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21.5.19

Cosa succede con l’astensionismo in Europa

Alle ultime elezioni europee, nel 2014, ha votato solamente il 42,5 per cento degli aventi diritto. Dall’economia alle migrazioni, passando per la sicurezza e i cambiamenti climatici, le questioni europee sono ormai entrate nel dibattito quotidiano, ma questo probabilmente non basterà a risvegliare la partecipazione dei cittadini, anche se potrebbe portare a una prima inversione di tendenza.
Il fenomeno dell’astensionismo crescente è in corso da molti decenni e riguarda un po’ tutti i tipi di elezione. Fino al 1979, in Italia l’affluenza alle urne superava il 90 per cento. Da allora ha cominciato a scendere sempre di più, e non ha smesso di diminuire: alle ultime politiche ha raggiunto il 73 per cento, mentre alle europee del 2014 è stata del 57 per cento. Elezioni locali a parte, uno dei valori più bassi è stato registrato alle scorse regionali in Emilia-Romagna, quando l’affluenza si è fermata addirittura al 38 per cento.
La scelta di non andare a votare non riguarda solo la persona che la compie, ma ha delle conseguenze politiche dirette. Se diventa una scelta diffusa finisce per colpire la legittimazione delle istituzioni democratiche e dei partiti politici e favorire una loro evoluzione in direzione non sempre liberale. Gli astenuti inoltre non si distribuiscono in modo uniforme lungo tutto lo spettro politico: spesso le elezioni le vince chi riesce a mobilitare il maggior numero dei propri elettori potenziali, non tanto chi riesce a strappare più elettori agli avversari.


L’astensionismo è un fenomeno complesso. Ogni elezione ha le sue specificità, dettate da una molteplicità di fattori: per esempio, la composizione demografica del bacino elettorale, il contesto socioeconomico e la cultura democratica della popolazione chiamata al voto. Per questo molta letteratura scientifica si sforza di comprendere a fondo le cause dell’astensionismo, ma non esiste una teoria generale che ne spieghi le cause.

Apatia, protesta, sfiducia
Secondo Maurizio Cerruto, autore dello studio La partecipazione elettorale in Italia (Quaderni di Sociologia, 2012), le ragioni alla base dell’astensionismo sono sfaccettate. “Da un lato, si parla di astensionismo da apatia, cioè da distanza tra l’elettore e l’offerta politica”, spiega il professore di sociologia dell’università di Cagliari. “Questo tipo di astensionismo ha le sue radici nella posizione di marginalità che la politica occupa nell’orizzonte psicologico di molti elettori delle moderne democrazie di massa”. Dall’altro lato si parla invece di “astensionismo di protesta, come espressione attiva di una insoddisfazione dell’elettore, che esprime una dimostrazione di sfiducia e in molti casi di aperta ostilità nei confronti della classe politica”. Secondo Cerruto, le ricerche empiriche mostrano che nell’elettorato astensionista italiano l’apatia prevale sulla protesta.

Di certo gli italiani hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni politiche. Ogni anno l’Istat rileva dati su questo aspetto, all’interno del rapporto Il benessere equo e sostenibile. Come confermano anche le ultime stime, la fiducia degli italiani verso il parlamento, i partiti e il sistema giudiziario continua a calare dal 2010 e questo si traduce in un senso di disaffezione diffuso, che ha un impatto sull’affluenza alle urne. Tuttavia il problema italiano si inserisce in un quadro europeo più generale. Secondo l’Eurobarometro, il servizio della Commissione europea che misura e analizza le tendenze dell’opinione pubblica, la fiducia dei cittadini verso le istituzioni è bassa un po’ in tutta Europa: da circa dieci anni meno della metà della popolazione europea si fida delle istituzioni politiche del proprio stato.

Alla base dell’astensionismo ci sono insomma molte ragioni, e ha quindi poco senso parlare di un “partito del non voto”. Il quadro si fa ancora più sfaccettato se si va a guardare quali sono le fasce della popolazione che più tendono ad astenersi. Secondo un rilevamento del 2016 dell’istituto di sondaggi Swg intitolato Il popolo dell’astensione, in Italia l’astensionismo è particolarmente diffuso tra gli elettori tra i 18 e i 44 anni, spesso indecisi o senza una precisa collocazione politica. Molti hanno un titolo di studio superiore al diploma. Guardando alle ultime elezioni europee, come osservato dai ricercatori André Blais e Filip Kostelka, in molti stati emerge invece una correlazione tra bassi livelli di istruzione e alti livelli di astensionismo.

L’astensionismo e le elezioni europee
In quasi ogni paese, le elezioni europee hanno sempre registrato una minore affluenza rispetto alle elezioni politiche, probabilmente a causa di una scarsa consapevolezza del peso del parlamento europeo e di una generica percezione di distanza tra la vita di tutti i giorni e le istituzioni europee. L’Eurobarometro rileva che solo il 48 per cento dei cittadini europei crede che la propria voce conti nell’Ue (ma esistono enormi differenze tra un paese e l’altro, per esempio in Svezia il 90 per cento dei cittadini crede che la propria voce conti, a fronte del 24 per cento degli italiani e del 16 per cento dei greci).



Eppure qui non si tratta tanto di un problema di sfiducia. L’Eurobarometro rileva infatti che i cittadini europei tendono a fidarsi di più dell’Unione europea che del proprio parlamento o governo nazionali. Allora perché è una minoranza quella che vota alle elezioni europee? “Questo paradosso è riconducibile a due fattori”, spiega Alberto Alemanno, tra i principali analisti della politica europea e fondatore del movimento The good lobby. “In primo luogo, le elezioni europee sono ancora la somma di elezioni nazionali, e non un evento politico transnazionale animato da veri e propri partiti europei. In secondo luogo, manca una sfera pubblica comune in grado di raccontare il sistema politico europeo”.

Per denunciare la presunta sfiducia delle persone nei confronti dell’Unione europea, i movimenti euroscettici spesso mettono in risalto il progressivo calo dell’affluenza alle elezioni europee. È un fenomeno reale, ma è parte di un processo più ampio che sta investendo la democrazia rappresentativa in Europa nel suo complesso. Inoltre, come nota Jules Beley dell’università SciencesPo di Parigi, è complicato confrontare l’affluenza alle elezioni europee nel tempo. “Come si può confrontare l’affluenza nel 1979, quando la Comunità europea era composta da nove paesi dell’Europa occidentale, con l’affluenza nel 2014, quando l’Unione contava 28 paesi con culture politiche e tradizioni democratiche diverse?”, si chiede Beley.

L'affluenza alle elezioni europee e politiche nei paesi europei


Le ricerche mostrano che c’è chi non vota per apatia e chi non vota per protesta. Ma se osserviamo l’affluenza alle elezioni europee dobbiamo anche tenere presente che sempre più cittadini europei hanno difficoltà a votare perché si sono trasferiti in un altro paese. Per esempio, più del 10 per cento dei cittadini romeni, bulgari, croati, lettoni, lituani e portoghesi vive in uno stato membro diverso dal proprio. Avrebbero il diritto di votare alle europee nelle città in cui vivono, ma nel 2014 il 95 per cento circa non è andato ai seggi a causa di una serie di ostacoli linguistici, burocratici e politici: difficile identificarsi in partiti e politici che si rivolgono solo agli elettori della propria nazionalità.

Quali rimedi all’astensionismo?
Per risollevare l’affluenza elettorale, una misura apparentemente semplice sarebbe rendere obbligatorio votare. Questo obbligo esiste in paesi come il Lussemburgo e il Belgio, dove in effetti i livelli di astensionismo sono bassi. Anche in Italia il voto era considerato obbligatorio fino al 1993 e rimane un dovere civico secondo la costituzione. Il problema è che l’obbligo di voto è difficile da far rispettare in maniera stringente, a meno di non introdurre sanzioni pesanti.

Se gli elettori non hanno più fiducia nella differenza che può fare il loro voto, secondo alcuni conviene offrire loro la possibilità di effettuare direttamente delle scelte su questioni in campo, invece di limitarsi a delegare dei rappresentanti. È per questo che negli ultimi anni in molti paesi è aumentato l’interesse nei confronti degli strumenti della democrazia diretta, come per esempio i referendum. Casi come quello della Brexit hanno però fatto apparire con chiarezza i limiti di questi strumenti, che raramente aiutano a legiferare su questioni complesse.

Per tutelare la legittimazione delle istituzioni europee e risollevare l’affluenza al voto, negli scorsi mesi il parlamento europeo ha compiuto uno sforzo di comunicazione inedito. La campagna Stavolta voto, realizzata in tutti e 28 gli stati membri dell’Unione europea, ha cercato di spiegare l’importanza della partecipazione elettorale ricorrendo a una molteplicità di strumenti. Trecentomila persone si sono registrate sul sito della campagna, mentre il video promozionale Choose your future ha ottenuto 120 milioni di visualizzazioni sulle diverse piattaforme. I sondaggi suggeriscono che il progressivo aumento dell’astensionismo alle elezioni europee stavolta potrebbe arrestarsi, e in paesi come l’Italia potrebbe verificarsi un’inversione di tendenza.

I paesi dell’Europa centrale e orientale hanno tassi di astensionismo più alti della media dell’Unione europea. Per questo la campagna istituzionale è stata particolarmente intensa in paesi come la Slovacchia, dove nel 2014 solo il 13 per cento degli elettori era andato a votare alle europee. “Abbiamo lavorato su tanti fronti diversi”, racconta Soňa Mellak, addetta stampa dell’ufficio del parlamento europeo in Slovacchia. “Abbiamo collaborato con una serie di personaggi famosi, e in particolare con youtuber e influencer per riuscire a spiegare ai giovani perché le elezioni europee sono importanti. Abbiamo organizzato un tour in 17 città del paese, realizzando eventi e dibattiti, e in 200 scuole superiori si è tenuta una simulazione delle elezioni europee. Le televisioni si sono dimostrate attente, molti presentatori hanno spiegato che sarebbero andati a votare”.

Per far aumentare davvero l’affluenza alle elezioni europee servirebbero però delle modifiche legislative. Per esempio, si potrebbe rendere più semplice il voto ai cittadini che risiedono all’estero. Alcuni politici e osservatori pensano che bisognerebbe far eleggere direttamente ai cittadini un presidente dell’Unione europea, che sia a capo al contempo della Commissione europea e del Consiglio europeo. Altri – come i militanti del partito europeo Volt – puntano innanzitutto su una mobilitazione transnazionale dal basso, che sposti la campagna elettorale su temi europei.

Anche secondo Alberto Alemanno è questa la strada da seguire: “Bisognerebbe creare un collegio elettorale unico europeo, che permetta di presentare liste e partiti transnazionali. In questo modo il dibattito politico trascenderebbe immediatamente gli stati nazionali e permetterebbe a qualsiasi cittadino di comprendere la dimensione europea dello scrutinio”. In uno scenario del genere, “i partiti sarebbero indotti a formulare e difendere visioni di società europea e temi di interesse paneuropeo, invece di concentrarsi come ora su questioni nazionali”, e a quel punto il dibattito riuscirebbe finalmente a coinvolgere più profondamente gli elettori.

