredda. In realtà i guastafeste indicano che la guerra fredda è finita. Che son finiti i suoi equivoci, nel momento in cui son crollati l'Urss e le sue egemonie. Lo schema alleato della storia s'infrange, in questi giorni a Mosca, non solo perché Bush ha ricordato in Lettonia la schiavitù dei Baltici. S'infrange perché dell'Europa fanno ormai parte nazioni che hanno vissuto in maniera diversa il maggio '45, e per i quali la liberazione è venuta solo dopo: nell'89 per la Polonia, nel '91 per Lituania, Estonia, Lettonia. Per altri popoli che Stalin deportò, come i Ceceni, la guerra (una guerra imperiale cominciata nel '700) non è finita.

Con questa realtà l'Unione europea deve ancora fare i conti: stabilendo infine un legame tra il '45, l'89 e il '91; celebrando la liberazione di Auschwitz ma anche dei Gulag; tenendo conto di quel che pensano europei orientali e baltici; edificando con l'immensa Russia ai propri confini una relazione basata su verità, non su capricciosi inchini o capricciose collere. Nel Parlamento europeo sono ancora tanti, coloro che rifiutano di accettare la verità detta nei giorni scorsi dall'ex ministro polacco Geremek: «Yalta fu un regalo delle democrazie a Stalin». Il gruppo socialista si è opposto alla richiesta, avanzata da baltici e polacchi, di adottare una risoluzione su Yalta. «Così si offende la memoria di 20 milioni di morti sovietici», ha detto la socialista belga Véronique de Keyser. Già una volta, in marzo, il Parlamento votò contro la commemorazione della strage di Katyn.

Non è solo la Russia dunque a dover rivedere la storia del continente. Anche l'Europa è davanti a un compito inconcluso. Spesso gli Stati dell'Est sono visti come filoamericani, con cui un'Unione potente è impossibile. Ma nel loro filoamericanismo non c'è sempre antieuropeismo: c'è una diffidenza profonda verso la Russia, e verso una memoria ancor oggi pericolosamente sprovvista, a Mosca, di senso della realtà. Una Russia che non ha avviato un'autentica revisione dei miti sovietici. Che ancora identifica statuto di grande potenza e ordine territoriale postbellico. La guerra in Cecenia (ricominciata da Eltsin e Putin per debellare un indipendentismo, non un terrorismo) è la dimostrazione di quanto ancora conti lo spazio vitale, per il Cremlino. È quello che lo rende così malvisto in tanta parte d'Europa, e incapace d'esser utile a sé e agli altri nella battaglia contro il terrorismo.

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