11.1.09

Spettri Italiani

Tommaso Pincio

«L'Italia è il paese che amo»: così, con solenne e televisiva semplicità, il nostro attuale premier si dichiarò alla nazione. Era il 26 gennaio 1994, nessuno osava allora immaginare quanti e quali frutti sarebbero nati dall'idillio tra un magnate della comunicazione e un paese di miracoli e miracolati. I malevoli ritengono che sia disceso in campo per salvare se stesso e le sue aziende; il diretto interessato sostiene che in cima ai pensieri avesse lo spettro di una nazione in mano a forze illiberali, i famigerati comunisti. Comunque sia, in quel famoso discorso registrato su videocassetta e trasmesso a reti quasi unificate, disse che l'Italia «giustamente diffida di profeti e salvatori». Eppure è proprio così che si è proposto, ed è proprio così che una cospicua fetta d'italiani lo ha accolto. In questo, che gli piaccia o no, ha qualcosa in comune con Mussolini. La grande campagna antimalarica con la quale si promise la bonifica integrale delle Paludi Pontine fu uno dei capisaldi della propaganda fascista e servì a presentare il duce come il «grande medico» della nazione. Similmente, Berlusconi si è annunciato come il rimedio definitivo all'annosa piaga della politica senza mestiere, tutta malaffare e chiacchiere incomprensibili.

Tesi storiche divergenti
Che un popolo tra i più individualisti e scettici del pianeta prediliga leader taumaturghi è un paradosso di non poco conto, e infatti, molto tempo addietro, qualcuno si pose il problema: «Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani». Il guaio è che gli italiani furono fatti ben prima di quella mera «espressione geografica» che, secondo Metternich, sarebbe l'Italia. È opinione diffusa tra gli storici che la nostra nascita in quanto popolo risalga al 476 dopo Cristo, quando Odoacre depose Romolo Augusto, ultimo imperatore romano d'Occidente. Un po' come dire che gli italiani sono figli dei «secoli bui», un minestra a base di barbari e romani cotto a fuoco letto nel calderone della chiesa. Da secoli ci si interroga sulle cause che portarono all' apocalittico evento della caduta di Roma. La vecchia tesi che orde di barbari feroci e bellicosi abbiano invaso un impero ormai infiacchito mettendolo a ferro fuoco è stata col tempo screditata, lasciando strada a un'ipotesi per così dire più morbida. Non ci sarebbe stata nessuna caduta, bensì una transizione più o meno pacifica che ha portato i popoli germanici a insediarsi nei terrori romani dando inizio a una nuova fase.
Lo storico Bryan Ward-Perkins contesta simili revisioni, dicendosi persuaso che «l'avvento delle genti germaniche arrecò grandi sofferenze alla popolazione romana». In un suo recente saggio, La caduta di Roma e la fine della civiltà (Laterza, trad. Mario Carpitella, pp. 293, euro 19,50) dimostra che «gli effetti a lungo termine del crollo dell'impero furono drammatici». A suo dire l'enorme quantità di testimonianze archeologiche non si accorda affatto con la nuova ortodossia dell'indolore e lenta trasformazione. Il crollo dell'impero non fu soltanto accompagnato da violenze, determinò anche un decadimento complessivo delle condizioni economiche, sociali e culturali.
La nuova e, a quanto pare, infondata immagine degli invasori quali pacifici immigranti, confezionata perlopiù da studiosi americani e nord-europei, si spiega con un mutamento di prospettiva. Ai tempi della minaccia nazista era naturale che gli invasori del V secolo fossero considerati in una luce negativa. Terminato il secondo conflitto mondiale, l'atteggiamento nei riguardi dei tedeschi si è a poco a poco ammorbidito, e con esso il giudizio sui barbari. Va inoltre considerato che il cammino verso l'unificazione europea necessitava di forti radici comuni, difficili da scovare nel tumultuoso passato del nostro continente. L'impero romano da solo, nonostante il suo splendore, non può essere l'antenato giusto, in quanto emarginerebbe i paesi germanici e scandinavi. Si comprende allora perché un progetto di ricerca della European Science Foundation sul periodo delle invasioni barbariche abbia per titolo «La trasformazione del mondo romano».
Diversamente dall'Europa settentrionale, l'Italia è rimasta orfana dell'antichità. Lo spettro dello straniero invasore l'ha infestata fino a epoche recentissime, facendone la terra dei rinascimenti e dei risorgimenti, il paese dove, malgrado tutto, sempre si reitera il miracolo della resurrezione. Miracoli che talvolta non riuscivano granché bene - come nel caso del fascismo, che proprio sul recupero della grandezza di Roma imbastì la sua retorica - e ai quali bisogna porre rimedio con nuove rinascite fatte di resistenze e ricostruzioni. Salvo poi rimpiangerli, però, i miracoli.
«Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa» constatava Pasolini nei suoi Scritti corsari, «è nato uno scandaloso rimpianto; quello per l'Italia fascista o distrutta dalla guerra» quando il nostro era un «paese meraviglioso» nel quale «ci si poteva sentire eroi del mutamento e delle novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati». Nondimeno rilevava una continuità tra il ventennio fascista e l'era democristiana fondata «sul caos morale ed economico, sul qualunquismo come immaturità politica e sull'emarginazione dell'Italia dai luoghi per dove passa la storia»; parole che evocavano una decadenza barbarica.
Di geniale semplicità appare dunque il fantastorico contesto descritto da Enrico Brizzi nel suo ultimo romanzo, L'inattesa piega degli eventi (Baldini Castoldi Dalai, pp. 518, euro 19,50). L'Italia ha perso il suo Duce, ma non lo ha appeso a testa in giù a Piazzale Loreto per martoriarne il cadavere: lo piange commossa nel giorno del suo funerale, il 5 maggio 1960. In questa Italia uscita vittoriosa dal secondo conflitto mondiale e ormai completamente «laica e littorica», Lorenzo Pellegrini, giovane cronista sportivo, paga a caro prezzo un'inopportuna relazione. L'amante tradita cospira affinché venga spedito nel continente nero per seguire le ultime giornate della Serie Africa costringendolo a rinunciare alle Olimpiadi di Roma. L'esilio punitivo si rivela però un'esperienza fondamentale per il giornalista. Le squadre del regime, composte soltanto da giocatori bianchi e sfacciatamente favorite dagli arbitri, si scontrano con le formazioni sgangherate e multietniche che antifascisti al confino e popolazioni indigene hanno eletto a simbolo del loro riscatto. In gioco, sui campi alla periferia dell'impero, c'è qualcosa di più che la vittoria di semplici partite. Persino Lorenzo Pellegrini si vede costretto ridestarsi dallo scanzonato disimpegno nel quale si crogiola da anni e a prendere posizione.
Con questo libro Brizzi ci ha finalmente regalato un romanzo degno di tal nome sul nostro sport nazionale. Ma non solo. La sua Italia, quantunque ucronica, è affatto credibile e non molto diversa, in fondo, da quella reale e democristiana che gli anni Sessanta hanno consegnato alla storia. È inoltre assai somigliante alla seconda repubblica di oggi, l'avvilente Italia dei calciatori e delle veline nella quale, ahinoi, ci troviamo a vivere. «Un luogo che ho disimparato ad amare» la definisce Giuseppe Genna in Italia De Profundis (minimumfax, pp. 348, euro 15). La frase suona quasi come un ideale antipode alla dichiarazione del nostro premier e campeggia solitaria con lapidaria amarezza nella quarta di copertina di un libro che, per contro, è una furiosa esondazione di parole. Parole che trasmutano in immagini e racconti, racconti che diventano invettive, invettive che generano dolore e degenerano in deliri da cui scaturisce una fatale mescolanza di fatti e finzioni. Il tutto tra centinaia di altre parole che restano solo parole e che si avvinghiando tra loro in un gorgo di tenebre, sottraendo il libro a qualunque definizione di comodo.