[Questo articolo è pubblicato in collaborazione con l’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e con lo European Data Journalism Network.]

22.3.18

La politica ai tempi di Facebook


 
Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 a pagina 40 di Internazionale, con il titolo “La politica ai tempi di Facebook”. 

Alle 8.30 del 9 novembre 2016 Michal Kosinski si è svegliato nella sua stanza all’hotel Sunnehus di Zurigo. Kosinski, che ha 34 anni e fa il ricercatore, era in Svizzera per tenere una conferenza all’Eidgenössische technische hochschule (Eth), il politecnico di Zurigo. Il tema dell’incontro era “i pericoli dei big data e la rivoluzione digitale”, un argomento su cui tiene regolarmente conferenze in tutto in mondo.
Kosinski è uno dei massimi esperti di psicometria, una branca della psicologia che si fonda sull’analisi dei dati. Quella mattina, accendendo la tv nella sua camera d’albergo, Kosinski ha scoperto che la bomba era esplosa: contrariamente a tutte le previsioni avanzate dai più noti statistici, Donald Trump era stato eletto presidente degli Stati Uniti. Kosinski è rimasto a lungo a guardare i festeggiamenti per la vittoria del candidato repubblicano. Seguendo i risultati che arrivavano dai vari stati, ha avuto la sensazione che l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi potesse avere qualcosa a che fare con i suoi studi. Alla fine ha tirato un profondo sospiro e ha spento la tv.
Quello stesso giorno un’azienda britannica poco nota con sede a Londra ha diffuso un comunicato stampa: “Prendiamo atto con grande soddisfazione del fatto che il nostro rivoluzionario approccio alle comunicazioni basate sui dati ha svolto un ruolo centrale nella straordinaria vittoria del presidente eletto Trump”. Il comunicato attribuiva queste dichiarazioni a un certo Alexander James Ashburner Nix, britannico, 41 anni, amministratore delegato della Cambridge Analytica. In pubblico Nix si presenta vestito sempre in modo impeccabile, con abiti su misura, occhiali firmati e i capelli biondi e ondulati pettinati all’indietro. Ecco dunque i nostri tre personaggi: il riflessivo Kosinski, l’elegante Nix e il sorridente Trump. Il primo ha reso possibile la rivoluzione digitale, l’altro l’ha messa in atto e il terzo ne ha tratto vantaggio.
Tutto quello che facciamo, sia online sia offline, lascia delle tracce digitali
Chi non ha passato gli ultimi cinque anni su un altro pianeta ha certamente sentito parlare dei big data. Il senso di quest’espressione è che tutto quello che facciamo, sia online sia offline, lascia delle tracce digitali. Ogni acquisto fatto con la carta di credito, ogni ricerca su Google, ogni spostamento che facciamo con il cellulare in tasca, ogni like su Facebook: tutto è conservato da qualche parte. Per molto tempo l’utilità di questi dati non è stata chiara, salvo forse quando ci capitava sullo schermo del computer la pubblicità di uno strumento per misurarsi la pressione da soli subito dopo aver cercato “pressione alta” su Google. Non si capiva bene neanche se i big data fossero un pericolo o un’opportunità per gli esseri umani. Tutto è diventato più chiaro il 9 novembre 2016, quando si è saputo che l’azienda dietro la campagna elettorale online di Donald Trump e dietro la campagna per la Brexit era una protagonista del settore dei big data, la Cambridge Analytica guidata da Alexander Nix.
Per capire il risultato delle presidenziali statunitensi, ma anche quello che attende l’Europa nei prossimi mesi, dobbiamo partire da uno strano episodio avvenuto nel 2014 allo Psychometrics centre dell’università di Cambridge, l’istituto dove lavorava proprio Kosinski. La psicometria, detta anche psicografia, è la disciplina che misura le caratteristiche psicologiche di un individuo, la sua personalità insomma. Negli anni ottanta due équipe di psicologi hanno teorizzato che ogni caratteristica di una persona può essere misurata in base a cinque parametri o aspetti della personalità, i cosiddetti big five: l’apertura mentale (openness, quanto siamo aperti alle esperienze nuove), la coscienziosità (conscientiousness, quanto siamo perfezionisti), l’estroversione (extraversion, quanto siamo socievoli), l’amicalità (agreeableness, quanto siamo collaborativi e rispettosi degli altri) e la stabilità emotiva (neuroticism, quanto siamo facilmente turbati).
Sulla base di questi parametri (riassunti per brevità nell’acronimo dei termini in inglese, Ocean), è possibile fare una valutazione relativamente esatta del tipo di persona che abbiamo di fronte, compresi i suoi bisogni, i suoi timori e il suo probabile comportamento. Il metodo fondato sui big five è diventato uno standard della psicometria. Per molto tempo, però, il problema di questo metodo è stato la raccolta dei dati, che veniva fatta tramite un complicato questionario pieno di domande personali. Poi sono arrivati internet, Facebook e Kosinski.
Questionari per tutti
Nel 2008, quando era studente a Varsavia, la vita di Michal Kosinski arrivò a un punto di svolta. La sua richiesta di fare un dottorato a Cambridge fu accolta e fu accettato dallo Psychometrics centre, una delle più antiche istituzioni del settore. Si trovò così a collaborare con un altro studente, David Stillwell, che oggi insegna alla Judge business school di Cambridge. Un anno prima Stillwell aveva lanciato un’app per Facebook, che non era ancora diventato un gigante. L’app si chiamava MyPersonality e permetteva agli utenti di riempire vari questionari psicometrici, compreso un certo numero di quesiti psicologici tratti dal questionario sulla personalità basato sui big five (“vado facilmente nel panico” oppure “contraddico il prossimo”).
All’utente veniva attribuito un “profilo di personalità” costituito dal suo punteggio individuale calcolato in base ai big five. Poi l’utente poteva scegliere se condividere con gli studiosi i dati del suo profilo Facebook. Kosinski e Stillwell si aspettavano che il questionario fosse riempito al massimo da qualche decina di studenti come loro. Invece nel giro di poco tempo centinaia, poi migliaia, poi milioni di persone rivelarono le loro più intime convinzioni. I due dottorandi si ritrovarono all’improvviso in possesso del più vasto insieme di dati mai raccolto che abbinasse profili Facebook con punteggi psicometrici.
Negli anni successivi Kosinski e il suo collega hanno elaborato un metodo abbastanza semplice. Come prima cosa, fornivano ai soggetti intervistati un questionario sotto forma di quiz online. In base alle risposte calcolavano i punteggi personali dei soggetti secondo i big five. Quindi confrontavano i risultati con altri dati online riferiti a quei soggetti, per esempio i like e le cose pubblicate e condivise su Facebook, ma anche il sesso, l’età e il luogo di residenza. Tutto questo consentiva ai due ricercatori di stabilire correlazioni e comporre un ritratto più chiaro di ogni individuo. Kosinski e Stillwell osservarono così che da semplici azioni eseguite online era possibile ricavare deduzioni molto affidabili.
Per esempio, i maschi che mettevano il like alla marca di cosmetici Mac avevano qualche probabilità in più di essere gay, mentre uno dei migliori indicatori della loro eterosessualità era il like al Wu-Tang Clan. Quelli che seguivano Lady Gaga tendevano a essere estroversi, mentre quelli che mettevano un like a una pagina di filosofia tendevano a essere introversi. Ora, se è vero che ognuna di quelle informazioni, presa singolarmente, era troppo debole per realizzare una previsione affidabile, le proiezioni ottenute dalla combinazione di decine, centinaia o migliaia di singoli elementi diventavano molto accurate.
I nostri smartphone sono grandi questionari psicologici che compiliamo di continuo, spesso senza nemmeno rendercene conto
Negli anni successivi Kosinski e la sua équipe hanno lavorato senza sosta ad affinare i loro modelli. Nel 2012 Kosinski dimostrò che in base a una media di 68 like dati da un utente su Facebook era possibile prevedere il colore della pelle (con un’approssimazione del 95 per cento), l’orientamento sessuale (88 per cento) e l’appartenenza al partito democratico o a quello repubblicano (85 per cento). Ma c’era dell’altro. Si potevano stabilire anche il quoziente d’intelligenza, la religione e se facesse uso di alcolici, sigarette e droghe. Attraverso i dati era addirittura possibile dedurre se il soggetto fosse figlio di genitori divorziati. Un segnale dell’efficacia del modello era la sua esattezza nel prevedere le risposte delle persone. Kosinski continuò a lavorare al progetto instancabilmente.
In poco tempo il modello fu in grado di valutare ogni persona meglio della media dei suoi colleghi di lavoro, semplicemente basandosi su dieci like dati su Facebook: con soli 70 like riusciva a battere gli amici, con 150 i genitori e con 300 il compagno o la compagna. Con un numero ancora maggiore di like si poteva addirittura superare quello che una persona sapeva di se stessa. Il giorno in cui Kosinski pubblicò questi risultati ricevette due telefonate: una minaccia di querela e un’offerta di lavoro, entrambe da Face-book.
I like su Facebook sono diventati privati solo in seguito: in passato l’impostazione di base era che chiunque poteva vedere i like dati dagli altri. Questa novità, però, non ha ostacolato i raccoglitori di dati: mentre Kosinski chiedeva sempre il consenso degli utenti di Facebook, oggi molte app e quiz online chiedono l’accesso ai dati privati come condizione preliminare per i test di personalità. Chiunque voglia valutarsi sulla base dei suoi like su Facebook può farlo sul sito web di Kosinski, Apply magic sauce, e poi confrontare i risultati ottenuti con quelli di un classico questionario Ocean da cento domande sul sito dello Psychometric centre.
Ma ormai non era questione solo di like, e neanche solo di Facebook: ora Kosinski e la sua équipe potevano assegnare punteggi nei big five anche solo in base al numero delle foto di profilo di ogni utente su Facebook o al numero dei suoi contatti, che è tra l’altro un valido indicatore dell’estroversione. Tuttavia noi riveliamo qualcosa di noi stessi anche quando non siamo collegati. Per esempio, il sensore di movimento del cellulare rivela la rapidità dei nostri spostamenti e le distanze che copriamo, e questi dati sono correlati all’instabilità emotiva. La conclusione di Kosinski fu che i nostri smartphone sono grandi questionari psicologici che compiliamo di continuo, spesso senza nemmeno rendercene conto.
Ma soprattutto – ed ecco il punto decisivo – la cosa funziona anche al contrario: non solo si possono creare profili psicologici a partire dai nostri dati, ma questi dati possono anche essere usati per ricercare categorie specifiche, per esempio tutti i padri ansiosi, tutti gli introversi arrabbiati o tutti gli elettori democratici indecisi. Kosinski, insomma, aveva essenzialmente inventato una specie di motore di ricerca di persone.
A un certo punto cominciò a intuire le potenzialità, ma anche i rischi del suo lavoro. Internet gli era sempre sembrato un dono del cielo. Quello che voleva davvero era restituire qualcosa, condividere: visto che i dati si possono copiare, perché non fare in modo che tutti ne traggano vantaggio? Era quello lo spirito di tutta una generazione, all’alba di una nuova era che trascendeva le limitazioni del mondo fisico. Poi, però, Kosinski si chiese cosa sarebbe successo se qualcuno avesse abusato del suo motore di ricerca di persone per manipolarle. E così decise di includere in buona parte dei suoi lavori scientifici l’avvertimento che il suo metodo poteva “costituire una minaccia per il benessere, la libertà e perfino la vita delle persone”. Ma nessuno, a quanto pare, ha davvero capito il messaggio.
