Eco: l’inutile caccia al Grande Vecchio
di Gianni Riotta
Lo sapevate? Qualche minuto prima della strage di Londra, due agenti di Scotland Yard si sono recati presso l’ambasciata di Israele e hanno avvertito l’ex primo ministro di Gerusalemme Netanyahu, che si trovava là in riunione, di non uscire in strada. Non vi basta come teoria del complotto? Bene, allora sentite questa: come mai l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani si trovava a Londra il 7 luglio, come a Manhattan l’11 settembre? Tutte le prove del complotto sul sito www.ctrl.org , archivio di chi vede dietro ogni figura un’ombra e dietro ogni luce un buio: i complottisti. «L’umanità non resiste, un complotto per ogni evento. Ha paura di non spiegarsi quel che accade: meglio accettare che sottoterra ci sia una regia occulta. L’angoscia scatena la mania del complotto che finisce per tranquillizzarci»: in vacanza alla terme, di ritorno dal viaggio negli Usa dopo la traduzione americana del romanzo «La misteriosa fiamma della regina Loana», lo scrittore Umberto Eco ascolta, senza stupirsi, le ultime fole sulla politica segreta. Alla sindrome del complotto ha dedicato il suo secondo romanzo, «Il Pendolo di Foucault», storia dei tre redattori Belbo, Casaubon e Diotallevi, che a furia di inventare una fantomatica sedizione la vedono, tragicamente, prendere forma e forza. Concepito negli anni di piombo del terrorismo italiano, pubblicato nel 1988, il «Pendolo» dovrebbe fare giustizia di ogni tentazione dietrologica: «ma è inutile illudersi, mi indicano come il padre della reazione contro i complotti e invece è stato già il filosofo Karl Popper nel suo saggio "Congetture e confutazioni" tradotto dal Mulino, a riflettere sul bisogno che sembra innato nell’umanità di spiegarsi la realtà, non con la ragione e quel che abbiamo sotto gli occhi, ma con un segreto capro espiatorio. Tutto inutile».
La nuova stagione della «piovra nascosta» connette la strage di Londra alla presenza di un ex premier israeliano e un ex sindaco newyorkese: non sorridete, ancora oggi circola su Internet, ed è ripetuta ovunque, la storia che «nessun ebreo è morto l’11 settembre alle Torri Gemelle, perché lo spionaggio israeliano, il Mossad, avvisò tutti, uno per uno» (caddero invece almeno 300 ebrei, uomini e donne). Forse anche per questo il primo ministro britannico Tony Blair ha detto no alla commissione di inchiesta: perché cercare segreti, quando l’evidenza e la trasparenza sono l’antidoto migliore contro terrore e complicità?
«Provo a spiegare, da anni, che i soli complotti pericolosi sono quelli che diventano pubblici. Se un gruppo si affanna a tramare in segreto, e non veniamo mai a sapere di che cosa si occupa, è solo perché ha fallito, clamorosamente. I complotti che riescono affiorano dalla storia, prepotenti. Il golpe in Cile, i colpi di Stato in genere sono, sì, complotti, ma la loro importanza sta nell’essere arrivati nei libri di storia. Mi verrebbe da dire, occupiamoci di quel che conta, delle nostre vicende concrete, anziché inseguire fantasmi. Sono i dittatori che agitano spettri per distrarre l’opinione pubblica. I Protocolli dei Savi di Sion, il falso libello usato per calunniare gli ebrei, è stato venduto per decenni nelle bancarelle più sordide, ora lo si trova su Internet. Un bravissimo disegnatore l’ha denunciato in un suo libro a fumetti, si chiamava Will Eisner, è da poco scomparso e adesso il suo libro appare in italiano. L’odio seminato dai Protocolli è durato per decenni, eppure non si riesce mai a cancellare quelle falsità».
Come nascono le favole dei complotti? Come si propaga una storia come quella di Giuliani regista della strage, degli ebrei evacuati l’11 settembre? Eco usa il «teorema dell’ingorgo» per chiarire la genesi di tante falsità: «Sei chiuso in un ingorgo sull’autostrada, una macchina dietro l’altra, non ci si muove. Gli automobilisti cominciano a imprecare, colpa del ministro, colpa delle riparazioni non fatte, colpa dei Tir, colpa a tutti pur di non ammettere la verità, la "colpa" non è di nessuno, ci sono migliaia di auto in coda. Se gli automobilisti fossero rimasti in casa, niente ingorgo». «L’ingorgo mediatico», sfruttato dal terrorismo, colpisce dunque una debolezza tipica del nostro modo di reagire: «In Scozia era riunito il G-8. Doveva discutere di Africa, di aiuti ai Paesi poveri, i leader, per una volta, si davano da fare contro la miseria. Tutto cancellato dalle coscienze e dalle prime pagine: la strage domina. Non dovrebbe essere difficile analizzare che dunque ai terroristi dell’Africa non importa proprio nulla. Eppure non leggerai nessuna interpretazione in questo senso nei siti dei complotti, si va sempre in cerca del capro espiatorio».
«Il primo libro sulle trame è l’Iliade. Anziché spiegare la guerra tra Achei e Troiani con storiche ragioni, la rimanda alla rissa degli dei, colpa loro! Poi la colpa è stata dei cristiani che bruciano Roma, dei cavalieri Templari, i gesuiti attribuiscono la Rivoluzione francese a una manovra segreta dei massoni. Ricordiamoci del terrorismo italiano. Nacque la figura del Grande Vecchio perché, così si diceva, un pugno di trentenni inesperti non potevano certo progettare il rapimento e la morte di Aldo Moro. Bene, quando li hanno presi ci siamo accorti che erano proprio trentenni, il Piccolo Giovane aveva messo in crisi la Repubblica. Perché la teoria del complotto nasconde la realtà che pretende di illuminare. Se a 30 anni si può governare o dirigere un’azienda, perché non si dovrebbero poter condurre azioni clandestine?».
Blair ha provato a mettere i suoi connazionali al riparo dall’infinito stillicidio di rivelazioni e smentite, denunce e ritrattazioni, gole profonde e verità superficiali, che si trasformano presto in paludi: ma la passione per le teorie della cospirazione non è solo italiana: «Ho presentato il romanzo a Dallas e mi hanno portato a vedere il museo, allestito nel vecchio magazzino dei libri dove Oswald si appostò per colpire il presidente Kennedy. Ma c’è anche un altro museo, il Museo della cospirazione, che raccoglie tutti i reperti delle varie, macchinose teorie per spiegare la morte di John Kennedy».
«Scrivendo "il Pendolo" ho usato la letteratura complottistica, fino alla peggiore spazzatura, per esorcizzarla. E invece è arrivato Dan Brown, con il "Codice da Vinci", ha preso alla lettera quei libelli e tantissimi lettori, in America, mi chiedono se davvero l’intero corpus di opere e dottrine della Chiesa cattolica è una trama»: Eco ha sperato di tosare i complotti con il rasoio di Ockam della ragione e quelli sono rispuntati insolenti, onnipresenti. «Feuerbach, e gliene lascio l’intera responsabilità, attribuisce perfino la religione a un complotto, non sappiamo spiegarci la natura, la vita e la morte e ci creiamo gli dei. Quindi se devo giudicare quel che sento sulla posizione di Tony Blair mi viene da dire che ha ragione a ritornare al G-8, che faticava su soluzioni concrete ai problemi del nostro mondo.
Così se ne esce, quella è la strada giusta. Altrimenti ci capiterà di non inseguire più Osama Bin Laden, troppo facile: un giorno leggeremo di un Grande Vecchio dietro Osama, il vero responsabile degli attentati di Al Qaeda, e lo braccheremo invano e così via all’infinito. Lo studioso Norman Cohn nel suo saggio "Licenza di genocidio" traccia la tragica parabola dai Protocolli dei Savi di Sion all’Olocausto. I finti complotti spesso ispirano verissime carneficine». Gli analisti politici diranno se la scelta di Tony Blair, niente caccia alle streghe, ma concentrarsi sulla lotta al terrorismo e alle cause del terrorismo, è stata opportuna. Mentre Eco torna alla sua stazione termale, la riflessione è quella, amara, già seguita all’11 settembre 2001. L’erbaccia dei falsi complotti è tenace, come la gramigna: denunciata in questo articolo la fola di Netanyahu e Giuliani rimbalzerà su mille siti corroborata malgrado tutto, «L’ha scritto il Corriere !», «Eco non lo ha smentito!», «Il gruppo di studio Bildeberg guida il mondo!», «Riotta è stato a Bildeberg!», «Eco è appena tornato dall’America!», «Riotta ha intervistato Giuliani e Netanyahu in America!» e il gioco, perverso, è fatto. «Gli uomini» dice il Vangelo di Giovanni «preferirono le tenebre alla luce».
corriere.it
griotta@corriere.it
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
14.7.05
12.7.05
La parabola della cibernetica
Nei decenni successivi il nuovo ambito disciplinare venne consegnato alle mode di breve durata. Bisognava attendere gli anni `80 per assistere alla resurrezione del prefisso cyber rinato nelle forme letterarie post-moderne e post-lisergiche, in cui le macchine si erano ormai trasformate in entità temibili e deliranti
Ascesa, caduta e risalita di un termine coniato nel 1945 e diventato presto un passe-partout. I calcolatori erano ancora delle enormi macchine-edificio ma la metafora inventata da Wiener per legare dinamiche umane e sistemi artificiali inaugurava le condizioni per una rivoluzione culturale pari a quella provocata dalla psicoanalisi
PAOLO MAROCCO
Stati Uniti, 1945: in occasione di un convegno a Princenton Norbert Wiener coniava il termine Cibernetica. Wiener era un distinto professore di matematica di origine russa, ex bambino prodigio (a undici anni aveva già terminato gli studi superiori), plurilaureato in matematica, fisica e biologia, che avrebbe in seguito contribuito al progetto dei primi calcolatori elettronici. Le sue competenze multidisciplinari lo condussero però verso progetti più ambiziosi, nei quali affrontava il rapporto tra dinamiche umane e sistemi artificiali. I nuovi principi cibernetici vennero ben presto adottati da sociologi, biologi, psicologi, e perfino da economisti; nei primi anni `60 il termine era ormai un pass-partout che aveva perfino varcato le soglie dei consigli di amministrazione delle multinazionali, sinonimo di modernità efficiente e tesa a massimizzare i profitti. È vero che i calcolatori erano ancora delle enormi macchine-edificio con impieghi limitati a processi gestionali e militari, ma la metafora attecchiva bene, e Wiener avvertiva che avrebbero potuto esserci le condizioni per una rivoluzione culturale come quella provocata dalla psicoanalisi cinquant'anni prima.
A tutto si pensi tranne che a un visionario: il sistema concettuale di Weiner riprendeva le teorie di Shannon, che riproponevano metodi statistici applicati alle nuove parole chiave della modernità: informazione e comunicazione. E la statistica, qualche decennio prima, aveva rivoluzionato la fisica delle particelle, quindi sembrava possedere le migliori credenziali per operare un rinnovamento matematico delle scienze umane. Ma la storia avrebbe contraddetto i facili entusiasmi: la cibernetica si sosteneva eccessivamente su modelli di basso livello per avere consistenti e concrete applicazioni nel mondo bio-psicologico, e l'economia aveva già alle spalle una rilevante storia di modellistica matematica. Nei decenni successivi il nuovo ambito disciplinare venne consegnato alle mode di breve durata, alla stregua dell'Hula-Op. Occorrerà attendere gli anni `80 per assistere alla resurrezione del prefisso cyber dalle ceneri del neologismo coniato dal canuto professor Wiener, rinato nelle forme letterarie post-moderne e post-lisergiche, in cui le macchine si erano ormai trasformate in entità temibili e deliranti.
Uno dei monumenti al rapporto uomo-macchina è un famosissimo film, in qualche modo correlabile alla rinascita del cyber, Blade Runner, tratto da un romanzo che sarebbe diventato altrettanto famoso, Do the Androids Dream of Electric Sheeps? di Philip K. Dick, che risaliva al `68. Il romanzo sostiene un assunto di carattere razionalista e innatista sulla coscienza degli androidi che Dick riprende da alcune linee di ricerca dell'intelligenza artificiale, derivate a loro volta dagli studi linguistici di Noam Chomsky. Gli androidi di Blade Runner non possiedono ricordi reali, ma degli innesti di ricordi. Nel racconto questo aspetto è cruciale, perché sono proprio i ricordi simulati a tradire gli essere artificiali nel loro tentativo di imitare l'umano, e il VK Test è micidiale nel scovarne le differenze. Nonostante il film di Scott sia diventato uno dei più grandi ricettacoli di idee e immagini sugli automi in abiti umani, la questione degli «innesti cerebrali» offre ancora nuovi spunti epistemologici. La debolezza mentale degli androidi risiede concettualmente nei limiti del programma linguistico razionalista, ovvero l'intelligenza e la facoltà di linguaggio dell'androide sono vincolati a un bagaglio fissato di notizie ed esperienze: una sorta di eredità genetica artificiale già organizzata in un sapere di alto livello.
L'androide non cresce sbagliando, non detiene un dispositivo di autoregolazione rispetto ai nuovi input che gli offre il mondo, anzi teme l'errore perché lo costringe a uno smascheramento della sua imperfezione. Nel film, dove il regista si sofferma a esporre i diversi manufatti bio-tecnici delle sofisticatissime macchine, vengono trascurati i processi di apprendimento. L'ordine materiale prevale sul mentale, o meglio, è possibile mostrarlo con meno rischi e difficoltà. Di certo gli androidi di Blade Runner non seguono un approccio empirista, basato su un riconoscimento graduale della realtà di carattere statistico, dove quella data parola con cui designo un oggetto diventa vera perché viene riconosciuta molte volte, mentre quell'altra che non si stabilizza in un nessun significato possiede una bassa probabilità di essere utilizzata, e si autofalsifica.
I limiti mentali degli automi del film costituiscono una metafora non casuale di quel che avveniva nello stesso periodo in ambito scientifico, relativamente agli studi sui modelli matematici del linguaggio. Il progetto razionalista dell'intelligenza artificiale crollava rispetto ai risultati offerti da macchine che non andavano molto più in là delle nozioni che erano state scritte nel loro codice. Anche i nuovi dibattiti su mente e cervello, condizionati da una tecnologia di calcolo sempre più potente e disponibile, consegnavano le macchine a un mondo meccanicista sterile e un po' ottuso. Ma ecco che i presupposti della cibernetica riapparvero, scrollandosi quel prefisso cyber da modernariato informatico, diventato oltretutto pericoloso per l'aggiunta dell'appendice punk.
La nuova cibernetica, che non si chiamava più così, recuperava le prospettive empirico-statistiche che aveva intuito Robert Wiener. In particolare, riassumeva le posizioni forti del modello empirista, non basato su strutture iniziali ben formate, ma su strumenti che possono crescere man mano in base ad associazioni casuali, e riconoscimento di oggetti via via sempre più complessi. Nel decennio successivo la rete internet, anticipata, seppur secondo scenari visionario-appocalittici, dal ramo maledetto del cyber, avrebbe costituito il terreno eterogeneo di un universo multi-linguistico, dove le metodologie statistiche sarebbero diventate lo strumento indispensabile per la ricerca delle informazioni. E tra non molto per la sintesi e l'interrogazione dei loro significati.
il manifesto
Ascesa, caduta e risalita di un termine coniato nel 1945 e diventato presto un passe-partout. I calcolatori erano ancora delle enormi macchine-edificio ma la metafora inventata da Wiener per legare dinamiche umane e sistemi artificiali inaugurava le condizioni per una rivoluzione culturale pari a quella provocata dalla psicoanalisi
PAOLO MAROCCO
Stati Uniti, 1945: in occasione di un convegno a Princenton Norbert Wiener coniava il termine Cibernetica. Wiener era un distinto professore di matematica di origine russa, ex bambino prodigio (a undici anni aveva già terminato gli studi superiori), plurilaureato in matematica, fisica e biologia, che avrebbe in seguito contribuito al progetto dei primi calcolatori elettronici. Le sue competenze multidisciplinari lo condussero però verso progetti più ambiziosi, nei quali affrontava il rapporto tra dinamiche umane e sistemi artificiali. I nuovi principi cibernetici vennero ben presto adottati da sociologi, biologi, psicologi, e perfino da economisti; nei primi anni `60 il termine era ormai un pass-partout che aveva perfino varcato le soglie dei consigli di amministrazione delle multinazionali, sinonimo di modernità efficiente e tesa a massimizzare i profitti. È vero che i calcolatori erano ancora delle enormi macchine-edificio con impieghi limitati a processi gestionali e militari, ma la metafora attecchiva bene, e Wiener avvertiva che avrebbero potuto esserci le condizioni per una rivoluzione culturale come quella provocata dalla psicoanalisi cinquant'anni prima.
A tutto si pensi tranne che a un visionario: il sistema concettuale di Weiner riprendeva le teorie di Shannon, che riproponevano metodi statistici applicati alle nuove parole chiave della modernità: informazione e comunicazione. E la statistica, qualche decennio prima, aveva rivoluzionato la fisica delle particelle, quindi sembrava possedere le migliori credenziali per operare un rinnovamento matematico delle scienze umane. Ma la storia avrebbe contraddetto i facili entusiasmi: la cibernetica si sosteneva eccessivamente su modelli di basso livello per avere consistenti e concrete applicazioni nel mondo bio-psicologico, e l'economia aveva già alle spalle una rilevante storia di modellistica matematica. Nei decenni successivi il nuovo ambito disciplinare venne consegnato alle mode di breve durata, alla stregua dell'Hula-Op. Occorrerà attendere gli anni `80 per assistere alla resurrezione del prefisso cyber dalle ceneri del neologismo coniato dal canuto professor Wiener, rinato nelle forme letterarie post-moderne e post-lisergiche, in cui le macchine si erano ormai trasformate in entità temibili e deliranti.
Uno dei monumenti al rapporto uomo-macchina è un famosissimo film, in qualche modo correlabile alla rinascita del cyber, Blade Runner, tratto da un romanzo che sarebbe diventato altrettanto famoso, Do the Androids Dream of Electric Sheeps? di Philip K. Dick, che risaliva al `68. Il romanzo sostiene un assunto di carattere razionalista e innatista sulla coscienza degli androidi che Dick riprende da alcune linee di ricerca dell'intelligenza artificiale, derivate a loro volta dagli studi linguistici di Noam Chomsky. Gli androidi di Blade Runner non possiedono ricordi reali, ma degli innesti di ricordi. Nel racconto questo aspetto è cruciale, perché sono proprio i ricordi simulati a tradire gli essere artificiali nel loro tentativo di imitare l'umano, e il VK Test è micidiale nel scovarne le differenze. Nonostante il film di Scott sia diventato uno dei più grandi ricettacoli di idee e immagini sugli automi in abiti umani, la questione degli «innesti cerebrali» offre ancora nuovi spunti epistemologici. La debolezza mentale degli androidi risiede concettualmente nei limiti del programma linguistico razionalista, ovvero l'intelligenza e la facoltà di linguaggio dell'androide sono vincolati a un bagaglio fissato di notizie ed esperienze: una sorta di eredità genetica artificiale già organizzata in un sapere di alto livello.
L'androide non cresce sbagliando, non detiene un dispositivo di autoregolazione rispetto ai nuovi input che gli offre il mondo, anzi teme l'errore perché lo costringe a uno smascheramento della sua imperfezione. Nel film, dove il regista si sofferma a esporre i diversi manufatti bio-tecnici delle sofisticatissime macchine, vengono trascurati i processi di apprendimento. L'ordine materiale prevale sul mentale, o meglio, è possibile mostrarlo con meno rischi e difficoltà. Di certo gli androidi di Blade Runner non seguono un approccio empirista, basato su un riconoscimento graduale della realtà di carattere statistico, dove quella data parola con cui designo un oggetto diventa vera perché viene riconosciuta molte volte, mentre quell'altra che non si stabilizza in un nessun significato possiede una bassa probabilità di essere utilizzata, e si autofalsifica.
I limiti mentali degli automi del film costituiscono una metafora non casuale di quel che avveniva nello stesso periodo in ambito scientifico, relativamente agli studi sui modelli matematici del linguaggio. Il progetto razionalista dell'intelligenza artificiale crollava rispetto ai risultati offerti da macchine che non andavano molto più in là delle nozioni che erano state scritte nel loro codice. Anche i nuovi dibattiti su mente e cervello, condizionati da una tecnologia di calcolo sempre più potente e disponibile, consegnavano le macchine a un mondo meccanicista sterile e un po' ottuso. Ma ecco che i presupposti della cibernetica riapparvero, scrollandosi quel prefisso cyber da modernariato informatico, diventato oltretutto pericoloso per l'aggiunta dell'appendice punk.
La nuova cibernetica, che non si chiamava più così, recuperava le prospettive empirico-statistiche che aveva intuito Robert Wiener. In particolare, riassumeva le posizioni forti del modello empirista, non basato su strutture iniziali ben formate, ma su strumenti che possono crescere man mano in base ad associazioni casuali, e riconoscimento di oggetti via via sempre più complessi. Nel decennio successivo la rete internet, anticipata, seppur secondo scenari visionario-appocalittici, dal ramo maledetto del cyber, avrebbe costituito il terreno eterogeneo di un universo multi-linguistico, dove le metodologie statistiche sarebbero diventate lo strumento indispensabile per la ricerca delle informazioni. E tra non molto per la sintesi e l'interrogazione dei loro significati.
il manifesto
10.7.05
L'incontro di Jung con l'oriente
La filosofia taoista e lo yoga indagati dallo psichiatra svizzero nei punti che hanno in comune con i nostri processi psichici. Un confronto critico di cui rende conto il volume di Coward, Jung e il pensiero orientale curato da Paulo Barone e Vincenzo Caretti per Vivarium
MARCO DOTTI
Verso la fine del 1928, dopo quindici anni trascorsi a studiare i «processi dell'inconscio collettivo» e quella dimensione «sovraordinata all'io cosciente» denominata «sé» (Selbst), le ricerche di Carl Gustav Jung sembravano ormai languire in una sorta di impasse sperimentale. In sostanza, lo psichiatra svizzero - che nel 1912 aveva radicalizzato la propria rottura con Freud pubblicando la seconda parte di Trasformazione e simboli della libido - si chiedeva come fosse possibile indagare una complessa serie di fenomeni «cui non erano più applicabili le categorie e i metodi» della psicologia medica «a orientamento personalistico», trovando al contempo adeguati riscontri empirici e sottomentendo la teoria alla dura, ma inevitabile, prova dei fatti. Il rischio, quanto mai concreto, di sostituire agli schemi intepretativi freudiani un nuovo, e inattuale, castello metafisico aveva condotto Jung a un punto morto del proprio percorso, alimentando in lui un forte disagio teorico, acuito dal contrappunto di un malessere personale crescente. «A superare questo imbarazzo», confesserà, «mi aiutò un testo, Il segreto del fiore d'oro, inviatomi da Richard Wilhelm». Brillante sinologo, profondo conoscitore del libro dei Ching, Wilhelm aveva deciso di versare in tedesco anche questo antico trattato alchemico taoista, servendosi proprio della coppia concettuale junghiana di «animus» e «anima», per rendere i «due elementi da cui viene animato il corpo»: hun e p'o, simboleggiati, il primo, da un ideogramma «composto dai segni di demone e di nuvola», appartenente al principio «chiaro» yang, e il secondo dai segni di «demone e bianco», appartenente al principio «oscuro» yin. Ricevuto il manoscritto, ricorderà Jung, «subito lo divorai, poiché il testo mi dava una conferma, mai sognata, delle mie idee circa il mandala» e la «totalità del sé». L'annunciata edizione del Fiore d'oro e l'invito, da parte di Wilhelm, di aggiungervi un proprio commento, offrì dunque a Jung «l'occasione per poter pubblicare, almeno in forma provvisoria, alcuni risultati fondamentali» delle sue ricerche. «Mi resi conto di una affinità, potevo stabilire legami con qualcosa e con qualcuno», e sarà proprio il testo del Fiore d'oro a condurre Jung «sulla via giusta», inducendolo in seguito a soffermare la propria attenzione sulla struttura dell'alchimia medievale, vero «anello di congiunzione, da tanto tempo cercato, tra la gnosi e i processi dell'inconscio collettivo osservabili nell'uomo d'oggi».
