16.2.16

Il contagio

Il panico delle Borse per i titoli tossici, il reclutamento sul web dei terroristi, le emergenze sanitarie: non si contano i fenomeni virali, fino a configurare un processo sempre in atto, scarsamente prevedibile, che può espandersi o contrarsi. Questo tuttavia finisce pur sempre per rivelare ciò che, nell’essere umano, è stabile e duraturo, e si rinnova a ogni generazione. Ne hanno parlato Albert Camus nella «Peste» e George Orwell in «1984».
Ma forse la pagina più istruttiva si trova già nelle «Storie» di Tito Livio


di Emanuele Trevi (Corriere)

Non sono il solo a nutrire una tenace diffidenza nei confronti dell’aggettivo «globale». Con tutte le sue pretese di spiegare la realtà, mi sembra una parola difettosa, sospesa tra la pura tautologia e la petizione di principio. Più che esprimere un pensiero, denuncia un’abitudine. Al concetto di «virale», invece, e alla metafora del «contagio» che gli fa da base, attribuisco una grande credibilità. Il «virale» designa alla perfezione tutti gli innumerevoli fenomeni che costituiscono la cosiddetta «globalità». Non è un destino, una legge, un dato di fatto a cui dobbiamo adeguarci, bensì un processo sempre in atto, scarsamente prevedibile, dotato di possibilità di espansione e contrazione.
Per constatare quanto la metafora sia adatta a render conto di molti dei fenomeni più emblematici del nostro tempo, lungo un arco di significato che va dalle catastrofi economiche ai prodotti estetici, basta seguire un telegiornale dall’inizio alla fine. In queste settimane, la notizia di apertura riguardava spesso le Borse asiatiche. Ogni mattina, misteriose fluttuazioni di valori e listini generano un contagio di sfiducia che accompagna il corso del sole come i fidi cavalli alati della mitologia, ritornando al punto di partenza dopo essersi propagato attraversando mari e continenti. Simili a medici che hanno esaurito tutti i loro rimedi, gli operatori finiscono sempre per guardare i loro monitor a braccia conserte, augurandosi che chi ha deciso di inoculare il virus questa volta non esageri.
Dalla finanza alla geopolitica, in un notiziario, il passo è breve. Il bollettino del terrorismo planetario va aggiornato di continuo, ma l’orrore delle imprese jihadiste è la conseguenza di un altro genere di contagio, che infesta le reti dei social network contatto dopo contatto. Questo virus è così potente da trasformare nel giro di qualche giorno persone in apparenza normalissime in mostri decisi a farsi saltare in aria trascinando con sé il maggior numero possibile di innocenti. L’efficacia del reclutamento incute quasi più paura degli attentati. I servizi finali di un telegiornale per tradizione sono meno ansiogeni, e appartengono a quell’indefinibile galassia che nelle redazioni viene definita come «cultura e spettacoli». Ma non per questo la metafora del contagio perde la sua forza: al contrario, la viralità decreta molte delle effimere glorie artistiche di oggi, con grande scorno dei vecchi critici aggrappati ai loro scranni e a un modello del sapere e del giudizio in via d’estinzione.
Nell’immaginare questo telegiornale, stavo dimenticando che è sempre più raro un periodo privo di minacciosi allarmi sanitari — come appunto il virus Zika di questi tempi o le ricorrenti paure legate alla meningite —, destinati o meno a tramutarsi in emergenze vere e proprie. Tra i tanti impieghi metaforici, un concetto deve pur mantenere una sua base di senso letterale. Altrimenti, le metafore farebbero la fine dei palloncini che si perdono nel cielo. Le epidemie e i contagi, considerati in senso sanitario, risvegliano tratti arcaici nella nostra umanità dall’illusione di un progresso lineare e infinito. Sorridiamo degli antichi e della loro teoria dei «miasmi» vaganti nell’atmosfera, inorridiamo leggendo la Storia della colonna infame di Manzoni, ma con tutta la nostra tecnologia, i vaccini sono difficili da trovare come gli aghi nel pagliaio dei proverbi. Ed è il nostro modo di vita, fondato sulla facilità degli spostamenti e dei contatti, a rendere i virus più pericolosi di quanto lo fossero nell’Atene di Tucidide o nella Londra di Daniel Defoe.
La verità è che, prima ancora che definirsi «mortale», l’umanità dovrebbe pensare a se stessa come la forma di vita più «contagiabile» al mondo. Dagli organi del corpo alle più sottili e impalpabili emozioni, non esiste nulla in noi che sia dotato di un’esistenza autonoma. A partire dalla più umana delle facoltà, quello straordinario contagio perpetuo che è il linguaggio. Sarà per questo che tutte le forme di saggezza superiore elaborate dalle culture più diverse hanno in comune un ideale di separazione tanto fisica quanto spirituale. Dai filosofi-maghi taoisti ai sapienti greci, dagli asceti indiani ai poeti romantici, per non parlare degli eremiti cristiani dei primi secoli, un buon uso della solitudine è la caratteristica fondamentale dell’uomo dotato in misura eccezionale di poteri spirituali e consapevolezza. Come lo Zarathustra di Nietzsche, quest’uomo potrà pure un bel giorno decidere di scendere fra gli uomini dalla sua montagna, ma è lì che è diventato se stesso. La solitudine lo ha preservato dal contagio delle opinioni, ha tenuto acceso in lui il fuoco esclusivo della verità.
Non si tratta di un vano ideale aristocratico di sapore fascistoide. Una preoccupazione non diversa poteva animare Albert Camus quando, nel 1947, pubblicava La peste , un capolavoro che troppo spesso tendiamo a relegare nell’insipido limbo delle letture scolastiche. E invece, è uno di quei libri che non sentono gli anni, il frutto di un’intuizione antropologica fulminante. La grande allegoria di Camus si basa su un sorprendente rovesciamento: l’epidemia di peste che si abbatte all’improvviso su Orano è certamente un’emergenza imprevedibile. Ma se lo stato d’eccezione sovverte abitudini e valori, finisce pur sempre per rivelare ciò che, nell’essere umano, è stabile e duraturo, e si rinnova a ogni generazione. Il contagio è immaginato da Camus come un assedio. Dalla pacifica e sonnolenta città della costa algerina, nessuno può più uscire. E chi si trovava fuori nei giorni in cui l’epidemia è scoppiata, non può fare ritorno a casa. Mentre il conto dei morti sale implacabile giorno dopo giorno, si instaurano nuove leggi e vengono minacciate severe punizioni per chi le infrange. Sono tutte misure profilattiche razionali, ispirate al bene comune. Ma c’è un prezzo da pagare. La peste rende tutti uguali. Il primo effetto della paura sembra quello di annullare quelle esigenze di libertà che sono proprie all’individuo, all’irripetibile conformazione dei suoi desideri e delle sue speranze. Non potrebbe andare diversamente, vista la situazione. È la regola di ogni emergenza: sanitaria, economica, criminale. La grande morìa dei topi di Orano, descritta nelle pagine iniziali della Peste , suona come una terribile profezia, un geroglifico che nessuno al momento è capace di decifrare. A far inorridire non è solo la malattia che accomuna uomini e bestie nella stessa sorte, ma il fatto che i topi sono un’entità collettiva, la sinistra parodia di una società dove l’esistenza del singolo non ha più nessun peso, nessun senso.
Pochi mesi dopo La peste , George Orwell pubblicò 1984 . Questi due grandi scrittori, spiriti liberi in un mondo infestato dal conformismo e dall’ottimismo di partito, raccontarono più o meno la stessa storia. La peste di Orano e il Grande Fratello non si oppongono, ma si integrano, sono simboli di un male che per manifestarsi non fa distinzione tra catastrofi naturali e incubi culturali. Non mancano, ahimè, le occasioni di constatare quanto sia illuminante il corto circuito innescato da Camus fra la peste e i flagelli inventati dall’uomo. Non c’è nulla che assomigli alla sua Orano stremata dal contagio più delle immagini di Parigi e Bruxelles paralizzate dal terrore che si vedevano in televisione lo scorso novembre.
Ancora meglio di Orwell e Camus, noi oggi sappiamo che non c’è modo di rimediare alla caratteristica suprema della nostra vita fisiologica e mentale, che consiste in un grado irrimediabile di contagiabilità. La solitudine degli antichi saggi è diventata una strada impraticabile, una specie di mito psicologico. Forse l’unica vera risorsa che ci resta è quella di andare a scuola dalla peste, combattere il contagio con le sue stesse armi.
È l’idea che mi ispira quello che, in tutta la sterminata letteratura sulle epidemie, mi sembra il racconto più ricco di senso, e misterioso. Si tratta di poche righe del libro VII delle Storie di Tito Livio. Nel 364 avanti Cristo, una pestilenza molto aggressiva aveva messo Roma in ginocchio. Non si sapeva più quale dio implorare. Ai due consoli in carica viene una di quelle idee che solo la disperazione sa suggerire. Su invito delle autorità romane, arrivò in città dall’Etruria una compagnia di attori. I Romani, ci ricorda Livio, in quei tempi di sobrietà repubblicana erano guerrieri che al massimo si concedevano i rozzi piaceri del circo. L’impressione prodotta da quegli uomini e quelle donne che si aggiravano nelle strade silenziose della città infestata dovette essere di stupore e meraviglia. Non facevano nulla di speciale, osserva Livio, limitandosi a suonare il flauto e a mimare qualche azione stereotipata. Probabilmente non si trattava di una rappresentazione molto castigata. Ma la cosa più importante è che i giovani romani iniziarono a imitarli. Si scambiavano versi rozzi, destinati a suscitare il riso, e provavano a muoversi in modo adeguato alle cose che dicevano. Quei misteriosi stranieri avevano portato nelle mura di Roma il bacillo del teatro.
C’è molto da meditare su questa strana notizia che già ai tempi di Livio proveniva da un passato ormai remoto. Quello che ci racconta il grande storico è il sorgere di una forza contraria là dove tutto cospirava alla fine: un contagio nel contagio. Non è stata ancora trovata una strategia più efficace di questa.