All’inizio del 2014 Kosinski è stato avvicinato da un professore associato di nome Aleksandr Kogan, che portava una richiesta da parte di un’azienda interessata al suo metodo. L’azienda, ricorda Kosinski, voleva accedere al database di MyPersonality, ma Kogan era vincolato dal segreto e non poteva rivelare a quale scopo. All’inizio Kosinski e i suoi collaboratori hanno valutato l’offerta, che avrebbe comportato enormi guadagni per l’istituto. Lo psicologo polacco, però, esitava. Così Kogan ha finito per svelare il nome dell’azienda: si chiamava Scl, Strategic Communication Laboratories. Kosinski l’ha cercata su Google: “Siamo leader tra le agenzie di gestione delle campagne elettorali”, ha letto sul sito. Scl era un’azienda che forniva servizi di marketing basati sui modelli psicologici, e uno dei suoi obiettivi era influenzare i processi elettorali. Influenzare i processi elettorali? Turbato, Kosinski si è messo a sfogliare il sito. Che razza di azienda era? E quali erano le intenzioni dei suoi dirigenti?
Kosinski ignorava che dietro la Scl si nascondeva un gruppo di aziende. A causa dell’intricata struttura societaria non era facile capire in quanti settori fosse attiva e chi fosse esattamente il proprietario. La struttura societaria poteva essere ricostruita attraverso varie fonti, tra cui la Uk Companies House, i Panama papers e il registro delle società del Delaware, negli Stati Uniti. Alcune ramificazioni erano implicate nel rovesciamento di vari governi di paesi in via di sviluppo, altre avevano elaborato metodi per la manipolazione psicologica degli afgani per conto della Nato. Ma, soprattutto, la Scl era la casa madre della Cambridge Analytica, l’opaco gigante dei big data che ha lavorato per la campagna elettorale online di Trump e a favore della Brexit.
Kosinski non sapeva ancora niente di tutto questo, ma ha avuto una brutta sensazione. “La cosa cominciava a puzzare”, ricorda. Dopo ulteriori indagini ha scoperto che Aleksandr Kogan aveva segretamente registrato un’azienda che faceva affari con la Scl. Come avrebbe poi rivelato il Guardian nel dicembre del 2015, e come dimostrano alcuni documenti a cui Das Magazin ha avuto accesso, la Scl era venuta a conoscenza del metodo messo a punto da Kosinski proprio attraverso Kogan. All’improvviso lo psicologo polacco ha capito che forse la Scl aveva riprodotto (o copiato?) lo strumento di misurazione dei big five basato sui like su Facebook, per girarlo alla Cambridge Analytica, l’azienda che si occupa di influenzare i processi elettorali. A quel punto Kosinski ha interrotto immediatamente i contatti con Kogan e ha informato il direttore dello Psychometric centre di Cambridge. Nell’università è sorto un conflitto complicato, perché l’istituto era preoccupato per la sua reputazione. In seguito Kogan si è trasferito a Singapore, si è sposato e ha cambiato nome, assumendo quello di Dr. Spectre. Quanto a Michal Kosinski, ha finito il dottorato e, dopo aver ricevuto una proposta di lavoro da Stanford, si è trasferito negli Stati Uniti.
Per un anno tutto è rimasto tranquillo. Poi nel novembre del 2015 il più estremo dei due comitati elettorali favorevoli alla Brexit, quello identificato dallo slogan “Leave.Eu” e appoggiato dal leader populista Nigel Farage, ha annunciato di aver affidato la gestione della sua campagna online a un’azienda di big data: la Cambridge Analytica. E qual era il punto di forza dell’azienda? Un marketing politico di tipo innovativo, detto microtargeting, fondato sulla misurazione della personalità degli elettori in base alle loro tracce digitali. Tutto secondo il modello Ocean.
A quel punto Kosinski ha cominciato a ricevere email da gente che gli chiedeva cosa avesse a che fare con quell’azienda: gente a cui veniva subito in mente il suo nome quando sentiva o leggeva parole come Cambridge, personalità e analisi. Dal momento che sentiva per la prima volta il nome di quell’azienda, Kosinski è andato sul sito della Cambridge Analytica ed è inorridito: il suo metodo ormai era impiegato su vasta scala per finalità politiche. Dopo il referendum sulla Brexit, il 23 giugno 2016, amici e conoscenti gli hanno scritto: “Guarda un po’ cos’hai combinato”. Dovunque andasse, Kosinski era obbligato a spiegare che con quell’azienda non aveva niente a che spartire.
Il forum Concordia
Sono passati i mesi e si è arrivati al 19 settembre 2016. Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si avvicinavano rapidamente. Nel salone blu dell’albergo Grand Hyatt di New York risuonavano gli accordi di chitarra di Bad moon rising, dei Creedence Clearwater Revival per l’apertura del Concordia summit. Questo evento annuale è una specie di Forum economico mondiale in miniatura: tra gli invitati c’erano personalità provenienti da tutto il mondo, tra cui il presidente della Svizzera, Johann Schneider-Ammann. A un certo punto un’annunciatrice ha esclamato con voce flautata: “Un bell’applauso per Alexander Nix, amministratore delegato della Cambridge Analytica”. È salito sul palco un uomo magro in abito scuro. Sul salone è calato il silenzio.
Molti dei presenti sapevano che quell’uomo era il nuovo responsabile delle strategie digitali di Trump. Qualche settimana prima, un po’ cripticamente, il candidato repubblicano aveva twittato: “Tra non molto mi chiamerete mister Brexit”. E in effetti diversi osservatori hanno notato somiglianze impressionanti tra il programma elettorale di Trump e quello del movimento di destra a favore della Brexit. Pochi, però, avevano colto il nesso con l’accordo fra Trump e un’azienda di marketing chiamata Cambridge Analytica.
Fino a quel momento la campagna digitale di Trump era stata gestita in sostanza da un’unica persona: Brad Parscale, un esperto di marketing e fondatore di una startup fallita che ha creato per Trump un rudimentale sito web per 1.500 dollari. Trump non se la cava bene con le tecnologie digitali, tant’è vero che non ha il computer sulla scrivania. La sua assistente personale ha rivelato una volta che non scrive neanche le email e che lei stessa ha dovuto convincerlo a comprare uno smartphone, da cui ora twitta continuamente. La sua avversaria Hillary Clinton, invece, seguiva le orme del primo “presidente dei social network”, Barack Obama. Gli indirizzi degli elettori democratici erano nelle sue mani. Lavorava con i prestigiosi analisti dei BlueLabs e aveva incassato l’appoggio di Google e della DreamWorks. Quando nel giugno del 2016 è arrivato l’annuncio che Trump aveva ingaggiato la Cambridge Analytica, l’establishment di Washington ha storto il naso. Stranieri con vestiti di sartoria che non capiscono gli Stati Uniti e il popolo americano? Ma stiamo scherzando?
“È per me un privilegio prendere la parola oggi davanti a voi. Vi parlerò del potere dei big data e della psicografia nel processo elettorale”, ha esordito Alexander Nix. Intanto alle sue spalle compariva il logo della Cambridge Analytica: una rete con tanti nodi, una specie di mappa che richiama la silhouette di un cervello. “Appena un anno e mezzo fa il senatore repubblicano Ted Cruz era uno dei candidati meno popolari”, ha spiegato l’uomo biondo con quel cristallino accento britannico che rende nervosi gli statunitensi esattamente come succede agli svizzeri con l’accento tedesco. “Meno del 40 per cento della popolazione statunitense ne aveva sentito parlare”, ha detto commentando un’altra diapositiva.
Verso la fine del 2014 la Cambridge Analytica ha cominciato a partecipare attivamente alla campagna elettorale per le presidenziali negli Stati Uniti, fornendo consulenze a Cruz grazie ai finanziamenti di Robert Mercer, un inafferrabile miliardario statunitense che si è arricchito con i software. In sala tutti conoscevano la folgorante ascesa del senatore conservatore Cruz, uno degli eventi più sorprendenti della campagna elettorale. Come aveva fatto Cruz a diventare l’ultimo serio sfidante di Trump alle primarie repubblicane, passando dal 5 al 35 per cento? Ebbene, ha spiegato Nix, fino a quel momento le campagne elettorali erano state organizzate sempre sulla base di concetti demografici: “Ma è un’idea ridicola. È come dire che tutte le donne devono ricevere lo stesso messaggio perché appartengono allo stesso genere, e lo stesso messaggio va indirizzato a tutti gli afroamericani perché appartengono allo stesso gruppo etnico”. Nix intendeva dire che fino a quel momento le altre macchine elettorali si erano basate su considerazioni demografiche, mentre la Cambridge Analytica si avvaleva della psicometria.
Negli Stati Uniti, ormai, quasi tutti i dati personali si possono comprare e vendere
Sarà anche vero, ma il ruolo della Cambridge Analytica nella campagna di Cruz è controverso. Nel dicembre del 2015 la squadra elettorale di Cruz ha attribuito il suo successo all’uso psicologico di dati e di analisi. Dalle colonne di Advertising Age, un’autorevole rivista dedicata alla pubblicità, un cliente politico ha definito il personale della Cambridge Analytica al seguito della campagna di Cruz come “una ruota in più”, ma ha giudicato “eccellente” il suo prodotto di punta: i modelli realizzati dalla Cambridge Analytica sui dati relativi agli elettori. Allo stesso modo, non è ancora chiaro fino a che punto la Cambridge Analytica sia stata coinvolta nella campagna Leave.Eu. L’azienda rifiuta di rispondere a domande su questi argomenti.
Poi Nix è passato alla diapositiva seguente: cinque volti diversi, ciascuno corrispondente a un profilo di personalità. È il modello big five, ovvero Ocean. “Noi della Cambridge Analytica”, si è esaltato Nix, “siamo riusciti a elaborare un modello per individuare la personalità di ogni singolo adulto negli Stati Uniti”. Ormai aveva il pubblico in pugno. Ha continuato affermando che il successo della Cambridge Analytica si basa sulla combinazione di tre elementi: la scienza comportamentale che si avvale del modello Ocean, l’analisi dei big data e le inserzioni pubblicitarie mirate. L’ultima espressione indica una pubblicità personalizzata: in altre parole, il più possibile in linea con la personalità di ogni consumatore.
Nix ha spiegato con candore in che modo la Cambridge Analytica ottiene questo risultato. Innanzitutto, la sua azienda compra dati personali da una gamma di fonti diverse: registri anagrafici e automobilistici, informazioni sugli acquisti, dati delle tessere omaggio, iscrizioni ai club, ma riesce a sapere anche quali riviste leggono le persone e quali chiese frequentano. Sullo schermo Nix ha mostrato i loghi di fornitori di dati attivi a livello globale, come Acxiom ed Experian. Negli Stati Uniti, ormai, quasi tutti i dati personali si possono comprare e vendere. Vuoi sapere dove abitano donne ebree? Puoi semplicemente comprare le informazioni, numeri di telefono compresi. La Cambridge Analytica incrocia poi queste informazioni con i registri elettorali del Partito repubblicano e altri dati online come i like su Facebook (anche se attualmente l’azienda nega di aver usato dati relativi a Facebook) ed elabora un profilo di personalità basato sui big five. In un attimo le tracce digitali si traducono in persone reali, ognuna con i suoi timori, i suoi bisogni, i suoi interessi. E l’indirizzo di residenza.
Centro di controllo
