1.5.05

Le geografie mobili della precarietà

«Lavoro contro capitale», un libro collettivo sull'economia mondiale e la crescita dei lavoratori atipici dall'Europa all'America latina agli Stati uniti
MAURIZIO GALVANI
Si è fatto un gran parlare in quest'ultimo periodo di declino industriale italiano e, forse, a ragione. Il paese è ormai collocato nell'ambito della divisione internazionale del lavoro tra le nazioni meno presenti nei settori a tecnologia avanzata e il prodotto interno lordo (pil) è cresciuto di solo l'uno per cento a fine anno. Per una serie di paradossi, la globalizzazione allarga il mercato e l'Italia deve sempre di più confrontarsi con i paesi emergenti che a loro volta insediano il made in Italy. Dalla seconda metà degli anni Novanta e dall'inizio del Duemila, il capitalismo italiano è entrato in una crisi gravissima e non può più nemmeno utilizzare le «armi» tradizionali della svalutazione della lira o gli strumenti di protezionismo (essendo ormai confluita nell'Unione europea). Può, semmai, usare lo strumento della delocalizzazione produttiva nei paesi «terzi». Soprattutto, può ricorrere alla precarizzazione del lavoro che - secondo le ultime statistiche relative ai trend occupazionali - è in continua crescita e, non solo, nei settori tradizionali della manifattura ma anche in quelli del pubblico pubblico e della prestazione di tipo intellettuale. Vengono dunque al pettine le distorsioni proprie di un certo sviluppo del capitalismo italiano durante tutto il Novecento, come spiegano i vari autori del libro Lavoro contro Capitale (Jaca Book, pp. 286 € 18). Come ricordano, infatti, Luciano Vasopollo, Donato Antonello, Vladimiro Giacchè: «la situazione attuale è la logica conseguenza dell'incompiutezza della borghesia italiana»; «una classe inadeguata», come sottolinea Vladimiro Giacchè.

L'economia italiana è passata attraverso varie fasi: quella del dualismo industria-agricoltura, quella della divaricazione tra Nord industrializzato e Sud contadino, l'epoca dei grandi interventi statali, in due distinti periodi (il ventennio fascista e quello dei grandi monopoli pubblici lottizzati dalla Democrazia Cristiana), l'epoca delle grandi famiglie capitalistiche che, comunque, si sono sempre giovate di un sostanziale sostegno dei vari governi, anche di centrosinistra; l'epoca delle tre Italie e, più recentemente, il periodo delle privatizzazioni e della scomparsa dei grandi gruppi privati. Infine la riaffermazione del nostro sistema industriale nei comparti a basso impiego di tecnologica. Oltretutto, come spiega Sergio Carraro, in un periodo nel quale si è passati dalla celebrazione indistinta ed unilaterale della globalizzazione alla conflittualità agita (sopratutto commerciale) tra i vari blocchi: l'Europa, l'Asia, gli Stati uniti. All'interno dei quali, il paese più forte assume una centralità e sfrutta le risorse, le opportunità di mercato delle nazioni satellite.

E' quello che sta avvenendo in America latina (il saggio dell'economista James Petras lo evidenzia molto bene); potrebbe essere il destino della Cina, che sta progressivamente sostituendo il Giappone nell'area asiatica. Mentre in Europa, i paesi di nuova integrazione stanno offrendo: sia la possibilità di sfruttare i lavoratori senza diritti che l'occasione per inglobare milioni di consumatori nel nuovo mercato europeo. L'altra faccia di questo scenario ma ad esso strettamente collegato, riguarda ovviamente i cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro salariato.

Senza nessuna forzatura si può dire che la globalizzazione ha diffuso ormai a livello generalizzato la precarizzazione del lavoro e la flessibilità più selvaggia. Con le dovute differenze, i lavoratori marginali dei paesi del Sud del mondo non sono così «lontani» dalle condizioni di lavoro delle nuove povertà del mondo più industrializzato. Le nuove povertà che interessano solo coloro che suono fuori dal mercato del lavoro, piuttosto vedono coinvolti migliaia e centinaia di lavoratori che hanno un occupazione, a tempo determinato, a progetto, co.co.co, e cosi via. Inoltre, nell'attuale realtà del mondo capitalista sono sempre di più i lavoratori occupati in nero, senza diritti e rappresentanza sindacale. Come cerca di evidenziare questo libro la fine del lavoro fordista non ha significato la fine del lavoro salariato tutt'altro. La sua trasformazione in una quantità di «figure professionali» che sono fonte comunque di realizzazione del plusvalore. E le sinistre e i sindacati?

Le politiche concertative praticate negli anni '80-'90 hanno provocato più di un danno, mentre, come spiega l'economista brasiliano Ricardo Antunes, le esperienze che avevano suscitato un rinnovato entusiasmo (vedi la vittoria di Lula in Brasile) stanno riproponendo esperienze di capitalismo neoliberale.

Per quanto riguarda l'Italia, nel libro si sostiene che le organizzazioni sindacali confederali hanno praticato una battaglia contrattuale che, quasi sempre, ha eluso il conflitto di classe (tra capitale e lavoro). Soprattutto, Cgil, Cisl e Uil non sono riusciti a rappresentare i «nuovi lavoratori», come pure non è stata in grado di garantire i diritti acquisiti ai medesimi occupati stabili. Tranne, in alcune situazioni, (ad esempio, a Melfi) dove si è imposta un rappresentanza autonoma degli operai.
il manifesto

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