15.2.16

Caso Regeni-Manifesto, la tempesta sui social accende i riflettori anche sui freelance sfruttati

di Antonio Armano – freelance – candidato sindaco Inpgi2 per Inpgi-La Svolta
 
Parafrasando Marko Vešović, “chiedo scusa se non parlo di Sanremo”. Volevo scrivere questo: cane non mangia cane. Sicuramente il famoso detto vale per i cani da guardia. Mi riferisco al ruolo che viene attribuito ai giornalisti (public watchdog, secondo la roboante definizione anglosassone). E al fatto che le magagne del mestiere sono emerse poco sui giornali. A meno che non assumessero proporzioni enormi, e almeno fino all’avvento di Internet.
La motivazione? Ai lettori dei giornali non frega niente di quanto riguarda i giornali. A volte c’erano ragioni meno confessabili: i guai o gli incidenti di percorso di un’altra testata è meglio lasciarli perdere sperando che accada altrettanto se sarà la tua testata ad avere problemi.
Ora con i social questa zona d’ombra non dico sia finita ma almeno si è in parte dissolta. Prendiamo il clamore intorno al caso Regeni-Manifesto.
Non è esagerato definire epic-fail, autogol virtuale la decisione di pubblicare l’articolo del giovane ricercatore friulano trovato morto mercoledì 3 febbraio al Cairo. Con tanto di tweet per creare aspettativa il giorno prima dell’uscita, il 4 febbraio. Scrive Simone Pieranni, della redazioni esteri, anche lui con un passato da ricercatore e da espatriato (in Cina), ma ora interno al giornale: “Domani sul Manifesto ricorderemo #GiulioRegeni (anche) con un pezzo suo che ci mandò poco prima del 25.1 (e con particolari non da poco)”. Risponde Marcella Martinelli: “Sono lettrice del Manifesto. Se quelli scritti da #GiulioRegeni erano particolari non da poco perché non pubblicarlo subito?”.
Da qui inizia una serie di tentativi di salvare la faccia che peggiorano la situazione: “i motivi sono in scambi di mail con Giulio e altri autori e non dipendono dalla richiesta di anonimato” si giustifica Pieranni genericamente. Il pezzo in realtà era stato rifiutato ed è uscito su un’agenzia di stampa, Nena News, Near East News Agency, sotto pseudonimo: Antonio Drius. Quando l’autore muore dopo giorni di torture diventa appetibile e nessuno scrupolo di coscienza ferma il “quotidiano comunista”.
Non basta. Il comunicato del legale della famiglia Regeni inviato a Ordine dei giornalisti, Garante della privacy e altri soggetti, nonché al Manifesto stesso, esprimeva contrarietà rispetto alla pubblicazione. Si è deciso di procedere comunque e sparare il pezzo in prima pagina. Il fax, dicono, è arrivato troppo tardi: alle sette di sera… I tempi erano stretti ma c’erano. Comunque la diffida aggrava la situazione ma il concetto non cambia. Piovono critiche. Mario Cipriani replica a Pieranni: “ma non ti vergogni neanche un po’? ma chi vuoi solleticare con quel: ‘e con particolari non da poco’ e ‘poco prima’? DIMETTITI”.
Sulla pagina Facebook del Manifesto, dominata dalla classica manina blu in versione pugno chiuso invece che in quella del like, la musica è la stessa. Un coro di condanna in mezzo al quale si leva qualche voce di difesa. Giovedì 4 febbraio viene annunciato anche qui il pezzo, si pubblica l’anteprima della prima pagina, e i commenti di diversi lettori sono pesanti: “Sfruttare la morte di un vostro collaboratore (pagato chissà quanto poco poi) e utilizzarlo come vostra cassa di risonanza. Inutile appellarsi al diritto d’informazione in questi casi. Sono basito”. Alla musica si aggiunge la nota dolente degli scarsi o nulli compensi che il Manifesto dà ai collaboratori. Il tentativo di pararsi il culo non fanno che peggiorare la situazione. Si risponde che c’è molta gente che scrive sul Manifesto per il puro piacere di scrivere, non per denaro. I lettori fanno presente che il Manifesto ha preso nel 2014 quasi 2 milioni di euro di finanziamento pubblico.
Il numero incriminato esce venerdì 5 febbraio. Il pezzo è intitolato “In Egitto la seconda vita dei sindacati indipendenti”. Dagospia, caustico come sempre, ironizza su quanto al Manifesto stiano a cuore i lavoratori egiziani ma non i collaboratori italiani. Il pezzo appare anche sul sito del quotidiano comunista, dove si trova tuttora, e in traduzione inglese (niente di strano; accade anche per altri articoli). I commenti sul sito sono dello stesso tenore. E con le stesse risposte suicide. Tra cui brilla questa: “nessuna famiglia può diffidare un giornale dal pubblicare alcunché se non per motivi regolati dalla legge e disposti dalle autorità competenti, e non è questo il caso”. Mai sentito parlare di diritto d’autore? Si cerca di liquidare la polemica come una cagnara dei social ma è davvero qualcosa di più; una ribellione generazionale.
Il post di Arianna Giunti, collaboratrice dell’Espresso, vincitrice del premio Guido Vergani per cronisti under 30 con una inchiesta sulle carceri (La cella liscia), supera in poche ore gli 800 like e inquadra il clima: “Ecco il quotidiano comunista il Manifesto che, dopo aver rifiutato gli articoli di Giulio Regeni da vivo, li ha pubblicati da morto. Che si vanta di non pagare i suoi collaboratori che – a sentir loro – scrivono per la gloria. (O per la disperazione?) Vergognatevi, gente. E chiedete scusa alla famiglia di quel ragazzo, per non aver tenuto conto della loro volontà di non pubblicare il pezzo post mortem dopo non averlo considerato da vivo. (E già che ci siete, chiedete scusa anche a tutti i ragazzi che – dopo esservi fatti belli ‘lottando per i diritti dei lavoratori’ nei salotti borghesi – avete fatto lavorare gratis ‘per piacere’)”.
Pat Zarate, collaboratrice del País, scrive (in inglese) sulla bacheca di Arianna: “Grazie per avere fatto emergere la verità. Giulio NON era un collaboratore del Manifesto. L’articolo non era ‘in attesa di pubblicazione’: l’avevano rifiutato. Lo hanno fatto passare per collaboratore solo per avere un tornaconto dalla sua tragedia e l’attenzione che deriva. Al massimo della falsità, hanno pubblicato il pezzo senza rispettare il desiderio di anonimato, infrangendo l’accordo della consegna del manoscritto; e contro il volere della famiglia, che chiedeva la discrezione che si deve alle indagini. Questa è una violazione della legge e di ogni codice di etica del giornalismo. Il Manifesto infama l’Italia e il giornalismo in tutto il mondo”.
Quello dei pagamenti è un punctum pruriens anzi dolens non da poco. Il Manifesto è in crisi cronica da molti anni e in mezzo alle polemiche è stato appunto accusato di non pagare i giornalisti pur ricevendo lauti finanziamenti pubblici. Un articolo di Libero ha ricordato che negli ultimi 12 anni ha incassato circa 30 milioni di euro di contributi statali (leggi qui). Luciana Castellina, storica firma del quotidiano comunista, cerca di metterci una pezza scrivendo un articolo in cui dice che proprio la scarsità di risorse ha fatto sì che la redazione esteri ricorresse al contributo di diversi italiani che si trovano all’estero: ricercatori o operatori delle Ong. Una risorsa preziosa (“i nostri inviati speciali”) che ha dato alle pagine di esteri un taglio particolare e apprezzato perché le suddette categorie vivono la realtà dei paesi che raccontano, hanno una conoscenza più profonda e personale. Se li apprezzano tanto dovrebbero dimostrarlo, viene da pensare. Comunque questo ragionamento non tocca i temi etici che sono stati sollevati sulla scelta di pubblicare quel pezzo rifiutato e contro il volere della famiglia.
Così come non li tocca l’intervento di Giampiero Mughini su Dagospia che fa notare come il Manifesto si sia retto in tutti questi anni grazie alla volontariato giornalistico, ai tanti collaboratori che scrivono gratis. Lui stesso dice di avere scritto il commento per Dagospia gratis. Michele Anselmi, firma dell’Unità e ora del Secolo XIX, fa notare su Facebook come Mughini possa permettersi di non percepire compensi perché campa di una lauta pensione. Pensione che le generazioni successive alla sua età non avranno mai. Se per questo Luciana Castellina, deputata ed eurodepudata del paese che più paga i politici al mondo, avrà pure un bel vitalizio. Alla faccia del sistema contributivo in base al quale i giornalisti non assunti, visti gli scarsi compensi, non avranno mai una pensione. E neanche l’integrazione al minimo, date le recenti riforme, visto che appartengono a un ordine professionale. Una bomba sociale che scoppierà nei prossimi anni. Per ora la media delle pensioni erogate ai giornalisti non assunti è sui 700 euro. L’anno!
Proprio per evitare lo sfruttamento di collaboratori giovani e meno giovani da parte di testate sovvenzionate pubblicamente è stata varata la legge sull’equo compenso che ha avuto un iter tormentato. Se vuoi fare il capitalista senza troppi scrupoli poi non chiedere soldi allo Stato. Sembra qualcosa di sacrosanto ma trova difficoltà di traduzione legislativa e ancora di più applicativa. Come si calcola un compenso equo? Si applica a tutti o solo ai collaboratori strategici, fissi, come ha sostenuto quell’Azzeccagarbugli di Tiziano Treu? Che cosa si intende per aiuti pubblici? Contano solo i finanziamenti alla stampa di partito e dintorni (vedi Manifesto), o qualsiasi forma di sostegno? In questo secondo caso il numero di testate interessate è molto più alto. Si salva giusto il Fatto quotidiano.
Comunque la si pensi il principio di un pagamento minimo dignitoso – superiore ai pochi euro corrisposti da alcuni pur fiorenti quotidiani, soprattutto locali – è stato recepito dall’ultimo contratto dei giornalisti nel 2014 sulla spinta dell’equo compenso. Stabilendo un conquibus non certo sontuoso. Forse neanche equo – non per niente la legge sull’equo compenso è stata oggetto di ricorso alla magistratura -, ma non proprio da fame. Anche qui l’applicazione ha incontrato difficoltà. Non legislative ma culturali, antropologiche: ci si è barbaramente abituati ad avere le mani libere nei confronti di chi non è assunto, di chi non è dipendente. E così molte testate hanno fatto finta di niente continuando a pagare pochi euro a pezzo. Quello che gli antichi romani chiamavano nummo uno… Aggiungiamo una tantum, cioè campa cavallo che l’erba cresce.