Una malattia orizzontale
L'editore lo presenta come un romanzo, ma è evidente che l'oggetto in questione è di natura più complessa e rischiosa. Volendo parafrasare ancora chi ci governa lo si potrebbe definire una discesa in forma di autofiction. Non in campo, beninteso, ma agli inferi. Tuttavia non basta. Raccontando di sé e delle sue disgrazie, Genna dà vita a una materia oscura, una sorta di grumo osceno in grado di divorare qualunque cosa e diventare quel che divora. È una metastasi della caduta quella che lo scrittore allestisce: non per nulla apre il libro con la lancinante cronaca del ritrovamento del corpo di suo padre, malato di cancro e morto d'infarto nella notte di capodanno. La caduta di cui si parla non è dunque un movimento dall'alto verso il basso. Non è uno scendere e nemmeno un precipitare, ma una condizione orizzontale, una malattia che si espande nutrendosi della propria carne putrescente. Insieme a Genna cade l'Italia intera, insieme all'Italia cade Genna: stabilire se sia stato l'uno o altra a innescare la rovina è impossibile. I due corpi coincidono e si compenetrano, diventano una sola entità. «L'Italia, in questo momento, è la punta di diamante del mondo sviluppato» si legge nel libro; lo è perché qui, nel nostro paese, quel processo che lo scrittore chiama «autoespropriazione dell'umano», ovvero la malattia occidentale, si compie più velocemente che altrove rendendoci il popolo «più alienato del pianeta».
Ecco allora che Genna si autorappresenta in situazioni estreme quali un'eutanasia o un esperimento con l'eroina. Il gioco non consiste nel capire se e quanto queste sue storie rispondano al vero, giacché in esse è chiaramente percepibile una sorta di istinto alla deformazione allegorica. Forse sono vere o forse no, ma non importa. Certo è che sembrano fare il verso a scene note della letteratura, a luoghi già letti, quasi che il Genna scrittore si serva del Genna uomo come una sorta di stuntman per interpretare una serie di violente cadute, schianti apocalittici e tragicomici. Ma il paradosso più sublime di Italia De Profundis è che nel suo corsaro furore, in bilico tra acume e delirio, spietatezza e compassione, il Belpaese diventa un avamposto del tracollo occidentale e dunque un viatico per il futuro, un faro per l'evo oscuro che seguirà all'ennesima caduta dell'impero. Fermo restando, ovviamente, che stavolta i barbari siamo noi.
ilmanifesto.it

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