Il metodo ricorda da vicino i modelli sviluppati da Kosinski. Secondo Nix, anche la Cambridge Analytica usa “sondaggi sui social network” e dati relativi a Facebook. E fa esattamente quello che Kosinski temeva: “Abbiamo elaborato”, ha detto Nix vantandosi, “il profilo di personalità di tutti i cittadini adulti degli Stati Uniti. Sono 220 milioni di persone”. Poi ha aperto una schermata e ha spiegato: “Questa è un’applicazione che abbiamo realizzato per la campagna elettorale del senatore Cruz”. È apparso un centro di controllo digitale. A sinistra c’erano dei diagrammi, a destra una mappa dell’Iowa, lo stato in cui Cruz ha conquistato un numero di voti sorprendentemente alto alle primarie. Appena sulla mappa sono comparsi centinaia di migliaia di puntini rossi e blu, Nix ha ristretto i criteri di ricerca. “Repubblicani”, e sparivano i puntini blu; “ancora indecisi”, e sparivano altri puntini; “maschi”, e così via. Alla fine è rimasto solo un nome, completo d’età, indirizzo, interessi, personalità e tendenze politiche.
Come fa la Cambridge Analytica a rivolgersi a ogni singola persona con un messaggio politico mirato? Nix ha mostrato come sia possibile rivolgersi in modo differenziato agli elettori di ogni categoria psicografica, prendendo come esempio il secondo emendamento della costituzione degli Stati Uniti, quello che garantisce a ogni cittadino il diritto di possedere armi da fuoco: “Per convincere le persone fortemente nevrotiche e coscienziose, serve la minaccia del furto in casa e la sicurezza rappresentata da un’arma”. L’immagine a sinistra dello schermo raffigurava la mano di un intruso che sfonda una finestra. L’immagine sulla destra ritraeva un uomo e un bambino in piedi in un campo al tramonto: entrambi impugnavano armi da fuoco e stavano chiaramente sparando alle anatre. “Questa invece serve per i soggetti chiusi e disponibili, quelli che hanno a cuore le tradizioni, le abitudini e la famiglia”.
Di colpo le impressionanti incoerenze di Trump, la sua criticata volubilità e l’insieme dei suoi messaggi contraddittori si sono rivelati un asso nella manica: Trump aveva un messaggio diverso per ogni elettore. Che si sia comportato come un algoritmo perfettamente opportunistico, seguendo puramente e semplicemente le reazioni del suo pubblico, è qualcosa che la matematica Cathy O’Neil aveva già notato nell’agosto del 2016. “Praticamente ogni messaggio lanciato da Trump si basava su dati digitali”, ha ricordato Nix. Il giorno del terzo dibattito televisivo fra Trump e Clinton, la squadra del candidato repubblicano ha testato, soprattutto attraverso Face-book, 175mila variazioni di inserzioni sui temi della campagna elettorale, pur di trovare quelle giuste. Nella maggior parte dei casi i messaggi differivano tra loro solo per dettagli microscopici, con l’obiettivo di rivolgersi ai destinatari nel modo più consono al loro profilo psicologico. C’erano titoli diversi, colori e didascalie diversi, accompagnate da una foto o da un video. Come lo stesso Nix ha spiegato in un’intervista a Das Magazin, queste variazioni quasi impercettibili servono a raggiungere anche i gruppi più piccoli: “In questo modo siamo in grado di rivolgerci in modo mirato a un intero villaggio come a un condominio, e perfino a singole persone”.
A Miami c’è un quartiere chiamato Little Haiti. Per evitare che i suoi abitanti votassero per Clinton, lo staff che seguiva la campagna elettorale di Trump ha messo in circolazione la notizia del fallimento della Clinton foundation in seguito al terremoto di Haiti. Uno degli obiettivi era tenere lontani dai seggi i potenziali elettori della candidata democratica, tra cui ci sono persone di sinistra ma indecise, molti afroamericani e molte giovani donne: queste persone, per dirla con un dipendente dell’organizzazione di Trump, andavano “scoraggiate” dall’andare a votare. L’obiettivo è stato raggiunto attraverso i cosiddetti dark post, cioè inserzioni sponsorizzate che si presentano come titoli di ultimissime notizie. I dark post compaiono su Facebook e possono essere visti solo dagli utenti che hanno profili specifici. Un esempio sono i video rivolti agli afroamericani, in cui Hillary Clinton definiva “predatori” i maschi neri.
Al Concordia summit Nix ha terminato il suo intervento proclamando la fine della pubblicità a tappeto. “Di certo i miei figli non capiranno mai questo modo di concepire le comunicazioni di massa”, ha osservato. Poi, prima di scendere dal palco, ha annunciato che uno dei candidati rimasti in corsa per le presidenziali stava usando la nuova tecnologia lanciata dalla Cambridge Analytica.
Agli attivisti della campagna di Trump è stata fornita un’app che consentiva di individuare le idee politiche degli abitanti di un posto
All’epoca era ancora impossibile capire esattamente in che modo le truppe digitali di Trump stessero prendendo di mira la popolazione statunitense, perché sferravano i loro attacchi non tanto con gli spot sulle emittenti tv in chiaro, quanto con messaggi personalizzati sui social network e sulle tv digitali. E mentre gli organizzatori della campagna elettorale di Clinton, in base al modello demografico, erano convinti che la loro candidata fosse in testa, un giornalista di Bloomberg, Sasha Issenberg, andava a San Antonio, nell’ufficio della campagna digitale per l’elezione di Trump, e con sua grande sorpresa apprendeva che lì stava per aprire i battenti “un secondo quartier generale” del candidato repubblicano.
Il personale della Cambridge Analytica (una decina di persone) al seguito della campagna di Trump ha ricevuto centomila dollari nel luglio del 2016, 250mila ad agosto e cinque milioni a settembre. Da quanto ci ha detto Nix, in totale ha incassato più di 15 milioni. A partire da luglio, infatti, agli attivisti della campagna di Trump è stata fornita un’app che consentiva di individuare le idee politiche e le personalità degli abitanti di un posto. Un’app simile era stata usata durante la campagna per la Brexit. Grazie a questo strumento i ragazzi del porta a porta erano in grado di suonare solo agli appartamenti abitati da persone segnalate come ricettive ai messaggi di Trump. Non solo: gli attivisti partivano già armati di linee guida per poter intavolare con gli elettori una conversazione “su misura” per la loro personalità. Alla fine registravano le reazioni nell’app e quei nuovi dati finivano nei computer dell’organizzazione.
Neanche questa era propriamente una novità: anche la squadra di Clinton ha fatto cose simili, ma per quanto ne sappiamo non ha usato i profili psicometrici. In ogni caso la Cambridge Analytica ha suddiviso la popolazione statunitense in 32 personalità tipo e ha concentrato gli sforzi solo su 17 stati. Inoltre, così come Kosinski era arrivato alla conclusione che gli uomini che mettono il like su Facebook ai cosmetici Mac hanno qualche probabilità in più di essere gay, la Cambridge Analytica ha scoperto che la preferenza per le automobili di fabbricazione statunitense era tipica dei potenziali elettori di Trump. Ora questi dati mostravano al candidato repubblicano quali messaggi funzionavano meglio e dove. La decisione di concentrarsi sul Michigan e sul Wisconsin nelle settimane conclusive della campagna presidenziale è stata presa sulla base dell’analisi dei dati. Insomma, il candidato Trump è diventato lo strumento per l’applicazione di un modello.
Ma in che misura i metodi della psicometria hanno effettivamente influito sul risultato delle presidenziali statunitensi? Quando l’abbiamo chiesto alla Cambridge Analytica, l’azienda ha rifiutato di fornire prove dell’efficacia della sua campagna. Probabilmente la domanda sull’importanza del targeting psicometrico per l’esito delle elezioni è destinata a restare senza risposta, eppure qualche indizio c’è. Uno è la sorprendente ascesa di Cruz alle primarie. Un altro è l’aumento del numero degli elettori andati alle urne nelle zone rurali del paese. Un altro ancora è il calo degli elettori afroamericani che hanno scelto il voto anticipato. Il fatto che Trump abbia speso relativamente poco si spiega forse con la grande efficacia delle inserzioni pubblicitarie basate sulla personalità del destinatario. Lo stesso vale per il fatto che, rispetto a Clinton, Trump ha investito molto di più nella campagna digitale che in quella televisiva. Facebook si è dimostrato l’arma più efficace per la sua vittoria, come hanno confermato i tweet dei componenti della sua squadra.
L’articolo continua dopo la pubblicità
Molti hanno sostenuto che i veri sconfitti di queste elezioni sono stati gli statistici, i cui pronostici si sono rivelati così poco azzeccati. Ma potrebbe anche essere vero l’opposto: gli statistici hanno aiutato Trump a vincere le elezioni, ma solo quelli che hanno usato il nuovo metodo. Trump storce spesso il naso quando parla di ricerca scientifica, eppure – ironia della storia – per la sua campagna elettorale si è avvalso di uno strumento altamente scientifico. Un altro grande vincitore è la Cambridge Analytica. Un suo consigliere d’amministrazione, Steve Bannon, ex presidente del giornale online di destra Breitbart News, è stato nominato consigliere strategico di Trump. Marion Maréchal-Le Pen, aspirante leader del Front national e nipote della candidata alle presidenziali francesi Marine, ha twittato che, se Bannon la invitasse a collaborare, lei accetterebbe senz’altro. Poi c’è il video della Cambridge Analytica con la registrazione di una riunione intitolata “Italia”. La Scl si è interessata attivamente alla politica italiana già nel 2012. Ora la Cambridge Analytica rifiuta ogni commento sulla notizia secondo cui sono in corso colloqui con la prima ministra britannica Theresa May, ma Nix sostiene che sta ampliando la sua base di clienti in tutto il mondo e che ha ricevuto richieste di informazioni dalla Svizzera e dalla Germania.
Analisi scientifica
Kosinski ha osservato tutti questi eventi dal suo ufficio all’università di Stanford. Lo psicologo reagisce agli eventi di questi mesi con l’arma più affilata a disposizione dei ricercatori: l’analisi scientifica. Con la collega Sandra Matz ha condotto una serie di test che saranno presto resi pubblici. Ne abbiamo visto i primi risultati e sono allarmanti. Lo studio conferma l’efficacia del targeting basato sulla personalità, dimostrando che questo tipo di marketing è in grado di attirare fino al 63 per cento di contatti in più nelle campagne su Facebook e anche 1.400 conversioni in più, proponendo prodotti e messaggi confezionati su misura per la personalità di ogni consumatore. Lo studio, inoltre, dimostra che questo metodo è adattabile: la maggior parte delle pagine di Facebook che promuovono prodotti o marchi sono condizionate dalla personalità ed è possibile mirare con precisione a molti consumatori partendo da un’unica pagina.
Il mondo si è capovolto: il Regno Unito si prepara a uscire dall’Unione europea, Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti e a Stanford lo studioso polacco Kosinski, che ha tentato di mettere in guardia il mondo dai rischi del targeting psicologico in politica, ha ricevuto nuove email di accusa. “No”, dice piano scuotendo la testa, “non è colpa mia. La bomba non l’ho costruita io: ho solo fatto vedere che esiste”.
(Traduzione di Marina Astrologo)
Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 a pagina 40 di Internazionale, con il titolo “La politica ai tempi di Facebook”. L’originale era apparso sul settimanale svizzero Das Magazin.