Bisogna poi chiarire un aspetto, visto che siamo partiti dal povero Giulio Regeni: queste norme si applicano ai giornalisti, agli iscritti all’albo dei giornalisti, condizione che riguarda oltre 100 mila persone in Italia. Ma non Regeni. Regeni era un brillante ricercatore di Cambridge che svolgeva un dottorato all’Università americana del Cairo, non un giornalista. Non ancora almeno. Ma questo dà il diritto di non pagarlo o pagarlo in modo ridicolo? Dal punto di vista strettamente formale forse sì. Ma da quello morale e civile? Ci sarebbe la Costituzione, certo, che sancisce un pagamento dignitoso al lavoro in generale, ma per ora si tratta dell’unico longseller di fantascienza italiano. In ogni caso si è evitato un dibattito serio sulla questione e liquidato le proteste di molti giovani per il comportamento del Manifesto come cagnara da social. Eh sì, comoda.
Proprio grazie a Internet si parla di temi giornalistici che sono stati messi sotto il tappeto troppo a lungo e nel frattempo sono diventati una montagna di polvere tossica. Un caso rumoroso di uscita dalla omertà e dal silenzio è stato l’articolo della giornalista Francesca Borri. Anche lei freelance, Borri nel 2013 ha lamentato come i suoi reportage dalla Siria venissero pagati 60 euro o giù di lì. E lo ha fatto in inglese sulla Columbia Journalism Review, il periodico della più prestigiosa scuola di giornalismo del mondo.
Il giornale a cui la Borri si riferiva, come poi si è detto e ridetto in Rete, è il Fatto Quotidiano. Il quale, va ripetuto, non riceve finanziamenti pubblici. Di nessunissimo tipo. La sua forza è proprio l’indipendenza. La coraggiosa formula di autonomia. Al di là di questo può pagare profumatissimamente i commenti di Selvaggia Lucarelli, e pagare poco dei reportage di guerra dalla Siria. Purché questo poco sia superiore al minimo previsto per i freelance, intorno ai 30 euro. Il che non è molto difficile. È il mercato. La Costituzione, per tornare al punto di prima, afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1) e soprattutto che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36). I 60 euro sono comunque non molto sotto quanto pagano testate con tirature ben maggiori.
Intendiamoci: spesso ai giornali, pagati gli stipendi dei dipendenti – non miseri, diversamente dai compensi dei freelance -, non restano molti soldi, o restano dei debiti. Dunque i collaboratori sanno benissimo quali sono le condizioni e le accettano in cambio della visibilità (di questo la Borri è stata rimproverata, per esempio in un pezzo di Riccardo Puglisi su linkiesta.it (leggi qui). Oggi accontentiamoci, domani chissà. La speranza è una buona colazione ma una pessima cena, diceva quello.
Ricordate il famoso video sul freelance che cerca di pagare l’idraulico con la visibilità? Anche questo ha avuto una diffusione virale. Tra precari di vario tipo, compensati con la visibilità. Non solo giornalisti. L’area dei non garantiti è molto vasta e la dieta della visibilità molto diffusa e più efficace di quella del minestrone. Non si mai è fatto granché per chi la pratica. Non ricordo uno sciopero dei giornali per i diritti dei collaboratori. Anzi: ricordo che con l’arrivo della crisi del 2008 i giornali, tutti, come se fossero d’accordo – erano d’accordo -, hanno mandato cortesissime lettere in cui informavano del taglio del 20/30 per cento dei compensi. Che saranno ripristinati appena possibile, si diceva. Invece sono arrivate altre lettere, altri tagli. Tutto viene subìto passivamente.
Vale la pena di rischiare la vita per pochi soldi e una remota speranza futura sempre più ridotta? Spesso sono i giornalisti – o aspiranti tali – con situazioni contrattuali precarie a esporsi, proprio perché non si muovono in gruppo. Giulio Regeni era l’unico occidentale presente alla riunione dei sindacati indipendenti al Cairo. Ha dato nell’occhio. Lo hanno fotografato. Il servizio che ha scritto inizia così: “Al-Sisi ha ottenuto il controllo del parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari della storia del paese mentre l’Egitto è in coda a tutta le classifiche mondiali per rispetto della libertà di stampa. Eppure i sindacati indipendenti non demordono”. A rileggerlo suona maledettamente bene e sembra un pezzo della trama di un film. Un Sostiene Pereira arabo finito male.
Ce ne sono anche versioni balcanico-caucasiche. Non so quanti ricordano Antonio Russo, il collaboratore di Radio Radicale, emittente che pure riceve finanziamenti pubblici. Proprio grazie al proprio status di freelance con poche risorse, Russo è stato l’unico giornalista a rimanere a Pristina durante bombardamenti del Kosovo da parte della Nato. Tutti i colleghi alloggiavano in albergo e sono stati espulsi prima di lui dai serbi. Lui stava presso una famiglia kosovara e ne ha condiviso le sorti, fino in fondo. Compreso l’esodo in treno verso la Macedonia e poi, a piedi, fino a Skopje. Antonio Russo è stato ucciso pochi mesi dopo, mentre stava documentando le torture e gli abusi dei soldati russi in Cecenia. L’omicidio è avvenuto in Georgia nel 2000. Il 16 ottobre. Aveva appena compiuto 40 anni. Il 3 giugno.
Spesso i giornalisti freelance si muovono in zone di guerra con pochi soldi mentre in quelle circostanze per cavarsela è molto meglio avere grana in tasca. La morte non è l’unico scenario. Ma se accade qualcosa, per esempio di farsi male, senza rimetterci le penne? Gli assunti hanno tutele e coperture. I freelance spesso non hanno neanche una minima assicurazione. L’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani, ha varato lo scorso anno una assicurazione infortuni per i collaboratori. Non vogliamo buttarla sul burocratico, ci sono vite in gioco. L’Inpgi tra l’altro è intitolato a Giovanni Amendola, il giornalista e politico liberale morto a Cannes nel 1926 dopo varie bastonature fasciste.
Dunque: l’assicurazione è un passo avanti ma vale solo per quelli che hanno un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, altrimenti detto cococò. Perché il costo è stato addebitato al committente, vale a dire all’editore, in quanto è quest’ultimo che paga i contributi al giornalista. Se uno non ha un contratto cococò deve pagare di tasca sua i contributi previdenziali e quindi non si può chiedergli di autofinanziarsi un’assicurazione. Se la vuole se la paga da sé: al limite ci sono le tariffe scontate, le convenzioni Inpgi. Ma questa assicurazione potrebbe essere pagata dall’Inpgi almeno ai collaboratori che rientrano in una determinata fascia di reddito. Cioè che lavorano, fanno effettivamente il mestiere, quindi guadagnano qualcosa. Non solo a chi si fa male in guerra ma in generale sul lavoro. Di soldi ce ne sono all’Inpgi2, la gestione separata, che riguarda freelance e collaboratori cococò. Si tratta di far passare il principio di usarli per fini non puramente pensionistici. Lo stesso che l’Inpgi ha cercato di far passare approvando una convenzione con la Casagit di assistenza sanitaria integrativa. I ministeri competenti del governo Renzi, Economia e Lavoro, stanno ancora valutando, devono ancora esprimersi. Intanto i freelance si ammalano e si infortunano. E come si mantengono?
In ogni caso Internet ha dato alla categoria gli strumenti per parlare e ragionare di sé. Sui social network o sui siti. Una volta questi strumenti non esistevano e l’accesso a quelli che esistevano era molto più difficile. Lo sfruttamento e i colpi bassi nei confronti dei giornalisti o aspiranti tali alle prime armi restano un fenomeno tra i più deteriori, che mi dà personalmente più fastidio, per motivi di principio e per averla provata sulla mia pelle. Oggi si scatena subito la reazione e arriva l’etichetta di epic fail. Nella seconda metà degli anni ’90, quando i social non esistevano ancora, mi è capitato di proporre due pezzi all’Espresso. Un giornale con cui non avevo mai collaborato. Mi sono buttato candidamente, come giornalista che raccontava i paesi dell’Est, dalla Russia ai Balcani. Una proposta è stato approvata e l’altra no. Ho scritto il pezzo e passato un po’ di tempo nel cosiddetto ‘martirio dell’edicola‘. Andando in edicola il giorno di uscita per vedere se il pezzo era finalmente uscito. Niente. Quel pezzo, pur approvato, non è mai uscito.
In compenso è uscito l’altro! Ma non a firma mia, visto che non lo avevo scritto ma solo proposto. Il caposervizio degli esteri ha fatto sviluppare la proposta ad altri. Ai corrispondenti del giornale. L’idea deve averla apprezzata molto. Tanto che il servizio era amplissimo e con richiamo in copertina. Naturalmente non ha mai più risposto al telefono. In compenso mi ha chiamato il vicedirettore, Giampaolo Pansa, per scusarsi. Il direttore, Claudio Rinaldi, era malato e Pansa preferiva, mi ha detto, non coinvolgerlo in queste cose così tristi. Il giornalismo, mi ha detto, è un mestiere duro, come la boxe, ma non si dovrebbero dare colpi sotto la cintola.
Ho trovato il modo di parlarne, sul Foglio. Giornale allora appena nato. Durante una serie di note autobiografiche spedite per un concorso (“Cercasi giornalista o almeno scrittore”). Uno dei rarissimi casi di reclutamento aperto e pubblico di giornalisti, con tanto di inserzione. Quella che avete appena letto tra parentesi. Molto ironica ma concretissima. Si deve a Giorgio dell’Arti. Mai più viste inserzioni di ricerca di giornalisti nei venti anni a venire… Vale a dire fino a oggi. Ma questa è un’altra storia, un altro problema della categoria, che andrebbe risolto, in nome della trasparenza, se questa professione vuole avere un futuro.