Seppur concentrato in massima parte negli anni Venti e Trenta, l'interesse di Jung per l'Oriente e per lo yoga - termine da lui usato in senso generale, per indicare indistintamente tanto il pensiero quanto la pratica psicologica orientali - costituiranno tappe decisive nello sviluppo, se non proprio nell'elaborazione primaria, di concetti come «immaginazione attiva», «inconscio collettivo», «libido» e, soprattutto, di «circumambulazione del sé», ossia dell'idea - confermatagli proprio dal trattatello taoista e dal confronto con il misticismo yoga di Patanjali - che il percorso verso l'integrazione psichica non fosse lineare, ma circolare, tutto teso «al centro», verso l'individuazione. Il continuo gioco di sponda intellettuale e di confronto concettuale intrattenuto da Jung con i sistemi filosofici e religiosi d'Oriente è testimoniato da numerosi saggi, premesse e conferenze dedicati alla questione - da Lo yoga e l'Occidente, a Psicologia della meditazione orientale fino al seminario sulla Psicologia del Kundalini-Yoga, edito da Bollati Boringhieri nel 2004 -, ma anche dalla condivisione di fondo di una «via più ampia di comprensione: la comprensione attraverso la vita». Ciò nonostante, nei confronti di tali sistemi, Jung manterrà un atteggiamento sostanzialmente empirico, sconfinante, talvolta, nella diffidenza e nello scetticismo. «Io - dichiarerà - sono in primo luogo un empirico, che si è rivolto alla questione del misticismo occidentale e orientale solo per motivi empirici. Ad esempio io non prendo in alcun modo posizione sul Tao o sulle tecniche yoga, ma ho trovato che la filosofia taoista come anche lo yoga hanno molti paralleli con i processi psichici che possiamo osservare nell'uomo occidentale». Di questo doppio binario di confronto critico, più che di condivisione entusiastica, su cui corre il pensiero junghiano relativamente ai sistemi dello yoga, e sulla profonda natura dei suoi «presupposti empirici», dà conto l'interessante volume di Harold Coward, Jung e il pensiero orientale (trad. di Luciano Paoli e Maria Irmgard Wuehl, 2005, pp. 288, euro 20), con cui le edizioni Vivarium inaugurano «Visioni dell'Oriente», una nuova collana curata da Paulo Barone e Vincenzo Caretti.
Nel suo lavoro, Coward affronta la questione con un taglio decisamente scientifico, mostrando, accanto alle affinità, anche le profonde riserve mostrate da Jung nei confronti di un sistema che, in larga parte, gli sembrava ancora «pre kantiano» o «pre psicologico», criticandone, in particolare, l'idea paradossale e, a sua volta, contraddittoria, che la liberazione dagli opposti dovesse compiersi attraverso una soppressione dell'«io», lasciando campo aperto - come sottolinea Barone nella sua presentazione - a un mero stato di incoscienza. Agli occhi di Jung appare davvero perversa l'idea, che investe lo yoga, di un Io individuale destinato a essere trasceso in favore di una coscienza universale. Questo «imbroglio» gli si rivela, osserva Coward, come la mera «proiezione psicologica di una idea che non ha alcun fondamento nell'esperienza umana». Il rischio, paventato da Jung, di passare da un dualismo conflittuale, a un monismo riduttivo, suona come un avvertimento sull'impossibilità di ridurre una incolmabile differenza di mentalità. L'incontro con l'Oriente «non deve servire da alibi per eludere conti sempre aperti con la nostra identità». Forse anche per questa ragione, nel 1938, giunto a Bombay al termine del suo travagliato soggiorno indiano durato alcuni mesi, pur sopraffatto da sogni, colori e «visioni orientali», Jung decise di non lasciare la nave. Seppur fisicamente confinata in uno spazio angusto, ancora una volta la sua attenzione si stava rivolgendo altrove, decisa a «seppellirsi» nei testi e nel simbolismo dell'alchimia e nelle «troppo a lungo trascurate istanze dell'Occidente». Eppure, osserva Jung, l'«India non passò in me senza lasciare traccia». Di questa traccia profonda, Coward riesce a dar conto con una chiarezza, una competenza e un distacco critico che, di per sé, rendono il libro degno di nota e di considerazione.
il manifesto
MARCO DOTTI
Verso la fine del 1928, dopo quindici anni trascorsi a studiare i «processi dell'inconscio collettivo» e quella dimensione «sovraordinata all'io cosciente» denominata «sé» (Selbst), le ricerche di Carl Gustav Jung sembravano ormai languire in una sorta di impasse sperimentale. In sostanza, lo psichiatra svizzero - che nel 1912 aveva radicalizzato la propria rottura con Freud pubblicando la seconda parte di Trasformazione e simboli della libido - si chiedeva come fosse possibile indagare una complessa serie di fenomeni «cui non erano più applicabili le categorie e i metodi» della psicologia medica «a orientamento personalistico», trovando al contempo adeguati riscontri empirici e sottomentendo la teoria alla dura, ma inevitabile, prova dei fatti. Il rischio, quanto mai concreto, di sostituire agli schemi intepretativi freudiani un nuovo, e inattuale, castello metafisico aveva condotto Jung a un punto morto del proprio percorso, alimentando in lui un forte disagio teorico, acuito dal contrappunto di un malessere personale crescente. «A superare questo imbarazzo», confesserà, «mi aiutò un testo, Il segreto del fiore d'oro, inviatomi da Richard Wilhelm». Brillante sinologo, profondo conoscitore del libro dei Ching, Wilhelm aveva deciso di versare in tedesco anche questo antico trattato alchemico taoista, servendosi proprio della coppia concettuale junghiana di «animus» e «anima», per rendere i «due elementi da cui viene animato il corpo»: hun e p'o, simboleggiati, il primo, da un ideogramma «composto dai segni di demone e di nuvola», appartenente al principio «chiaro» yang, e il secondo dai segni di «demone e bianco», appartenente al principio «oscuro» yin. Ricevuto il manoscritto, ricorderà Jung, «subito lo divorai, poiché il testo mi dava una conferma, mai sognata, delle mie idee circa il mandala» e la «totalità del sé». L'annunciata edizione del Fiore d'oro e l'invito, da parte di Wilhelm, di aggiungervi un proprio commento, offrì dunque a Jung «l'occasione per poter pubblicare, almeno in forma provvisoria, alcuni risultati fondamentali» delle sue ricerche. «Mi resi conto di una affinità, potevo stabilire legami con qualcosa e con qualcuno», e sarà proprio il testo del Fiore d'oro a condurre Jung «sulla via giusta», inducendolo in seguito a soffermare la propria attenzione sulla struttura dell'alchimia medievale, vero «anello di congiunzione, da tanto tempo cercato, tra la gnosi e i processi dell'inconscio collettivo osservabili nell'uomo d'oggi».
Seppur concentrato in massima parte negli anni Venti e Trenta, l'interesse di Jung per l'Oriente e per lo yoga - termine da lui usato in senso generale, per indicare indistintamente tanto il pensiero quanto la pratica psicologica orientali - costituiranno tappe decisive nello sviluppo, se non proprio nell'elaborazione primaria, di concetti come «immaginazione attiva», «inconscio collettivo», «libido» e, soprattutto, di «circumambulazione del sé», ossia dell'idea - confermatagli proprio dal trattatello taoista e dal confronto con il misticismo yoga di Patanjali - che il percorso verso l'integrazione psichica non fosse lineare, ma circolare, tutto teso «al centro», verso l'individuazione. Il continuo gioco di sponda intellettuale e di confronto concettuale intrattenuto da Jung con i sistemi filosofici e religiosi d'Oriente è testimoniato da numerosi saggi, premesse e conferenze dedicati alla questione - da Lo yoga e l'Occidente, a Psicologia della meditazione orientale fino al seminario sulla Psicologia del Kundalini-Yoga, edito da Bollati Boringhieri nel 2004 -, ma anche dalla condivisione di fondo di una «via più ampia di comprensione: la comprensione attraverso la vita». Ciò nonostante, nei confronti di tali sistemi, Jung manterrà un atteggiamento sostanzialmente empirico, sconfinante, talvolta, nella diffidenza e nello scetticismo. «Io - dichiarerà - sono in primo luogo un empirico, che si è rivolto alla questione del misticismo occidentale e orientale solo per motivi empirici. Ad esempio io non prendo in alcun modo posizione sul Tao o sulle tecniche yoga, ma ho trovato che la filosofia taoista come anche lo yoga hanno molti paralleli con i processi psichici che possiamo osservare nell'uomo occidentale». Di questo doppio binario di confronto critico, più che di condivisione entusiastica, su cui corre il pensiero junghiano relativamente ai sistemi dello yoga, e sulla profonda natura dei suoi «presupposti empirici», dà conto l'interessante volume di Harold Coward, Jung e il pensiero orientale (trad. di Luciano Paoli e Maria Irmgard Wuehl, 2005, pp. 288, euro 20), con cui le edizioni Vivarium inaugurano «Visioni dell'Oriente», una nuova collana curata da Paulo Barone e Vincenzo Caretti.
Nel suo lavoro, Coward affronta la questione con un taglio decisamente scientifico, mostrando, accanto alle affinità, anche le profonde riserve mostrate da Jung nei confronti di un sistema che, in larga parte, gli sembrava ancora «pre kantiano» o «pre psicologico», criticandone, in particolare, l'idea paradossale e, a sua volta, contraddittoria, che la liberazione dagli opposti dovesse compiersi attraverso una soppressione dell'«io», lasciando campo aperto - come sottolinea Barone nella sua presentazione - a un mero stato di incoscienza. Agli occhi di Jung appare davvero perversa l'idea, che investe lo yoga, di un Io individuale destinato a essere trasceso in favore di una coscienza universale. Questo «imbroglio» gli si rivela, osserva Coward, come la mera «proiezione psicologica di una idea che non ha alcun fondamento nell'esperienza umana». Il rischio, paventato da Jung, di passare da un dualismo conflittuale, a un monismo riduttivo, suona come un avvertimento sull'impossibilità di ridurre una incolmabile differenza di mentalità. L'incontro con l'Oriente «non deve servire da alibi per eludere conti sempre aperti con la nostra identità». Forse anche per questa ragione, nel 1938, giunto a Bombay al termine del suo travagliato soggiorno indiano durato alcuni mesi, pur sopraffatto da sogni, colori e «visioni orientali», Jung decise di non lasciare la nave. Seppur fisicamente confinata in uno spazio angusto, ancora una volta la sua attenzione si stava rivolgendo altrove, decisa a «seppellirsi» nei testi e nel simbolismo dell'alchimia e nelle «troppo a lungo trascurate istanze dell'Occidente». Eppure, osserva Jung, l'«India non passò in me senza lasciare traccia». Di questa traccia profonda, Coward riesce a dar conto con una chiarezza, una competenza e un distacco critico che, di per sé, rendono il libro degno di nota e di considerazione.
il manifesto
8.7.05
L'enigma della vita nella logica dei robot
Oggi e domani al Telecom Italia Future Centre di Venezia un convegno, proiezioni di celebri filmati e una serie di altre iniziative descriveranno lo stato dell'arte della robotica, tra profezie fantascientifiche e investimenti miliardari
PAOLO MAROCCO
Nel 1920 lo scrittore e commediografo boemo Karel Capek scrisse un romanzo di fantapolitica, Rossum Universal Robots, nel quale coniò un termine che sarebbe diventato il modo più diffuso per definire l'essere artificiale, insieme ad automa, droide, antropoide, e tutta la catena di sinonimi che seguiranno. La parola robot ha una etimologia curiosa, poiché deriva dal vocabolo ceco robota che significa lavoro non retribuito, obbligatorio, forzato, ossia le prerogative di una creatura che, come nel romanzo di Capek, sostituisce l'uomo nei compiti che meno gli aggradano. Questa caratteristica si contrappone visibilmente al precedente passato degli automi, quelli di sette-ottocento, costruiti con finalità ludiche e ospiti dei salotti mondani, quindi lontanissimi dal sudicio vapore delle ciminiere che iniziavano a invadere le città industriali. Il primo robot della storia del cinema, o perlomeno il primo a diventare famoso in tutto il mondo, la Maria di Metropolis (1926) è una trasformazione del personaggio di Capek: nel film di Fritz Lang il popolo non gioca né si diverte, né tantomeno ci sono robot fedeli e apprensivi che lavorano duramente e cooperano con la nostra razza; l'automa però non è più coinvolto direttamente nelle operazioni meccaniche, bensì assume compiti direttivi, diventando un capo che organizzerà una rivolta. La modernità attribuisce al robot una coscienza che supera la dipendenza funzionale, gli attribuisce il libero arbitrio e la conquista di prerogative umane, inaugurando un filone che dilagherà nel nuovo secolo. Dieci anni dopo, un film americano, La bambola del diavolo di Tod Browning, riprenderà il polo ludico anche se in chiave demoniaca: la figura del giocattolo perfetto comandato dall'uomo. I piccoli protagonisti del film, a metà tra gli automi e gli umani, vengono venduti in un negozio di giocattoli, a memoria dell'industria degli home toys automatici, fiorente prima della Grande guerra.
Fino a questo punto, la sembianza umana della macchina, nella sua intelligenza e autonomia, all'interno del tempo del lavoro o del tempo libero, resta comunque tangibilmente legata al passato: l'afflato vitale è fornito da iniziative spiritistiche o da un elettromagnetismo di natura galvanica e oscura, i fulmini e le scintille che coronano la creazione dell'automa di Metropolis sono parenti stretti del Frankestein di Mary Shelley. Occorrerà ancora qualche anno affinché la tecnologia propria della modernità, inondi con la razionalità di circuiti e valvole i principi attivi della macchine: i robot di Asimov, costruiti su tecnologia positronica, un termine che oggi non significa più nulla ma che nel 1950 restituiva tutto il sapore delle recenti ricerche della fisica condito con un'ingegneria del calcolo che stava uscendo dai laboratori universitari e militari, testimoniavano la nuova era. L'automa si era accoppiato con il computer. Il fascino e lo stupore che circondano da secoli gli esseri artificiali sono sicuramente indipendenti dalla tecnologia adottata di volta in volta, e capace di varcare confini storici, culturali nonché di attraversare la moltitudine delle attività umane. Da Le Canard Digérateur dell'inventore settecentesco Jacques de Vaucanson, un'anitra meccanica che batteva le ali, ingeriva del grano e lo metabolizzava artificialmente per poi evacuarlo in appropriate forme e consistenze chimiche, ai recenti campionati di calcio dei Robot (La Robocup) la figura dell'automa ci ripropone l'enigma della vita stessa, offrendo all'uomo la possibilità di intervenire direttamente nella segreta catena creatura-creatore. Dapprima servendosi di pratiche spirituali e alchemiche, in seguito, a partire dalla rivoluzione scientifica secentesca, utilizzando manufatti meccanici non solo più controllabili ma appartenenti a competenze oggettive e comunicabili. Alla luce di questa invariante millenaria, non può che suscitare interesse il convegno «Robot, i noti ignoti» che si svolge in questi giorni a Venezia, nel quale la profetica visione della fantascienza del secolo scorso invade la realtà delle tecnologie robotiche di oggi. L'incontro, che prevede anche una show room dove verranno presentati alcuni automi all'opera, come Autoportrait il robot pittore ritrattista di Matthias Gommel e i robot capaci di autoriprodursi di Hod Lipson, si apre proprio con l'idea di offrire una panoramica sull'articolata area nel quale si muove oggi la robotica, dal fronte professionale a quello ludico.
Sebbene in tutti e due i casi la fantascienza abbia attribuito al robot una sembianza antropomorfa, la realtà delle presse robotizzate, che già negli anni ottanta costituivano le nuove formule dell'automazione di fabbrica, era ovviamente ben lontana da possedere credenziali umane. La parola robot entra nell'economia industriale come immagine di macchina che sostituisce e meccanicizza alcune attività umane di basso profilo, non certo come apparato che ambisce a trasformarsi in un essere attraente, intelligente e autonomo. Queste caratteristiche vengono catturate ancora una volta dal mercato ludico che nell'ultimo decennio, specialmente grazie alle ricerche di giapponesi e coreani, si è riappropriato dell'imitazione tout-court dell'umano, aderendo perfettamente alla tradizione secolare degli automi. A questo proposito il convegno propone, tra l'altro, un intervento di Hee Lee dell'Università di Seul, in cui emerge un aspetto che l'entusiasmo fanatico dei media non tende ad affrontare nella sua globalità, e che invece sarà tra breve sotto gli occhi di tutti: la convergenza tra le due aree di sviluppo più promettente di questo secolo: L'Information Technology da un lato, e la Robot Technology dall'altro. Sebbene si basino entrambe su una piattaforma informatica, con un valore aggiunto bio-tecnico del secondo caso, le caratteristiche socio-funzionali non potrebbero essere più lontane. L'informatica distribuita, che ormai ha aggredito il mercato delle telecomunicazioni (ossia il patchwork farraginosamente eterogeneo costituito da Pc, Web, Tv e cellulari che si profila sempre più verso la costituzione di un media unico) non rispetta ovviamente il centro deittico fondamentale dell'uomo: l'io-qui-ora che necessariamente caratterizza il parlante nel suo contesto d'azione. Ovvio: le finalità di virtuale ubiquità e di dematerializzazione posizionale del nuovo super-media nascono e crescono proprio in senso opposto. I nostri nuovi cugini, invece, i Robot antropomorfi, rispettano alla lettera il centro spazio-temporale della nostra povera e limitata realtà. L'integrazione tra i due settori rischia quindi di diventare la sorpresa del secolo nascente, dove le possibilità di controllo remoto dell'antropoide offrono sulla carta significative opportunità di intervento sia in campo esplorativo e di soccorso in aree di difficile accesso, sia in campo biomedico, dove la possibilità di pilotare a distanza strumenti chirurgici potrebbe indubbiamente favorire gli ospedali non opportunamente attrezzati. Tutto questo, assumendo il riferimento della visibilità attuale, e rispettando al meglio le possibilità altruistiche e costruttive dell'incontro tra i due settori. Ma in gioco c'è molto di più: la trasformazione di una cultura legata alla realtà sensoriale dello spazio euclideo che ci circonda, e che fin ora non ha subito troppi scossoni, proprio perché ancora centrata su esseri, noi stessi, che localizzano le attività di pensiero, e le remotizzano servendosi di strumenti dai quali sono ben distinti, e che non hanno nulla di somigliante con loro. Mentre l'ibridazione tra il dispositivo e l'essere comporta una trasformazione ben poco prevedibile perché ricorsivamente applicata a se stessa, quindi di ordine superiore.
Ad arricchire ulteriormente questo dibattito, interverrà Domenico Parisi, del Cnr di Roma, che si sofferma sul futuro della robotica, rilevando la progettualità della macchine attuali, certamente capaci di assorbire le nuove frontiere tecnologiche e comunicazionali, ma raramente condotta verso parametri evolutivi e morfologicamente adattativi all'ambiente, un limite che rinvia alla differenza fondamentale tra il biologico e le sue emulazioni. La macchina rimane alla fin fine un frutto della concettualità umana, cosa che l'uomo banalmente non è.
il manifesto
PAOLO MAROCCO
Nel 1920 lo scrittore e commediografo boemo Karel Capek scrisse un romanzo di fantapolitica, Rossum Universal Robots, nel quale coniò un termine che sarebbe diventato il modo più diffuso per definire l'essere artificiale, insieme ad automa, droide, antropoide, e tutta la catena di sinonimi che seguiranno. La parola robot ha una etimologia curiosa, poiché deriva dal vocabolo ceco robota che significa lavoro non retribuito, obbligatorio, forzato, ossia le prerogative di una creatura che, come nel romanzo di Capek, sostituisce l'uomo nei compiti che meno gli aggradano. Questa caratteristica si contrappone visibilmente al precedente passato degli automi, quelli di sette-ottocento, costruiti con finalità ludiche e ospiti dei salotti mondani, quindi lontanissimi dal sudicio vapore delle ciminiere che iniziavano a invadere le città industriali. Il primo robot della storia del cinema, o perlomeno il primo a diventare famoso in tutto il mondo, la Maria di Metropolis (1926) è una trasformazione del personaggio di Capek: nel film di Fritz Lang il popolo non gioca né si diverte, né tantomeno ci sono robot fedeli e apprensivi che lavorano duramente e cooperano con la nostra razza; l'automa però non è più coinvolto direttamente nelle operazioni meccaniche, bensì assume compiti direttivi, diventando un capo che organizzerà una rivolta. La modernità attribuisce al robot una coscienza che supera la dipendenza funzionale, gli attribuisce il libero arbitrio e la conquista di prerogative umane, inaugurando un filone che dilagherà nel nuovo secolo. Dieci anni dopo, un film americano, La bambola del diavolo di Tod Browning, riprenderà il polo ludico anche se in chiave demoniaca: la figura del giocattolo perfetto comandato dall'uomo. I piccoli protagonisti del film, a metà tra gli automi e gli umani, vengono venduti in un negozio di giocattoli, a memoria dell'industria degli home toys automatici, fiorente prima della Grande guerra.
Fino a questo punto, la sembianza umana della macchina, nella sua intelligenza e autonomia, all'interno del tempo del lavoro o del tempo libero, resta comunque tangibilmente legata al passato: l'afflato vitale è fornito da iniziative spiritistiche o da un elettromagnetismo di natura galvanica e oscura, i fulmini e le scintille che coronano la creazione dell'automa di Metropolis sono parenti stretti del Frankestein di Mary Shelley. Occorrerà ancora qualche anno affinché la tecnologia propria della modernità, inondi con la razionalità di circuiti e valvole i principi attivi della macchine: i robot di Asimov, costruiti su tecnologia positronica, un termine che oggi non significa più nulla ma che nel 1950 restituiva tutto il sapore delle recenti ricerche della fisica condito con un'ingegneria del calcolo che stava uscendo dai laboratori universitari e militari, testimoniavano la nuova era. L'automa si era accoppiato con il computer. Il fascino e lo stupore che circondano da secoli gli esseri artificiali sono sicuramente indipendenti dalla tecnologia adottata di volta in volta, e capace di varcare confini storici, culturali nonché di attraversare la moltitudine delle attività umane. Da Le Canard Digérateur dell'inventore settecentesco Jacques de Vaucanson, un'anitra meccanica che batteva le ali, ingeriva del grano e lo metabolizzava artificialmente per poi evacuarlo in appropriate forme e consistenze chimiche, ai recenti campionati di calcio dei Robot (La Robocup) la figura dell'automa ci ripropone l'enigma della vita stessa, offrendo all'uomo la possibilità di intervenire direttamente nella segreta catena creatura-creatore. Dapprima servendosi di pratiche spirituali e alchemiche, in seguito, a partire dalla rivoluzione scientifica secentesca, utilizzando manufatti meccanici non solo più controllabili ma appartenenti a competenze oggettive e comunicabili. Alla luce di questa invariante millenaria, non può che suscitare interesse il convegno «Robot, i noti ignoti» che si svolge in questi giorni a Venezia, nel quale la profetica visione della fantascienza del secolo scorso invade la realtà delle tecnologie robotiche di oggi. L'incontro, che prevede anche una show room dove verranno presentati alcuni automi all'opera, come Autoportrait il robot pittore ritrattista di Matthias Gommel e i robot capaci di autoriprodursi di Hod Lipson, si apre proprio con l'idea di offrire una panoramica sull'articolata area nel quale si muove oggi la robotica, dal fronte professionale a quello ludico.