26.1.17

Le scorciatoie da evitare

Massimo Franco (Corriere)

Era inevitabile che una legge elettorale modellata su un Parlamento composto da una sola Camera venisse picconata. La sentenza emessa ieri pomeriggio dalla Consulta è figlia legittima di una stagione di riforme scritte e imposte dal Pd in una realtà virtuale.
Una realtà virtuale smentita bruscamente dal referendum del 4 dicembre. La domanda, adesso, non riguarda solo le indicazioni che la Corte costituzionale ha dato per riplasmare il sistema del voto. Rimanda soprattutto a come i partiti le piegheranno ai proprio obiettivi, dopo avere atteso per mesi, passivamente, il responso. Il problema non è tanto quello di evitare a ogni costo le elezioni. Ma prima ancora che votare presto, l’esigenza è di votare bene. Significa dare al sistema una legge elettorale approvata col consenso di un insieme di forze più largo di quello governativo, perché altrimenti sarebbe condannata a essere effimera. E in grado di evitare la creazione di maggioranze diverse tra Camera e Senato, come ha segnalato nel discorso di Capodanno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: perché è sempre più evidente che a rallentare le decisioni e creare instabilità sono due rami del Parlamento con coalizioni sfalsate, non il bicameralismo in sé. Finora il sistema politico ha aspettato con una miscela di ansia e rassegnazione il responso della Consulta. Da oggi, però, dovrà assumersi la responsabilità di cercare un’intesa che cancelli la sensazione di un pericoloso immobilismo. Il Parlamento dovrà fare i conti con due spinte opposte. La prima è di chi vuole elezioni subito e corre contro il tempo. Lo confermano le prime reazioni degli uomini di Matteo Renzi e, con foga ma forse minore convinzione, di Beppe Grillo e di Matteo Salvini. Premono per un accordo comunque, e insistono sul voto anticipato: strana convergenza, che fa pensare. Quanti invece puntano a una riforma più meditata, affidata al Parlamento, e respingono l’idea di un governo già sull’orlo delle dimissioni, useranno la decisione della Corte per arrivare al 2018. Non è un gioco fra schieramenti, ma al loro interno. Attraversa la sinistra e il centrodestra. E nel momento in cui prefigura di fatto una spinta a dare al sistema un carattere più proporzionale, perché difficilmente un partito raggiungerà da solo il 40 per cento dei voti che garantisce il premio di maggioranza, rimette in discussione anche le leadership: non solo dal punto di vista dei nomi. Se la dinamica è questa, renderà naturale una interpretazione del governo più incline alla mediazione e ai compromessi; e la ricerca di capi partito maestri di compromesso e di alleanze. In fondo, alcuni dei pilastri dell’Italicum che sono stati sbriciolati dalla Consulta, portano in quella direzione. Avere ritenuto incostituzionali il ballottaggio e la possibilità di optare per il collegio per chi si presenta in più città, è un parziale colpo a oligarchie e segretari di partito tendenzialmente onnipotenti. Parziale, perché rimangono i capilista bloccati: una pattuglia di parlamentari iper-fedeli a leader che possono predeterminarne l’elezione. Ma lo spirito di un Italicum che la sera dopo il voto doveva permettere di sapere chi aveva vinto e chi no, è evaporato. E il premio di maggioranza alla Camera ma non al Senato riconsegna un’incognita vistosa, da sciogliere prima di tornare alle urne. È il momento di ricostruire un simulacro di credibilità istituzionale. Inseguire scorciatoie elettorali che porterebbero a leggi di parte e a ulteriori convulsioni, o allungare inutilmente i tempi, significherebbe sciuparla. E, oltre a tradire gli orientamenti così attesi della Corte costituzionale, vorrebbe dire sottomettere il sistema politico a una nuova, lunga stagione di subalternità a poteri esterni.

7.12.15

Sono cambiate le regole del gioco: il voto a Marine Le Pen non è di protesta

Superati ormai gli schemi su cui era basata la dialettica politica tradizionale

Cesare Martinetti

Il Front National è il primo partito di Francia, Marine Le Pen cambia il paradigma politico di un paese fondatore dell’Unione europea e apre una dinamica imprevedibile nel vecchio continente. Un vittoria annunciata ma non per questo meno clamorosa: è un voto che segna qualcosa di molto più profondo, è il superamento dello schema politico novecentesco, saltano le categorie nelle quali si sono formati i partiti delle democrazie occidentali. Il 40 per cento di voti presi da Marine Le Pen e dalla nipotina Marion nella due regioni in cui erano candidate (Nord-Pas-de-Calais e Piccardia, Provenza-Costa Azzurra) costituiscono la somma dei voti di destra e sinistra, ex gollisti e socialisti. Nel resto del Paese il Front è al 30 per cento; secondo partito i “repubblicani” di Sarkozy con il 26. I socialisti sono al 23.

Tutto questo non si può più interpretare con la vecchia formula del voto di protesta. Non basta più. Bisogna prendere atto che la politica sta cambiando, inutili le vecchie formule che ancora si sentono oggi in Francia tipo «far fronte all’estrema destra» che è un modo appena più reticente di dire: no ai fascisti. Più lo si dirà e più voti andranno al Front. Il paese è già altrove. Sono anni che sociologi e sondaggisti avvertono un rimescolamento nel profondo della società.

I voti al Front National arrivano in gran parte dalle classi popolari, molti dei nuovi elettori frontisti hanno votato comunista per anni. È il voto dei delusi, dei dimenticati, è il voto di un paese profondo al quale la politica non sa più parlare. È un voto populista, postideologico e in questo senso introduce stabilmente nel paesaggio politico un soggetto “nuovo” ma non per questo anti-politico.

È un voto contro le élites politiche che giocano una piccola battaglia di apparati. È un voto contro la tecnocrazia gelida di Bruxelles da dove arrivano soltanto diktat cifrati che la gente traduce in perdita secca nella propria quotidianità. Non è un caso che l’unica regione in cui il Front arriva terzo con il 18 per cento dietro la destra al 30 e i socialisti al 25 è l’Ile-de-France e cioè la regione di Parigi: impensabile un voto contro le élites nella capitale delle élites.

È naturalmente un voto di paura dopo gli attentati. Ma sarebbe un errore pensare che i francesi hanno votato Front dopo Charlie Hebdo e le stragi di venerdì 13 novembre.

Una crescita continua

La dinamica elettorale per il Front è positiva da 2002, l’anno in cui il vecchio Jean-Marie Le Pen, padre di Marine riuscì a battere il premier socialista Lionel Jospin nel primo turno delle presidenziali e arrivò al ballottaggio con Chirac. Perse, è vero, per 82 a 18 (per cento). Ma il grande tabù era rotto. Da allora gli altri partiti, in particolare la destra ex gollista con Nicolas Sarkozy si sono lanciati all’inseguimento del paese che sembrava scivolare sempre di più nell’ombra del Front dando così corso a quella «lepenizzazione» degli spiriti che ieri ha sancito la vittoria di Marine Le Pen.

Sarzkoy il grande battuto

In questo senso il grande sconfitto di queste elezioni è proprio Sarkozy che stava faticosamente costruendo la candidatura per le presidenziali 2017 sognando la grande rivincita con Hollande che l’aveva umiliato tre anni e mezzo fa. Dopo questo risultato è molto difficile che Sarko, che ieri sera ha lanciato proclami di battaglia contro l’estrema destra rifiutando qualunque alleanza con il Ps per il secondo turno, possa essere candidato. Il grande rivale moderato Alain Juppé (l’unico che sembra in grado di battere la Le Pen in un ballottaggio perché capace di raccogliere anche molti voti socialisti) ha già annunciato battaglia nel partito.

Hollande e la sinistra divisa

Hollande è stato sconfitto ma meno di quel che si pensava. I voti della sinistra (come sempre dispersi) sommati fra loro fanno quasi ovunque più del Front. Ma si sa che un conto è la matematica e un altro conto la politica. Il presidente ha comunque molto recuperato grazie all’atteggiamento fermo e reattivo di fronte agli attentati. La «guerra» immediatamente dichiarata all’Isis, lo stato di emergenza messo in atto nel paese, l’attivismo diplomatico gli hanno riportato molti consensi persi nel deludente andamento economico del paese. Lui, certamente, sarà il candidato alla propria successione tra poco più di un anno.

Promesse mirabolanti

Detto questo bisognerà anche vedere che uso farà Marine Le Pen di questo risultato elettorale, che naturalmente dovrà essere confermato domenica prossima ai ballottaggi. Ma nel sistema francese le regioni hanno poteri molto meno significativi delle regioni italiane, non si potrà certo misurare il programma di governo del Front. La Pen vince su promesse mirabolanti: l’uscita dall’euro (che in verità negli ultimi tempi ha un po’ attenuato, forse nel timore di doversi poi trovare davvero a metterla in atto), la chiusura dei confini agli stranieri, nazionalizzazioni delle imprese che delocalizzano, etc. Ma questa sarà la partita del 2017 della quale sappiamo da fin d’ora che uno dei due candidati sarà Marine Le Pen. Resta da capire chi potrà (e saprà) sfidarla.

28.5.14

Bisogna saper perdereBisogna saper perdere

StellaDagli sberleffi alle accuse agli elettori. Il leader Grillo che ora attribuisce la colpa ai pensionati

di Gian Antonio Stella

Non sa vincere, non sa perdere. Lo sfogo di Beppe Grillo contro l’Italia di «generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così», somiglia a una battuta di Corrado Guzzanti: «Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli ‘sti benedetti elettori». Ed è uno sfogo, infelicissimo, che conferma: il guru pentastellato, incapace di mettere a frutto il trionfo elettorale del 2013, non sa gestire neppure la sconfitta. Così come molti grillini. Che possono anche consolarsi leggendo nel blog che «Cinzia Ferri è stata eletta sindaco con il M5S nella cittadina di Montelabbate» ma appaiono incapaci di chiedersi: dove abbiamo sbagliato, noi, per perdere in un anno quasi tre milioni di voti?