14.2.16

Nelle scuole italiane che resistono e innovano

Classe della scuola Feld a Suhr in Svizzera, settembre 2014
Quando sono andata all’Open day della scuola di mia figlia, quella specie di visita guidata che gli istituti organizzano per far sì che i genitori valutino bene la scuola in cui rinchiuderanno i loro pargoli per cinque anni, mi sono ricordata di quello che scriveva Natalia Ginzburg nelle Piccole virtù (1962), a proposito del successo e dell’insuccesso scolastico dei nostri bambini. E ho pensato che in fondo in questi Open day siamo noi genitori a scegliere la scuola che ci piace di più, e a volte è una scelta puramente estetica.
I bambini all’Open day sono distratti e, anche se talvolta sono organizzati giochi e “lavoretti” per intrattenerli, di solito non vedono l’ora di andare. Mia figlia, e non è un buon segno, l’avevo proprio lasciata a casa. Sarà vero che oggi “i bambini sono il nuovo baricentro del mondo”, come dice la psicanalista Costanza Jesurum? Maria Montessori considerava i bambini come una vera e propria “classe sociale” (“una classe di lavoratori: infatti essi lavorano a produrre uomini”) e lo faceva già nel secolo scorso.
In ogni caso, tornata a casa, sono andata a rileggere quel saggio breve della Ginzburg, che più invecchia e più diventa attuale, (in parte è leggibile qui), in cui la scrittrice consigliava ai genitori di non opprimere i figli con l’idea del “successo scolastico”. E concludeva con questa semplice idea: perché i ragazzi capiscano qual è la loro vocazione è necessario che i genitori abbiano, essi stessi, una vocazione.

Scuole da imitare
Naturalmente questo vale anche per i maestri. Se un maestro è appassionato, trasmette ai ragazzi una passione, quel famoso “desiderio di essere e di sapere”. Ma questo non basta o meglio, sostiene Giacomo Stella nel libro fresco di stampa Tutta un’altra scuola. Quella di oggi ha i giorni contati (Giunti), è impossibile. Non si può formare dei maestri o dei professori innamorati dell’insegnamento. Bisogna piuttosto rivoluzionare la scuola che, al livello didattico, “è ferma agli anni sessanta”. Rivoluzionare la nostra obsoleta, fatiscente, grigia, ma comunque essenziale, e nella stragrande parte dei casi, inevitabile, scuola pubblica.
Dunque questa scuola martoriata dalle devastanti riforme Moratti e Gelmini, ridotta all’osso da un taglio di nove miliardi (che rischiava di diventare di 21 se il governo Berlusconi non fosse caduto!) dovrebbe cambiare ancora, e questa volta in meglio. Secondo Stella, professore di psicologia clinica all’Università di Modena e Reggio e tra i massimi esperti italiani di dislessia e disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), bisognerebbe prima di tutto rovesciare le classi, abolire la lezione frontale con la cattedra, abolire i compiti e i voti, ristabilire il tempo pieno (quello in cui si gioca, si sta insieme, si fa comunità), e introdurre un uso attivo degli strumenti multimediali.
“Io sono prima di tutto per una scuola in cui si chiede l’opinione del bambino”, mi ha detto Stella. “E in cui non si danno nozioni, quelle i ragazzi le trovano già su Google, ma si insegna senza insegnare, facendo esperienza”. E poi mi ha fatto l’esempio dell’inglese, materia che notoriamente in Italia non s’impara: ecco, la scuola italiana è un po’ tutta così, tante nozioni, ma non vero apprendimento. “E comunque il problema non è la scuola primaria, ma la scuola media, il vero buco nero del nostro sistema educativo”.

I famigerati dati dell’Ocse/Pisa sembrano dar ragione a Stella. Gli studenti italiani non sono bravi, anzi sono tra i meno bravi d’Europa. E il numero di Neet (improponibile acronimo con cui s’intendono i ragazzi che abbandonano gli studi e non hanno un’occupazione) nel nostro paese è altissimo, al pari della Grecia. La nostra “buona scuola” non è così buona, dicono, insomma le prove Invalsi.
Ma siamo sicuri che la scuola sia ovunque così obsoleta? Siamo sicuri che non si stia invece muovendo qualcosa? Se non sbaglio, stiamo assistendo a un palpabile cambiamento, sia all’interno dell’istituzione scolastica sia al di fuori, dove sempre più maestri e genitori sono alla ricerca di alternative alla scuola tradizionale.
Non ho gli strumenti scientifici per sapere se è davvero così, ma provo a segnalare qui alcune esperienze di scuole primarie statali e pubbliche dove si stanno sperimentando altre direzioni, in certi casi anche da alcuni anni. Scuole che potrebbero diventare e, in parte lo sono già, modelli per altre scuole. E i risultati sono ottimi (e più che ascoltare le Invalsi, qui il test migliore è chiedere gli studenti se vanno a scuola volentieri).

La classe rovesciata
Di questo movimento “dal basso” è testimone anche anche l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (Indire), che nell’ultimo biennio sembra abbia avuto uno slancio concreto nelle proposte di aggiornamento dei docenti, ricerca e valutazione dei progetti. A Indire mi dicono che inizialmente si sono rivolte a loro 22 scuole, che adesso sono le scuole “pilota”, ma nel giro di un anno sono già 400. Scuole che hanno introdotto alcune delle 12 idee proposte dall’istituto (vai qui per leggerle tutte), tra cui nuovi modelli di apprendimento come la flipped classroom (la classe rovesciata) o l’introduzione di stampanti in 3d nelle scuole d’infanzia.
In generale, uno dei progetti più interessanti è quello dei Senza Zaino. Qualche anno fa Marco Orsi, maestro e pedagogista illuminato che insegna in una scuola di Lucca, è andato a visitare alcune scuole steineriane, montessoriane, libertarie, scuole non tradizionali insomma e, prendendo spunto da queste esperienze e non solo, si è inventato un vero metodo educativo.
Oggi alla Scuola Senza Zaino aderiscono più di cento scuole pubbliche. Il gesto di buttare lo zaino è simbolico, ma anche pratico: ci si muove con una cartellina leggera e a scuola si lasciano libri e materiale didattico. Le aule sono simili a open space, con aree dedicate a varie attività, e la cattedra è in un angolino. Il maestro supervisiona il lavoro degli studenti che sono responsabilizzati e attenti.

A Firenze alla Scuola Città Pestalozzi, uno dei tre istituti italiani che sperimentano la wikischool, si fanno grandi cose. Per averne un’idea consiglio la visione di Educazione affettiva di Federico Bondi e Clemente Bicocchi (in queste settimane il documentario è in tour per la penisola). Il documentario, girato con una grazia che ricorda Truffaut e candidato ai David di Donatello, è forse il più bel documentario italiano sulla scuola e racconta gli ultimi giorni di quinta elementare di una classe della scuola fiorentina.
I maestri, Paolo Scopettani e Matteo Bianchi, nel film parlano pochissimo. Quando lo fanno i bambini sono incantati. Spesso i maestri li abbracciano o semplicemente li guardano. Non sgridano, non urlano mai. Due maestri che si pongono sono davvero come guide, e non insegnanti, e sarebbero piaciuti molto a Maria Montessori.
La storia di Maria Montessori, che per molti è solo la signora ritratta sulle vecchie banconote da mille lire, è una tipica anomalia italiana: il metodo che il mondo intero riconobbe come rivoluzionario, in Italia, complice il fascismo, che la relegò ai margini, ancora oggi non stato è riassorbito del tutto dal sistema scolastico istituzionale. Le scuole montessoriane sono più numerose e rinomate all’estero che in Italia.
 