Sebbene in tutti e due i casi la fantascienza abbia attribuito al robot una sembianza antropomorfa, la realtà delle presse robotizzate, che già negli anni ottanta costituivano le nuove formule dell'automazione di fabbrica, era ovviamente ben lontana da possedere credenziali umane. La parola robot entra nell'economia industriale come immagine di macchina che sostituisce e meccanicizza alcune attività umane di basso profilo, non certo come apparato che ambisce a trasformarsi in un essere attraente, intelligente e autonomo. Queste caratteristiche vengono catturate ancora una volta dal mercato ludico che nell'ultimo decennio, specialmente grazie alle ricerche di giapponesi e coreani, si è riappropriato dell'imitazione tout-court dell'umano, aderendo perfettamente alla tradizione secolare degli automi. A questo proposito il convegno propone, tra l'altro, un intervento di Hee Lee dell'Università di Seul, in cui emerge un aspetto che l'entusiasmo fanatico dei media non tende ad affrontare nella sua globalità, e che invece sarà tra breve sotto gli occhi di tutti: la convergenza tra le due aree di sviluppo più promettente di questo secolo: L'Information Technology da un lato, e la Robot Technology dall'altro. Sebbene si basino entrambe su una piattaforma informatica, con un valore aggiunto bio-tecnico del secondo caso, le caratteristiche socio-funzionali non potrebbero essere più lontane. L'informatica distribuita, che ormai ha aggredito il mercato delle telecomunicazioni (ossia il patchwork farraginosamente eterogeneo costituito da Pc, Web, Tv e cellulari che si profila sempre più verso la costituzione di un media unico) non rispetta ovviamente il centro deittico fondamentale dell'uomo: l'io-qui-ora che necessariamente caratterizza il parlante nel suo contesto d'azione. Ovvio: le finalità di virtuale ubiquità e di dematerializzazione posizionale del nuovo super-media nascono e crescono proprio in senso opposto. I nostri nuovi cugini, invece, i Robot antropomorfi, rispettano alla lettera il centro spazio-temporale della nostra povera e limitata realtà. L'integrazione tra i due settori rischia quindi di diventare la sorpresa del secolo nascente, dove le possibilità di controllo remoto dell'antropoide offrono sulla carta significative opportunità di intervento sia in campo esplorativo e di soccorso in aree di difficile accesso, sia in campo biomedico, dove la possibilità di pilotare a distanza strumenti chirurgici potrebbe indubbiamente favorire gli ospedali non opportunamente attrezzati. Tutto questo, assumendo il riferimento della visibilità attuale, e rispettando al meglio le possibilità altruistiche e costruttive dell'incontro tra i due settori. Ma in gioco c'è molto di più: la trasformazione di una cultura legata alla realtà sensoriale dello spazio euclideo che ci circonda, e che fin ora non ha subito troppi scossoni, proprio perché ancora centrata su esseri, noi stessi, che localizzano le attività di pensiero, e le remotizzano servendosi di strumenti dai quali sono ben distinti, e che non hanno nulla di somigliante con loro. Mentre l'ibridazione tra il dispositivo e l'essere comporta una trasformazione ben poco prevedibile perché ricorsivamente applicata a se stessa, quindi di ordine superiore.
Ad arricchire ulteriormente questo dibattito, interverrà Domenico Parisi, del Cnr di Roma, che si sofferma sul futuro della robotica, rilevando la progettualità della macchine attuali, certamente capaci di assorbire le nuove frontiere tecnologiche e comunicazionali, ma raramente condotta verso parametri evolutivi e morfologicamente adattativi all'ambiente, un limite che rinvia alla differenza fondamentale tra il biologico e le sue emulazioni. La macchina rimane alla fin fine un frutto della concettualità umana, cosa che l'uomo banalmente non è.
il manifesto
3.7.05
IL CAPRO ESPIATORIO
VERITA’ DI COMODO
di Barbara Spinelli
Ci sono momenti in cui noi tutti siamo come sequestrati e portati lontano dalla verità delle cose. Non le vediamo nella loro essenza, abbiamo gli occhi come coperti da bende. Possiamo trovare spiegazioni a quel che accade, il più delle volte possiamo perfino giustificare gli eventi nuovi cui assistiamo o che noi stessi abbiamo contribuito a generare. Ma spiegazioni e giustificazioni hanno sovente un ruolo strano: sono la stoffa stessa di cui è fatta la benda. La verità è sequestrata in una sorta di mondo parallelo, simile a quello visibile ma inaccessibile alla coscienza, alla vigilanza. Il filosofo Raymond Aron diceva del presidente Giscard d'Estaing: «Il problema è che quest’uomo non sa che la storia è tragica». Qualcosa d'analogo pare accadere alle classi dirigenti d’oggi, compresi noi giornalisti: da un certo tempo - forse da quando son cominciate sia mondializzazione sia lotta antiterrorista nel 2001 - in Italia e in parte dell'Occidente non sappiamo che la storia che stiamo facendo è tragica. Alcuni segni lo dicono, tuttavia.
Uno di questi segni ci è stato mostrato nei giorni scorsi, quando i telegiornali hanno dato notizia dello sgombero di un campo nomadi nella periferia di Milano, a via Capo Rizzuto. La decisione di radere al suolo la baraccopoli rom aveva un motivo serio - il campo era abusivo e disordinato, la maggior parte degli abitanti era clandestina, i vicini erano in allarme dopo episodi di stupro attribuiti a zingari, e da tempo avevano messo fili spinati fra sé e i nomadi - ma il modo e il linguaggio in cui s'è svolta l’operazione sono stati di una violenza singolare: inaudita, rapida, e al contempo abissalmente banale.
L’operazione ha ricevuto il nome di Blitz, lampo, mescolando come spesso accade i processi naturali con quelli bellici. E come evento del tutto naturale è stata presentata: come se d’un tratto il cielo si fosse rannuvolato, dando spazio alla pioggia. Come una stagione che trapassa in un'altra, impercettibilmente, cancellando però cammin facendo baracche, vincoli umani. Restavano le parole, pesanti: catapecchie rase al suolo, villaggio cancellato, baraccopoli in macerie. E restavano le immagini, evocative se messe a raffronto con quel che s'era visto in precedenza. Era una settimana che i telegiornali mostravano il campo, collegandolo agli stupri di Milano. Si erano viste più volte quelle case per metà di cartone per metà di lamiere, raffazzonate e improbabili, qualche elettrodomestico appoggiato fuori casa accanto alla porta, i bambini che giocavano su terra battuta, gli adulti intervistati che facevano di tutto per prender le distanze dai presunti misfatti dei connazionali. Il tutto nell’afa dei giorni scorsi; sempre il crimine sembra svolgersi sotto qualche speciale cappa meteorologica.
Poi, d’un tratto, la scena cambia. S’accende la televisione, mercoledì 29 giugno, e si apprende che il campo non c'è più. All’alba sono passate le ruspe della polizia, in quattro ore hanno liquidato quel che c’era. Sullo schermo s’accampano le macerie e gli stessi nomadi che avevano condannato gli stupri, in fuga come da un’invasore. Lamiere spezzate, catapecchie schiacciate, suppellettili alla rinfusa come pestate da zampe meccaniche, i colori delle cose non più distinti ma accorpati in un intruglio esplosivo come nell'ultima scena di blow-up di Antonioni. Strano come la televisione possa ferocemente condurre all’essenza delle cose, a volte, proprio quando falsifica i fatti omettendo spiegazioni. A conclusione del servizio prendeva la parola un funzionario del Comune a Milano, magari aveva parecchio da chiarire ma la camera gli dava appena il tempo di dire: «Son soddisfatto».
Così, com’è stata mostrata, si presenta la verità delle cose: una vendetta contro le popolazioni civili, per presunti misfatti commessi da pochi e per placare grandi paure. Un'operazione che consiste nell'accusare interi gruppi di essere all'origine dei mali di cui soffre la società e di cui sono autori individui non ancora identificati. La decisione di liquidare l'oggetto fantasmatico dei nostri terrori, affinché sia ristabilito l'ordine fin qui riconfortante: la nostra identità nazionale o la sicurezza o la diversità fra il dentro e il fuori. La storia dell'umanità è un succedersi di eventi simili - di sacrifici compiuti per fingere la soluzione di insolubili problemi - e il procedimento ha da millenni il medesimo nome: è lo scatenarsi contro il capro espiatorio, e l'obiettivo è il ristabilimento, non importa quanto fittizio, dello smarrito patto sociale.
Nei suoi libri sul capro espiatorio, René Girard ha spiegato bene i meccanismi di questo collettivo ricostruirsi, attorno al bisogno d'accanimento sul diverso. Il sacrificio del capro è destinato a calmare gli dei addomesticando l'aggressività dell'uomo: quest'ultima viene incanalata, spostandola dal primordiale linciaggio collettivo alla vittima impersonata dalla bestia. I riti sacrificali che tornano a ledere l'uomo invece dell'animale fanno apparizione nelle società sviluppate quando tale bisogno s'estende, come in Italia, e quando la politica chiede ai magistrati di «tener maggiormente conto, in certi momenti storici, del comune sentire del popolo» (così s'è espresso in febbraio il ministro Castelli). Più sostanzialmente, compaiono quando gli uomini tendono a somigliarsi troppo, e spinti dall'imitazione invidiosa precipitano nella cosiddetta indifferenziazione: il capro ristabilisce la rassicurante differenza tra Noi e Loro, maggioranza-minoranza, indigeni-allogeni. Il vocabolario cerca parole nel linguaggio dell'igiene o della guerra. Si rade al suolo, si liquida, pulisce, bonifica. Il ministro dell'Interno francese Sarkozy, candidato presidenziale, ha promesso di ripulire la Courneuve, banlieue a rischio. Urge un «nettoyage au karcher» dei quartieri difficili, sostiene: una pulizia di quelle che strappano lo sporco con formidabili getti d'acqua a pressione (metodo detto karcher).
Ma il culto del castigo e del linguaggio espiatori non cade dai cieli. È alimentato dall'indifferenza-consenso con cui i riti vengono accolti, considerati normali, commentati da quelle frasi senza rimorso - «sono soddisfatto» - dette in tv. Il sacrificio del capro, per dar l'aria di servire, deve apparire legittimo alla maggioranza della comunità: in Italia è una legittimità fortemente condivisa.
Questo forse è l'elemento nuovo del mondo che abitiamo da quando la globalizzazione ha messo radici, e le democrazie sono impegnate nella guerra contro il terrore. Globalizzazione e terrore hanno aumentato enormemente il bisogno di ristabilire la differenziazione e la sacrificabilità dell'altro, dato a Satana come «parte che gli compete». Il cattolico conservatore Andrew Bacevich sostiene che Bush conduce una guerra pericolosa, che militarizza le menti della società (The New American Militarism: How Americans Are Seduced by War, Oxford University Press 2005, citato da Tony Judt su New York Review of Books). Così in Italia, in Europa. La partecipazione alla guerra anti-terrore e l'immigrazione giustificano politiche più restrittive, anche perché i due fenomeni vengono confusi. Uno stupro non può esser trivializzato, mai. Nelle moschee spesso si predica morte. Ma portare ordine nei quartieri o collaborare con l'antiterrorismo può sfociare nella logica del capro espiatorio e nella manipolazione politica della paura, come s'è visto a via Capo Rizzuto o nell'affare della polizia parallela scoperta a Genova. E s'accorda bene con l'assenso implicito dato a una Cia che non solo viola sovranità (tra alleati non è violazione illogica, se il nemico è mondiale) ma sequestra gli imam in Italia per consegnarli sistematicamente non alla giustizia Usa ma a inquisitori in Egitto (o Arabia Saudita, Giordania, Siria, Pakistan, Uzbekistan) che la tortura la praticano senza scrupolo né controllo.
Molti diritti si sono contratti, dopo l'11 settembre. Ma arriva il momento in cui si perde l'equilibrio tra rafforzamento della disciplina e fedeltà ai principi su cui son costruite le nostre società: il momento in cui i tabù civilizzatori cadono, anche nelle parole, con la scusa che ogni tabù è un conformismo politicamente corretto. Quel radere al suolo e quel linguaggio sono una vittoria della barbarie che si dice di combattere, non della civiltà che si pretende di difendere Si può discutere di dilemmi ineludibili, ma comunque urge sapere la storia che si sta facendo. La devono sapere politici e maestri, magistrati e poliziotti, giornalisti e cardinali, che discutono di dignità dell'uomo e troppo spesso su queste cose tacciono. Che desiderano si parli delle radici cristiane d'Europa, e sembrano quasi dimenticare che proprio il cristianesimo mette fine a ogni capro espiatorio. Soprattutto deve saperlo un paese che di baraccopoli ne ha viste tante fino a pochi anni orsono, ma abitate da noi stessi.
Chi l'abbia dimenticato può rivedere la baraccopoli di Miracolo a Milano, che De Sica girò appena 54 anni fa. Il capitalista Mobbi fa radere al suolo il villaggio, ma non per questo si dichiara pubblicamente «contento». E anche gli scacciati hanno speranze che i rom non hanno. Una magica colomba vien loro in aiuto, e a cavallo di magiche scope gli sfollati s'allontanano nei cieli, «verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno».
lastampa.it
di Barbara Spinelli
Ci sono momenti in cui noi tutti siamo come sequestrati e portati lontano dalla verità delle cose. Non le vediamo nella loro essenza, abbiamo gli occhi come coperti da bende. Possiamo trovare spiegazioni a quel che accade, il più delle volte possiamo perfino giustificare gli eventi nuovi cui assistiamo o che noi stessi abbiamo contribuito a generare. Ma spiegazioni e giustificazioni hanno sovente un ruolo strano: sono la stoffa stessa di cui è fatta la benda. La verità è sequestrata in una sorta di mondo parallelo, simile a quello visibile ma inaccessibile alla coscienza, alla vigilanza. Il filosofo Raymond Aron diceva del presidente Giscard d'Estaing: «Il problema è che quest’uomo non sa che la storia è tragica». Qualcosa d'analogo pare accadere alle classi dirigenti d’oggi, compresi noi giornalisti: da un certo tempo - forse da quando son cominciate sia mondializzazione sia lotta antiterrorista nel 2001 - in Italia e in parte dell'Occidente non sappiamo che la storia che stiamo facendo è tragica. Alcuni segni lo dicono, tuttavia.
Uno di questi segni ci è stato mostrato nei giorni scorsi, quando i telegiornali hanno dato notizia dello sgombero di un campo nomadi nella periferia di Milano, a via Capo Rizzuto. La decisione di radere al suolo la baraccopoli rom aveva un motivo serio - il campo era abusivo e disordinato, la maggior parte degli abitanti era clandestina, i vicini erano in allarme dopo episodi di stupro attribuiti a zingari, e da tempo avevano messo fili spinati fra sé e i nomadi - ma il modo e il linguaggio in cui s'è svolta l’operazione sono stati di una violenza singolare: inaudita, rapida, e al contempo abissalmente banale.
L’operazione ha ricevuto il nome di Blitz, lampo, mescolando come spesso accade i processi naturali con quelli bellici. E come evento del tutto naturale è stata presentata: come se d’un tratto il cielo si fosse rannuvolato, dando spazio alla pioggia. Come una stagione che trapassa in un'altra, impercettibilmente, cancellando però cammin facendo baracche, vincoli umani. Restavano le parole, pesanti: catapecchie rase al suolo, villaggio cancellato, baraccopoli in macerie. E restavano le immagini, evocative se messe a raffronto con quel che s'era visto in precedenza. Era una settimana che i telegiornali mostravano il campo, collegandolo agli stupri di Milano. Si erano viste più volte quelle case per metà di cartone per metà di lamiere, raffazzonate e improbabili, qualche elettrodomestico appoggiato fuori casa accanto alla porta, i bambini che giocavano su terra battuta, gli adulti intervistati che facevano di tutto per prender le distanze dai presunti misfatti dei connazionali. Il tutto nell’afa dei giorni scorsi; sempre il crimine sembra svolgersi sotto qualche speciale cappa meteorologica.
Poi, d’un tratto, la scena cambia. S’accende la televisione, mercoledì 29 giugno, e si apprende che il campo non c'è più. All’alba sono passate le ruspe della polizia, in quattro ore hanno liquidato quel che c’era. Sullo schermo s’accampano le macerie e gli stessi nomadi che avevano condannato gli stupri, in fuga come da un’invasore. Lamiere spezzate, catapecchie schiacciate, suppellettili alla rinfusa come pestate da zampe meccaniche, i colori delle cose non più distinti ma accorpati in un intruglio esplosivo come nell'ultima scena di blow-up di Antonioni. Strano come la televisione possa ferocemente condurre all’essenza delle cose, a volte, proprio quando falsifica i fatti omettendo spiegazioni. A conclusione del servizio prendeva la parola un funzionario del Comune a Milano, magari aveva parecchio da chiarire ma la camera gli dava appena il tempo di dire: «Son soddisfatto».
Così, com’è stata mostrata, si presenta la verità delle cose: una vendetta contro le popolazioni civili, per presunti misfatti commessi da pochi e per placare grandi paure. Un'operazione che consiste nell'accusare interi gruppi di essere all'origine dei mali di cui soffre la società e di cui sono autori individui non ancora identificati. La decisione di liquidare l'oggetto fantasmatico dei nostri terrori, affinché sia ristabilito l'ordine fin qui riconfortante: la nostra identità nazionale o la sicurezza o la diversità fra il dentro e il fuori. La storia dell'umanità è un succedersi di eventi simili - di sacrifici compiuti per fingere la soluzione di insolubili problemi - e il procedimento ha da millenni il medesimo nome: è lo scatenarsi contro il capro espiatorio, e l'obiettivo è il ristabilimento, non importa quanto fittizio, dello smarrito patto sociale.
Nei suoi libri sul capro espiatorio, René Girard ha spiegato bene i meccanismi di questo collettivo ricostruirsi, attorno al bisogno d'accanimento sul diverso. Il sacrificio del capro è destinato a calmare gli dei addomesticando l'aggressività dell'uomo: quest'ultima viene incanalata, spostandola dal primordiale linciaggio collettivo alla vittima impersonata dalla bestia. I riti sacrificali che tornano a ledere l'uomo invece dell'animale fanno apparizione nelle società sviluppate quando tale bisogno s'estende, come in Italia, e quando la politica chiede ai magistrati di «tener maggiormente conto, in certi momenti storici, del comune sentire del popolo» (così s'è espresso in febbraio il ministro Castelli). Più sostanzialmente, compaiono quando gli uomini tendono a somigliarsi troppo, e spinti dall'imitazione invidiosa precipitano nella cosiddetta indifferenziazione: il capro ristabilisce la rassicurante differenza tra Noi e Loro, maggioranza-minoranza, indigeni-allogeni. Il vocabolario cerca parole nel linguaggio dell'igiene o della guerra. Si rade al suolo, si liquida, pulisce, bonifica. Il ministro dell'Interno francese Sarkozy, candidato presidenziale, ha promesso di ripulire la Courneuve, banlieue a rischio. Urge un «nettoyage au karcher» dei quartieri difficili, sostiene: una pulizia di quelle che strappano lo sporco con formidabili getti d'acqua a pressione (metodo detto karcher).
Ma il culto del castigo e del linguaggio espiatori non cade dai cieli. È alimentato dall'indifferenza-consenso con cui i riti vengono accolti, considerati normali, commentati da quelle frasi senza rimorso - «sono soddisfatto» - dette in tv. Il sacrificio del capro, per dar l'aria di servire, deve apparire legittimo alla maggioranza della comunità: in Italia è una legittimità fortemente condivisa.
Questo forse è l'elemento nuovo del mondo che abitiamo da quando la globalizzazione ha messo radici, e le democrazie sono impegnate nella guerra contro il terrore. Globalizzazione e terrore hanno aumentato enormemente il bisogno di ristabilire la differenziazione e la sacrificabilità dell'altro, dato a Satana come «parte che gli compete». Il cattolico conservatore Andrew Bacevich sostiene che Bush conduce una guerra pericolosa, che militarizza le menti della società (The New American Militarism: How Americans Are Seduced by War, Oxford University Press 2005, citato da Tony Judt su New York Review of Books). Così in Italia, in Europa. La partecipazione alla guerra anti-terrore e l'immigrazione giustificano politiche più restrittive, anche perché i due fenomeni vengono confusi. Uno stupro non può esser trivializzato, mai. Nelle moschee spesso si predica morte. Ma portare ordine nei quartieri o collaborare con l'antiterrorismo può sfociare nella logica del capro espiatorio e nella manipolazione politica della paura, come s'è visto a via Capo Rizzuto o nell'affare della polizia parallela scoperta a Genova. E s'accorda bene con l'assenso implicito dato a una Cia che non solo viola sovranità (tra alleati non è violazione illogica, se il nemico è mondiale) ma sequestra gli imam in Italia per consegnarli sistematicamente non alla giustizia Usa ma a inquisitori in Egitto (o Arabia Saudita, Giordania, Siria, Pakistan, Uzbekistan) che la tortura la praticano senza scrupolo né controllo.
Molti diritti si sono contratti, dopo l'11 settembre. Ma arriva il momento in cui si perde l'equilibrio tra rafforzamento della disciplina e fedeltà ai principi su cui son costruite le nostre società: il momento in cui i tabù civilizzatori cadono, anche nelle parole, con la scusa che ogni tabù è un conformismo politicamente corretto. Quel radere al suolo e quel linguaggio sono una vittoria della barbarie che si dice di combattere, non della civiltà che si pretende di difendere Si può discutere di dilemmi ineludibili, ma comunque urge sapere la storia che si sta facendo. La devono sapere politici e maestri, magistrati e poliziotti, giornalisti e cardinali, che discutono di dignità dell'uomo e troppo spesso su queste cose tacciono. Che desiderano si parli delle radici cristiane d'Europa, e sembrano quasi dimenticare che proprio il cristianesimo mette fine a ogni capro espiatorio. Soprattutto deve saperlo un paese che di baraccopoli ne ha viste tante fino a pochi anni orsono, ma abitate da noi stessi.
Chi l'abbia dimenticato può rivedere la baraccopoli di Miracolo a Milano, che De Sica girò appena 54 anni fa. Il capitalista Mobbi fa radere al suolo il villaggio, ma non per questo si dichiara pubblicamente «contento». E anche gli scacciati hanno speranze che i rom non hanno. Una magica colomba vien loro in aiuto, e a cavallo di magiche scope gli sfollati s'allontanano nei cieli, «verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno».
lastampa.it
2.7.05
I 5 enigmi della vita (e dell’universo)
«Science» e le grandi questioni irrisolte: mondi lontani, coscienza, geni, età, popolazione
La rivista ha chiesto ai ricercatori di individuare le domande più urgenti. Ecco il risultato
Sono numerosi gli enigmi che la scienza deve risolvere per costruire una ragionevole conoscenza della realtà (e così continuerà ad essere, senza fine, anche in futuro), ma i più importanti misteri da sciogliere oggi sono cinque e quasi tutti riguardano la natura umana e la vita sulla Terra.
La domanda di quali siano se la sono posta i curatori della rivista Science, organo della potente American Association for the Advancement of Science. Per celebrare i 125 anni della nascita della pubblicazione è stata condotta un’indagine tra i ricercatori esaminando 125 «grandi domande» ancora senza risposta sui loro tavoli. La conclusione ha portato a concentrare l’attenzione su 25 ricerche giudicate più urgenti, dalle quali sono uscite le cinque che avranno forse la possibilità di essere risolte nei prossimi 25 anni.
Di che cosa è formato l’Universo? La domanda può sembrare banale, visto che conosciamo la natura del pianeta su cui abitiamo e delle mille galassie che popolano il cielo. Invece tutto ciò che riusciamo a vedere con potenti telescopi non rappresenta neanche il cinque per cento della massa di cui l’universo dovrebbe essere formato, per confermare la correttezza delle teorie fin qui ideate per spiegare il mondo. E il restante 95 per cento costituisce la famosa «massa mancante» o «materia oscura», come l’hanno anche battezzata gli astronomi con un pizzico di sinistra fantasia.
Dove sia e quale possa essere la sua natura, nessuno scienziato è riuscito ancora a spiegarlo. Ogni tanto sembra di raccogliere qualche indizio; qualche volta c’è chi azzarda la possibilità di una materia dalle caratteristiche ignote: il risultato è che viviamo in un Universo di cui ignoriamo la vera natura.
