20.10.08

Tutti al capezzale dell'economia

di PAUL KRUGMAN
L'indice Dow Jones sta salendo! No, precipita! No, sale! No, sta scendendo... Non importa. Mentre il mercato azionario in fase maniaco-depressiva domina sulle prime pagine dei giornali, l'avvenimento più importante è la deprimente notizia che riguarda l'economia reale. È chiaro ormai che il salvataggio delle banche non è che l'inizio: l'economia non finanziaria è anch'essa in disperato bisogno di aiuto.

Per fornire quell'aiuto, dovremmo accantonare alcuni pregiudizi. È accattivante da un punto di vista politico adirarsi contro le spese di governo ed esigere la responsabilità fiscale, ma per il momento l'accresciuta spesa del governo è come la medicina ordinata dal dottore, e le preoccupazioni per il deficit di bilancio dovrebbero essere lasciate in sospeso per qualche tempo.

Prima di arrivare a questo punto, parliamo un po' della situazione economica. Proprio questa settimana siamo venuti a sapere che le vendite al dettaglio sono precipitate, e così pure la produzione industriale. Le indennità di disoccupazione sono a livelli da forte recessione, e l'indice dell'attività manifatturiera nel distretto della Federal Reserve di Philadelphia sta rallentando con il ritmo più rapido degli ultimi venti anni. Tutto, insomma, indica una recessione economica che sarà tremenda, spietata e lunga.
Quanto tremenda? Il tasso di disoccupazione ha già superato il 6 per cento (e gli indici complessivi di sotto-occupazione sono nell'ordine delle due cifre). È ormai praticamente sicuro che il tasso di disoccupazione supererà il 7 per cento e forse addirittura l'8 per cento, facendo di questa la peggiore recessione degli ultimi 25 anni.

Quanto lunga? Potrebbe essere davvero molto lunga. Occorre tenere presente ciò che è accaduto in occasione dell'ultima recessione, che fece seguito allo scoppio della bolla tecnologica della fine degli anni Novanta. A prima vista, la risposta politica a quella recessione pare quasi un gran successo. Quantunque fosse alquanto diffusa la paura che gli Stati Uniti avrebbero sperimentato un "decennio perduto" in stile giapponese, non è accaduto niente di simile: la Federal Reserve è stata in grado di concertare una ripresa da quella recessione tagliando i tassi di interesse.

La verità è che per qualche tempo siamo sembrati davvero giapponesi: la Fed ha avuto le sue belle difficoltà a fare da traino. Malgrado i ripetuti tagli dei tassi di interesse - che alla fine hanno fatto scendere addirittura all'uno per cento il tasso dei fondi federali - la disoccupazione non ha fatto altro che salire. Sono occorsi più di due anni perché la situazione del mondo del lavoro iniziasse a migliorare. E quando finalmente è arrivata una ripresa convincente, è stato soltanto perché Alan Greenspan era riuscito a sostituire alla bolla tecnologica la bolla immobiliare.

Adesso è toccato alla bolla immobiliare scoppiare a sua volta, lasciando il panorama finanziario disseminato di detriti. Anche qualora i tentativi in corso di salvare il sistema bancario e scongelare i mercati creditizi dovessero funzionare - per quanto si sia ancora agli inizi e i primi risultati siano già deludenti - è difficile presumere che in un immediato futuro il mercato immobiliare possa ripartire. Non è chiaro se c'è un'altra bolla ancora in fase di formazione. Quindi la Fed questa volta riscontrerà più difficoltà che in passato a intervenire con successo.

In sintesi: non c'è molto che Ben Bernanke possa fare per l'economia. Potrà e dovrà tagliare i tassi di interesse ancora di più, ma nessuno si aspetta che tale mossa possa incidere in modo considerevole, oltre a fornire un modesto impulso economico.

D'altro canto, però, c'è molto che il governo federale può fare per l'economia. Può assegnare benefit più consistenti ai disoccupati, il che servirà sia ad aiutare le famiglie in difficoltà ad affrontare i problemi, sia a mettere denaro nelle mani di coloro che hanno maggiori probabilità di spenderlo. Può assegnare aiuti di emergenza ai governi statali e locali, così che questi non siano costretti a procedere a drastici tagli di spesa che declassano i servizi pubblici e al tempo stesso cancellano i posti di lavoro. Può comperare mutui in blocco (ma non al valore nominale, come ha proposto John McCain), e ripianificarne condizioni e scadenze per aiutare le famiglie a tenersi le proprie case.

I tempi sono altresì buoni per impegnarsi in spese per realizzare qualche seria infrastruttura, di cui il Paese ha terribilmente bisogno in ogni caso. La motivazione di norma addotta da chi è contrario ai lavori pubblici intesi come stimolo economico è che per portarli a termine occorre troppo tempo e che quando si sarà riusciti a riparare quel ponte là e a migliorare quel tratto di linea ferroviaria lì, la recessione sarà ormai giunta al termine e gli incentivi non occorreranno più. Beh, questa tesi ora come ora non è plausibile, in quanto le chance che questa recessione possa dirsi finita nel volgere di poco tempo sono pressoché nulle. Prepariamo quindi quei progetti e realizziamoli.

La nuova Amministrazione farà quanto è necessario per affrontare la recessione economica? No, se McCain metterà a segno un risultato a sorpresa. Ciò che ci occorre in questo momento è una più apprezzabile spesa governativa, ma quando a McCain è stato chiesto in uno dei dibattiti come gestirebbe la crisi economica, ha risposto: "Beh, la prima cosa da fare è mettere sotto controllo le spese".

Se Barack Obama diverrà presidente, non avrà la medesima opposizione istintiva nei confronti della spesa pubblica, ma dovrà affrontare un vero e proprio coro di abitanti della Beltway che gli diranno che deve dimostrarsi responsabile, che gli enormi deficit di cui il governo dovrà occuparsi l'anno prossimo - se farà la cosa giusta - sono inammissibili.

Obama dovrebbe ignorare quel cicaleccio. La cosa responsabile da fare, per il momento, è dare all'economia tutto l'aiuto di cui ha bisogno. Questo non è proprio il momento di preoccuparsi del deficit.
(c. 2008, The New York Times -Traduzione di Anna Bissanti)
repubblica.it

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