Comunque, anche da noi esistono istituti, statali o paritari, che usano sperimentalmente il metodo (una mappa completa delle scuole Montessori è qui). All’Istituto comprensivo Maria Montessori di Roma, una scuola statale, i bambini sono indaffarati e sereni. E anche gli insegnanti sono contenti, nonostante il lavoro sia molto impegnativo, come mi spiega Mariafrancesca Venturo, maestra della scuola primaria, autrice di Ho fame: il cibo cosmico di Maria Montessori (Mattioli 1885), un libro utile per capire tante cose sul metodo.
In viale Adriatico si lavora bene, grazie anche alle compresenze tra insegnanti, le quali lavorano anche fuori dell’orario di lezione per produrre i materiali necessari alle “presentazioni” (qui non si chiamano “lezioni”). La divisione tra le materie non esiste, i bambini sono abituati a muoversi liberamente tra i vari interessi.
Ci spostiamo a Bologna. Qui c’è la primaria Mario Longhena, una scuola con più di 300 alunni, situata nel parco del Pellegrino, sui colli. In città tutti la conoscono perché è la scuola dai cui gli studenti non uscirebbero mai (le foto dei bambini sporchi di fango sul sito non ufficiale della scuola parlano chiaro). “Siamo un gruppo di maestre molto unite”, racconta Marzia Mascagni. “Qui c’è stata la prima occupazione fatta di genitori, insegnanti e studenti, nel 2002, dopo la riforma Moratti”, mi dice con orgoglio. “Lavoriamo a classi aperte, con molte compresenze tra insegnanti, alterniamo momenti di studio e momenti di svago, spesso all’aperto. Il parco in cui giocano i nostri bambini è senza recinzione, li lasciamo liberi e ci aspettiamo un senso di responsabilità da parte loro. I voti? Solo in pagella, alla fine dell’anno”. Ma la scuola che resiste e che innova non è solo, necessariamente, nelle grandi città.
A Giove, in Umbria, un paesino di poche anime, insegnano Franco Lorenzoni e Roberta Passoni, i quali da anni mettono in pratica benissimo tutta la teoria appresa all’interno del Movimento di cooperazione educativa e lavorano proprio nella direzione dell’apprendimento esperienziale tanto agognato da Stella. Roberta Passoni ha scritto un libro sull’educazione alla lettura nella scuola primaria, A partire da un libro, che può essere uno strumento prezioso per i maestri che cerchino nuove strade per l’insegnamento.

Un fenomeno nuovo e prorompente
La provincia italiana è del resto storicamente teatro di esperienze pedagogiche fuori dal comune: Mario Lodi, che per primo importò gli insegnamenti del francese Célestin Freinet e che fu un vero riferimento per tantissimi insegnanti fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2014, insegnava in un paesino del cremonese; ma anche don Milani – che non ci si stanca mai di rileggere (di recente è stato ripubblicato il suo La scuola della disobbedienza) – o Danilo Dolci hanno lavorato indisturbati in luoghi isolati e periferici; o Nora Giacobini, una delle animatrici del Movimento di cooperazione educativa, che rivoluzionò l’insegnamento della storia e che visse per tanti anni alla casa-laboratorio Cenci, in Umbria (proprio qui dal 21 al 25 aprile ci sarà un convegno in suo onore).
Il mio viaggio finisce in Alto Adige, dove forse la scuola “alternativa” e quella tradizionale stanno dialogando di più. Beate Weyland, professoressa di scienza della formazione alla Libera Università di Bolzano, racconta di aver accompagnato sette scuole pilota, di varie regioni italiane, nella stesura di una sorta di manifesto, un documento che propone una ristrutturazione degli edifici. “Un fenomeno del tutto nuovo e prorompente”, mi dice. “Le scuole e i loro comuni stanno cercando una forma personalizzata, e per farlo riflettono proprio sugli automatismi arrugginiti che per tanto tempo le hanno rese prigioni tristi. All’interno della scuola pubblica, che finora era un luogo ‘di tutti e di nessuno’, s’inizia a credere di poter dare identità al luogo di lavoro”.

11.2.16

La “struttura delta” della Casaleggio. Ecco tutti i nomi e come funziona

Dal contratto imposto al M5S Roma fino alle webstar politiche: come l’azienda guadagna

Jacopo Iacoboni

Diciamo che è la struttura delta della Casaleggio, uno staff nello staff. Al punto 4a del «contratto» con il candidato sindaco del M5S a Roma, Gianroberto Casaleggio ha inserito una delle clausole più importanti, che possono passare inosservate: «Lo strumento per la divulgazione delle informazioni e la partecipazione dei cittadini è il sito beppegrillo.it/listeciviche/liste/roma». Tradotto, tutto il traffico - anche video e social - deve passare dal blog. Ma chi gestisce in concreto questa “struttura” alla Casaleggio associati?

La Stampa è in grado di raccontarlo millimetricamente. Mentre Grillo parla di «Rai fascista», la Casaleggio guadagna dai video di Rai, La7 e Mediaset, con un sistema semplice e perfettamente legale. Prima cosa: ancor prima del boom del M5S, la Casaleggio ha costruito una quindicina di - chiamiamole così - webstar, da Di Battista a Fico, gente con un milione di iscritti su facebook, che è tenuta a concedere di pubblicare ogni proprio video sul sito di Grillo. Se Dibba fa una performance dalla Gruber, la deve mettere sul sito di Casaleggio. I video non vengono caricati su youtube (che non accetta caricamenti con monetizzazione di video protetti da copyright), ma su un altro servizio di cloud storage di video, che non ha evidentemente ancora stipulato accordi con le tv italiane e le società di produzione. A questo servizio la Casaleggio paga una quota per ricevere in cambio dei ritorni pubblicitari dagli spot che partono prima del video, e dai banner (attraverso Adwords o altre piattaforme di monetizzazione pubblicitaria). Per ogni video caricato e visto la Casaleggio incassa in percentuale una quota stimabile fino ai mille euro e oltre per ogni video visualizzato almeno centomila volte (dati variabili). Cosa che a suo tempo fece infuriare moltissimi parlamentari M5S, che però non hanno mai avuto la forza di stoppare questo meccanismo.

Alla Casaleggio tre persone hanno tenuto in mano operativamente la cosa, nel corso di questi anni in varie fasi: Pietro Dettori, che gestisce anche gli account twitter di Grillo, e molto spesso è autore materiale dei post (Grillo incredibilmente lascia fare anche quando poco o nulla sa di ciò che viene scritto, anche delle uscite più tremende), figlio di un imprenditore sardo legato in precedenza a Casaleggio. Biagio Simonetta, un giornalista, esperto di new media. Marcello Accanto, un social media manager. E, ultima entry, Cristina Belotti, che si occupa della tv La Cosa, una bella ragazza cresciuta curiosamente alla più pura scuola del centrodestra milanese, la scuola di Paolo Del Debbio - lavorava nella redazione del suo programma - e arrivata alla Casaleggio attraverso il network dei fratelli Pittarello; soprattutto Matteo, fratello di Filippo, storico braccio destro di Casaleggio, un passato anche da boy scout. Belotti è diventata collaboratrice di Luca Eleuteri, uno dei soci della Casaleggio (l’altro è Mario Bucchich; da non molto si sono aggiunti il programmatore storico della Casaleggio, Marco Maiocchi, e un uomo di marketing che collaborava con Casaleggio già in Webegg, Maurizio Benzi).

I tre che gestiscono il blog e le pagine social della galassia Casaleggio controllano tutto il giorno il trend di viralità dei contenuti pubblicati, attraverso le analisi comparate dei dati (usano insights di facebook e Google analytics). Con l’incrocio semplicissimo di questi due strumenti, sanno in ogni momento quanto stanno guadagnando. Le webstar politiche fanno fare soldi all’azienda. Un berlusconismo 2.0.

C’è però un’altra cosa in cui i «ragazzi» eccellono, e Dettori è bravissimo, la profilazione. È un loro divertimento sapere: chi si collega a un video, da dove, con quale software, quale browser, qual è la sua età e i suoi interessi. Non è proprio The Circle di Dave Eggers - l’azienda è troppo piccola; quello è il sogno.

20.1.16

Le mestruazioni sono una cosa seria


Un rituale durante la festa di Rishi Panchami a Kathmandu, Nepal, il 18 settembre 2015. Secondo la tradizione il bagno sacro purifica le donne dai peccati commessi nei giorni in cui hanno le mestruazioni.
  • 19 Gen 2016 15.33

Le mestruazioni sono una cosa seria

Igiaba Scego
Ogni mese spendo circa otto euro in assorbenti. Ho un flusso abbondante (per non parlare delle perdite premestruali) e i 18 pezzi di una confezione non mi bastano mai. Nella mia vita ho usato anche tamponi interni e pure quelli costano parecchio. Su ogni confezione pago come tutte l’iva – quella sui prodotti sanitari femminili – che è pari al 22 per cento. L’assorbente, il tampax o la coppetta vaginale non sono considerati beni essenziali. Non sono come il pane o un giornale, secondo lo stato italiano. Noi donne abbiamo il ciclo ogni mese, ma per il paese in cui vivo questo è un dettaglio. Come un dettaglio sono i crampi, quelle emicranie che ti staccheresti la testa a morsi, quel sangue che ti scorre tra le gambe. Un po’ come se tutto questo non fosse davvero importante per la nostra bella Italia.
Ed ecco che ogni mese ci cade addosso, direttamente sul portafoglio, quella maledetta iva al 22 per cento. Quando il leader della nuova formazione Possibile, Giuseppe Civati, ha depositato in parlamento un provvedimento per abbattere quel muro del 22 per cento ho fatto, come molte, i salti di gioia. Finalmente un provvedimento che aggiungeva le confezioni di assorbenti e in generale i prodotti igienico-sanitari tra i beni essenziali. Finalmente qualcuno, e per di più un uomo, ha pensato alle “mie cose”.
Appena l’iniziativa è stata annunciata Giuseppe Civati è stato travolto da una pioggia di sberleffi. Tanti i maschietti che hanno ironizzato sulla faccenda e molti, sempre maschietti, hanno giudicato iniquo il provvedimento.
In un tweet qualcuno si è spinto a dire:

Quispano @pa5quino
A @civati ! se la è la novità rossa a sinistra di @matteorenzi cominciamo male male.Idee su lavoro,casa,energia e tec ne abbiamo?