Quali sono le basi biologiche della coscienza? Il sogno è ardito, ma inseguito da sempre, e oggi che la biologia e la chimica hanno compiuto passi da gigante c’è la legittima speranza di decifrare i mattoni fondamentali, materiali, della coscienza; cioè l’elemento che distingue l’identità umana dal resto del regno animale. L’ambizione è un sogno impossibile? Può darsi, ma per trovare una risposta si parte dalla constatazione che mentre nel diciassettesimo secolo Cartesio giudicava separati il corpo e la mente, oggi la nostra visione scientifica tende ad unirli sostenendo che l’espressione mentale è frutto di processi che avvengono nel cervello. «Sappiamo che la corteccia frontale ha un ruolo nella coscienza— notaAlberto Oliverio, direttore dell’Istituto di psicobiologia del Cnr —; siamo però lontani dal poter dare spiegazioni accettabili e ci limitiamo a constatare l’esistenza della coscienza quando alcune parti del cervello sono lese ».
Perché l’uomo ha così pochi geni? Per i biologi è stata una sorpresa scoprire, costruendo il genoma umano, che i nostri geni sono appena 25 mila, un numero circa uguale a quello del comunissimo fiore Arabidopsis thaliana, che cresce spontaneo lungo i sentieri, e poco di più del verme Caenorhabditis elegans.
L’enigma da sciogliere è legato ai meccanismi evoluti che pochi geni sanno esprimere sino a costruire la stupefacente complessità dell’uomo. Ed è nella loro combinazione e nella ricchezza delle proteine che sanno generare il vero mistero da sciogliere.
Quanto può essere allungata la vita umana? Ci sono esperimenti interessanti sui topi e su alcuni vermi che hanno permesso di estendere la vita di questi animali al di là della norma. Ciò ha spinto molti scienziati a credere nella possibilità di rallentare i meccanismi della vecchiaia umana con l’obiettivo di vivere oltre i cento anni. Ma per altri ricercatori si tratta di un’idea ottimistica perché esisterebbe una programmazione inesorabile nella nostra natura impossibile da alterare oltre una certa soglia.
La Terra potrà sostenere la crescita della popolazione? Oggi siamo sei miliardi e il numero continua crescere. In passato studiosi come Thomas Malthus sostenevano che l’aumento delle popolazione avrebbe scatenato pestilenze, malattie mortali e guerre devastanti.
A parte qualche eccezione, ciò non sembra essersi materializzato. Ma certo tutti ci chiediamo fino a quando la Terra potrà garantire il nostro sviluppo. Ed è per questo che diversi scienziati giudicano come unica via d’uscita futura la colonizzazione di Marte, dopo aver reso il pianeta abitabile.
Giovanni Caprara
corriere.it
La rivista ha chiesto ai ricercatori di individuare le domande più urgenti. Ecco il risultato
Sono numerosi gli enigmi che la scienza deve risolvere per costruire una ragionevole conoscenza della realtà (e così continuerà ad essere, senza fine, anche in futuro), ma i più importanti misteri da sciogliere oggi sono cinque e quasi tutti riguardano la natura umana e la vita sulla Terra.
La domanda di quali siano se la sono posta i curatori della rivista Science, organo della potente American Association for the Advancement of Science. Per celebrare i 125 anni della nascita della pubblicazione è stata condotta un’indagine tra i ricercatori esaminando 125 «grandi domande» ancora senza risposta sui loro tavoli. La conclusione ha portato a concentrare l’attenzione su 25 ricerche giudicate più urgenti, dalle quali sono uscite le cinque che avranno forse la possibilità di essere risolte nei prossimi 25 anni.
Di che cosa è formato l’Universo? La domanda può sembrare banale, visto che conosciamo la natura del pianeta su cui abitiamo e delle mille galassie che popolano il cielo. Invece tutto ciò che riusciamo a vedere con potenti telescopi non rappresenta neanche il cinque per cento della massa di cui l’universo dovrebbe essere formato, per confermare la correttezza delle teorie fin qui ideate per spiegare il mondo. E il restante 95 per cento costituisce la famosa «massa mancante» o «materia oscura», come l’hanno anche battezzata gli astronomi con un pizzico di sinistra fantasia.
Dove sia e quale possa essere la sua natura, nessuno scienziato è riuscito ancora a spiegarlo. Ogni tanto sembra di raccogliere qualche indizio; qualche volta c’è chi azzarda la possibilità di una materia dalle caratteristiche ignote: il risultato è che viviamo in un Universo di cui ignoriamo la vera natura.
Quali sono le basi biologiche della coscienza? Il sogno è ardito, ma inseguito da sempre, e oggi che la biologia e la chimica hanno compiuto passi da gigante c’è la legittima speranza di decifrare i mattoni fondamentali, materiali, della coscienza; cioè l’elemento che distingue l’identità umana dal resto del regno animale. L’ambizione è un sogno impossibile? Può darsi, ma per trovare una risposta si parte dalla constatazione che mentre nel diciassettesimo secolo Cartesio giudicava separati il corpo e la mente, oggi la nostra visione scientifica tende ad unirli sostenendo che l’espressione mentale è frutto di processi che avvengono nel cervello. «Sappiamo che la corteccia frontale ha un ruolo nella coscienza— notaAlberto Oliverio, direttore dell’Istituto di psicobiologia del Cnr —; siamo però lontani dal poter dare spiegazioni accettabili e ci limitiamo a constatare l’esistenza della coscienza quando alcune parti del cervello sono lese ».
Perché l’uomo ha così pochi geni? Per i biologi è stata una sorpresa scoprire, costruendo il genoma umano, che i nostri geni sono appena 25 mila, un numero circa uguale a quello del comunissimo fiore Arabidopsis thaliana, che cresce spontaneo lungo i sentieri, e poco di più del verme Caenorhabditis elegans.
L’enigma da sciogliere è legato ai meccanismi evoluti che pochi geni sanno esprimere sino a costruire la stupefacente complessità dell’uomo. Ed è nella loro combinazione e nella ricchezza delle proteine che sanno generare il vero mistero da sciogliere.
Quanto può essere allungata la vita umana? Ci sono esperimenti interessanti sui topi e su alcuni vermi che hanno permesso di estendere la vita di questi animali al di là della norma. Ciò ha spinto molti scienziati a credere nella possibilità di rallentare i meccanismi della vecchiaia umana con l’obiettivo di vivere oltre i cento anni. Ma per altri ricercatori si tratta di un’idea ottimistica perché esisterebbe una programmazione inesorabile nella nostra natura impossibile da alterare oltre una certa soglia.
La Terra potrà sostenere la crescita della popolazione? Oggi siamo sei miliardi e il numero continua crescere. In passato studiosi come Thomas Malthus sostenevano che l’aumento delle popolazione avrebbe scatenato pestilenze, malattie mortali e guerre devastanti.
A parte qualche eccezione, ciò non sembra essersi materializzato. Ma certo tutti ci chiediamo fino a quando la Terra potrà garantire il nostro sviluppo. Ed è per questo che diversi scienziati giudicano come unica via d’uscita futura la colonizzazione di Marte, dopo aver reso il pianeta abitabile.
Giovanni Caprara
corriere.it
30.6.05
Sarkozy ou la tentation du populisme pénal
« Nettoyage au Karcher », « débarrasser la France des voyous »... Depuis quinze jours, Nicolas Sarkozy multiplie les sorties provocantes et se prépare, au grand dam des associations de magistrats, à durcir la législation en matière de récidive. Auteur de la Volonté de punir (Hachette littératures, 2005), Denis Salas décrypte le discours et les intentions du ministre de l’Intérieur.
Comment analysez-vous l’attitude de Nicolas Sarkozy, omniprésent ces derniers jours sur la scène juridique et médiatique ?
Denis Salas. On peut le rapprocher de ce que j’appelle le populisme pénal. C’est-à-dire un appel direct au « peuple », qui disqualifie totalement les institutions dans le règlement des problèmes de société. Au lieu de laisser la justice et la police intervenir et mener à bien leurs activités, lui utilise l’émotion suscitée par le crime et se pose comme le dépositaire d’une volonté de révélation, de recherche instantanée de l’auteur. Ainsi, tout à la fois, il épouse la colère de la victime, discrédite les instances chargées de répondre à la violence et à la délinquance, et brouille les frontières de la démocratie en en appelant à l’opinion - publique.
Quel est le but recherché ?
Denis Salas. Dans toute démarche de ce type, il y a une volonté d’être en phase avec l’émotion de la population et son besoin très fort de protection. J’ai été frappé par l’attitude du ministre de l’Intérieur à Perpignan : le leader politique se déplace sur les lieux, se met en scène dans la ville avec les médias... Il tente par là de répondre à une fonction très profonde et symbolique du rôle de l’État : montrer sa force pour rassurer et protéger. Mais, évidemment, ce n’est qu’une sécurité imaginaire, principalement basée sur la présence et l’image. Dans la réalité, je ne suis pas certain qu’après ce genre de manifestation les habitants de Perpignan ou de La Courneuve soient aujourd’hui plus sereins.
Ce genre de procédé peut-il séduire longtemps ?
Denis Salas. Une chose est sûre : la culture de la sécurité ne peut pas se fonder sur le partage de la peur ou de l’émotion face au crime qui vient de se produire. Elle doit être l’oeuvre d’une construction patiente, en lien fort avec les populations et les institutions (élus, police, justice). C’est dans ce maillage territorial et local que se construit la vraie sécurité. Un discours à chaud sur l’événement ne peut en être qu’une étape : le prélude à un travail plus long de dénouement des conflits.
De quels modèles s’inspire Nicolas Sarkozy ?
Denis Salas. Le phénomène de populisme pénal est apparu aux États-Unis. Il a été conçu comme une réponse à une criminalité de plus en plus dure. Et s’est traduit par une répression accrue, avec des lois toujours plus sévères, concernant notamment les multirécidivistes et les délinquants sexuels. Pour le moment, le populisme pénal à la française est différent. Il n’a pas encore - j’espère que cela ne sera jamais le cas ! - instauré des lois avec des peines automatiques qui suppriment la libre appréciation du juge. Outre-Atlantique, la loi californienne, qui a été généralisée à l’État fédéral, impose qu’au bout de trois délits cumulés le tribunal prononce une peine de perpétuité ! La France, elle, n’est pas liberticide, mais elle crée les conditions susceptibles de provoquer de graves atteintes aux droits fondamentaux. Et elle délégitime les institutions qui en sont les gardiens.
Ce populisme pousse aussi certains, comme l’a fait Nicolas Sarkozy, à s’affranchir de l’indépendance de la justice...
Denis Salas. C’est une autre caractéristique française : la mise en cause du juge. Aux États-Unis, il n’y a pas, dans la procédure, de juge actif comme peut l’être chez nous le juge d’instruction. Là-bas, le juge n’est qu’un arbitre. En France, au contraire, il est un acteur politique que certains entendent bien combattre. On le voit aujourd’hui avec Nicolas Sarkozy dans l’affaire Crémel. On l’a vu aussi avec Lionel Jospin, en 2001, dans l’affaire Bonnal [du nom de cet homme qui avait tué quatre personnes après sa sortie de prison - NDLR]. Tantôt laxiste, tantôt liberticide, le juge devient une institution scandaleuse lorsque le point de vue populiste s’impose. Une seule chose compte : réaliser le serment de vengeance fait devant la famille de Nelly Cremel, ou jadis devant celle du préfet Érignac. On dénonce aisément ces procédures trop lentes, voire inutiles pour protéger la société, tout en omettant de dire que celles-ci sont indispensables pour garantir une justice équilibrée parce que distanciée.
La justice peut être un rempart au populisme pénal. Elle peut aussi être influencée par ce dernier...
Denis Salas. Absolument. Et c’est ce qui est dangereux. Aujourd’hui, on constate que la gestion émotionnelle envahit les mécanismes internes de l’institution judiciaire, à travers cette pression à l’urgence, au résultat, au traitement en temps réel. Poussée par un certain climat politique, la justice privilégie la réponse immédiate et surtout visible. C’est une grave erreur. Le traitement réellement efficace de la délinquance ne peut se conjuguer qu’avec des politiques sociales et un travail en commun avec les associations. Malheureusement, ce traitement-là est souvent invisible et donc peu exploitable par des politiques soucieux de montrer leur action. Aujourd’hui, la justice est plutôt sommée d’envoyer une opinion au peuple. Elle ne doit plus rechercher la peine la mieux adaptée aux actes commis par un individu, mais être dans la résonance de la colère des victimes et prononcer une peine qui en soit le reflet. En déclarant « je ne reconnais que la colère des victimes », Nicolas Sarkozy se situe vraiment dans cette optique.
Comment a évolué la perception de la peine ces dernières années ?
Denis Salas. Depuis l’après-guerre, il y a eu une permanence de la conception individualisée de la réponse à la délinquance, avec notamment l’ordonnance de 1945 sur les mineurs délinquants et l’instauration d’une prison privilégiant le traitement éducatif. Le rapport pénal entre l’État et les délinquants poursuivait un but, politiquement prioritaire : la réhabilitation. Il y avait alors un consensus général pour défendre une attitude humaniste, « intégratrive », à l’égard de la déviance. Mais, progressivement, une redéfinition du périmètre de la sécurité a eu lieu. On n’a plus pensé la délinquance à l’échelle de l’individu, mais à l’échelle des territoires, des villes, des quartiers. Une lecture plus géographique, policière et sécuritaire de la délinquance - aujourd’hui « insécurité » - s’est imposée. Nous ne regardons plus cette délinquance au travers le regard du juge, du psychiatre ou de l’éducateur. On la regarde à travers le regard de la victime et de tous ceux qui subissent la déviance. Un regard renforcé par les médias « image », bien sûr, mais aussi par le contexte post-11 septembre qui a accru la notion de société du risque et durci considérablement les dispositifs pénaux et policiers.
Comment éviter de sombrer dans ce populisme pénal ?
Denis Salas. Il y a, tout d’abord, nécessité de redonner une certaine solidité aux frontières de la démocratie. Dans le populisme, il y a une sorte d’appel au génie spontané du peuple et une disqualification des institutions démocratiques. Il faut donc - rappeler le principe de l’indépendance de la justice et remettre en place, en quelque sorte, l’architecture de la démocratie. Ensuite, sur le plan de la sécurité, il faut sortir des réponses immédiates. Il y a un travail au niveau local et territorial à faire entre élus, habitants et associations. Ce n’est pas l’intervention providentielle d’un homme politique qui va changer les choses mais le partenariat sur le long terme entre les acteurs qui construisent ainsi un bien commun. Enfin, il faut renouer avec le traitement individualisé de la délinquance. À ce titre, on ne peut que déplorer l’absence de moyens accordés au milieu ouvert (accompagnement des détenus, libertés conditonnelles...) qui, on le sait, réduit de beaucoup les risques de récidive. Une amélioration passe donc par un fort investissement sur ces parcours de réhabilitation, mais aussi par un discours politique qui, non pas disqualifie, mais reconnaisse et légitime des activités professionnelles, comme celles exercées par les éducateurs de la protection judiciaire de la jeunesse ou de l’administration pénitentiaire.
Entretien réalisé par Laurent Mouloud
http://www.humanite.presse.fr/journal/2005-06-28/2005-06-28-809506
Comment analysez-vous l’attitude de Nicolas Sarkozy, omniprésent ces derniers jours sur la scène juridique et médiatique ?
Denis Salas. On peut le rapprocher de ce que j’appelle le populisme pénal. C’est-à-dire un appel direct au « peuple », qui disqualifie totalement les institutions dans le règlement des problèmes de société. Au lieu de laisser la justice et la police intervenir et mener à bien leurs activités, lui utilise l’émotion suscitée par le crime et se pose comme le dépositaire d’une volonté de révélation, de recherche instantanée de l’auteur. Ainsi, tout à la fois, il épouse la colère de la victime, discrédite les instances chargées de répondre à la violence et à la délinquance, et brouille les frontières de la démocratie en en appelant à l’opinion - publique.
Quel est le but recherché ?
Denis Salas. Dans toute démarche de ce type, il y a une volonté d’être en phase avec l’émotion de la population et son besoin très fort de protection. J’ai été frappé par l’attitude du ministre de l’Intérieur à Perpignan : le leader politique se déplace sur les lieux, se met en scène dans la ville avec les médias... Il tente par là de répondre à une fonction très profonde et symbolique du rôle de l’État : montrer sa force pour rassurer et protéger. Mais, évidemment, ce n’est qu’une sécurité imaginaire, principalement basée sur la présence et l’image. Dans la réalité, je ne suis pas certain qu’après ce genre de manifestation les habitants de Perpignan ou de La Courneuve soient aujourd’hui plus sereins.
Ce genre de procédé peut-il séduire longtemps ?
Denis Salas. Une chose est sûre : la culture de la sécurité ne peut pas se fonder sur le partage de la peur ou de l’émotion face au crime qui vient de se produire. Elle doit être l’oeuvre d’une construction patiente, en lien fort avec les populations et les institutions (élus, police, justice). C’est dans ce maillage territorial et local que se construit la vraie sécurité. Un discours à chaud sur l’événement ne peut en être qu’une étape : le prélude à un travail plus long de dénouement des conflits.
De quels modèles s’inspire Nicolas Sarkozy ?
Denis Salas. Le phénomène de populisme pénal est apparu aux États-Unis. Il a été conçu comme une réponse à une criminalité de plus en plus dure. Et s’est traduit par une répression accrue, avec des lois toujours plus sévères, concernant notamment les multirécidivistes et les délinquants sexuels. Pour le moment, le populisme pénal à la française est différent. Il n’a pas encore - j’espère que cela ne sera jamais le cas ! - instauré des lois avec des peines automatiques qui suppriment la libre appréciation du juge. Outre-Atlantique, la loi californienne, qui a été généralisée à l’État fédéral, impose qu’au bout de trois délits cumulés le tribunal prononce une peine de perpétuité ! La France, elle, n’est pas liberticide, mais elle crée les conditions susceptibles de provoquer de graves atteintes aux droits fondamentaux. Et elle délégitime les institutions qui en sont les gardiens.
Ce populisme pousse aussi certains, comme l’a fait Nicolas Sarkozy, à s’affranchir de l’indépendance de la justice...
Denis Salas. C’est une autre caractéristique française : la mise en cause du juge. Aux États-Unis, il n’y a pas, dans la procédure, de juge actif comme peut l’être chez nous le juge d’instruction. Là-bas, le juge n’est qu’un arbitre. En France, au contraire, il est un acteur politique que certains entendent bien combattre. On le voit aujourd’hui avec Nicolas Sarkozy dans l’affaire Crémel. On l’a vu aussi avec Lionel Jospin, en 2001, dans l’affaire Bonnal [du nom de cet homme qui avait tué quatre personnes après sa sortie de prison - NDLR]. Tantôt laxiste, tantôt liberticide, le juge devient une institution scandaleuse lorsque le point de vue populiste s’impose. Une seule chose compte : réaliser le serment de vengeance fait devant la famille de Nelly Cremel, ou jadis devant celle du préfet Érignac. On dénonce aisément ces procédures trop lentes, voire inutiles pour protéger la société, tout en omettant de dire que celles-ci sont indispensables pour garantir une justice équilibrée parce que distanciée.
La justice peut être un rempart au populisme pénal. Elle peut aussi être influencée par ce dernier...
Denis Salas. Absolument. Et c’est ce qui est dangereux. Aujourd’hui, on constate que la gestion émotionnelle envahit les mécanismes internes de l’institution judiciaire, à travers cette pression à l’urgence, au résultat, au traitement en temps réel. Poussée par un certain climat politique, la justice privilégie la réponse immédiate et surtout visible. C’est une grave erreur. Le traitement réellement efficace de la délinquance ne peut se conjuguer qu’avec des politiques sociales et un travail en commun avec les associations. Malheureusement, ce traitement-là est souvent invisible et donc peu exploitable par des politiques soucieux de montrer leur action. Aujourd’hui, la justice est plutôt sommée d’envoyer une opinion au peuple. Elle ne doit plus rechercher la peine la mieux adaptée aux actes commis par un individu, mais être dans la résonance de la colère des victimes et prononcer une peine qui en soit le reflet. En déclarant « je ne reconnais que la colère des victimes », Nicolas Sarkozy se situe vraiment dans cette optique.
Comment a évolué la perception de la peine ces dernières années ?
Denis Salas. Depuis l’après-guerre, il y a eu une permanence de la conception individualisée de la réponse à la délinquance, avec notamment l’ordonnance de 1945 sur les mineurs délinquants et l’instauration d’une prison privilégiant le traitement éducatif. Le rapport pénal entre l’État et les délinquants poursuivait un but, politiquement prioritaire : la réhabilitation. Il y avait alors un consensus général pour défendre une attitude humaniste, « intégratrive », à l’égard de la déviance. Mais, progressivement, une redéfinition du périmètre de la sécurité a eu lieu. On n’a plus pensé la délinquance à l’échelle de l’individu, mais à l’échelle des territoires, des villes, des quartiers. Une lecture plus géographique, policière et sécuritaire de la délinquance - aujourd’hui « insécurité » - s’est imposée. Nous ne regardons plus cette délinquance au travers le regard du juge, du psychiatre ou de l’éducateur. On la regarde à travers le regard de la victime et de tous ceux qui subissent la déviance. Un regard renforcé par les médias « image », bien sûr, mais aussi par le contexte post-11 septembre qui a accru la notion de société du risque et durci considérablement les dispositifs pénaux et policiers.
Comment éviter de sombrer dans ce populisme pénal ?
Denis Salas. Il y a, tout d’abord, nécessité de redonner une certaine solidité aux frontières de la démocratie. Dans le populisme, il y a une sorte d’appel au génie spontané du peuple et une disqualification des institutions démocratiques. Il faut donc - rappeler le principe de l’indépendance de la justice et remettre en place, en quelque sorte, l’architecture de la démocratie. Ensuite, sur le plan de la sécurité, il faut sortir des réponses immédiates. Il y a un travail au niveau local et territorial à faire entre élus, habitants et associations. Ce n’est pas l’intervention providentielle d’un homme politique qui va changer les choses mais le partenariat sur le long terme entre les acteurs qui construisent ainsi un bien commun. Enfin, il faut renouer avec le traitement individualisé de la délinquance. À ce titre, on ne peut que déplorer l’absence de moyens accordés au milieu ouvert (accompagnement des détenus, libertés conditonnelles...) qui, on le sait, réduit de beaucoup les risques de récidive. Une amélioration passe donc par un fort investissement sur ces parcours de réhabilitation, mais aussi par un discours politique qui, non pas disqualifie, mais reconnaisse et légitime des activités professionnelles, comme celles exercées par les éducateurs de la protection judiciaire de la jeunesse ou de l’administration pénitentiaire.
Entretien réalisé par Laurent Mouloud
http://www.humanite.presse.fr/journal/2005-06-28/2005-06-28-809506
29.6.05
Giochi d'ombra sull'etica hacker
Il modello vincente della società aperta consente la condivisione del saperi in nome dell'economia di mercato. Una critica alla proprietà intellettuale e al mondo dell'«open source» nel libro «Open non è free» del gruppo di ricerca Ippolita
BENEDETTO VECCHI
Un percorso di ricerca teorica contempla sempre un bivio. Il primo tratto di strada coincide sempre con un più o meno lungo apprendistato del sapere, delle riflessioni e delle elaborazioni che si sono accumulate nel tempo attorno all'oggetto di ricerca. Ma una volta consumata questa fase della ricerca, si pone la domanda se continuare sul sentiero del già noto, oppure vivisezionare, smontare gli elementi teorici fin lì acquisiti. A questo secondo genere di operazione appartiene il libro Open non è free (Eleuthera, pp. 127, € 11), scritto da Ippolita, il nome dietro cui si è raccolto un gruppo di otto persone che da anni si occupano, a vario titolo, di etica hacker, free software, mediattivismo. In questo caso, l'oggetto su cui si applica Ippolita è il free software, cioè quel campo specifico in cui si manifesta una forma di vita che esprime alterità rispetto alla società costituita. Il primo pregio del libro sta nella dichiarazione di un ambizioso obiettivo: nessuna intenzione di aderire a una qualsiasi visione totalizzante delle relazioni sociali, quanto la pacata convinzione che solo partendo da un oggetto specifico, il software libero, si possa giungere a «decrittare» il reale. Al tempo stesso, Open non è free è un libro che sottolinea sin dall'inizio la presa di congedo da quanto è stato accumulato attorno a questo tema. Gli autori sono a ragione convinti che molti piani di una ideale biblioteca possono essere riempiti da analisi e riflessioni sul freesoftware. Il problema non è però di censirle o passarle in rassegna, ma di operare appunto una critica del senso comune che tali libri hanno contribuito a costruire, sommato al fatto, indiscutibile, che lo sviluppo di programmi per computer non sottoposti alle norme della proprietà intellettuale ha cambiato il mondo dentro e fuori lo schermo.