Tutta colpa di «sedici milioni di elettori per gran parte suore di clausura, preti, beghine e paralitici», urlò il comunista Fausto Gullo dopo la bastonata subita dal Fronte Popolare nel ‘48. «Ma non rompetemi le scatole, sto guardando 90° minuto!», sbuffò Mino Martinazzoli coi cronisti che si assiepavano al cancello di casa sua la sera del crollo della Dc nel ‘94.

«Meglio così. Sono contento d’aver perso Milano. Adesso ho le mani libere. Non potevamo vincere perché a Milano e a Torino ci sono troppi terroni venuti a colonizzare il Nord», barrì Umberto Bossi dopo il disastro alle comunali del ‘97, «Del resto nel ‘93 non fui molto contento di aver conquistato Milano perché questo ci legava le mani. Questi terroni ingrati, pur di non liberare il nord dalla schiavitù di Roma, avrebbero votato anche un pezzo di merda. Quei terroni d’ora in avanti bisognerà guardarli malissimo. Quei magistrati, quegli insegnanti, via, pussa!».

«Sono dei deficienti. Egoisti. Destrorsi. Unti. Razzisti. Evasori. Questa gente non è stupida. E’ peggio: ignorante e plebea. Il concetto di fondo è: questi elettori sono tutti delle teste di cazzo», sbraitò Vittorio Sgarbi dopo esser stato silurato in Veneto. «La gente si è sbagliata, erano giusti gli exit poll», sospirò Silvio Berlusconi dopo aver perso una tornata di elezioni amministrative. «Queste elezioni non contano, era in ballo il sindaco di Pizzighettone!», fece spallucce dopo una debacle alle comunali in cui erano in ballo Bari, Bologna, Firenze, Padova, Bergamo, Mantova, Perugia...

Il capopopolo genovese, insomma, è in buona compagnia. E in buona compagnia sarebbe anche se facessimo l’elenco di quanti, dopo una vittoria, hanno esibito tanta boria (suicida) da ricordare quanto scrisse Polibio ne «Le storie» raccontando di Scipione in Spagna: «È più difficile far buon uso della vittoria, che vincere».
Ma ve lo ricordate poco più di un anno fa dopo avere sfondato alle politiche? Il rifiuto di ogni contatto coi giornalisti italiani messi tutti nel mucchio dei «servi del regime» e destinati più tardi ad essere sottoposti a un «processo popolare». Le barricate in casa come le dive hollywoodiane: «Parlo solo con la stampa straniera». Le passeggiate in spiaggia con una specie di tuta spaziale che gli occultava il viso. Il raduno «clandestino» dei neo parlamentari a piazzale Flaminio per andare in pullman all’agriturismo «La Quiete» (un nome, un programma politico) per un incontro riservato senza la diretta streaming promessa come prova di trasparenza. La «diretta» imposta a Pierluigi Bersani, sbertucciato da Roberta Lombardi: « Sembra una puntata di Ballarò... Noi non incontriamo le parti sociali perché siamo le parti sociali. Cittadini, lavoratori, cassintegrati, studenti fuori sede... » E poi l’incontro al Quirinale marcato dalla confidenza di Vito Crimi: «Napolitano è stato attento, non si è addormentato. Beppe è stato capace di tenerlo abbastanza sveglio». E i silenzi complici sui senatori grillini che confidavano di andare a Palazzo Madama con la boccetta di disinfettante per lavarsi nel caso gli scappasse di dar la mano a certi colleghi. E le randellate contro la libertà di coscienza garantita a ogni parlamentare: «Insomma, l’eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare». Le espulsioni a raffica di ogni dissidente.

E poi ancora l’avanti e indrè sul Porcellum, prima bollato come la peste che ha consentito ai partiti «di nominare chi volevano» trasformando Camera e Senato «in plotoni di ubbidienti soldatini a comando» ma più tardi accettato pur di andar subito alle elezioni: «Ogni voto un calcio in culo ai parassiti e incapaci che hanno distrutto il Paese. La legge elettorale la cambierà il M5S quando sarà al governo». E gli insulti al Parlamento: «È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica».

E come dimenticare il giorno in cui il Parlamento, per uscire dall’impasse, decise di rieleggere Napolitano? Convocò via web la piazza con toni apocalittici: «Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione. È in atto un colpo di Stato. Pur di impedire un cambiamento sono disposti a tutto. Sono disperati. Quattro persone: Napolitano, Bersani, Berlusconi e Monti si sono incontrate in un salotto e hanno deciso di mantenere Napolitano al Quirinale, di nominare Amato presidente del Consiglio...» Ciò detto chiamò tutti all’adunata: «Ho terminato la campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia e sto arrivando. Sarò davanti a Montecitorio stasera. Rimarrò per tutto il tempo necessario. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Di più non posso fare. Qui o si fa la democrazia o si muore come Paese». Dopodiché, dieci minuti dopo le otto, mandò un post scriptum: «Arriverò a Roma durante la notte e non potrò essere presente in piazza. Domattina organizzeremo un incontro...» Buona notte.

E via così, per mesi e mesi. Insultando tutti. Di urlo in urlo. Fino all’escalation delle ultime settimane. La vivisezione per Dudù e lo «Psiconano». L’evocazione della «peste rossa». La minaccia dei processi di piazza. La lupara bianca per Renzi, «l’ebetino che è andato a dare due linguate a quel culone tedesco della Merkel»... Spiegò un giorno Simon Bolivar, el Libertador del Sud America spagnolo: «L’arte di vincere si impara nelle sconfitte». Per ora, a Beppe Grillo e a tanti grillini che rovesciano insulti sul blog contro il «popolo di pecoroni» cui nel 78 percento dei casi «va bene il sistema del finanziamento pubblico, della corruzione, della disonestà», non è successo. E non basta un pizzico di auto-ironia sul Maalox... Non sa vincere, non sa perdere. Lo sfogo di Beppe Grillo contro l’Italia di «generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così», somiglia a una battuta di Corrado Guzzanti: «Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli ‘sti benedetti elettori». Ed è uno sfogo, infelicissimo, che conferma: il guru pentastellato, incapace di mettere a frutto il trionfo elettorale del 2013, non sa gestire neppure la sconfitta. Così come molti grillini. Che possono anche consolarsi leggendo nel blog che «Cinzia Ferri è stata eletta sindaco con il M5S nella cittadina di Montelabbate» ma appaiono incapaci di chiedersi: dove abbiamo sbagliato, noi, per perdere in un anno quasi tre milioni di voti?

Tutta colpa di «sedici milioni di elettori per gran parte suore di clausura, preti, beghine e paralitici», urlò il comunista Fausto Gullo dopo la bastonata subita dal Fronte Popolare nel ‘48. «Ma non rompetemi le scatole, sto guardando 90° minuto!», sbuffò Mino Martinazzoli coi cronisti che si assiepavano al cancello di casa sua la sera del crollo della Dc nel ‘94.

«Meglio così. Sono contento d’aver perso Milano. Adesso ho le mani libere. Non potevamo vincere perché a Milano e a Torino ci sono troppi terroni venuti a colonizzare il Nord», barrì Umberto Bossi dopo il disastro alle comunali del ‘97, «Del resto nel ‘93 non fui molto contento di aver conquistato Milano perché questo ci legava le mani. Questi terroni ingrati, pur di non liberare il nord dalla schiavitù di Roma, avrebbero votato anche un pezzo di merda. Quei terroni d’ora in avanti bisognerà guardarli malissimo. Quei magistrati, quegli insegnanti, via, pussa!».

«Sono dei deficienti. Egoisti. Destrorsi. Unti. Razzisti. Evasori. Questa gente non è stupida. E’ peggio: ignorante e plebea. Il concetto di fondo è: questi elettori sono tutti delle teste di cazzo», sbraitò Vittorio Sgarbi dopo esser stato silurato in Veneto. «La gente si è sbagliata, erano giusti gli exit poll», sospirò Silvio Berlusconi dopo aver perso una tornata di elezioni amministrative. «Queste elezioni non contano, era in ballo il sindaco di Pizzighettone!», fece spallucce dopo una debacle alle comunali in cui erano in ballo Bari, Bologna, Firenze, Padova, Bergamo, Mantova, Perugia...

Il capopopolo genovese, insomma, è in buona compagnia. E in buona compagnia sarebbe anche se facessimo l’elenco di quanti, dopo una vittoria, hanno esibito tanta boria (suicida) da ricordare quanto scrisse Polibio ne «Le storie» raccontando di Scipione in Spagna: «È più difficile far buon uso della vittoria, che vincere».
Ma ve lo ricordate poco più di un anno fa dopo avere sfondato alle politiche? Il rifiuto di ogni contatto coi giornalisti italiani messi tutti nel mucchio dei «servi del regime» e destinati più tardi ad essere sottoposti a un «processo popolare». Le barricate in casa come le dive hollywoodiane: «Parlo solo con la stampa straniera». Le passeggiate in spiaggia con una specie di tuta spaziale che gli occultava il viso. Il raduno «clandestino» dei neo parlamentari a piazzale Flaminio per andare in pullman all’agriturismo «La Quiete» (un nome, un programma politico) per un incontro riservato senza la diretta streaming promessa come prova di trasparenza. La «diretta» imposta a Pierluigi Bersani, sbertucciato da Roberta Lombardi: « Sembra una puntata di Ballarò... Noi non incontriamo le parti sociali perché siamo le parti sociali. Cittadini, lavoratori, cassintegrati, studenti fuori sede... » E poi l’incontro al Quirinale marcato dalla confidenza di Vito Crimi: «Napolitano è stato attento, non si è addormentato. Beppe è stato capace di tenerlo abbastanza sveglio». E i silenzi complici sui senatori grillini che confidavano di andare a Palazzo Madama con la boccetta di disinfettante per lavarsi nel caso gli scappasse di dar la mano a certi colleghi. E le randellate contro la libertà di coscienza garantita a ogni parlamentare: «Insomma, l’eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare». Le espulsioni a raffica di ogni dissidente.

E poi ancora l’avanti e indrè sul Porcellum, prima bollato come la peste che ha consentito ai partiti «di nominare chi volevano» trasformando Camera e Senato «in plotoni di ubbidienti soldatini a comando» ma più tardi accettato pur di andar subito alle elezioni: «Ogni voto un calcio in culo ai parassiti e incapaci che hanno distrutto il Paese. La legge elettorale la cambierà il M5S quando sarà al governo». E gli insulti al Parlamento: «È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica».

E come dimenticare il giorno in cui il Parlamento, per uscire dall’impasse, decise di rieleggere Napolitano? Convocò via web la piazza con toni apocalittici: «Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione. È in atto un colpo di Stato. Pur di impedire un cambiamento sono disposti a tutto. Sono disperati. Quattro persone: Napolitano, Bersani, Berlusconi e Monti si sono incontrate in un salotto e hanno deciso di mantenere Napolitano al Quirinale, di nominare Amato presidente del Consiglio...» Ciò detto chiamò tutti all’adunata: «Ho terminato la campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia e sto arrivando. Sarò davanti a Montecitorio stasera. Rimarrò per tutto il tempo necessario. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Di più non posso fare. Qui o si fa la democrazia o si muore come Paese». Dopodiché, dieci minuti dopo le otto, mandò un post scriptum: «Arriverò a Roma durante la notte e non potrò essere presente in piazza. Domattina organizzeremo un incontro...» Buona notte.