Insomma in rete e fuori la tampon tax è diventata una barzelletta.
Ma barzelletta non è, cari maschietti.
Mi rivolgo a voi perché noi donne già sappiamo che le mestruazioni sono una cosa seria. Lo sanno milioni di donne in Italia, e non solo, che ogni mese vivono la fatica (e sì, anche la gioia) di sanguinare.
L’attivista, voce del femminismo statunitense, Gloria Steinem negli anni settanta non a caso aveva scritto un saggio – ancora molto attuale – dal titolo If men could menstruate (Se gli uomini avessero le mestruazioni). Steinem scrive: “Cosa accadrebbe, per esempio, se di colpo, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no? La risposta è chiara: le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi”.


Usa molta ironia Gloria Steinem, un’ironia amara, che mostra il divario profondo tra l’universo maschile e quello femminile: ed ecco che “sorgerebbe un nuovo istituto nazionale per la dismenorrea, voluto dal congresso; e i medici farebbero poca ricerca sugli infarti, di cui gli uomini non soffrirebbero grazie agli ormoni, ma si concentrerebbero sui crampi”. Oppure “Gli uomini si saluterebbero dicendo ‘Oggi ti vedo proprio bene’ e risponderebbero ‘Ci credo, ho le mie cose!’”.
L’ultimo tabù
“Gli uomini”, scrive Steinem, “convincerebbero le donne che il sesso è più piacevole in quel periodo del mese” e “I prodotti sanitari sarebbero forniti gratuitamente dal governo: ovviamente, alcuni uomini pagherebbero per il prestigio dato da marche celebri come i Tamponi Paul Newman o gli Assorbenti Muhammad Ali e ci sarebbero prodotti ad hoc tipo Per il flusso leggero da scapoli”.
Da destra a sinistra tutti a litigarsi le mestruazioni mascoline che naturalmente si trasformerebbero non solo nella faccenda più figa dell’universo, ma, come ribadisce Gloria Steinem, in uno strumento di potere.
Invece come sappiamo il ciclo mestruale è stato – ahinoi – demonizzato a più livelli. Tra battute e prese di distanza la donna mestruata è sempre stata considerata strana, da evitare, irritabile, a volte perfino un soggetto pericoloso.
Vi ricordate Carrie di Stephen King? Lì le prime mestruazioni della ragazza creano più di uno scompiglio e un evento naturale come il menarca è associato a Satana in persona. Il mestruo non piace, è un tabù, anzi forse è l’ultimo tabù.
La donna mestruata è considerata da parecchie religioni impura, addirittura in ebraico c’è la parola niddah per definirla. Niddah è di fatto la donna che ha avuto le sue mestruazioni e non ha svolto il mikveh, ovvero il rituale di purificazione. Nel Levitico 15:19-30 è infatti detto: “Quando una donna avrà i suoi corsi e il sangue le fluirà dalla carne, la sua impurità durerà sette giorni; e chiunque la toccherà sarà impuro fino alla sera”.
Anche nell’islam dopo le mestruazioni la donna non prega e deve fare un bagno purificatore prima di compiere le preghiere canoniche. Ricordo ancora come in Somalia, il mio paese d’origine, la donna durante il ciclo era definita nijas, impura. Mia madre mi ha detto che tra i pastori nomadi tra i quali è nata, una donna era isolata in quei giorni e allontanata dalle pratiche quotidiane. “Ti chiamavano nijas e non potevi macellare le bestie o svolgere qualsiasi attività”. E anche chi oggi non considera la donna mestruata impura (penso all’occidente in cui vivo) ci tratta comunque come un soggetto altamente infiammabile.
Un felice sanguinamento
Insomma queste benedette mestruazioni ci sono, ma il mondo tende a parlarne il meno possibile e quando ne parla lo fa sempre sottovoce. Questo tabù di fatto accomuna tutti i patriarcati, da oriente a occidente. Forse sono differenti le modalità di azione, ma la discriminazione direi che è proprio la stessa. Ancora oggi, se ci fate caso, nelle pubblicità delle più grandi marche di assorbenti il rosso mestruale è bandito. Al suo posto appare nel nostro piccolo schermo casalingo un flusso blu, quasi trasparente, che non solo nasconde, ma rimuove qualcosa che in fin dei conti è solo parte della natura di ogni donna.
In India, pochi mesi fa c’è stata una protesta di donne per ribadire che loro sanguinano ogni mese e va bene così. Sembra ovvio ribadirlo. Ma nel subcontinente indiano il mestruo è un grandissimo tabù e niente è davvero ovvio quando si parla di mestruazioni.
Tutto è nato intorno al tempio Sreedharma Sastha di Sabarimal, uno dei più conosciuti e visitati del Kerala. Prayar Gopalakrishnan che ha preso in carico la gestione del tempio ha di fatto impedito l’ingresso alle donne in età fertile, perché non sapeva bene come distinguere le pure da quelle impure, ovvero le mestruate dalle non mestruate.
Il religioso indù ha riferito ad alcuni reporter locali che avrebbe potuto farle entrare solo se avesse avuto in dotazione un dispositivo simile al metal detector manuale da passare sul ventre delle pellegrine. Naturalmente queste affermazioni hanno mandato su tutte le furie le donne indiane e soprattutto quelle del Kerala. La studente Nikita Azad (già dal nome si capisce che è una tipa combattiva) ha lanciato una campagna su Facebook #HappyToBleed alla quale hanno subito aderito migliaia di donne in tutto il subcontinente. Messaggi, cartelli e perfino assorbenti sono stati usati come vessilli per rompere il tabù e cominciare finalmente a parlare di questo loro felice e naturale sanguinamento.
Non a caso molte ong si stanno specializzando in assorbenti
Un’altra donna ha portato lo scorso agosto le mestruazioni sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Il suo nome è Kiran Gandhi, anni 26. Kiran è diventata famosa per aver corso la scorsa maratona di Londra senza tamponi interni o assorbenti. Nel suo blog ha spiegato il doppio proposito che ha animato la sua iniziativa. Il primo era quello di mostrare alle donne che non c’è niente di cui vergognarsi nel sangue mestruale. Il secondo invece puntava a richiamare l’attenzione del mondo sulla difficoltà che hanno molte donne nel comprare gli assorbenti.
Motori dell’emancipazione femminile
Ci sembra facile, quasi automatico comprare un pacco dei nostri amati assorbenti sotto casa e usarli. Ma è un gesto che non sempre è così naturale. Me ne sono accorta ad Hargheisa, nella Somalia del nord, dove ero andata per partecipare a una fiera del libro. Lì un pacco di assorbenti costava quanto uno stipendio locale (a volte anche più). Dove poi, è bene ricordarlo, sono ancora in pochi ad avere uno stipendio regolare. Molte donne, e non solo in Somalia purtroppo, non hanno accesso a questi prodotti. Un imprenditore del luogo, che aveva messo sul mercato gli assorbenti/pannolini Nune (molto famosi in tante zone del corno d’Africa) mi ha detto all’epoca che “le mestruazioni sono un grosso tabù sia in Somalia sia nel Somaliland. Da noi le ragazze rilavano e riusano lo stesso assorbente mille e mille volte con il rischio altissimo di infezioni vaginali”.