Il bazar della creatività
È oramai storia che Richard Stallman ha dato vita al progetto della Free software foundation, progetto che non è limitato solo alla denuncia della logica sottesa al copyright in quanto diritto proprietario dell'impresa, ma che si proponeva anche lo sviluppo collettivo di un sistema operativo libero. Altrettanto conosciuto è il fatto che lo stesso Stallman fu fortemente criticato da Eric Raymond per aver fatto suo un modello organizzativo accentratore e gerarchico, chiamato della «cattedrale», a cui era preferibile un modello cooperativo chiamato del «bazar» (il testo di Raymond è consultabile nel sito www.apogeonline.com).
Una critica antigerarchica che si accompagnava però all'obiettivo di trasformare i risultati di quel «bazar» informatico in attività economica. Per Raymond il software cooperativo era di qualità migliore di quello «proprietario», perché poteva avera una verifica «di massa» all'interno di una comunità fondata su affinità elettive, fortemente meritocratiche e che fanno della ricerca della creatività un culto. Era dunque tempo, sosteneva Raymond, di tradurre questa cooperazione sociale in attività produttiva che puntasse a scardinare il monopolio acquisito dalla Microsoft nel campo dei sistemi operativi e dei programmi applicativi. Per questi motivi era preferibile l'espressione open source a quello di free software. Il resto è oramai cronaca. Gnu-Linux è infatti diventato un temuto concorrente di Bill Gates e molte grandi imprese dell'high-tech sono diventate sponsor di prodotti open source.
Questa messa a fuoco delle differenza tra open source e free software costituisce il secondo pregio del volume di Ippolita. A prima vista sembra la classica distinzione tra «pragmatici» e «radicali», i primi interessati alla materialità del mercato, i secondi eterni Peter Pan fedeli alla linea dell'«etica hacker». Una distinzione che tende ad occultare il fatto che ogni coder, cioè chi scrive i programmi per computer, conosce benissimo: una volta installato in una macchina, il software trasforma sempre la realtà a cui si applica. Da qui la sostanziale differenza tra programmi close, cioè di proprietà di una impresa, e quelli che possono essere modificati e che sono il risultato di una cooperazione allargata: in questo caso, lo sviluppo cooperativo di un software è l'incarnazione di una «ecologia del desiderio» che non risponde a logiche mercantili. In altri termini, l'«etica hacker» privilegia sempre l'aspetto ludico, appunto desiderante della messa in comune di abilità e conoscenze: si pone cioè anni luce lontana dall'agire economico.
Il mondo open source, anche se spesso parla la stessa lingua del free software, punta tuttavia a neutralizzare gli aspetti «sovversivi» di questa ecologia del desiderio in nome della sana competizione contro i monopolisti della conoscenza. Di conseguenza, l'open source altro non sarebbe dunque che una versione libertaria del neoliberismo economico.
Open non è free va dunque letto attentamente per questa critica serrata del mondo open source e per il metodo con cui è stato costruito (ne parla Serena Tinari in questa pagina). Va quindi accolta la provocazione che il gruppo Ippolita svolge, in particolar modo quando punta l'indice contro quei filoni di riflessione che hanno segnato lo vita dentro e oltre lo schermo. Che possono essere definiti come «teorie critiche dei media», «cripto-marxisti» o «post-operaisti» (divertente è la stilettata rivolta al volume Moltitudine di Michael Hardt e Toni Negri quando etichettano Richard Stalmann come teorico dell'open source). Non è però questa la sede per passarli in rassegna. Tre comunque gli elementi che meritano di essere discussi. Il primo, sicuramente il meno rilevante, riguarda la nozione di comunità. Nel volume la nozione di comunità è intesa come gruppo basato su affinità elettive, ma altre volte corre il rischio di essere schiacciata sulla professione svolta, facendo venire meno le diversità e le gerarchie che attengono all'infausta concezione organicistica della «comunità dei produttori».
Il secondo punto, più rilevante invece, concerne il rapporto tra «l'etica hacker» e il capitalismo contemporaneo, mentre il terzo riguarda il ruolo politico della legislazione, internazionale e la sua traduzione nazionale, sulla proprietà intellettuale nel governo del mercato globale.
Recentemente, il settimanale Business Week presentava una serie di articoli sul tentativo da parte di alcune imprese transnazionali di imbrigliare la cooperazione sociale all'interno delle proprie strategie imprenditoriali (ne ha dato notizia il manifesto il 21 giugno). In questo caso non ci troviamo di fronte ad alcune grandi imprese high-tech che hanno fatto propria l'attitudine alla condivisione dei saperi e del rifiuto del copyright, né all'enfasi sulle «scandalose» dichiarazioni del «papà» del sistema operativo Linux Linus Torvald sulla possibile commistione tra software aperti e proprietari. Il numero di Business Week si spinge molto più lontano, arrivando a sostenere che è la sottomissione della cooperazione sociale il prossimo terreno su cui si muoveranno le politiche economche e sociali. Segnali inequivocabili di una tendenza che punta a far diventare il modello organizzativo del software libero variamente descritto in questi anni - l'ultima descrizione, in ordine di tempo, si può ritrovare nel volume edito dal Mulino curato da Mureno Muffatto e Matteo Faldani Open source, Strategia, organizzazione, prospettiva - dominante non solo nel settore informatico, ma in tutta la produzione di merci. Da una parte, dunque, una cooperazione sociale segnata dall'«ecologia del desiderio», dall'altra però una serie di interventi legislativi sui rapporti contrattuali di lavoro e sulla proprietà intellettuale che puntano a sottoporla formalmente all'impresa capitalistica.
La diffusione a macchia d'olio dei temps - i temporanei, cioè i precari - non ha solo la funzione di stabilire una rigida divisione tra chi può accedere e chi invece trova le porte sbarrate ad alcuni diritti sociali, ma anche per assegnare al management dell'impresa il compito di ricondurre a una logica proprietaria i risultati della cooperazione sociale. Si crea così una situazione paradossale: la cooperazione sociale può anche manifestarsi liberamente, ma i suoi prodotti sono comunque di proprietà dell'impresa. La precarietà del rapporto di lavoro rivela così la sua ambivalenza: forma di vita in cui coltivare le proprie potenzialità creative e, al tempo stesso, condizione di assoluta illibertà. Non molto diversa è l'evoluzione in atto delle norme sulla proprietà intellettuale.
La libertà per decreto
Recentemente, nell'Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale (Wipo) sono all'opera gruppi di lavoro su una riforma delle norme sul copyright e sui brevetti che puntano, dopo la superfetazione legislativa degli anni scorsi, a uno snellimento e all'elaborazione di un sistema misto, dove il «mondo non proprietario» possa convinvere con quello proprietario. Sono gruppi di studio, certamente, che per il momento hanno solo prodotto interessanti papers, ma che contengono indicazioni precise su come i famigerati accordi sul commercio della proprietà intellettuale del Wto (i Trips) debbano essere riformati. In altri termini, se la proprietà intellettuale è un'istituzione sacra del capitalismo flessibile, il mondo dell'open source ne rappresenta la sua evoluzione. Ed è per questo motivo che l'«etica hacker» rappresenta quell'insieme di usanze, consuetudini, rappresentazioni sociali, cioè rappresenta - se non se ne rivela il suo lato oscuro - l'ideologia del capitalismo flessibile. Questo non significa che l'avvento del regno della libertà ci sia stato, senza che nessuno però sia stato avvertito, e che basti ribadirlo con forza perché possa essere gettata alle ortiche la «sovrastruttura» giuridica che lo occulta.
Più pacatamente, il bivio che si pone di fronte agli sviluppatori di «free-software» non è solo la riaffermazione della centralità dell'etica hacker rispetto alla sua traduzione economica (l'open source), quanto lo svelamento della sua ambiguità. Con un linguaggio che sicuramente non piace al gruppo di Ippolita il suo svelamento passa attraverso la connessione e la ricombinazione tra l'attitudine hacker e ordini del discorso come forza-lavoro, rapporti di produzione, regime di accumulazione. Perché il vero problema non è se lo sviluppo di un software è riconducibile a un gioco collettivo, quanto che quel gioco è oramai ricondotto al marxiano «lavoro combinato». E semmai applicare alla pratica politica il software libero come modello organizzativo.
il manifesto
BENEDETTO VECCHI
Un percorso di ricerca teorica contempla sempre un bivio. Il primo tratto di strada coincide sempre con un più o meno lungo apprendistato del sapere, delle riflessioni e delle elaborazioni che si sono accumulate nel tempo attorno all'oggetto di ricerca. Ma una volta consumata questa fase della ricerca, si pone la domanda se continuare sul sentiero del già noto, oppure vivisezionare, smontare gli elementi teorici fin lì acquisiti. A questo secondo genere di operazione appartiene il libro Open non è free (Eleuthera, pp. 127, € 11), scritto da Ippolita, il nome dietro cui si è raccolto un gruppo di otto persone che da anni si occupano, a vario titolo, di etica hacker, free software, mediattivismo. In questo caso, l'oggetto su cui si applica Ippolita è il free software, cioè quel campo specifico in cui si manifesta una forma di vita che esprime alterità rispetto alla società costituita. Il primo pregio del libro sta nella dichiarazione di un ambizioso obiettivo: nessuna intenzione di aderire a una qualsiasi visione totalizzante delle relazioni sociali, quanto la pacata convinzione che solo partendo da un oggetto specifico, il software libero, si possa giungere a «decrittare» il reale. Al tempo stesso, Open non è free è un libro che sottolinea sin dall'inizio la presa di congedo da quanto è stato accumulato attorno a questo tema. Gli autori sono a ragione convinti che molti piani di una ideale biblioteca possono essere riempiti da analisi e riflessioni sul freesoftware. Il problema non è però di censirle o passarle in rassegna, ma di operare appunto una critica del senso comune che tali libri hanno contribuito a costruire, sommato al fatto, indiscutibile, che lo sviluppo di programmi per computer non sottoposti alle norme della proprietà intellettuale ha cambiato il mondo dentro e fuori lo schermo.
Il bazar della creatività
È oramai storia che Richard Stallman ha dato vita al progetto della Free software foundation, progetto che non è limitato solo alla denuncia della logica sottesa al copyright in quanto diritto proprietario dell'impresa, ma che si proponeva anche lo sviluppo collettivo di un sistema operativo libero. Altrettanto conosciuto è il fatto che lo stesso Stallman fu fortemente criticato da Eric Raymond per aver fatto suo un modello organizzativo accentratore e gerarchico, chiamato della «cattedrale», a cui era preferibile un modello cooperativo chiamato del «bazar» (il testo di Raymond è consultabile nel sito www.apogeonline.com).
Una critica antigerarchica che si accompagnava però all'obiettivo di trasformare i risultati di quel «bazar» informatico in attività economica. Per Raymond il software cooperativo era di qualità migliore di quello «proprietario», perché poteva avera una verifica «di massa» all'interno di una comunità fondata su affinità elettive, fortemente meritocratiche e che fanno della ricerca della creatività un culto. Era dunque tempo, sosteneva Raymond, di tradurre questa cooperazione sociale in attività produttiva che puntasse a scardinare il monopolio acquisito dalla Microsoft nel campo dei sistemi operativi e dei programmi applicativi. Per questi motivi era preferibile l'espressione open source a quello di free software. Il resto è oramai cronaca. Gnu-Linux è infatti diventato un temuto concorrente di Bill Gates e molte grandi imprese dell'high-tech sono diventate sponsor di prodotti open source.
Questa messa a fuoco delle differenza tra open source e free software costituisce il secondo pregio del volume di Ippolita. A prima vista sembra la classica distinzione tra «pragmatici» e «radicali», i primi interessati alla materialità del mercato, i secondi eterni Peter Pan fedeli alla linea dell'«etica hacker». Una distinzione che tende ad occultare il fatto che ogni coder, cioè chi scrive i programmi per computer, conosce benissimo: una volta installato in una macchina, il software trasforma sempre la realtà a cui si applica. Da qui la sostanziale differenza tra programmi close, cioè di proprietà di una impresa, e quelli che possono essere modificati e che sono il risultato di una cooperazione allargata: in questo caso, lo sviluppo cooperativo di un software è l'incarnazione di una «ecologia del desiderio» che non risponde a logiche mercantili. In altri termini, l'«etica hacker» privilegia sempre l'aspetto ludico, appunto desiderante della messa in comune di abilità e conoscenze: si pone cioè anni luce lontana dall'agire economico.
Il mondo open source, anche se spesso parla la stessa lingua del free software, punta tuttavia a neutralizzare gli aspetti «sovversivi» di questa ecologia del desiderio in nome della sana competizione contro i monopolisti della conoscenza. Di conseguenza, l'open source altro non sarebbe dunque che una versione libertaria del neoliberismo economico.
Open non è free va dunque letto attentamente per questa critica serrata del mondo open source e per il metodo con cui è stato costruito (ne parla Serena Tinari in questa pagina). Va quindi accolta la provocazione che il gruppo Ippolita svolge, in particolar modo quando punta l'indice contro quei filoni di riflessione che hanno segnato lo vita dentro e oltre lo schermo. Che possono essere definiti come «teorie critiche dei media», «cripto-marxisti» o «post-operaisti» (divertente è la stilettata rivolta al volume Moltitudine di Michael Hardt e Toni Negri quando etichettano Richard Stalmann come teorico dell'open source). Non è però questa la sede per passarli in rassegna. Tre comunque gli elementi che meritano di essere discussi. Il primo, sicuramente il meno rilevante, riguarda la nozione di comunità. Nel volume la nozione di comunità è intesa come gruppo basato su affinità elettive, ma altre volte corre il rischio di essere schiacciata sulla professione svolta, facendo venire meno le diversità e le gerarchie che attengono all'infausta concezione organicistica della «comunità dei produttori».
Il secondo punto, più rilevante invece, concerne il rapporto tra «l'etica hacker» e il capitalismo contemporaneo, mentre il terzo riguarda il ruolo politico della legislazione, internazionale e la sua traduzione nazionale, sulla proprietà intellettuale nel governo del mercato globale.
Recentemente, il settimanale Business Week presentava una serie di articoli sul tentativo da parte di alcune imprese transnazionali di imbrigliare la cooperazione sociale all'interno delle proprie strategie imprenditoriali (ne ha dato notizia il manifesto il 21 giugno). In questo caso non ci troviamo di fronte ad alcune grandi imprese high-tech che hanno fatto propria l'attitudine alla condivisione dei saperi e del rifiuto del copyright, né all'enfasi sulle «scandalose» dichiarazioni del «papà» del sistema operativo Linux Linus Torvald sulla possibile commistione tra software aperti e proprietari. Il numero di Business Week si spinge molto più lontano, arrivando a sostenere che è la sottomissione della cooperazione sociale il prossimo terreno su cui si muoveranno le politiche economche e sociali. Segnali inequivocabili di una tendenza che punta a far diventare il modello organizzativo del software libero variamente descritto in questi anni - l'ultima descrizione, in ordine di tempo, si può ritrovare nel volume edito dal Mulino curato da Mureno Muffatto e Matteo Faldani Open source, Strategia, organizzazione, prospettiva - dominante non solo nel settore informatico, ma in tutta la produzione di merci. Da una parte, dunque, una cooperazione sociale segnata dall'«ecologia del desiderio», dall'altra però una serie di interventi legislativi sui rapporti contrattuali di lavoro e sulla proprietà intellettuale che puntano a sottoporla formalmente all'impresa capitalistica.
La diffusione a macchia d'olio dei temps - i temporanei, cioè i precari - non ha solo la funzione di stabilire una rigida divisione tra chi può accedere e chi invece trova le porte sbarrate ad alcuni diritti sociali, ma anche per assegnare al management dell'impresa il compito di ricondurre a una logica proprietaria i risultati della cooperazione sociale. Si crea così una situazione paradossale: la cooperazione sociale può anche manifestarsi liberamente, ma i suoi prodotti sono comunque di proprietà dell'impresa. La precarietà del rapporto di lavoro rivela così la sua ambivalenza: forma di vita in cui coltivare le proprie potenzialità creative e, al tempo stesso, condizione di assoluta illibertà. Non molto diversa è l'evoluzione in atto delle norme sulla proprietà intellettuale.
La libertà per decreto
Recentemente, nell'Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale (Wipo) sono all'opera gruppi di lavoro su una riforma delle norme sul copyright e sui brevetti che puntano, dopo la superfetazione legislativa degli anni scorsi, a uno snellimento e all'elaborazione di un sistema misto, dove il «mondo non proprietario» possa convinvere con quello proprietario. Sono gruppi di studio, certamente, che per il momento hanno solo prodotto interessanti papers, ma che contengono indicazioni precise su come i famigerati accordi sul commercio della proprietà intellettuale del Wto (i Trips) debbano essere riformati. In altri termini, se la proprietà intellettuale è un'istituzione sacra del capitalismo flessibile, il mondo dell'open source ne rappresenta la sua evoluzione. Ed è per questo motivo che l'«etica hacker» rappresenta quell'insieme di usanze, consuetudini, rappresentazioni sociali, cioè rappresenta - se non se ne rivela il suo lato oscuro - l'ideologia del capitalismo flessibile. Questo non significa che l'avvento del regno della libertà ci sia stato, senza che nessuno però sia stato avvertito, e che basti ribadirlo con forza perché possa essere gettata alle ortiche la «sovrastruttura» giuridica che lo occulta.
Più pacatamente, il bivio che si pone di fronte agli sviluppatori di «free-software» non è solo la riaffermazione della centralità dell'etica hacker rispetto alla sua traduzione economica (l'open source), quanto lo svelamento della sua ambiguità. Con un linguaggio che sicuramente non piace al gruppo di Ippolita il suo svelamento passa attraverso la connessione e la ricombinazione tra l'attitudine hacker e ordini del discorso come forza-lavoro, rapporti di produzione, regime di accumulazione. Perché il vero problema non è se lo sviluppo di un software è riconducibile a un gioco collettivo, quanto che quel gioco è oramai ricondotto al marxiano «lavoro combinato». E semmai applicare alla pratica politica il software libero come modello organizzativo.
il manifesto
25.6.05
Imparare a divertirsi con l’intelligenza
di GIULIO GIORELLO
«Calcolava senza sforzo apparente, come gli uomini respirano e le aquile volano nel vento»: così si diceva di Leonhard Euler (ovvero Eulero), grandissimo matematico del Settecento. Amava indagare i molteplici modi con cui combinare insieme entità differenti come lettere dell’alfabeto, numeri, o caratteri delle persone, non meno del suo principale rivale, il filosofo Leibniz cui imputava di essere sostanzialmente un ateo nonostante i retorici omaggi alla provvidenza divina
Eredità di Eulero è il quadrato magico che sta alla base del Sudoku, gioco matematico che ci viene dal Giappone, esotico come il sushi — ma anche in Europa, quando era il caso, si è mangiato pesce crudo! Un numero per casella, vuol dire la parola. Il quadrato è fatto di 81 quadretti, 9 righe orizzontali, 9 colonne verticali, 9 sezioni di 9 quadrati l’una che vanno riempite con le cifre da 1 a 9, con il vincolo che in ogni colonna, in ogni riga, in ogni sezione, ciascun numero compaia una volta sola. Facile, non vi pare? Ma occorre provarci.
Saggiamente chi distribuisce il gioco consiglia di munirsi di una matita provvista dell’opportuno gommino. Come già aveva intuito Eulero ai «giocatori» vanno forniti i necessari «indizi» che assicurano che la soluzione del «rompicapo» esiste ed è unica. Poi è solo questione di intuizione e di pazienza, purché — come ha ricordato il britannico Daily Telegraph — «non ci sia un calo di concentrazione». Il gioco ci fa capire che il mondo dei numeri è così seducente e misterioso proprio perché problemi facilissimi da enunciare si rivelano assai difficili da risolvere — e questo è il fascino della scienza.
Più di 40 anni fa un eccellente storico e filosofo delle idee, Thomas Kuhn, quasi scandalizzò il pubblico dotto sostenendo che nell’impresa scientifica si procede riducendo i grandi enigmi della natura a puri «rompicapo», in linea di principio non diversi dai giochi proposti dalla Settimana enigmistica. Aveva non poche ragioni dalla sua — compresa la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin che ci insegna che non sopravvivono le specie che non sanno risolvere quei particolari «giochi» che l’ambiente sottopone loro. Il Sudoku è l’ennesima metafora per le sfide della vita? Se rispondiamo di sì, capiamo perché una rielaborazione giapponese di una intuizione di un matematico svizzero, reimportata da noi (sembra) da un giudice neozelandese in servizio a Hong Kong rimasto disoccupato quando Sua Maestà britannica rinunciò a quella colonia, sia diventata una moda non solo in Inghilterra, ma anche in molti altri paesi dell’Occidente.
Riprendendo una fortunata idea del biologo Richard Dawkins, quando qualcuno descrive il Sudoku come un «meme»: l’equivalente culturale di un gene — qualcosa capace di diffondersi, «infettando» le menti delle persone al di là di qualsiasi confine politico o culturale. Un po’ come (e sono esempi cari a Dawkins) le teorie della scienza, gli strumenti della tecnica o l’idea dell’Inferno. Ma anche se rispondiamo di no, l’indubbio successo del Sudoku deve farci riflettere sull’attrattiva che esercita su di noi il modo in cui possiamo «combinare» le cose più diverse. Menomato alla vista, Eulero disse che così avrebbe avuto «meno distrazioni» nel cercare di capire l’ordine del mondo; con toni meno drammatici, possiamo concludere con lui che risolvere i «piccoli» enigmi dei numeri è un piacere democraticamente offerto a tutte le persone che amano divertirsi con la loro intelligenza, imparando dai propri errori. Matita e gommino per cancellare, appunto!
corriere.it
«Calcolava senza sforzo apparente, come gli uomini respirano e le aquile volano nel vento»: così si diceva di Leonhard Euler (ovvero Eulero), grandissimo matematico del Settecento. Amava indagare i molteplici modi con cui combinare insieme entità differenti come lettere dell’alfabeto, numeri, o caratteri delle persone, non meno del suo principale rivale, il filosofo Leibniz cui imputava di essere sostanzialmente un ateo nonostante i retorici omaggi alla provvidenza divina
Eredità di Eulero è il quadrato magico che sta alla base del Sudoku, gioco matematico che ci viene dal Giappone, esotico come il sushi — ma anche in Europa, quando era il caso, si è mangiato pesce crudo! Un numero per casella, vuol dire la parola. Il quadrato è fatto di 81 quadretti, 9 righe orizzontali, 9 colonne verticali, 9 sezioni di 9 quadrati l’una che vanno riempite con le cifre da 1 a 9, con il vincolo che in ogni colonna, in ogni riga, in ogni sezione, ciascun numero compaia una volta sola. Facile, non vi pare? Ma occorre provarci.
Saggiamente chi distribuisce il gioco consiglia di munirsi di una matita provvista dell’opportuno gommino. Come già aveva intuito Eulero ai «giocatori» vanno forniti i necessari «indizi» che assicurano che la soluzione del «rompicapo» esiste ed è unica. Poi è solo questione di intuizione e di pazienza, purché — come ha ricordato il britannico Daily Telegraph — «non ci sia un calo di concentrazione». Il gioco ci fa capire che il mondo dei numeri è così seducente e misterioso proprio perché problemi facilissimi da enunciare si rivelano assai difficili da risolvere — e questo è il fascino della scienza.