E via così, per mesi e mesi. Insultando tutti. Di urlo in urlo. Fino all’escalation delle ultime settimane. La vivisezione per Dudù e lo «Psiconano». L’evocazione della «peste rossa». La minaccia dei processi di piazza. La lupara bianca per Renzi, «l’ebetino che è andato a dare due linguate a quel culone tedesco della Merkel»... Spiegò un giorno Simon Bolivar, el Libertador del Sud America spagnolo: «L’arte di vincere si impara nelle sconfitte». Per ora, a Beppe Grillo e a tanti grillini che rovesciano insulti sul blog contro il «popolo di pecoroni» cui nel 78 percento dei casi «va bene il sistema del finanziamento pubblico, della corruzione, della disonestà», non è successo. E non basta un pizzico di auto-ironia sul Maalox...

21.5.14

Elezioni e effetto Draghi: le cose da sapere per investire nei prossimi mesi

Secondo Ubs non vi saranno grossi contraccolpi sui mercati dopo le consultazioni europee. Ma la politica della Bce deve riportare la crescita in Europa. Tre possibili strategie di portafoglio da qui alla fine dell'anno

di Giovanni Pons (La Repubblica)

A soli quattro giorni dalle elezioni europee, lo spread (differenziale tra tassi di interesse) tra Btp e Bund tedesco è tornato sopra i 200 punti, invertendo una tendenza che solo pochi giorni prima l'aveva portato al minimo di 140 punti. Che cosa è successo e come si deve interpretare questo segnale proveniente dai mercati finanziari? Vediamo di mettere un po' di ordine in questa situazione che anche agli esperti di settore appare assai confusa cercando poi di capire quali possono essere le conseguenze per gli investimenti dei risparmiatori basati nell'area euro.

Lo spread si è rialzato principalmente per due motivi: in primo luogo c'è una crescente apprensione per l'esito delle elezioni europee che potrebbe portare i partiti euro-scettici a detenere una quota intorno al 25% dei consensi totali. In secondo luogo, ma non meno importante, vi è il disappunto del mondo finanziario per la crescita del primo trimestre 2014 in Europa che in alcuni paesi è risultata addirittura negativa (come in Italia). Questi due elementi mixati tra di loro hanno portato a un inasprimento del cosiddetto "premio per il rischio" sui titoli dell'area euro che avevano beneficiato di grandi afflussi di capitali da almeno sei mesi a questa parte.

Quindi la domanda che un risparmiatore si deve porre a questo punto è la seguente: devo riaggiustare il portafoglio in vista delle elezioni europee e degli interventi di politica monetaria annunciati dal governatore Mario Draghi per il 5 giugno? La risposta, ovviamente, non può essere univoca o certa, ma si possono fare alcune considerazioni. Per esempio, secondo il global economist della banca Ubs, Paul Donovan, l'impatto sui mercati delle elezioni europee sarà abbastanza limitato ma potrebbero verificarsi dei contraccolpi nei singoli paesi. "Se in Gran Bretagna l'"Ukip" raggiungerà il 35% non sarà una sorpresa mentre se il "Front National" in Francia diventasse il primo partito ciò potrebbe rappresentare un pericolo per i mercati", scrive Donovan nella sua ricerca intotolata: "Elezioni europee: perchè bisogna stare attenti". Ma anche un forte consenso per "Alternative fur Deutschland" potrebbe far nascere timori verso la politica economica europea e l'Unione bancaria. Un po' a sorpresa sembra i mercati si debbano preoccupare meno dal fenomeno Grillo in Italia: "Gli investitori sanno che i Cinque Stelle hanno già ottenuto un buon risultato alle elezioni politiche di un anno fa - scrive ancora Donovan - e anche se Grillo dovesse andar bene alle europee è scontato che non vi saranno elezioni in Italia prima di un anno. Inoltre l'Italia è conosciuta per avere alta volatilità politica e le preoccupazioni riguardano piuttosto che cosa farà l'Italia nel caso le poiltiche eurocentriche subissero un rallentamento in tutta Europa". In ogni caso, poichè l'afflusso di capitali verso l'Europa è stato particolarmente elevato negli ultimi 6-8 mesi, portandosi con sè un rafforzamento dell'euro rispetto al dollaro, è abbastanza facile prevedere una fuoriuscita di capitali nei prossimi 3-6 mesi dovuta a una maggiore incertezza in Europa e un relativo indebolimento dell'euro. Nel solo mese di dicembre 2013 i capitali arrivati da investitori americani ha raggiunto la cifra record di 126,4 miliardi di dollari e non si può escludere un ridimensionamento nei prossimi mesi. Ma potrebbe trattarsi di un fenomeno di breve termine anche in funzione delle azioni che Draghi è pronto a mettere in campo: nell'ultima conferenza stampa ha fatto capire di voler abbassare i tassi di rifinanziamento e il tasso di sconto di uno 0,10-0,15% in modo da far scivolare in negativo i tassi di interesse reali. Ciò significa che non sarà più conveniente sia per le banche sia per i privati tenere i soldi fermi sul conto corrente perchè al netto dell'inflazione perdono di valore. Conviene invece reinvestirli in attività produttive e così facendo si rimetteranno in moto i consumi e quindi l'inflazione. Solo così l'economia potrà ripartire in maniera più decisa. Dal punto di vista dell'investitore tassi ufficiali sempre più bassi in Europa con premi per il rischio in aumento ma contenuti significano sofferenza per il classico investimento in obbligazioni. Chi ha già bond in portafoglio si vedrà diminuire i prezzi rispetto ai massimi degli ultimi giorni, chi ha intenzione di comprare adesso rischia di vedere prezzi ancora più bassi in un prossimo futuro. Una soluzione potrebbero essere i titoli governativi a tasso variabile (come i Cct in Italia) che però al momento rendono veramente poco. Un'altra alternativa potrebbe essere quella di realizzare una parte del portafoglio dove si è guadagnato di più e tenersi liquidi per un po' in attesa che la situazione si chiarisca. Oppure, per chi crede che questo sia solo un movimento passeggero si può cogliere l'opportunità di una correzione dei prezzi dei titoli azionari in Borsa per aumentare il proprio profilo di rischio. I consigli dei gestori in questa fase, oscillano tra questi tre consigli operativi.Per non sbagliare occorre sempre tener d'occhio l'evolversi della situazione negli Stati Uniti. Le ultime minute della Fed indicano che i governatori americani hanno discusso della possibilità di rialzare i tassi ma non hanno preso alcuna decisione riguardo al quando e al come. Preoccupa il settore immobiliare per i prezzi alti raggiunti in alcune località e per la scarsità di nuove costruzioni. E preoccupa l'andamento della Cina. Il prossimo ottobre la banca centrale terminerà gli acquisti mesili di bond sul mercato e a quel punto l'economia dovrà viaggaire con le proprie gambe con un tasso di disoccupazione che dovrà essere sceso intorno al 6% (la metà di quel 12% toccato al picco della crisi nel 2009). Sul rialzo dei tassi Usa gli economisti hanno diversi pareri: "Un aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti non arriverà prima del 2015 - spiega ancora Donovan - ma persiste incertezza su quanto presto e quanto velocemente salirà il costo del denaro. Molto dipenderà dai dati sulla crescita del Pil e sul mercato del lavoro". Eccoci dunque al riepilogo di questo delicato momento: sembra probabile che in fronte a noi vi saranno alcuni mesi di incertezza derivanti da instabilità politica e dati sulla crescita economica in Europa ancora insufficienti. Questa incertezza potrebbe portare all'uscita di capitali dall'Europa e a un rialzo degli spread nei paesi con gli indebitamenti più elevati e i tassi di crescita più bassi. Uscita di capitali dalla zona euro e progressivo aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti significa indebolimento dell'euro rispetto al dollaro che dovrebbe facilitare le esportazioni dei paesi europei verso il resto del mondo e portare così maggiore crescita nel Vecchio Continente e maggiore inflazione allontanando così il rischio di una deflazione, cioè crescita zero sia dell'economia sia dei prezzi. Questo scenario potrebbe essere messo in discussione solo da un risultato del voto che portasse in Francia e in Germania i partiti anti-euro a prendere il sopravvento. L'investitore può dunque scegliere tra prendere profitto dei guadagni accumulati sinora, stando per qualche mese alla finestra: restare fermo e mantenere gli investimenti nella consapevolezza che la situazione si riaggiusterà nell'arco di qualche mese, oppure anche approfittare di prezzi più bassi per incrementare la posizione in azioni a discapito delle obbligazioni. Ma operando in tale direzione si aumentano le possibilità di guadagno ma il rischio che un individuo è in grado di affrontare.

9.1.14

Rompere l’incanto neoliberale: Europa, terreno di lotta

di Sandro Mezzadra e Toni Negri (EuroNomade)