A Bhaktapur, in Nepal, l’11 febbraio 2014, durante la festa Swasthani Brata Katha nella quale le donne che hanno le mestruazioni vengono isolate dagli altri fedeli. - Navesh Chitrakar, Reuters/Contrasto
A Bhaktapur, in Nepal, l’11 febbraio 2014, durante la festa Swasthani Brata Katha nella quale le donne che hanno le mestruazioni vengono isolate dagli altri fedeli.
Ricordo ancora la faccia seria dell’imprenditore, un giovane della diaspora somala nato negli Stati Uniti e tornato in Africa per rendersi utile. E di fatto si è reso utile. Per impedire che le ragazze smettessero di andare a scuola a causa del ciclo (molte infatti erano costrette a non uscire dai familiari o smettevano perché la vergogna di macchiarsi era insostenibile) si è inventato insieme a una ong locale una distribuzione gratuita di assorbenti da prelevare direttamente a scuola.
Hargheisa non è un eccezione, non lo è Mogadiscio e anche molte zone dell’India sono ancora in questa condizione. E non a caso molte ong si stanno specializzando in assorbenti.
Oggi gli assorbenti ci sembrano oggetti scontati, quasi banali. Ma sono stati uno dei motori dell’emancipazione delle donne. Le donne infatti per secoli hanno usato di tutto per assorbire il sangue mestruale che colava a fiotti tra le loro cosce. Per disperazione e per necessità si è ficcato lì sotto praticamente qualsiasi cosa. Dai papiri avvolti delle antiche egiziane a tamponi fai da te fatti con fiori di cotone, foglie, carta, muschio, lana e perfino pelli animali.
Poi sono arrivate le spugnette, gli stracci da cucina e per le donne più ricche gli avanzi di tessuto. E anche la mutanda come la conosciamo oggi non esisteva. Le donne si dovevano ingegnare ogni volta a fissare in maniera creativa quelle strane cose che si mettevano tra le cosce per impedite al flusso di uscire e macchiare. Ed ecco che tra spilli, calzoncini, corde di vario genere le donne di ogni tempo si sono attrezzate ognuna come poteva. Mia madre per fortuna sua ha avuto il menarca tardi, viveva già a Mogadiscio. Ma si ricorda di donne che facevano buche per terra e stavano lì per ore accucciate come cani. Mia madre è stata fortunata perché la sorella, la zia Faduma, era ostetrica e la sua dose di assorbenti al mese la riceveva gratuitamente. Ma non per tutte era così. “Molte mie amiche semplicemente non uscivano di casa”, mi ha detto.
A volte, però, parlare troppo di mestruazioni può portare non solo alle battute di bassa lega, ma addirittura alla censura
Anche in occidente alla fin fine l’assorbente è scoperta recente. Solo durante la prima guerra mondiale alcune infermiere hanno intuito che le bende di cellulosa che usavano per le ferite dei soldati assorbivano il flusso meglio del cotone. E da lì l’industria ha seguito letteralmente il flusso. E non smette di seguirlo ancora oggi.
Da qualche anno l’ex tennista Annabel Croft ha inventato una linea di lingerie per sportive. Molti prodotti sono dedicati alle tenniste e alle cavallerizze, braghettoni enormi quasi ottocenteschi, adatti per quei giorni lì. Annabel ha infatti confessato al Guardian che il ciclo l’aveva sempre preoccupata. Quella divisa sportiva delle tenniste che più bianca non si può e quelle gonne così corte erano un vero tormento. Come fare a non macchiarle? E poi un giorno la madre si è presentata con dei mutandoni enormi come un costume da bagno anni sessanta e Annabel è riuscita a superare il suo personale trauma da ciclo indossandoli e poi creando la sua linea di lingerie Diary Doll.
Forse è nello sport che il ciclo colpisce di più le donne. Le sportive ai nostri occhi sono semidee pronte a ogni battaglia come delle moderne amazzoni, niente può spaventarle. O preoccuparle. E invece hanno il ciclo anche loro. Ogni donna che ci viene in mente, da Federica Pellegrini a Serena Williams, sanguina in quei giorni. E il ciclo, ovvero la stanchezza e la spossatezza che arrivano con le mestruazioni, colpisce pure loro. Ma in poche erano autorizzate ad ammetterlo. Almeno finché non è arrivata Heather Watson che ha candidamente ammesso in televisione che è stata tutta colpa del ciclo se ha perso gli Open d’Australia.
Evviva, qualcuna finalmente si azzardava a confessare a voce alta questo segreto di Pulcinella conosciuto dalle donne di ogni epoca.
A volte, però, parlare troppo di mestruazioni può portare non solo alle battute di bassa lega (come quelle che stanno perseguitando in queste ore il povero Giuseppe Civati), ma addirittura alla censura.
È successo a Rupi Kaur, una poeta pachistana che vive in Canada. La foto incriminata mostra Rapi Kaur sdraiata sul letto di casa e con il pantalone macchiato dal sangue mestruale. L’istantanea apparteneva a una serie di foto artistiche, Period (che l’artista ha realizzato con la sorella Prabh) ed è stata censurata per ben due volte da Instagram. Rupi Kaur si è detta meravigliata dall’eco e dal dibattito creato dal lavoro che lei e Prabh hanno messo in piedi. Non immaginava quanto il tema fosse tabù ancora anche in occidente. Chiaramente, dopo il clamore creato dagli articoli e dagli utenti inferociti per il trattamento riservato alle due sorelle, Instagram ha presentato le sue scuse e ha rimesso online la foto. Ma questo ci dice che una parità mestruale non l’abbiamo ancora ottenuta.
Io per esempio da piccola chiamavo il flusso mestruale Guglielmo, perché avevo un testo di letteratura italiana, il Guglielmino Grosser, con la copertina di un rosso acceso
Una mia amica mi ha confessato che la parola “mestruazioni” la mette a disagio. “Non la uso”, mi ha detto, “provo un po’ di vergogna”. E non è un caso isolato. Ogni donna pur di non chiamare mestruazioni le sue “cose” si è inventata dei nomignoli buffi ed evocativi per celare il misfatto.
Ed ecco che le nostre nonne dicevano “è arrivato il marchese”, perché pare che questi poveri marchesi usassero palandrane rosso fuoco come abito da cerimonia. D’altronde giubbe rosse era un altro nome dato al flusso mestruale. Io, per esempio, da piccola chiamavo il flusso mestruale Guglielmo, era tutto un “mi ha chiamato Guglielmo” o “Domani mi viene a prendere Guglielmo”. Perché avevo un testo di letteratura italiana, il Guglielmino Grosser, con la copertina di un rosso acceso. Ci vergognavamo e ci vergogniamo ancora perché la società ci ha inculcato un’idea insana di sporcizia e peccato legato a questo evento mensile.
Nessuno, di fatto, ci ha mai detto che il ciclo fa parte di noi come l’aria che respiriamo o come il battito delle nostre ciglia. Ed ecco che per anni siamo sgattaiolate furtive, come se fossimo Arsenio Lupin, per buttare nella spazzatura l’assorbente incriminato, lontano dallo sguardo dei maschi di famiglia – siano essi padri, fratelli o mariti. Insomma noi donne, cari maschietti, siamo vissute in un incubo creato dai vostri pregiudizi.
Invece di deridere Giuseppe Civati sarebbe ora che uomini e donne si mettessero insieme per superare questo stato di cose e anche per trovare una soluzione all’inquinamento di cui anche miliardi di assorbenti sono colpevoli. Cosa fare? Dalle coppette vaginali agli assorbenti biodegradabili il mondo si sta attrezzando.
Quindi smettetela di ridere e fatevi venire qualche buona idea per tener pulito insieme a noi il pianeta.
E ricordatevi che le mestruazioni sono una cosa seria.
Molto seria. Senza di loro forse non ci sarebbe la vita. Probabilmente nemmeno la vostra.

10.1.16

Il corpo delle donne e il desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra

Lo scrittore algerino sui fatti di Colonia: “Del rifugiato vediamo lo status, non la cultura. E così l’accoglienza si limita a burocrazia e carità, senza tenere conto dei pregiudizi culturali e delle trappole religiose”
Nel mondo di Allah il sesso rappresenta la miseria più grande
L’islamismo è attentato a quel desiderio che esplode in Occidente

di Kamel Daoud.

Cos’è accaduto a Colonia? Leggendo i resoconti si fa fatica a comprenderlo con chiarezza. Forse però sappiamo cosa passava nella testa degli aggressori e come di sicuro come la pensano gli occidentali.
Il “fatto” in se” è espressione fedele dell’immagine che gli occidentali hanno dell’Altro, il rifugiato/immigrato: spiritualismo esasperato, terrore, riaffiorare della paura di antiche invasioni e base del binomio barbaro/civilizzato. Gli immigrati che accogliamo se la prendono con le “nostre” donne, aggredendole e stuprandole. Una nozione che la destra e l’estrema destra non tralasciano mai di esporre quando si pronunciano contro l’accoglienza ai rifugiati. I colpevoli sono immigrati arrivati da tempo o rifugiati recenti? Appartengono a organizzazioni criminali o sono semplici teppisti? Per delirare con coerenza non si aspetterà che queste domande abbiano risposta. Il “fatto” ha già riaperto il dibattito sull’opportunità di rispondere alle miserie del mondo “accogliendo o asserragliandosi”.
Spiritualismo esasperato? Già. In Occidente l’accoglienza pecca di un eccesso di ingenuità. Del rifugiato vediamo lo stato ma non la cultura. È la vittima sulla quale gli occidentali proiettano pregiudizi, senso del dovere o di colpa. Si scorge in lui il sopravvissuto, dimenticando che è anche vittima di una trappola culturale che deforma il suo rapporto con Dio e con la donna.
In Occidente il rifugiato o l’immigrato potrà salvare il suo corpo ma non patteggerà altrettanto facilmente con la propria cultura, e di ciò ce ne dimentichiamo con sdegno. La cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna — fondamentale per la modernità dell’Occidente — rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la “propria cultura”. Ma tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici e si esplicano attraverso la carità.
Il rifugiato è dunque un “selvaggio”? No. È semplicemente diverso, e munirlo di pezzi di carta e offrirgli un giaciglio collettivo non può bastare a scaricarci la coscienza. Occorre dare asilo al corpo e convincere l’animo a cambiare. L’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a guarirlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l’incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita. Una convinzione condivisa, che negli islamisti appare palese. Poiché la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell’anima.
Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei. Qualche anno fa, a proposito dell’immagine della donna nel mondo detto arabo si scrisse: «La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere».
È questa libertà che il rifugiato, l’immigrato, desidera ma non accetta. L’Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà della donna è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della “virtù”.
Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà, in Occidente un valore fondamentale, ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o a una nefandezza da “velare”. La libertà di cui la donna gode in Occidente non è vista come il motivo della sua supremazia ma come un capriccio del suo culto della libertà. Di fronte ai fatti di Colonia l’Occidente (quello in buona fede) reagisce perché è stata toccata “l’essenza” stessa della sua modernità — laddove l’aggressore non ha visto altro che un divertimento, l’eccesso di una notte di festa e bevute.
Colonia è dunque il luogo dei fantasmi. Quelli elaborati dall’estrema destra che evoca le invasioni barbariche e quelli degli aggressori, che vogliono che il corpo sia nudo perché è “pubblico” e non appartiene a nessuno. Non si è aspettato di sapere chi fossero i responsabili, perché nei giochi di immagini, riflessi e luoghi comuni, tale dato non conta poi molto. E non si vuole ancora capire che dare asilo non significa semplicemente distribuire “carte” ma richiede di accettare un contratto sociale con la modernità.
Nel mondo di “Allah”, il sesso rappresenta la miseria più grande. Al punto da dare vita a un porno-islamismo a cui i predicatori ricorrono per reclutare i propri “fedeli”, evocando un paradiso che più che a una ricompensa per credenti somiglia a un bordello, tra vergini destinate ai kamikaze, caccia ai corpi nei luoghi pubblici, puritanesimo delle dittature, veli e burka. L’islamismo è un attentato contro il desiderio. E talvolta questo desiderio esplode in Occidente, dove la libertà appare così insolente. Perché “da noi” non esiste via d’uscita se non dopo la morte e il giudizio universale. Ritardo che fa dell’uomo uno zombie, o un kamikaze che sogna di confondere la morte con l’orgasmo, o un frustrato che spera di raggiungere l’Europa per sfuggire alla trappola sociale della propria debolezza.
Ritornando alla domanda iniziale: Colonia ci insegna che dobbiamo chiudere le porte o chiudere gli occhi? Nessuna delle due opzioni: chiudere le porte ci obbligherebbe un giorno a sparare dalle finestre, un crimine contro l’umanità. Ma anche quello di chiudere gli occhi sulla lunga opera di accoglienza e di aiuto, e su ciò che questa comporta in termini di lavoro su se stessi e sugli altri, sarebbe un atteggiamento di spiritualismo esasperato, in grado di uccidere.
I rifugiati e gli immigrati non possono essere ridotti a una minoranza delinquenziale. Ciò ci pone di fronte al problema dei “valori” da condividere, imporre, difendere e far capire. Ciò pone il problema del dopo-accoglienza: una responsabilità di cui dobbiamo farci carico.