Più di 40 anni fa un eccellente storico e filosofo delle idee, Thomas Kuhn, quasi scandalizzò il pubblico dotto sostenendo che nell’impresa scientifica si procede riducendo i grandi enigmi della natura a puri «rompicapo», in linea di principio non diversi dai giochi proposti dalla Settimana enigmistica. Aveva non poche ragioni dalla sua — compresa la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin che ci insegna che non sopravvivono le specie che non sanno risolvere quei particolari «giochi» che l’ambiente sottopone loro. Il Sudoku è l’ennesima metafora per le sfide della vita? Se rispondiamo di sì, capiamo perché una rielaborazione giapponese di una intuizione di un matematico svizzero, reimportata da noi (sembra) da un giudice neozelandese in servizio a Hong Kong rimasto disoccupato quando Sua Maestà britannica rinunciò a quella colonia, sia diventata una moda non solo in Inghilterra, ma anche in molti altri paesi dell’Occidente.
Riprendendo una fortunata idea del biologo Richard Dawkins, quando qualcuno descrive il Sudoku come un «meme»: l’equivalente culturale di un gene — qualcosa capace di diffondersi, «infettando» le menti delle persone al di là di qualsiasi confine politico o culturale. Un po’ come (e sono esempi cari a Dawkins) le teorie della scienza, gli strumenti della tecnica o l’idea dell’Inferno. Ma anche se rispondiamo di no, l’indubbio successo del Sudoku deve farci riflettere sull’attrattiva che esercita su di noi il modo in cui possiamo «combinare» le cose più diverse. Menomato alla vista, Eulero disse che così avrebbe avuto «meno distrazioni» nel cercare di capire l’ordine del mondo; con toni meno drammatici, possiamo concludere con lui che risolvere i «piccoli» enigmi dei numeri è un piacere democraticamente offerto a tutte le persone che amano divertirsi con la loro intelligenza, imparando dai propri errori. Matita e gommino per cancellare, appunto!
corriere.it
20.6.05
La Terra «global» non è più rotonda
LE TESI DI FRIEDMAN PER VINCERE LA SFIDA DEL 2000
di Maurizio Molinari
«Come scrive Thomas Friedman il mondo in cui viviamo è diventato piatto e ciò comporta più opportunità ma anche maggiori rischi». Parola di Hillary Clinton. L'ultima First Lady democratica, che molti liberal auspicano candidata alla Casa Bianca nel 2008, cita The World Is Flat (488 pagine, Farrar, Straus and Giroux, New York) tanto spesso quanto il presidente George W. Bush fa con The Case for Democracy di Nathan Sharansky. Che si tratti di interviste ai network tv, discorsi pubblici a Washington o incontri privati a Manhattan, Hillary descrive l'ultima fatica del giornalista del New York Times tre volte premiato con il Pulitzer come «il libro che ci aiuta a capire dove viviamo» a quasi quattro anni dagli attacchi dell'11 settembre. Se Bush ha trovato nelle pagine di Sharansky le idee a cui ispirare la rivoluzione democratica globale, Hillary ritiene che Friedman abbia descritto le sfide della globalizzazione a cui i democratici devono rispondere se vogliono tentare di tornare a guidare l'America.
Da qui l'importanza del libro, la cui tesi ridotta all'osso è: «Cristoforo Colombo viaggiando sulla caravella Nina scoprì nel 1492 non solo l'America, ma che il mondo era tondo, io viaggiando in business class della Lufthansa ho scoperto non solo l'India e la Cina ma che il mondo è diventato piatto». Per spiegare la scoperta Friedman sintetizza la storia dell'umanità in tre stagioni, numerate come avviene per i programmi dei computer.
«Globalizzazione 1.0» iniziò con la scoperta dell'America durò fino al 1800 e venne guidata dalla forza di «muscoli e nazioni», «Globalizzazione 2.0» durante i secoli XIX e XX ebbe come traino le compagnie multinazionali mentre noi viviamo nella «Globalizzazione 3.0» che trae la propria forza dinamica dai singoli individui in grado di interagire sempre e comunque, ovunque si trovino sul Pianeta.
Cadute le barriere prima nazionali e poi economiche la dimensione individuale della globalizzazione vede chi abita a Bangalore, New York, Buenos Aires e Shangai lavorare e comunicare sovrapponendosi gli uni agli altri. Cellulari, computer ed Internet consentono di vivere nello stesso luogo virtuale, dialogare senza interruzioni come anche portano a consumare gli stessi beni ed a discutere di argomenti simili. Sono dieci gli episodi della teoria recente che hanno «appiattito il mondo»: la caduta del Muro di Berlino, il debutto di Netscape come browser per navigare sul web, la scelta delle grandi compagnie come Ibm e Microsoft di scommettere su Internet con l'open sourcing; l'outsourcing da parte delle aziende del Nord che hanno iniziato a spostare la produzione nei Paesi del Sud, a cominciare dall'India; il decollo dello sviluppo della Cina, entrata nell'Organizzazione mondiale del commercio e divenuta protagonista dell'economia del Pianeta; le catene di distribuzione che consentono di cibarsi di sushi giapponese nel cuore dell'Arkansas come di comprare beni identici in negozi Wal-Mart nelle località più disparate; le compagnie di consegna a domicilio come Federal Express e Ups capaci di arrivare ovunque in breve tempo; i motori di ricerca sul web Google!, Yahoo e Msn grazie ai quali è possibile in pochi secondi trovare informazioni su ciò che serve; l'avvento della tecnologia wireless e dei gadget digitali ovvero la possibilità di comunicare senza dover restare seduti di fronte ad un Pc o doversi occupare di fili elettrici e collegamenti telefonici.
«Il mondo è diventato un campo spianato» riassume Friedman, offrendo a chi viaggia la possibilità di continuare dopo l'atterraggio a Taiwan il lavoro iniziato prima del decollo a Francoforte e continuato durante il viaggio in business (dove prima o poi tutte le maggiori compagnie offriranno il servizio wireless). Le conseguenze sono continue ed imponenti: in Cina persone che non avevano mai sognato di avere un telefono fisso ora possiedono un cellulare, in India gli studenti non hanno più bisogno di emigrare per lavorare in Europa o negli Stati Uniti e le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti americani vengono compilate a Bangalore in numero crescente: nel 2003 i casi furono 25 mila, nel 2004 sono stati 400 mila. Tutto ciò comporta la «morte dei commessi viaggiatori» parcellizza la concorrenza e ridisegna l'economia come d'altra parte offre il fianco ad una nuova generazioni di crisi dovute alle presenza di zone d'ombra, di «intoccabili» rimasti ai margini della «Globalizzazione 3.0» oppure divenuti, volenti o meno, vittime dei tre grandi differenziali destinati a segnare gli equilibri del Pianeta: l'ambizione personale, la capacità di mobilitare grandi numeri, la possibilità di ricevere l'educazione necessaria per stare al passo con l'era del wireless digitale.
Per la politica ciò comporta confrontarsi con società «Glocal», dove la cultura locale si fonde con l'interazione globale, come anche con sfide terribili come quelle del terrorismo di Al Qaeda che ha dimostrato l'11 settembre 2001 di saper sfruttare le opportunità offerte dalla «Globalizzazione 3.0» per scatenare un conflitto del quale non si intravede la fine e che ha ridisegnato l'equilibrio fra sicurezza collettiva e libertà personale. Per progredire nel mondo piatto bisogna avere immaginazione, motivazione e memoria, è la tesi di Friedman che piace a Hillary, tenendo però presente i rischi connessi ai nuovi intoccabili.
lastampa.it
di Maurizio Molinari
«Come scrive Thomas Friedman il mondo in cui viviamo è diventato piatto e ciò comporta più opportunità ma anche maggiori rischi». Parola di Hillary Clinton. L'ultima First Lady democratica, che molti liberal auspicano candidata alla Casa Bianca nel 2008, cita The World Is Flat (488 pagine, Farrar, Straus and Giroux, New York) tanto spesso quanto il presidente George W. Bush fa con The Case for Democracy di Nathan Sharansky. Che si tratti di interviste ai network tv, discorsi pubblici a Washington o incontri privati a Manhattan, Hillary descrive l'ultima fatica del giornalista del New York Times tre volte premiato con il Pulitzer come «il libro che ci aiuta a capire dove viviamo» a quasi quattro anni dagli attacchi dell'11 settembre. Se Bush ha trovato nelle pagine di Sharansky le idee a cui ispirare la rivoluzione democratica globale, Hillary ritiene che Friedman abbia descritto le sfide della globalizzazione a cui i democratici devono rispondere se vogliono tentare di tornare a guidare l'America.
Da qui l'importanza del libro, la cui tesi ridotta all'osso è: «Cristoforo Colombo viaggiando sulla caravella Nina scoprì nel 1492 non solo l'America, ma che il mondo era tondo, io viaggiando in business class della Lufthansa ho scoperto non solo l'India e la Cina ma che il mondo è diventato piatto». Per spiegare la scoperta Friedman sintetizza la storia dell'umanità in tre stagioni, numerate come avviene per i programmi dei computer.
«Globalizzazione 1.0» iniziò con la scoperta dell'America durò fino al 1800 e venne guidata dalla forza di «muscoli e nazioni», «Globalizzazione 2.0» durante i secoli XIX e XX ebbe come traino le compagnie multinazionali mentre noi viviamo nella «Globalizzazione 3.0» che trae la propria forza dinamica dai singoli individui in grado di interagire sempre e comunque, ovunque si trovino sul Pianeta.
Cadute le barriere prima nazionali e poi economiche la dimensione individuale della globalizzazione vede chi abita a Bangalore, New York, Buenos Aires e Shangai lavorare e comunicare sovrapponendosi gli uni agli altri. Cellulari, computer ed Internet consentono di vivere nello stesso luogo virtuale, dialogare senza interruzioni come anche portano a consumare gli stessi beni ed a discutere di argomenti simili. Sono dieci gli episodi della teoria recente che hanno «appiattito il mondo»: la caduta del Muro di Berlino, il debutto di Netscape come browser per navigare sul web, la scelta delle grandi compagnie come Ibm e Microsoft di scommettere su Internet con l'open sourcing; l'outsourcing da parte delle aziende del Nord che hanno iniziato a spostare la produzione nei Paesi del Sud, a cominciare dall'India; il decollo dello sviluppo della Cina, entrata nell'Organizzazione mondiale del commercio e divenuta protagonista dell'economia del Pianeta; le catene di distribuzione che consentono di cibarsi di sushi giapponese nel cuore dell'Arkansas come di comprare beni identici in negozi Wal-Mart nelle località più disparate; le compagnie di consegna a domicilio come Federal Express e Ups capaci di arrivare ovunque in breve tempo; i motori di ricerca sul web Google!, Yahoo e Msn grazie ai quali è possibile in pochi secondi trovare informazioni su ciò che serve; l'avvento della tecnologia wireless e dei gadget digitali ovvero la possibilità di comunicare senza dover restare seduti di fronte ad un Pc o doversi occupare di fili elettrici e collegamenti telefonici.
«Il mondo è diventato un campo spianato» riassume Friedman, offrendo a chi viaggia la possibilità di continuare dopo l'atterraggio a Taiwan il lavoro iniziato prima del decollo a Francoforte e continuato durante il viaggio in business (dove prima o poi tutte le maggiori compagnie offriranno il servizio wireless). Le conseguenze sono continue ed imponenti: in Cina persone che non avevano mai sognato di avere un telefono fisso ora possiedono un cellulare, in India gli studenti non hanno più bisogno di emigrare per lavorare in Europa o negli Stati Uniti e le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti americani vengono compilate a Bangalore in numero crescente: nel 2003 i casi furono 25 mila, nel 2004 sono stati 400 mila. Tutto ciò comporta la «morte dei commessi viaggiatori» parcellizza la concorrenza e ridisegna l'economia come d'altra parte offre il fianco ad una nuova generazioni di crisi dovute alle presenza di zone d'ombra, di «intoccabili» rimasti ai margini della «Globalizzazione 3.0» oppure divenuti, volenti o meno, vittime dei tre grandi differenziali destinati a segnare gli equilibri del Pianeta: l'ambizione personale, la capacità di mobilitare grandi numeri, la possibilità di ricevere l'educazione necessaria per stare al passo con l'era del wireless digitale.
Per la politica ciò comporta confrontarsi con società «Glocal», dove la cultura locale si fonde con l'interazione globale, come anche con sfide terribili come quelle del terrorismo di Al Qaeda che ha dimostrato l'11 settembre 2001 di saper sfruttare le opportunità offerte dalla «Globalizzazione 3.0» per scatenare un conflitto del quale non si intravede la fine e che ha ridisegnato l'equilibrio fra sicurezza collettiva e libertà personale. Per progredire nel mondo piatto bisogna avere immaginazione, motivazione e memoria, è la tesi di Friedman che piace a Hillary, tenendo però presente i rischi connessi ai nuovi intoccabili.
lastampa.it
I gioiosi disfattisti
di Barbara Spinelli
Sono davvero molto numerosi e particolarmente interessati coloro che in questo momento tripudiano, per le tribolazioni che l'Unione europea attraversa. È una gioiosa macchina da guerra che si è messa in moto soprattutto in America e Inghilterra, in concomitanza col referendum francese sulla costituzione europea, e adesso che il vertice a Bruxelles è fallito il tripudio è ancor più grande e quasi tracima in Schadenfreude, in piacere per come l'uomo accanto a me vacilla e cade. Blair che non ha voluto rinunciare all'esorbitante anacronistico assegno ricevuto ogni anno da Bruxelles, e che affossando il vertice ha mostrato di sprezzare la disponibilità a far sacrifici dei dieci nuovi Stati (tutti più poveri di Londra), non ha esitato a parlare di nuovo inizio nella storia dell'Unione, presentandosi addirittura come precursore di un'avventura europea più esaltante, più moderna e promettente.
Proprio lui che usa corteggiare gli europei orientali, e che spesso li ha usati per impedire l'unità continentale, oggi ignora il loro desiderio di superare la crisi, e li respinge.
Perfino la sua insistenza sulla riduzione delle spese agricole, anche se nasce da un'aspirazione giusta - evitare che i sussidi agricoli divorino il 40-45 per cento delle spese comuni, dedicare molte più energie a settori più vitali come ricerca e impiego -, ha finito con l'offendere l'Europa e le sue istituzioni: rompendo patti precedentemente stipulati, e disconoscendo accordi come quello, sottoscritto da tutti nel 2002, di non toccare le spese agricole fino al 2013.
Tony Blair si sente in queste ore nuovo leader-ispiratore dell'Europa, ma assomiglia poco ai personaggi che in passato furono leader e ispiratori. Schuman o De Gasperi o Kohl avevano l'animo non di divisori, ma di federatori. Interpretavano le crisi in senso etimologico, come momenti di passaggio alla scelta, alla decisione: non come declino che si assapora come si assapora una vendetta o perfino un malessere. Il presidente di turno lussemburghese, Juncker, ieri notte è stato amaro: aveva visto come i Paesi poveri dell'Est erano disposti a sacrificare parte degli aiuti pur di evitare il fiasco, e ha detto di «provar vergogna» per come la nave dell'Unione è stata affondata da pochi ricchi. Ma la vergogna è qualcosa che i tripudianti non conoscono, e questa loro spregiudicatezza morale va attentamente studiata, perché spiega quel che accade nell'Unione e dintorni.
Non c'è infatti spazio per la vergogna e neppure per quella speciale tristezza che si chiama timore della decadenza storica, nella macchina da guerra che sta esultando sulla scia dei referendum.
E ancora una volta non è verso l'Inghilterra che dobbiamo guardare per comprendere la formidabile potenza della macchina e neppure verso quella parte d'Italia che s'esercita nel presunto anticonformismo della critica antieuropea, ma verso l'oltre Atlantico, e più precisamente verso l'America nazionalista di Bush e dei centri di studio e d'influenza neoconservatori vicini all'amministrazione. È qui che il godimento si manifesta con tutta la sua forza: volitivo, guerresco, e con accenti di forte anche se simulata trasgressività. È qui e solo di riflesso in Italia che si parla con festante militanza di utopie giustamente punite, di dogmi europeisti finalmente smantellati, di immobilizzanti tabù infranti, di riscatto lungamente atteso del vecchio Stato-nazione.
Chi abbia voglia di conoscere vada a esplorare i siti Internet della rivista neoconservatrice Weekly Standard, dell'American Enterprise Institute, degli articolisti neocon sul Washington Post. Vedrà che non c'è senso del dramma, in quella parte d'America, ma d'una rivincita e soprattutto d'una prodigiosa opportunità. Forse l'Europa con la sua moneta non è più la potenza che pareva recentemente, forse il predominio mondiale Usa non ha più rivali, forse gli asiatici come Cina e Corea torneranno a comprar dollari e non saranno più attratti dall'euro (Irwin M. Stelzer, Delizie dopo il no, Weekly Standard), forse la Nato prevarrà sull'Unione (Gerard Baker, Weekly Standard), forse è finita nella polvere quella sfida fastidiosissima che l'Unione lanciava e lancia a chi inforca gli occhiali del vecchio Stato-nazione per interpretare le cose del mondo: memento cita mors venit - era il monito che veniva dall'Europa - Ricordati: viene la morte veloce! Gli incoronati degli Stati-nazione hanno deciso di scommettere sulla sconfitta del modello statuale inventato nel vecchio continente (una confederazione di Stati che abbandonano parte delle sovranità e la trasferiscono a poteri federali) e per questo parlano quasi all'unisono, nelle ultime ore, di Europa a pezzi, di Europa finita, di tabù infranto.
Il vero paralizzante tabù è in realtà il loro (la sovranità nazionale assoluta, incapace di far fronte da sola ai mali del mondo), ma almeno per ora l'impaurente pericolo sembra passato, e le intemperie europee consentono d'imbrogliare le carte: ecco dunque che è l'Europa, a esser descritta come tabù rigido, anacronistico, non-pratico. Celebrando i suoi funerali, la giubilante macchina neoconservatrice si lancia in un'operazione furba oltre che bellica: a forza di dichiarar morta l'Europa, magari la desiderante profezia s'invererà.
Non è detto che il suo calcolo sia vincente: non solo l'Europa esiste ancora, ma in gran parte è già federale e dunque già costituzionalizzata (l'80 per cento delle leggi economiche si fanno a Bruxelles; il diritto comunitario premia su quello nazionale). Ma l'imbroglio vien tentato, e il metodo somiglia molto ai modi di Bush d'esportare le democrazie dall'esterno. Quel che conta è puntare sulle piazze che s'ergono contro qualsiasi status quo, e contro le correzioni di rotta gestite gradualmente da forze endogene. Verso l'Europa, questo significa puntare esplicitamente sulla crisi della democrazia parlamentare classica. Di qui l'apologia dei referendum, nei commenti neoconservatori, e l'esaltazione del Paese reale che si ribella contro il Paese legale, come nel nazionalismo antiparlamentare francese dei primi '900. Irving Kristol sul Weekly Standard parla addirittura di una battaglia europea di liberazione, elogiando il no francese, e lo paragona ai movimenti neodemocratici in Libano e Medio Oriente. Gerard Baker su Weekly Standard consiglia di sostenere i Paesi «meno istericamente europeisti», concedendo loro con più facilità i visti.
Sotto accusa è una cricca, ovvero un establishment, che governerebbe con orribile burocrazia a Bruxelles. Liberati sarebbero gli Stati, brutalmente defraudati di sovranità dall'arroganza dell'utopia europeista. Poco importa se per far valere le proprie tesi si ricorre alla menzogna: se si dice che quest'Europa tecnocratica impedisce crescita e occupazione, e manovra contro riforme liberali. Non è vero, visto che il no francese rifiuta proprio flessibilità del lavoro e dell'economia. Ma la menzogna serve ed è sbandierata come verità.
Altri studiosi dicono che l'Europa è morta perché i popoli non hanno voluto il predominio di questo o quello Stato. Per lo storico Niall Ferguson (The New Republic) è il predominio tedesco che vien rifiutato: predominio che la Costituzione avrebbe sancito, fondando i voti a maggioranza sulla potenza demografica. Altri ancora dicono che è l'Europa imperiale e antidemocratica a crollare (Efraim Karsh, The New Republic). Un argomento, comunque, accomuna gli estasiati disfattisti. Lo Stato-nazione sembrava fuori moda, ed ecco che fa ritorno imbaldanzito. L'Europa stava diventando un'unione politica dopo esser stata per decenni solo economica, ed ecco che provvidenzialmente torna a essere mero mercato. Non ci saranno una politica estera né una difesa autonome, anche se i disfattisti tacciono l'enorme favore che tale obiettivo incontra nei popoli. La sfida che Europa lanciava a Washington sarebbe fallita.
In realtà non è fallita, sempre che i Paesi dell'Unione s'accorgano che la stasi è una trappola per loro, e una manna per chi vuol tenere l'Unione in stato d'inferiorità. La costituzione andrà forse in parte riscritta, ma resta un'esigenza per gli europei. Tanta parte della loro esistenza è ormai decisa a Bruxelles, e per quella parte è importante avere una comune carta costituzionale. E poi la costituzione è un mezzo per raggiungere il fine dell'unità politica. Il mezzo magari muterà, ma il fine resta anche per gran parte di chi ha votato no. Non è escluso che la questione stessa della Turchia aiuti. Tutti dicono che con la presunta morte dell'Europa e la xenofobia in rimonta l'ingresso di Ankara è per sempre bloccato. Non è necessariamente così, se l'Europa coglierà l'occasione per ripartire a due velocità. Una parte più piccola e ardita potrebbe unirsi strettamente, con istituzioni forti e confini chiarissimi. Una seconda parte, più gelosa delle sovranità nazionali, potrebbe collocarsi in un cerchio periferico pur essendo parte dell'Unione. In questa parte potrebbero stare gli Stati contrari all'Europa politica che vogliono solo un gran mercato: fra essi Gran Bretagna, forse Polonia e Repubblica Ceca, infine Turchia.
Tutto sta a non dare a Londra la leadership del rilancio dell'Europa politica, perché a esso Londra non è interessata. Molto dipenderà anche dall'Italia, che in passato ha sempre privilegiato - e non per dogma ma con una sapiente astuzia che ha accentuato il nostro peso internazionale - le soluzioni sovrannazionali. Dipenderà dai nuovi Paesi, traditi da Blair. Dalla Francia, che potrà uscire dalla paralisi accettando l'Europa più profondamente. E dalla Germania, che non ha più un leader federatore come Kohl ma in un'amministrazione democristiana potrebbe averne uno nuovo.
L'Europa è al bivio, certo. Ma non fra essere e non essere. Siamo ben oltre il dilemma esistenziale, anche se il declino è possibile in tutte le civiltà. Una gran parte del cammino è alle nostre spalle, e la crisi oggi nasce proprio perché questo cammino è già compiuto. Si tratta di continuare sulla via intrapresa, spiegandosi meglio coi popoli. Come diceva giustamente uno dei padri d'Europa, Jean Monnet, ci sono crisi in cui conviene giocare coi paradossi e raccomandare questo a se stessi: «Prima continuare, e soltanto dopo cominciare». Lo stesso Monnet diceva che l'ultima guerra era il «gran federatore» d'Europa. I federatori di oggi sono i tormenti esterni all'Unione, la mondializzazione, la sfida indiano-cinese. Il che significa che l'Europa non è affatto a pezzi e resta bisogno ineludibile: per i popoli, per gli individui e per gli Stati deboli che siamo diventati.
lastampa.it
Sono davvero molto numerosi e particolarmente interessati coloro che in questo momento tripudiano, per le tribolazioni che l'Unione europea attraversa. È una gioiosa macchina da guerra che si è messa in moto soprattutto in America e Inghilterra, in concomitanza col referendum francese sulla costituzione europea, e adesso che il vertice a Bruxelles è fallito il tripudio è ancor più grande e quasi tracima in Schadenfreude, in piacere per come l'uomo accanto a me vacilla e cade. Blair che non ha voluto rinunciare all'esorbitante anacronistico assegno ricevuto ogni anno da Bruxelles, e che affossando il vertice ha mostrato di sprezzare la disponibilità a far sacrifici dei dieci nuovi Stati (tutti più poveri di Londra), non ha esitato a parlare di nuovo inizio nella storia dell'Unione, presentandosi addirittura come precursore di un'avventura europea più esaltante, più moderna e promettente.
Proprio lui che usa corteggiare gli europei orientali, e che spesso li ha usati per impedire l'unità continentale, oggi ignora il loro desiderio di superare la crisi, e li respinge.