Chi come noi non ha interessi elettorali è nella migliore posizione per riconoscere la grande importanza che avranno, nel 2014, le elezioni per il parlamento europeo. È facile prevedere, nella maggior parte dei Paesi interessati, un elevato astensionismo e una significativa affermazione di forze “euroscettiche”, unite dalla retorica del ritorno alla “sovranità nazionale”, dall’ostilità all’euro e ai “tecnocrati di Bruxelles”. Non sono buone cose, per noi. Siamo da tempo convinti che l’Europa ci sia, che tanto sotto il profilo normativo quanto sotto quello dell’azione governamentale e capitalistica l’integrazione abbia ormai varcato la soglia dell’irreversibilità. Nella crisi, un generale riallineamento dei poteri – attorno alla centralità della BCE e a quel che viene definito “federalismo esecutivo” – ha certo modificato la direzione del processo di integrazione, ma non ne ha posto in discussione la continuità. La stessa moneta unica appare oggi consolidata dalla prospettiva dell’Unione bancaria: contestare la violenza con cui essa esprime il comando capitalistico è necessario, immaginare un ritorno alle monete nazionali significa non capire qual è oggi il terreno su cui si gioca lo scontro di classe. Certo, l’Europa oggi è un’“Europa tedesca”, la sua geografia economica e politica si va riorganizzando attorno a precisi rapporti di forza e di dipendenza che si riflettono anche a livello monetario. Ma solo l’incanto neoliberale induce a scambiare l’irreversibilità del processo di integrazione con l’impossibilità di modificarne i contenuti e le direzioni, di far agire dentro lo spazio europeo la forza e la ricchezza di una nuova ipotesi costituente. Rompere questo incanto, che in Italia è come moltiplicato dalla vera e propria dittatura costituzionale sotto cui stiamo vivendo, significa oggi riscoprire lo spazio europeo come spazio di lotta, di sperimentazione e di invenzione politica. Come terreno sul quale la nuova composizione sociale dei lavoratori e dei poveri aprirà, eventualmente, una prospettiva di organizzazione politica. Certo, lottando sul terreno europeo, essa avrà la possibilità di colpire direttamente la nuova accumulazione capitalistica. È ormai solo sul terreno europeo che possono porsi la questione del salario come quella del reddito, la definizione dei diritti come quella delle dimensioni del welfare, il tema delle trasformazioni costituzionali interne ai singoli paesi come la questione costituente europea. Oggi, fuori da questo terreno, non si dà realismo politico.
A noi pare che le forze di destra abbiano da tempo compreso che l’irreversibilità dell’integrazione segna oggi il perimetro di ciò che è politicamente pensabile e praticabile in Europa. Attorno a un’ipotesi di sostanziale approfondimento del neoliberalismo si è ormai organizzato un blocco egemonico che comprende al proprio interno varianti anche significativamente eterogenee (dalle aperture non solo tattiche in direzione di ipotesi socialdemocratiche di Angela Merkel alla violenta stretta repressiva e conservatrice di Mariano Rajoy). Le stesse forze di destra che si presentano come “anti-europee”, quantomeno nelle loro componenti più avvertite, giocano questa opzione sul terreno europeo, puntando ad allargare gli spazi di autonomia nazionale che nella costituzione della UE sono ben presenti e recuperando su un piano meramente demagogico il risentimento e la rabbia diffusi in ampi settori della popolazione dopo anni di crisi. Il riferimento alla nazione si dimostra qui per quel che è: la trasfigurazione di un senso di impotenza in aggressività xenofoba, la difesa di interessi particolari immaginati come architravi di una “comunità di destino”. Per contro la sinistra socialista, anche dove non è direttamente parte del blocco egemonico neoliberale, fatica a distinguersene in modo efficace e ad elaborare proposte programmatiche di segno chiaramente innovativo. La candidatura di Alexis Tsipras, leader di Syriza, a presidente della Commissione europea riveste in questo quadro un indubbio significato, e ha determinato in molti Paesi una positiva apertura di dibattito a sinistra, anche se in altri (primo fra tutti l’Italia) sembrano prevalere gli interessi di piccoli gruppi o “partiti”, incapaci di sviluppare un discorso politico pienamente europeo.
Se così stanno le cose, perché ci sembrano importanti le elezioni europee del prossimo maggio? In primo luogo perché tanto il relativo rafforzamento dei poteri del parlamento quanto l’indicazione da parte dei partiti di un candidato alla presidenza della Commissione fanno necessariamente della campagna elettorale un momento di dibattito europeo, in cui le diverse forze saranno costrette a definire e ad enunciare quantomeno un abbozzo di programma politico europeo. A noi pare dunque che si presenti qui un’occasione di intervento politico per tutti coloro che si battono per rompere tanto l’incanto neoliberale quanto il suo corollario, secondo cui l’unica opposizione possibile alla forma attuale dell’Unione Europea è il “populismo” anti-europeo. Non escludiamo in linea di principio che questo intervento possa trovare interlocutori tra le forze che si muovono sul terreno elettorale. Ma quello a cui pensiamo è prima di tutto un intervento di movimento, capace di radicarsi all’interno delle lotte che negli ultimi mesi si sono sviluppate, sia pure in forme diverse, in molti Paesi europei (cominciando a investire con significativa intensità anche la Germania). Decisivo è oggi riqualificare un discorso di programma, e solo dentro e contro lo spazio europeo questo è possibile. Non v’è oggi da indagare sociologicamente, magari all’ombra di qualche forcone, la “composizione tecnica di classe” nell’attesa messianica della “composizione politica” adeguata. Così come oggi non c’è da attendersi che si diano movimenti di classe vincenti che non abbiano interiorizzato la dimensione europea. Non sarebbe la prima volta, anche nella recente storia delle lotte, che taluni movimenti fossero obbligati dal modificarsi del quadro politico a ripiegare da grandi esperienze locali ad asfittiche chiusure settarie. Si tratta di ricostruire immediatamente un orizzonte generale di trasformazione, di elaborare collettivamente una nuova grammatica politica e un insieme di elementi di programma che possano aggregare forza e potere dall’interno delle lotte, contrapponendosi alle derive che abbiamo visto in Italia nelle scorse settimane, dove non a caso il simbolo unificante è stato il tricolore. Qui e ora, lo ripetiamo, l’Europa ci appare il solo spazio in cui questo sia possibile.
Un punto ci sembra particolarmente importante. La violenza della crisi farà sentire ancora a lungo i suoi effetti. All’orizzonte non c’è la “ripresa”, se per ripresa intendiamo un significativo riassorbimento della disoccupazione, la diminuzione della precarietà e un relativo riequilibrio dei redditi. Tuttavia, un ulteriore approfondimento della crisi sembra da escludere. L’accordo sul salario minimo su cui si è fondata la nuova grande coalizione in Germania pare piuttosto indicare un punto di mediazione sul terreno del salario sociale che può funzionare – a geometria e geografia variabili – come criterio di riferimento generale per la definizione di uno scenario di relativa stabilità capitalistica in Europa. È uno scenario, non è la realtà attuale, ed è uno scenario di relativa stabilità capitalistica. Sotto il profilo della forza lavoro e delle forme della cooperazione sociale, questo scenario assume come dati di partenza l’estensione e l’intensificazione della precarietà, la mobilità all’interno dello spazio europeo e dall’esterno, il declassamento di quote rilevanti di lavoro cognitivo e la formazione di nuove gerarchie all’interno di quest’ultimo, che si sono determinati nella crisi. Più in generale lo scenario di relativa stabilità di cui parliamo registra la piena egemonia di un capitale le cui operazioni fondamentali hanno una natura estrattiva, combinano cioè alla persistenza del tradizionale sfruttamento un intervento di “prelievo” diretto della ricchezza sociale (attraverso dispositivi finanziari ma anche assumendo come terreno privilegiato di valorizzazione “beni comuni” come, fra gli altri, la salute e l’istruzione). Non a caso i movimenti hanno compreso che su questo terreno si danno le lotte capaci di colpire il nuovo regime di accumulazione, come hanno mostrato in Italia il 19 ottobre.
Dentro questo scenario si tratta ovviamente di guardare alla specificità delle lotte che si sviluppano, di analizzarne l’eterogeneità e di misurarne l’efficacia in contesti politici, sociali e territoriali che possono essere anche molto diversi. Ma si tratta anche di porre il problema del modo in cui possono convergere, moltiplicando la loro stessa potenza “locale”, entro la cornice europea. La delineazione di nuovi elementi di programma può prendere intanto la forma della scrittura collettiva di una serie di principi inderogabili, sul terreno del welfare e del lavoro, della fiscalità e della mobilità, delle forme di vita e della precarietà, su tutti i terreni su cui si sono espressi e si esprimono i movimenti in Europa. Non è una carta dei diritti scritta dal basso, e da proporre a qualche assise istituzionale, quella a cui pensiamo: è piuttosto un esercizio collettivo di definizione programmatica che, come comincia a mostrare in queste settimane la stesura della “Carta di Lampedusa” per quel che riguarda la migrazione e l’asilo, può diventare strumento di organizzazione a livello europeo. Senza dimenticare che in questo lavoro possono sorgere impulsi decisivi, fin da subito, per la costruzione di coalizioni di forze locali ed europee, sindacali e mutualistiche, in movimento.

6.12.13

Doppio turno alla francese, che qualcuno ce ne scampi

Via il Senato e doppio turno alle elezioni come in Francia. Sarebbe questo,stando a la Repubblica, l’accordo tra Enrico Letta e Matteo Renzi(proclamato segretario del Pd prima delle primarie).
Nel Paese in cui si considera la governabilità un totem a discapito della sovranità («che appartiene al popolo) e della democrazia e nel giubilo collettivo anti-Porcellum, ci si dimentica qualche caratteristica particolare del suddetto sistema elettorale che – è bene ricordarlo – premia la stabilità a discapito dell’effettiva rappresentatività, generando maggioranze bulgare con una fetta minoritaria di voti su scala nazionale (il sistema elettorale francese è basato sui collegi e i seggi sono suddivisi in basse alla vittoria del candidato X nel collegio Y).
Prendiamo proprio l’esempio della Francia (grafico realizzato da YouTrend):
francia
Come si può notare, vi è un forte indice di disproporzionalità che, se da un lato penalizza i partiti esterni alla coalizione vincente (due su tutti: Front National e Front De Gauche), dall’altro favorisce (e di molto) il Partito Socialista e gli alleati.
Numeri alla mano, il Front National, con il 13%, ha ottenuto appena due seggi (lo 0,4%, con un tasso di disproporzionalità del 12,81%). Il Front De Gauche(non alleato con il PS), con il 6,9%, ne ha guadagnati dieci (l’1,7%; indice di disproporzionalità: 3,92%). Il Parti Radicale de Gauche – in virtù dell’alleanza con i socialisti – ne ha ottenuti 12 con l’1,7%. Stesso discorso per la Divers Gauche che, con il 3,4%, si è ritrovata con 22 seggi.
Quello francese, quindi, è un sistema elettorale ricattatorio, che di fatto obbliga i partiti (in modo particolare quelli più piccoli) a coalizzarsi per non sparire e/o per avere un peso all’interno dell’Assemblea Nazionale. In Italia, ci sarebbe il rischio di ritrovarsi con un’Armata Brancaleone (in pratica con l’Unione) e con l’impossibilità di creare un’alternativa di sinistra al Pd o di destra a Berlusconi.
Ma non è finita qui: il sistema francese, il cui obiettivo è garantire un governo stabile e duraturo, può avere fortuna in tal senso in un Paese bipolare o bipartitico.  Essendo emerso il fenomeno del M5S (che ha già dato prova, a Parma, di poter vincere i doppi turni), paradossalmente ci sarebbe persino la possibilità di non avere alcuna maggioranza, visto che il calcolo dei seggi avviene sulle vittorie dei candidati nei collegi e non sul numero dei voti ottenuto su scala nazionale.
Ma ci sarebbe una variabile ben peggiore dell’instabilità, che in pochi prendono in considerazione: nel 1993, in Francia, il centrodestra prese il 58% dei voti al secondo turno. Sapete quanti seggi ottenne grazie ai collegi? L’84%. Nemmeno la Legge Acerbo voluta da Mussolini arrivava a tanto.
P.S. Aggiungo al post un commento integrativo di Matteo Marchetti:
Dovresti anche ricordare che è completamente diverso il sistema istituzionale: il presidente francese (eletto direttamente o quasi) detiene l’esecutivo, il primo ministro è un suo delegato. In un sistema parlamentare come quello italiano, dove il presidente del consiglio dovrebbe contare meno (e ricevere la fiducia dal parlamento, meccanismo già saltato da tempo), avere maggioranze simili equivale a potere assoluto. Pensiamo allo scempio della Costituzione che avrebbe potuto fare lo Chirac del 1993 in Italia. Già due volte – con il Mattarellum e l’attuale norma – abbiamo varato leggi elettorali in palese contrasto con l’intenzione del nostro impianto istituzionale, di fatto varando delle riforme costituzionali attraverso leggi ordinarie. Il Mattarellum del 93 puntava a distruggere il “consociativismo” e dare stabilità all’esecutivo; il porcellum di fatto legava le sorti delle Camere a quelle dei governi (bisogna indicare il nome del “capo”). Ora che si è assodata l’impossibilità di varare la controriforma della Costituzione, vi si procede al solito per via obliqua.