Perfino la sua insistenza sulla riduzione delle spese agricole, anche se nasce da un'aspirazione giusta - evitare che i sussidi agricoli divorino il 40-45 per cento delle spese comuni, dedicare molte più energie a settori più vitali come ricerca e impiego -, ha finito con l'offendere l'Europa e le sue istituzioni: rompendo patti precedentemente stipulati, e disconoscendo accordi come quello, sottoscritto da tutti nel 2002, di non toccare le spese agricole fino al 2013.
Tony Blair si sente in queste ore nuovo leader-ispiratore dell'Europa, ma assomiglia poco ai personaggi che in passato furono leader e ispiratori. Schuman o De Gasperi o Kohl avevano l'animo non di divisori, ma di federatori. Interpretavano le crisi in senso etimologico, come momenti di passaggio alla scelta, alla decisione: non come declino che si assapora come si assapora una vendetta o perfino un malessere. Il presidente di turno lussemburghese, Juncker, ieri notte è stato amaro: aveva visto come i Paesi poveri dell'Est erano disposti a sacrificare parte degli aiuti pur di evitare il fiasco, e ha detto di «provar vergogna» per come la nave dell'Unione è stata affondata da pochi ricchi. Ma la vergogna è qualcosa che i tripudianti non conoscono, e questa loro spregiudicatezza morale va attentamente studiata, perché spiega quel che accade nell'Unione e dintorni.
Non c'è infatti spazio per la vergogna e neppure per quella speciale tristezza che si chiama timore della decadenza storica, nella macchina da guerra che sta esultando sulla scia dei referendum.
E ancora una volta non è verso l'Inghilterra che dobbiamo guardare per comprendere la formidabile potenza della macchina e neppure verso quella parte d'Italia che s'esercita nel presunto anticonformismo della critica antieuropea, ma verso l'oltre Atlantico, e più precisamente verso l'America nazionalista di Bush e dei centri di studio e d'influenza neoconservatori vicini all'amministrazione. È qui che il godimento si manifesta con tutta la sua forza: volitivo, guerresco, e con accenti di forte anche se simulata trasgressività. È qui e solo di riflesso in Italia che si parla con festante militanza di utopie giustamente punite, di dogmi europeisti finalmente smantellati, di immobilizzanti tabù infranti, di riscatto lungamente atteso del vecchio Stato-nazione.
Chi abbia voglia di conoscere vada a esplorare i siti Internet della rivista neoconservatrice Weekly Standard, dell'American Enterprise Institute, degli articolisti neocon sul Washington Post. Vedrà che non c'è senso del dramma, in quella parte d'America, ma d'una rivincita e soprattutto d'una prodigiosa opportunità. Forse l'Europa con la sua moneta non è più la potenza che pareva recentemente, forse il predominio mondiale Usa non ha più rivali, forse gli asiatici come Cina e Corea torneranno a comprar dollari e non saranno più attratti dall'euro (Irwin M. Stelzer, Delizie dopo il no, Weekly Standard), forse la Nato prevarrà sull'Unione (Gerard Baker, Weekly Standard), forse è finita nella polvere quella sfida fastidiosissima che l'Unione lanciava e lancia a chi inforca gli occhiali del vecchio Stato-nazione per interpretare le cose del mondo: memento cita mors venit - era il monito che veniva dall'Europa - Ricordati: viene la morte veloce! Gli incoronati degli Stati-nazione hanno deciso di scommettere sulla sconfitta del modello statuale inventato nel vecchio continente (una confederazione di Stati che abbandonano parte delle sovranità e la trasferiscono a poteri federali) e per questo parlano quasi all'unisono, nelle ultime ore, di Europa a pezzi, di Europa finita, di tabù infranto.
Il vero paralizzante tabù è in realtà il loro (la sovranità nazionale assoluta, incapace di far fronte da sola ai mali del mondo), ma almeno per ora l'impaurente pericolo sembra passato, e le intemperie europee consentono d'imbrogliare le carte: ecco dunque che è l'Europa, a esser descritta come tabù rigido, anacronistico, non-pratico. Celebrando i suoi funerali, la giubilante macchina neoconservatrice si lancia in un'operazione furba oltre che bellica: a forza di dichiarar morta l'Europa, magari la desiderante profezia s'invererà.
Non è detto che il suo calcolo sia vincente: non solo l'Europa esiste ancora, ma in gran parte è già federale e dunque già costituzionalizzata (l'80 per cento delle leggi economiche si fanno a Bruxelles; il diritto comunitario premia su quello nazionale). Ma l'imbroglio vien tentato, e il metodo somiglia molto ai modi di Bush d'esportare le democrazie dall'esterno. Quel che conta è puntare sulle piazze che s'ergono contro qualsiasi status quo, e contro le correzioni di rotta gestite gradualmente da forze endogene. Verso l'Europa, questo significa puntare esplicitamente sulla crisi della democrazia parlamentare classica. Di qui l'apologia dei referendum, nei commenti neoconservatori, e l'esaltazione del Paese reale che si ribella contro il Paese legale, come nel nazionalismo antiparlamentare francese dei primi '900. Irving Kristol sul Weekly Standard parla addirittura di una battaglia europea di liberazione, elogiando il no francese, e lo paragona ai movimenti neodemocratici in Libano e Medio Oriente. Gerard Baker su Weekly Standard consiglia di sostenere i Paesi «meno istericamente europeisti», concedendo loro con più facilità i visti.
Sotto accusa è una cricca, ovvero un establishment, che governerebbe con orribile burocrazia a Bruxelles. Liberati sarebbero gli Stati, brutalmente defraudati di sovranità dall'arroganza dell'utopia europeista. Poco importa se per far valere le proprie tesi si ricorre alla menzogna: se si dice che quest'Europa tecnocratica impedisce crescita e occupazione, e manovra contro riforme liberali. Non è vero, visto che il no francese rifiuta proprio flessibilità del lavoro e dell'economia. Ma la menzogna serve ed è sbandierata come verità.
Altri studiosi dicono che l'Europa è morta perché i popoli non hanno voluto il predominio di questo o quello Stato. Per lo storico Niall Ferguson (The New Republic) è il predominio tedesco che vien rifiutato: predominio che la Costituzione avrebbe sancito, fondando i voti a maggioranza sulla potenza demografica. Altri ancora dicono che è l'Europa imperiale e antidemocratica a crollare (Efraim Karsh, The New Republic). Un argomento, comunque, accomuna gli estasiati disfattisti. Lo Stato-nazione sembrava fuori moda, ed ecco che fa ritorno imbaldanzito. L'Europa stava diventando un'unione politica dopo esser stata per decenni solo economica, ed ecco che provvidenzialmente torna a essere mero mercato. Non ci saranno una politica estera né una difesa autonome, anche se i disfattisti tacciono l'enorme favore che tale obiettivo incontra nei popoli. La sfida che Europa lanciava a Washington sarebbe fallita.
In realtà non è fallita, sempre che i Paesi dell'Unione s'accorgano che la stasi è una trappola per loro, e una manna per chi vuol tenere l'Unione in stato d'inferiorità. La costituzione andrà forse in parte riscritta, ma resta un'esigenza per gli europei. Tanta parte della loro esistenza è ormai decisa a Bruxelles, e per quella parte è importante avere una comune carta costituzionale. E poi la costituzione è un mezzo per raggiungere il fine dell'unità politica. Il mezzo magari muterà, ma il fine resta anche per gran parte di chi ha votato no. Non è escluso che la questione stessa della Turchia aiuti. Tutti dicono che con la presunta morte dell'Europa e la xenofobia in rimonta l'ingresso di Ankara è per sempre bloccato. Non è necessariamente così, se l'Europa coglierà l'occasione per ripartire a due velocità. Una parte più piccola e ardita potrebbe unirsi strettamente, con istituzioni forti e confini chiarissimi. Una seconda parte, più gelosa delle sovranità nazionali, potrebbe collocarsi in un cerchio periferico pur essendo parte dell'Unione. In questa parte potrebbero stare gli Stati contrari all'Europa politica che vogliono solo un gran mercato: fra essi Gran Bretagna, forse Polonia e Repubblica Ceca, infine Turchia.
Tutto sta a non dare a Londra la leadership del rilancio dell'Europa politica, perché a esso Londra non è interessata. Molto dipenderà anche dall'Italia, che in passato ha sempre privilegiato - e non per dogma ma con una sapiente astuzia che ha accentuato il nostro peso internazionale - le soluzioni sovrannazionali. Dipenderà dai nuovi Paesi, traditi da Blair. Dalla Francia, che potrà uscire dalla paralisi accettando l'Europa più profondamente. E dalla Germania, che non ha più un leader federatore come Kohl ma in un'amministrazione democristiana potrebbe averne uno nuovo.
L'Europa è al bivio, certo. Ma non fra essere e non essere. Siamo ben oltre il dilemma esistenziale, anche se il declino è possibile in tutte le civiltà. Una gran parte del cammino è alle nostre spalle, e la crisi oggi nasce proprio perché questo cammino è già compiuto. Si tratta di continuare sulla via intrapresa, spiegandosi meglio coi popoli. Come diceva giustamente uno dei padri d'Europa, Jean Monnet, ci sono crisi in cui conviene giocare coi paradossi e raccomandare questo a se stessi: «Prima continuare, e soltanto dopo cominciare». Lo stesso Monnet diceva che l'ultima guerra era il «gran federatore» d'Europa. I federatori di oggi sono i tormenti esterni all'Unione, la mondializzazione, la sfida indiano-cinese. Il che significa che l'Europa non è affatto a pezzi e resta bisogno ineludibile: per i popoli, per gli individui e per gli Stati deboli che siamo diventati.
lastampa.it
12.6.05
Quando il Vaticano combatteva l'astensione
DAI BAMBINI CHE MINACCIAVANO LA PIPÌ A LETTO
SE I GENITORI NON ANDAVANO A VOTARE FINO
AI MESSAGGI IN RIMA IN FAVORE DI DE GASPERI
Il Blocco Nazionale nel 1948 proclamava
per intimorire gli elettori: «Nel segreto
della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin
non ti vede». Il Cardinal Lercaro a Bologna
si inventa i Frati Volanti, nome degno
di supereroi della fede, che dismesso l'abito religioso si mischiano al pubblico dei comizi avversari per contestare gli oratori
12 giugno 2005
di Edoardo Novelli
STA sicuro che ad Alcide la Madonna gli sorride, che votar per lui ti dice la potente AUSILIATRICE». Questa rima non è tratta da una striscia di Bonaventura o di Bibì e Bibo ma è la conclusione del Messaggio della Regina, una preghiera elettorale, a metà fra il sacro e il profano, distribuita con tanto d'immagine sacra in occasione delle elezioni del 1948. Il primo grande intervento diretto della Chiesa in una campagna elettorale, con la massiccia mobilitazione dei cattolici, risale proprio a quella data.
Nei mesi febbrili che precedono le elezioni del 18 aprile, Luigi Gedda, presidente dell'Azione Cattolica, messo dal Vaticano a guidare i Comitati Civici, viene periodicamente ricevuto da Pio XII, il quale vaglia e approva personalmente tutto il materiale propagandistico. La copertura finanziaria per la creazione di una delle più grandi macchine elettorali che abbiamo mai operato in Italia - capace in pochi mesi di mobilitare fra fedeli, parrocchie, ordini religiosi e confraternite, oltre 300mila volontari - è personalmente garantita da Monsignor Montini, futuro Paolo VI. Al contrario di oggi, dove il Papa e il Cardinal Ruini fanno con insistenza risuonare nei loro discorsi la parola astensione e invitano ad «astenersi dai comportamenti che a Dio non piacerebbero», la campagna dei Comitati Civici, che non possono apertamente schierarsi a favore di un partito, si concentra contro il principale nemico della fede e alleato dei comunisti: l'astensionismo. Nei manifesti gli asini dichiarano di non votare e i bambini minacciano di fare pipi a letto se i loro genitori non si recheranno alle urne. «Vota. O sarà il tuo padrone» si intima alla presenza della morte con il cappello da cosacco.
Ma non sono solo i Comitati Civici a utilizzare la fede a fini politici. Il Blocco Nazionale per intimorire gli elettori proclama: «nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin non ti vede», slogan così efficace e longevo da essere ripreso proprio in questi giorni dal ministro Calderoli che ha dichiarato che «nel segreto dell’urna Dio e l’embrione soppresso ci vedono, i referendari no».
Nasce la Preghiera dell'elettore che recita: «Padre nostro, che sei nei cieli e governi l'universo, concedi alla nostra Patria la grazia di aver rappresentanti veramente cristiani e liberaci dal pericolo che i cattolici diano il loro voto a candidati o partiti che non offrono la certezza di rispettare il Tuo Vangelo». La Madonna Pellegrina, celebrazione di origine francese, viene subito coinvolta nella battaglia elettorale: le processioni della statua percorrono l'Italia in lungo e in largo, accompagnata da preghiere, canti sacri, e inviti a difendere col voto i valori cristiani. In un’epoca nella quale la propaganda è ancora affare di piazza ed oratoria, padre Lombardi, soprannominato «Il microfono di Dio», scopre la possibilità di collegare via telefono più città e di parlare così contemporaneamente a platee sempre più vaste. Mentre il Cardinal Lercaro, a Bologna, si inventa i Frati Volanti, nome degno di supereroi della fede, che dismesso l'abito religioso si mischiano al pubblico dei comizi avversari per contestare gli oratori e accendere vivaci contraddittori. Dal canto suo la Democrazia Cristiana, principale beneficiaria di tutta questa propaganda religiosa, sollecita in maniera più o meno esplicita questa commistione, arrivando ad invitare a cercare nella scheda la croce di Cristo.
Esempi d'epoca di un'ingerenza diretta del Vaticano nella vita politica italiana e di uso della fede a fini elettorali, ai quali seguirà nel luglio del 1949 la scomunica del Sant'uffizio di tutti coloro che accettano, sostengono o divulgano il comunismo.
lastampa.it
SE I GENITORI NON ANDAVANO A VOTARE FINO
AI MESSAGGI IN RIMA IN FAVORE DI DE GASPERI
Il Blocco Nazionale nel 1948 proclamava
per intimorire gli elettori: «Nel segreto
della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin
non ti vede». Il Cardinal Lercaro a Bologna
si inventa i Frati Volanti, nome degno
di supereroi della fede, che dismesso l'abito religioso si mischiano al pubblico dei comizi avversari per contestare gli oratori
12 giugno 2005
di Edoardo Novelli
STA sicuro che ad Alcide la Madonna gli sorride, che votar per lui ti dice la potente AUSILIATRICE». Questa rima non è tratta da una striscia di Bonaventura o di Bibì e Bibo ma è la conclusione del Messaggio della Regina, una preghiera elettorale, a metà fra il sacro e il profano, distribuita con tanto d'immagine sacra in occasione delle elezioni del 1948. Il primo grande intervento diretto della Chiesa in una campagna elettorale, con la massiccia mobilitazione dei cattolici, risale proprio a quella data.
Nei mesi febbrili che precedono le elezioni del 18 aprile, Luigi Gedda, presidente dell'Azione Cattolica, messo dal Vaticano a guidare i Comitati Civici, viene periodicamente ricevuto da Pio XII, il quale vaglia e approva personalmente tutto il materiale propagandistico. La copertura finanziaria per la creazione di una delle più grandi macchine elettorali che abbiamo mai operato in Italia - capace in pochi mesi di mobilitare fra fedeli, parrocchie, ordini religiosi e confraternite, oltre 300mila volontari - è personalmente garantita da Monsignor Montini, futuro Paolo VI. Al contrario di oggi, dove il Papa e il Cardinal Ruini fanno con insistenza risuonare nei loro discorsi la parola astensione e invitano ad «astenersi dai comportamenti che a Dio non piacerebbero», la campagna dei Comitati Civici, che non possono apertamente schierarsi a favore di un partito, si concentra contro il principale nemico della fede e alleato dei comunisti: l'astensionismo. Nei manifesti gli asini dichiarano di non votare e i bambini minacciano di fare pipi a letto se i loro genitori non si recheranno alle urne. «Vota. O sarà il tuo padrone» si intima alla presenza della morte con il cappello da cosacco.
Ma non sono solo i Comitati Civici a utilizzare la fede a fini politici. Il Blocco Nazionale per intimorire gli elettori proclama: «nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin non ti vede», slogan così efficace e longevo da essere ripreso proprio in questi giorni dal ministro Calderoli che ha dichiarato che «nel segreto dell’urna Dio e l’embrione soppresso ci vedono, i referendari no».
Nasce la Preghiera dell'elettore che recita: «Padre nostro, che sei nei cieli e governi l'universo, concedi alla nostra Patria la grazia di aver rappresentanti veramente cristiani e liberaci dal pericolo che i cattolici diano il loro voto a candidati o partiti che non offrono la certezza di rispettare il Tuo Vangelo». La Madonna Pellegrina, celebrazione di origine francese, viene subito coinvolta nella battaglia elettorale: le processioni della statua percorrono l'Italia in lungo e in largo, accompagnata da preghiere, canti sacri, e inviti a difendere col voto i valori cristiani. In un’epoca nella quale la propaganda è ancora affare di piazza ed oratoria, padre Lombardi, soprannominato «Il microfono di Dio», scopre la possibilità di collegare via telefono più città e di parlare così contemporaneamente a platee sempre più vaste. Mentre il Cardinal Lercaro, a Bologna, si inventa i Frati Volanti, nome degno di supereroi della fede, che dismesso l'abito religioso si mischiano al pubblico dei comizi avversari per contestare gli oratori e accendere vivaci contraddittori. Dal canto suo la Democrazia Cristiana, principale beneficiaria di tutta questa propaganda religiosa, sollecita in maniera più o meno esplicita questa commistione, arrivando ad invitare a cercare nella scheda la croce di Cristo.
Esempi d'epoca di un'ingerenza diretta del Vaticano nella vita politica italiana e di uso della fede a fini elettorali, ai quali seguirà nel luglio del 1949 la scomunica del Sant'uffizio di tutti coloro che accettano, sostengono o divulgano il comunismo.
lastampa.it
8.6.05
L’amaro destino del giunco sterile
di Gianni Riotta
Ci sarà chi andrà a votare, al referendum di domenica, in difesa della libertà di ricerca scientifica, postulata dai Nobel Dulbecco e Levi Montalcini. E chi invece voterà no, o si asterrà, legittimamente, secondo il mandato del cardinal Ruini, per delimitare il potere dei camici bianchi.
Qualcuno dirà di sì ricordando che, fino al 1869, la Chiesa ha esitato sull'inizio della vita (fu Martin Lutero a riproporre il concepimento come debutto della vita, tesi cara a Tertulliano e San Gregorio), qualcuno citerà San Tommaso (che, mal interpretando Aristotele, data la vita umana a ben dopo il concepimento), qualcuno non andrà alle urne, confortato magari dalla bolla del 1588 di Papa Sisto V, «Effraenatam ».
La campagna elettorale non è propizia a serene discussioni, ma almeno i temi del futuro, che il filosofo Francis Fukuyama teme «post-umano », entrano nel tinello di casa. Sarebbe bene però meditare liberi dai guantoni dei pregiudizi che picchiano sui ring dei faziosi, «illuministi contro bigotti», «libertini contro padri di famiglia ». Non è così. Procreazione assistita e cellule staminali sono temi complessi e affascinanti, irriducibili alla propaganda di parte. Lo studioso cristiano William Hurlbut ha convinto l'arcivescovo cattolico di San Francisco William Levada che è possibile creare staminali embrionali senza ledere la morale, e ha già presentato il suo esperimento in Vaticano.
In direzione opposta, la femminista Marie Magdeleine Chatel condanna nel volume «Il disagio della procreazione» ogni intervento medico per indurre gravidanze. Non è facile orientarsi, e del resto la critica all'ingegneria genetica non nasce tra i conservatori, ma tra gli scienziati progressisti, con la storica conferenza di Asilomar del 1975. Quel che colpisce però, nel disputare di esperti, seri o di giornata, è il silenzio freddo sul soggetto cruciale del voto: le coppie di genitori italiani che desiderano bambini e non possono concepirne.
Si discetta di talassemia e Giobbe, di «crioconservazione » e «cultura del desiderio», «ootide ed embrione», ma si dimenticano padri e madri disposti a subire pratiche mediche lunghe, umilianti, spesso dolorose e con impatto grave sulla vita affettiva. Non per piacere effimero, non per narcisismo, ma per una decisione che non ha nulla di erotico o decadente, un atto d'amore, di fede nella vita. Un amore semplice e pulito, controcorrente in un'Italia che di far figli non vuol saperne, troppo edonista per rinunciare al weekend, o troppo disoccupata per arrivare in tre al 27.
Anziché incoraggiare queste famiglie generose, la legge ne rende la Via Crucis ancor più punitiva, sovrapponendovi l'offesa del censo: chi ha i soldi vola all'estero, in cliniche dove non vige la legge 40, definita dalla rivista Foreign Policy «la peggiore al mondo», i poveri restano sterili come il giunco della Bibbia. Le parole di Benedetto XVI contro «la banalizzazione del corpo» e la «pseudolibertà» ci richiamano alla riflessione. Ma le famiglie che hanno avuto un bambino con l'assistenza messa a rischio dalla legge 40 testimoniano proprio di un ritorno al corpo come luogo sacro, di sacrifici, concepimento, vita.
E' la rinuncia concreta alla «pseudolibertà» per il dovere, lungo e faticoso, di maternità e paternità: e Paesi di fervida fede religiosa, dagli Usa a Israele, si guardano infatti dall'imporre i diktat della 40. Chi non vorrà, per convinzione morale, non usufruirà della procreazione assistita. Ma negare, per legge di Stato, a una donna o a un uomo malati di sentirsi chiamare «mamma», «papà» è ingiusto. Il sì è anche scelta di vita, sì a bambini e bambine che altrimenti non vedremo mai sgambettare, sorridendo, tra di noi.
corriere.it
Ci sarà chi andrà a votare, al referendum di domenica, in difesa della libertà di ricerca scientifica, postulata dai Nobel Dulbecco e Levi Montalcini. E chi invece voterà no, o si asterrà, legittimamente, secondo il mandato del cardinal Ruini, per delimitare il potere dei camici bianchi.
Qualcuno dirà di sì ricordando che, fino al 1869, la Chiesa ha esitato sull'inizio della vita (fu Martin Lutero a riproporre il concepimento come debutto della vita, tesi cara a Tertulliano e San Gregorio), qualcuno citerà San Tommaso (che, mal interpretando Aristotele, data la vita umana a ben dopo il concepimento), qualcuno non andrà alle urne, confortato magari dalla bolla del 1588 di Papa Sisto V, «Effraenatam ».
La campagna elettorale non è propizia a serene discussioni, ma almeno i temi del futuro, che il filosofo Francis Fukuyama teme «post-umano », entrano nel tinello di casa. Sarebbe bene però meditare liberi dai guantoni dei pregiudizi che picchiano sui ring dei faziosi, «illuministi contro bigotti», «libertini contro padri di famiglia ». Non è così. Procreazione assistita e cellule staminali sono temi complessi e affascinanti, irriducibili alla propaganda di parte. Lo studioso cristiano William Hurlbut ha convinto l'arcivescovo cattolico di San Francisco William Levada che è possibile creare staminali embrionali senza ledere la morale, e ha già presentato il suo esperimento in Vaticano.
In direzione opposta, la femminista Marie Magdeleine Chatel condanna nel volume «Il disagio della procreazione» ogni intervento medico per indurre gravidanze. Non è facile orientarsi, e del resto la critica all'ingegneria genetica non nasce tra i conservatori, ma tra gli scienziati progressisti, con la storica conferenza di Asilomar del 1975. Quel che colpisce però, nel disputare di esperti, seri o di giornata, è il silenzio freddo sul soggetto cruciale del voto: le coppie di genitori italiani che desiderano bambini e non possono concepirne.
Si discetta di talassemia e Giobbe, di «crioconservazione » e «cultura del desiderio», «ootide ed embrione», ma si dimenticano padri e madri disposti a subire pratiche mediche lunghe, umilianti, spesso dolorose e con impatto grave sulla vita affettiva. Non per piacere effimero, non per narcisismo, ma per una decisione che non ha nulla di erotico o decadente, un atto d'amore, di fede nella vita. Un amore semplice e pulito, controcorrente in un'Italia che di far figli non vuol saperne, troppo edonista per rinunciare al weekend, o troppo disoccupata per arrivare in tre al 27.
Anziché incoraggiare queste famiglie generose, la legge ne rende la Via Crucis ancor più punitiva, sovrapponendovi l'offesa del censo: chi ha i soldi vola all'estero, in cliniche dove non vige la legge 40, definita dalla rivista Foreign Policy «la peggiore al mondo», i poveri restano sterili come il giunco della Bibbia. Le parole di Benedetto XVI contro «la banalizzazione del corpo» e la «pseudolibertà» ci richiamano alla riflessione. Ma le famiglie che hanno avuto un bambino con l'assistenza messa a rischio dalla legge 40 testimoniano proprio di un ritorno al corpo come luogo sacro, di sacrifici, concepimento, vita.
E' la rinuncia concreta alla «pseudolibertà» per il dovere, lungo e faticoso, di maternità e paternità: e Paesi di fervida fede religiosa, dagli Usa a Israele, si guardano infatti dall'imporre i diktat della 40. Chi non vorrà, per convinzione morale, non usufruirà della procreazione assistita. Ma negare, per legge di Stato, a una donna o a un uomo malati di sentirsi chiamare «mamma», «papà» è ingiusto. Il sì è anche scelta di vita, sì a bambini e bambine che altrimenti non vedremo mai sgambettare, sorridendo, tra di noi.
corriere.it
6.6.05
Ict, l'Italia è in affanno
rapporto assinform
Le telecomunicazioni crescono poco. L'informatica è in discesa. Al contrario degli altri Paesi
di Mario Cianflone
È in netto affanno l’Information and communication technology targata Italia. Cresce infatti meno, molto meno degli altri Paesi europei e della media mondiale e soprattutto il peso dell’informatica sul prodotto interno lordo è nettamente inferiore a quello espresso dagli Usa e dall’Europa. Il nostro Paese dunque si conferma propenso a spendere in telecomunicazioni (servizi soprattutto) e in tecnologie per la casa, mentre le imprese sono ferme per quanto riguarda gli investimenti in It, con grave pregiudizio per la competitività nei prossimi 12-24 mesi.
È quanto emerge dal rapporto Assinform 2005 che realizzato, come da tradizione con il supporto di NetConsulting, mette in luce numerosi dati significativi primo fra tutti il valore complessivo del settore Ict che nel 2004 ha generato un giro d’affari di 61,180 miliardi di euro, in progresso (lieve) dell’1,5 per cento rispetto al 2003. Le telecomunicazioni sono cresciute del 2,4% a 41,860 mentre l’Informatica è calata dello 0,4% a 19,320 miliardi. Ma a deludere è, soprattutto, il raffronto con il resto dei Paesi di grande industrializzazione. L’Ict in tutto il mondo è cresciuta nel 2004, in rapporto al 2003, del 5,9% per un totale di 2.443 miliardi di dollari con le tlc che aumentano del 6,9% (1.483 miliardi) e l’It del 4,4& (960 miliardi di dollari), nonostante il vertiginoso crollo dei prezzi di hardware e software, mentre una feroce competizione abbatte le tariffe dei servizi. Ma c’è di più l’Information communication technology cresce ora più del Pil mondiale e vale il 6% del prodotto interno lordo globale, ben di più dell’industria dell’auto (2,5%), mentre in Italia la situazione è bene diversa con l’Ict che vale circa il 4,5% del Pil. In particolare, le telecomunicazioni sono allineate sostanzialmente alla media mondiale e pesano sul Pil per 3%, allo stesso livello della media europea e un soffio meno degli Usa (3,25%), mentre l’informatica è in netta difficoltà.
L’It targata Italia difatti vale solo l’1,9% del pil, contro il 3% dell’Europa e il 3,8% degli Stati Uniti. Considerando la spesa pro capite si nota che nelle Tlc il nostro paese con 728 dollari all’anno è allineato all’Europa (774 euro) e non è a distanze siderali dagli Usa (gli americani spendono in telecomunicazioni 1.064 dollari ogni 12 mesi). Nell’It invece le differenze sono rilevantissime con una spesa italiana pro capite (336 dollari) che è meno la metà di quella europea (713 dollari) e addirittura un terzo di quella americana 1.176 dollari). L’Italia è inoltre l’unico paese di grande industrializzazione dove l’informatica è in discesa. A prescindere dal crollo dei prezzi e dal rapporto euro/dollaro, nel nostro paese l’It segna un -0,4% , ha recuperato il tonfo del 2003/2002 (-2,7%) ma il dato contrasta fortemente con la Spagna (+2,3%), con la Francia (+2,2%), con la Germania (+1,4%), con il Regno Unito (+3,2%) e in generale con tutta la media europea che segna un rialzo del 2,6%, mentre la locomotiva Usa mette a segnano un progresso 4,4% e in Giappone un rialzo del 2,4 per cento.
«L’information technology - spiega Giancarlo Capitani Amministratore Delegato di NetConsulting - è in una situazione critica: l’ict non è più un mercato omogeneo ma è un insieme di mercati. il settore attraversa una fase di profondo cambiamento, con aree a differente velocità, che esprimono dinamiche ben diverse l’une dalle altre. È un mercato a mosaico che si sta configurando in una serie di aree che stentano però a convergere. Il mercato andrà verso una struttura unitaria solo quando si verificheranno certe condizioni di miglioramento dell'intero sistema».
L’informatica
A penalizzare l’informatica in Italia ci sono una serie differenti fattori, quali un tessuto economico-produttivo costituito da troppe piccole e medie imprese e il crollo dei prezzi. Quest’ultimo ha avuto un peso molto forte e si è concentrata nell’hardware, nel software e in servizi, dove negli ultimi due anni le tariffe sono calate di ben il 40 per cento
Il nostro impianto produttivo è costituito da una miriade di piccole e medie imprese con scarsa propensione ad investire in information technology, che oltretutto considerano un costo e non una leva competitiva, ma soprattutto le nostre Pmi non hanno le medesime esigenze di una società americana o tedesca da mille dipendenti e spesso qualche pc, un server, un gestionale, la posta elettronica e un pacchetto di produttività sono sufficienti a sostenere le attività, senza bisogno di impianti it moderni e sofisticati. Quando, beninteso, ne siano dotate. Infatti, secondo Capitani pero la situazione è decisamente negativa.
«Le piccole e medie imprese spendono in It - dice - solo il 18,2% del totale ma sono circa quattro milioni. Questo vuol dire che investano circa 1.500 euro l’anno ciascuna. E abbiamo rilevato che non si tratta di scarsa informatizzazione ma addirittura di assenza di strutture. Inoltre le regole di Basilea 2 avranno sulle Pmi un impatto devastante. Le aziende si devo attrezzare per offrire la trasparenza richiesta dalle norme e solo la tecnologia può garantire l’adempimento. Le aziende hanno una scarsa propensione a innovare e la spesa è stata alimentata soprattutto dal rinnovamento del parco hardware, con una forte tendenza a consolidare i server. Ma soprattutto le imprese hanno varato meno progetti e questo ha ridotto anche il mercato dei software e dei servizi, innescando una gara competitiva tra gli attori del settore che ha come conseguenza la riduzione dei prezzi e dunque del giro d’affari. Le imprese spendo poco e male e solo nei processi, considerano l’it solo una leva efficienziale, un modo per innovare e migliorare i processi e niente di più. Al contrario il segmento consumer è in forte crescita: è estremamente dinamico e la spesa delle famiglie e degli individui in tecnologia è in controtendenza rispetto al trend di riduzione dei consumi. Si sta andando verso una vera digitale home. La tecnologia per la casa sta andando molto più veloce di quella per il business».
Del resto i dati di Assinform parlano chiaro. La tecnologia digitale consumer è cresciuta del 4,4% nel 2004 rispetto al 2003 e ora il giro d’affari è il 4,3% del totale dell’It, oltre ad essere l’unica area capace di esprimere una crescita significativa. In decollo la vendita dei personal computer che segna un incremento del 16,7% a 3,620 milioni di unità. In netta affermazione il notebook, in declino i desktop. In cresciuta i sempre più potenti pc server e i personal del segmento consumer, destinati alla casa e alla multimedialità.
Dal rapporto si evidenzia che l’It in Italia è in affanno: i servizi (9.258 miliardi di fatturato) perdono l’1,2%, il software è stagnante (+0,4%), l’assistenza tecnica è in declino (-3,2%) mentre l’hardware, nonostante la picchiata subita dai listini, mette a segno un piccola crescita pari all’uno per cento.
«L’Italia spiega Capitani – è, sotto il profilo dell’Ict, un paese a più velocità, sia in relazione ai settori industriali sia in relazione al divario territoriale». Le banche si confermano con 4.393 miliardi i big spender dell’information technology. Ma è una spesa - spiega capitani - che si concentra per il 60-70% nella mani di solo pochi grandissimi gruppi. Inoltre il Paese denota grandi differenze tra nord e sud. La spesa It per occupato (805 euro la media nazionale) infatti è simili al Nord Ovest (1.054 euro) e al Centro (925 euro), cala leggermente nel nord Est (784 euro) ma precipita al sud e nelle isole a 4689 euro. La spesa pro capite in It passa dai 550 euro nel Nord Ovest a soli 154 nel Mezzogiorno.
Il mercato delle telecomunicazioni
«Le tlc - Sostiene capitani - sono invece un mondo più roseo. Il mobile corre, ma non vanno male neanche le telecomunicazioni fisse e per entrambe il traino, la parte che corre di più, è dato dai servizi a valore aggiunto, soprattutto quelli a più alto livello di innovazione. E va segnalato che sono proprio i contenuti, a pagamento o liberi a spingere il boom della banda larga. Il mobile è un perno di crescita e sta innescando veri e propri fenomeni come lo sviluppo degli smartphone, mentre in prospettiva Wi-fi e Wi-Max saranno elementi trainanti del settore».
I dati Assinform, infatti, mettono in luce un comparto con tassi di crescita al medesimo livello degli altri Paesi grazie a un disprezzabile progresso del 2,4% che porta il fatturato delle telecomunicazioni a quota 41,860 miliardi di euro.
Nel 2004 si è rafforzato il sorpasso delle tlc mobili, che si confermano il motore della crescita, su quelle fisse. Il mobile cresce del 4,9% a 22,063 miliardi, mentre il wireline è stagnante: -0,2% per un totale di 19,797 miliardi.
In particolare, spiega Capitani sono i servizi sulle reti senza filo a correre (+5,2% per un totale di 16,7 miliardi. In dieci anni infatti si è passati, sulla spinta della disponibilità di strumenti multimediali, da 1,8 miliardi di euro a, appunto 16,7 miliardi. A fronte di un incremento pari al 2,9% del giro d’affari della fonia mobile (14.080 miliardi), i cosiddetti Vas mobili hanno visto un rialzo del 20,4% per un totale di 2.570 miliardi. Rende bene dunque il business di Loghi e soprattutto suonerie. E non c’è neanche da stupirsene più di tanto visto che il loro prezzo, del tutto svincolato al valore reale, è arrivato a cifre ragguardevoli: fino a tre euro per una “polifonica”. E senza considerare il traffico che questi contenuti digitali creano. Il fatturato medio per utente cresce ancora ma il ritmo rallenta: tra il 2002 e il 2003 il cosiddetto arpu è aumentato del 6,8% e i quello relativo ai servizi non-voce del 31,2%. Ora il valore ammonta a 389,7 euro, è cresciuto del 2,6% rispetto al 2003 mentre la componente non legata alla fonia ha espresso un progress del 17,3% e questo vuol dire che un utente di tlc cellulari spende in loghi, suonerie, giochi, oroscopi e soprattutto messaggi oltre 60 euro all’anno. Del resto i messaggi (di testo o multimediali) sono aumentati vertiginosamente da 11,2 miliardi a 30,2 miliardi del 2004.
Per quanto concerne le reti fisse e internet Assiform registra un vero e proprio boom: gli accessi infatti sono raddoppiati e l’Italia è ora al nono posto la mondo con una scontata predominanza della xdsl rispetto alla fibra ottica. Si contano 4,4 milioni di utente del broadband e questo porterà all’affermazione dell’ip-Tv, la televisione su Ip, non appena le condizioni tecniche permetteranno una qualità adeguata. Sul fronte della banda larga in mobilità, gli utenti Umts sono ora due milioni. Secondo Assinform la disponibilità di banda, la diffusione di tecnologie digitali porterà a un incremento del mercato della musica e del video.
In definitiva dal rapporto Assinform illustra una situazione a multiple velocità e la sfida spiega capitani è superare un doppio ritardo. «Nel periodo 2002-2003 - afferma Capitani - eravamo in difficoltà, ma in compagnia di Francia, Germania e di molta parte dell’Europa. Ora invece l’Italia arranca da sola, ben distanziata dalle altre nazioni».
ilsole24ore
Le telecomunicazioni crescono poco. L'informatica è in discesa. Al contrario degli altri Paesi
di Mario Cianflone
È in netto affanno l’Information and communication technology targata Italia. Cresce infatti meno, molto meno degli altri Paesi europei e della media mondiale e soprattutto il peso dell’informatica sul prodotto interno lordo è nettamente inferiore a quello espresso dagli Usa e dall’Europa. Il nostro Paese dunque si conferma propenso a spendere in telecomunicazioni (servizi soprattutto) e in tecnologie per la casa, mentre le imprese sono ferme per quanto riguarda gli investimenti in It, con grave pregiudizio per la competitività nei prossimi 12-24 mesi.
È quanto emerge dal rapporto Assinform 2005 che realizzato, come da tradizione con il supporto di NetConsulting, mette in luce numerosi dati significativi primo fra tutti il valore complessivo del settore Ict che nel 2004 ha generato un giro d’affari di 61,180 miliardi di euro, in progresso (lieve) dell’1,5 per cento rispetto al 2003. Le telecomunicazioni sono cresciute del 2,4% a 41,860 mentre l’Informatica è calata dello 0,4% a 19,320 miliardi. Ma a deludere è, soprattutto, il raffronto con il resto dei Paesi di grande industrializzazione. L’Ict in tutto il mondo è cresciuta nel 2004, in rapporto al 2003, del 5,9% per un totale di 2.443 miliardi di dollari con le tlc che aumentano del 6,9% (1.483 miliardi) e l’It del 4,4& (960 miliardi di dollari), nonostante il vertiginoso crollo dei prezzi di hardware e software, mentre una feroce competizione abbatte le tariffe dei servizi. Ma c’è di più l’Information communication technology cresce ora più del Pil mondiale e vale il 6% del prodotto interno lordo globale, ben di più dell’industria dell’auto (2,5%), mentre in Italia la situazione è bene diversa con l’Ict che vale circa il 4,5% del Pil. In particolare, le telecomunicazioni sono allineate sostanzialmente alla media mondiale e pesano sul Pil per 3%, allo stesso livello della media europea e un soffio meno degli Usa (3,25%), mentre l’informatica è in netta difficoltà.
L’It targata Italia difatti vale solo l’1,9% del pil, contro il 3% dell’Europa e il 3,8% degli Stati Uniti. Considerando la spesa pro capite si nota che nelle Tlc il nostro paese con 728 dollari all’anno è allineato all’Europa (774 euro) e non è a distanze siderali dagli Usa (gli americani spendono in telecomunicazioni 1.064 dollari ogni 12 mesi). Nell’It invece le differenze sono rilevantissime con una spesa italiana pro capite (336 dollari) che è meno la metà di quella europea (713 dollari) e addirittura un terzo di quella americana 1.176 dollari). L’Italia è inoltre l’unico paese di grande industrializzazione dove l’informatica è in discesa. A prescindere dal crollo dei prezzi e dal rapporto euro/dollaro, nel nostro paese l’It segna un -0,4% , ha recuperato il tonfo del 2003/2002 (-2,7%) ma il dato contrasta fortemente con la Spagna (+2,3%), con la Francia (+2,2%), con la Germania (+1,4%), con il Regno Unito (+3,2%) e in generale con tutta la media europea che segna un rialzo del 2,6%, mentre la locomotiva Usa mette a segnano un progresso 4,4% e in Giappone un rialzo del 2,4 per cento.
«L’information technology - spiega Giancarlo Capitani Amministratore Delegato di NetConsulting - è in una situazione critica: l’ict non è più un mercato omogeneo ma è un insieme di mercati. il settore attraversa una fase di profondo cambiamento, con aree a differente velocità, che esprimono dinamiche ben diverse l’une dalle altre. È un mercato a mosaico che si sta configurando in una serie di aree che stentano però a convergere. Il mercato andrà verso una struttura unitaria solo quando si verificheranno certe condizioni di miglioramento dell'intero sistema».
L’informatica
A penalizzare l’informatica in Italia ci sono una serie differenti fattori, quali un tessuto economico-produttivo costituito da troppe piccole e medie imprese e il crollo dei prezzi. Quest’ultimo ha avuto un peso molto forte e si è concentrata nell’hardware, nel software e in servizi, dove negli ultimi due anni le tariffe sono calate di ben il 40 per cento
Il nostro impianto produttivo è costituito da una miriade di piccole e medie imprese con scarsa propensione ad investire in information technology, che oltretutto considerano un costo e non una leva competitiva, ma soprattutto le nostre Pmi non hanno le medesime esigenze di una società americana o tedesca da mille dipendenti e spesso qualche pc, un server, un gestionale, la posta elettronica e un pacchetto di produttività sono sufficienti a sostenere le attività, senza bisogno di impianti it moderni e sofisticati. Quando, beninteso, ne siano dotate. Infatti, secondo Capitani pero la situazione è decisamente negativa.
«Le piccole e medie imprese spendono in It - dice - solo il 18,2% del totale ma sono circa quattro milioni. Questo vuol dire che investano circa 1.500 euro l’anno ciascuna. E abbiamo rilevato che non si tratta di scarsa informatizzazione ma addirittura di assenza di strutture. Inoltre le regole di Basilea 2 avranno sulle Pmi un impatto devastante. Le aziende si devo attrezzare per offrire la trasparenza richiesta dalle norme e solo la tecnologia può garantire l’adempimento. Le aziende hanno una scarsa propensione a innovare e la spesa è stata alimentata soprattutto dal rinnovamento del parco hardware, con una forte tendenza a consolidare i server. Ma soprattutto le imprese hanno varato meno progetti e questo ha ridotto anche il mercato dei software e dei servizi, innescando una gara competitiva tra gli attori del settore che ha come conseguenza la riduzione dei prezzi e dunque del giro d’affari. Le imprese spendo poco e male e solo nei processi, considerano l’it solo una leva efficienziale, un modo per innovare e migliorare i processi e niente di più. Al contrario il segmento consumer è in forte crescita: è estremamente dinamico e la spesa delle famiglie e degli individui in tecnologia è in controtendenza rispetto al trend di riduzione dei consumi. Si sta andando verso una vera digitale home. La tecnologia per la casa sta andando molto più veloce di quella per il business».
Del resto i dati di Assinform parlano chiaro. La tecnologia digitale consumer è cresciuta del 4,4% nel 2004 rispetto al 2003 e ora il giro d’affari è il 4,3% del totale dell’It, oltre ad essere l’unica area capace di esprimere una crescita significativa. In decollo la vendita dei personal computer che segna un incremento del 16,7% a 3,620 milioni di unità. In netta affermazione il notebook, in declino i desktop. In cresciuta i sempre più potenti pc server e i personal del segmento consumer, destinati alla casa e alla multimedialità.
Dal rapporto si evidenzia che l’It in Italia è in affanno: i servizi (9.258 miliardi di fatturato) perdono l’1,2%, il software è stagnante (+0,4%), l’assistenza tecnica è in declino (-3,2%) mentre l’hardware, nonostante la picchiata subita dai listini, mette a segno un piccola crescita pari all’uno per cento.
«L’Italia spiega Capitani – è, sotto il profilo dell’Ict, un paese a più velocità, sia in relazione ai settori industriali sia in relazione al divario territoriale». Le banche si confermano con 4.393 miliardi i big spender dell’information technology. Ma è una spesa - spiega capitani - che si concentra per il 60-70% nella mani di solo pochi grandissimi gruppi. Inoltre il Paese denota grandi differenze tra nord e sud. La spesa It per occupato (805 euro la media nazionale) infatti è simili al Nord Ovest (1.054 euro) e al Centro (925 euro), cala leggermente nel nord Est (784 euro) ma precipita al sud e nelle isole a 4689 euro. La spesa pro capite in It passa dai 550 euro nel Nord Ovest a soli 154 nel Mezzogiorno.
Il mercato delle telecomunicazioni
«Le tlc - Sostiene capitani - sono invece un mondo più roseo. Il mobile corre, ma non vanno male neanche le telecomunicazioni fisse e per entrambe il traino, la parte che corre di più, è dato dai servizi a valore aggiunto, soprattutto quelli a più alto livello di innovazione. E va segnalato che sono proprio i contenuti, a pagamento o liberi a spingere il boom della banda larga. Il mobile è un perno di crescita e sta innescando veri e propri fenomeni come lo sviluppo degli smartphone, mentre in prospettiva Wi-fi e Wi-Max saranno elementi trainanti del settore».
I dati Assinform, infatti, mettono in luce un comparto con tassi di crescita al medesimo livello degli altri Paesi grazie a un disprezzabile progresso del 2,4% che porta il fatturato delle telecomunicazioni a quota 41,860 miliardi di euro.
Nel 2004 si è rafforzato il sorpasso delle tlc mobili, che si confermano il motore della crescita, su quelle fisse. Il mobile cresce del 4,9% a 22,063 miliardi, mentre il wireline è stagnante: -0,2% per un totale di 19,797 miliardi.
In particolare, spiega Capitani sono i servizi sulle reti senza filo a correre (+5,2% per un totale di 16,7 miliardi. In dieci anni infatti si è passati, sulla spinta della disponibilità di strumenti multimediali, da 1,8 miliardi di euro a, appunto 16,7 miliardi. A fronte di un incremento pari al 2,9% del giro d’affari della fonia mobile (14.080 miliardi), i cosiddetti Vas mobili hanno visto un rialzo del 20,4% per un totale di 2.570 miliardi. Rende bene dunque il business di Loghi e soprattutto suonerie. E non c’è neanche da stupirsene più di tanto visto che il loro prezzo, del tutto svincolato al valore reale, è arrivato a cifre ragguardevoli: fino a tre euro per una “polifonica”. E senza considerare il traffico che questi contenuti digitali creano. Il fatturato medio per utente cresce ancora ma il ritmo rallenta: tra il 2002 e il 2003 il cosiddetto arpu è aumentato del 6,8% e i quello relativo ai servizi non-voce del 31,2%. Ora il valore ammonta a 389,7 euro, è cresciuto del 2,6% rispetto al 2003 mentre la componente non legata alla fonia ha espresso un progress del 17,3% e questo vuol dire che un utente di tlc cellulari spende in loghi, suonerie, giochi, oroscopi e soprattutto messaggi oltre 60 euro all’anno. Del resto i messaggi (di testo o multimediali) sono aumentati vertiginosamente da 11,2 miliardi a 30,2 miliardi del 2004.
Per quanto concerne le reti fisse e internet Assiform registra un vero e proprio boom: gli accessi infatti sono raddoppiati e l’Italia è ora al nono posto la mondo con una scontata predominanza della xdsl rispetto alla fibra ottica. Si contano 4,4 milioni di utente del broadband e questo porterà all’affermazione dell’ip-Tv, la televisione su Ip, non appena le condizioni tecniche permetteranno una qualità adeguata. Sul fronte della banda larga in mobilità, gli utenti Umts sono ora due milioni. Secondo Assinform la disponibilità di banda, la diffusione di tecnologie digitali porterà a un incremento del mercato della musica e del video.
In definitiva dal rapporto Assinform illustra una situazione a multiple velocità e la sfida spiega capitani è superare un doppio ritardo. «Nel periodo 2002-2003 - afferma Capitani - eravamo in difficoltà, ma in compagnia di Francia, Germania e di molta parte dell’Europa. Ora invece l’Italia arranca da sola, ben distanziata dalle altre nazioni».
ilsole24ore
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