Tutti i branchi dei maschi

Da quando le donne occidentali e italiane sono libere davvero, non solo per le tante nuove leggi degli ultimi settant’anni?
di Natalia Aspesi

Quella notte le donne venivano aggredite, spogliate, picchiate, derubate.
Venivano derise da un muro di maschi stranieri organizzati, e intanto ai maschi poliziotti tutto sembrava un gioco festoso da non interrompere, e i maschi cittadini che presumibilmente accompagnavano le donne o comunque attraversavano la piazza come loro preferivano guardare dall’altra parte, evitando di intervenire a difendere le vittime assalite da maschi migranti e apparentemente non armati, quindi pericolosi ma non troppo.
Quella notte, a Colonia, ma anche altrove, le donne si sono ritrovate completamente sole, tra maschi violenti, maschi indifferenti, maschi spaventati. Di nuovo dentro la loro storia secolare di isolamento, impotenza, sopraffazione, abbandono, pericolo, che ogni tanto sembra finita e invece non lo è mai: probabilmente ancora una volta usate per consentire a un branco di maschi di disprezzarle e rimetterle al loro posto di sottomissione e irrilevanza, e a un altro branco di maschi di ergersi, dopo i fatti e solo a parole, a indispensabili protettori, a eroici paladini della loro libertà, che per secoli hanno ostacolato e ostacolano tuttora; e a un altro branco ancora a servirsene come pedine di una sporca politica.
Ma da quando le donne, e si parla solo di quelle occidentali, e in particolare le italiane, sono libere davvero, non solo per le tante nuove leggi degli ultimi settant’anni? Ci sono frammenti di realtà che rinascono dalla memoria individuale o scopri in un film: e per esempio negli Anni ’50 il ricordo che se il parto metteva a rischio la vita della madre o del bambino, era il marito che doveva scegliere chi poteva vivere, ed era sempre il bambino. Oppure, nel recente grande film tedesco Il labirinto del silenzio, un giornale radio della fine degli Anni ’50 informa che da quel momento le donne, se sposate, potranno lavorare solo col consenso del marito. Piccoli omicidi, minuscoli ostacoli, dentro un mondo di esclusione e impotenza delle donne, di supremazia e potere degli uomini.
Certo le donne fanno i ministri e i capi di Stato, spesso benissimo ma è sempre non sulla loro capacità politica ma sul loro corpo di donna che gli avversari l’attaccano: culona, non la scoperei mai, lesbicaccia, cesso eccetera. Gli attacchi sul web contro i pensieri delle donne, metti povere loro che non gli piaccia Zalone e lo mettano su Facebook: le minacce di morte sono il meno, e i più violenti verbalmente, se le avessero davanti, forse strapperebbero loro gli slip come a Colonia.
Anche le donne occidentali non sono quiete da nessuna parte, in piazza le assaltano gli immigrati ma spesso il branco è del paese, e anche in casa devono stare attente, gli stessi loro uomini che non le avrebbero difese a Colonia possono sempre spaccar loro la testa.

12.12.15

Etruria, banca spolpata tra fidi ai consiglieri e yacht “fantasma”

L’istituto nato nel 1882 è da lustri il crocevia tra massoneria e finanza cattolica ed è franato per finanziamenti e acquisti dissennati
Ex amministratori e sindaci si sono auto concessi prestiti per 185 milioni oltre a gettoni di presenza da 14 milioni in 5 anni I primi 20 prestiti in sofferenza ammontano a 200 milioni. Tra i beneficiari la famiglia Federici e Bellavista Caltagirone
di Alberto Statera


ROMA “Come è umano lei!” Se non ci fosse già la mestizia per un morto suicida, verrebbe da usare le parole di Giandomenico Fracchia ne “La belva umana” per giudicare “le misure di tipo umanitario” annunciate dal ministro Pier Carlo Padoan a favore dei risparmiatori più poveri, il parco buoi che con le obbligazioni “subordinate” di quattro banche ha perso tutto.
Ruggisce la Chimera di Arezzo verso i 13 ricchi ex amministratori e 5 ex sindaci di Banca Etruria che invece probabilmente non restituiranno mai i 185 milioni che si sono auto-concessi con 198 posizioni di fido finiti in “ sofferenza” e in “incaglio”, settore che in banca curava Emanuele Boschi, fratello del super-ministro Maria Elena. Né, visti i precedenti, restituiranno i 14 milioni riscossi di gettoni negli ultimi cinque anni. Figurarsi poi i 20 primi “sofferenti” per oltre 200 milioni. A cominciare da Francesco Bellavista Caltagirone dell’Acqua Antica Pia Marcia, “un dono fatto all’Urbe dagli dei”(Plinio il Vecchio) esposta con le sue controllate per 80 milioni o la Sacci (40 milioni) della famiglia Federici, passata adesso all’ Unicem, o la Finanziaria Italia Spa del Gruppo Landi di Eutelia (16), o ancora la Realizzazioni e Bonifiche del Gruppo Uno A Erre (10,6) , l’Immobiliare Cardinal Grimaldi, titolare di un mutuo di 11,8 milioni a 40 anni, una durata che non esiste sul mercato, e l’ Acquamare srl (17,1) sempre del gruppo Bellavista Caltagirone.
Tra le storie più deliranti tra quelle nelle quali ci si imbatte percorrendo i sentieri delle quattro banche fallite, la più sconclusionata è quella del panfilo più lussuoso al mondo che doveva essere costruito dalla Privilege Yard Spa a Civitavecchia, lungo 127 metri e già opzionato – si diceva - da Brad Pitt e Angelina Jolie. Dal 2007, quando fu costituito il pool di banche capeggiato dall’Etruria, esiste solo il rendering della nave di carta e la società è fallita con un buco di 200 milioni. L’inventore del bidone si chiama Mario La Via, che si definisce “finanziere internazionale”, e che esibiva come suoi soci l’ex segretario generale dell’Onu Perez de Cuellar, il sultano del Brunei e Robert Miller, azionista di Louis Vuitton e CNN. L’inaugurazione del cantiere fu benedetta dal cardinale Tarcisio Bertone. Nel consiglio figuravano Mauro Masi, ex direttore generale della Rai, Giorgio Assumma, ex presidente della Siae, e il tributarista Tommaso Di Tanno. Per non farsi mancare niente, tra gli sponsor c’era anche Giancarlo Elia Valori, l’unico massone espulso a suo tempo dalla P2 di Licio Gelli. D’altro canto, la Banca Etruria è da lustri teatro dello scontro e anche degli incontri d’interessi tra finanza massonica e finanza cattolica. Quasi tutte storie che vengono dalla notte dei tempi.
La Banca dell’oro, come era chiamata per il ruolo nel mercato dei lingotti, nasce nel 1882 in via della Fiorandola come Banca Mutua Popolare Aretina. Ma è cent’anni dopo, nel 1982, che comincia l’espansione con l’acquisto della Popolare Cagli, della Popolare di Gualdo Tadino e della Popolare dell’Alto Lazio, feudo di Giulio Andreotti che era sull’orlo del default. E comincia il trentennio del padre-padrone Elio Faralli, classe 1922, massone, che rinunciò alla presidenza con una buonuscita di 1,3 milioni e un assegno annuale di 120 mila euro perché a 87 anni non facesse concorrenza alla sua ex banca. Scomparso nel 2013 e sostituito dal cattolico Giuseppe Fornasari, ex deputato democristiano, Faralli sponsorizzò tutte le prime venti operazioni in sofferenza di cui abbiamo dato conto, salvo 20 milioni deliberati ancora per la nave di carta durante la presidenza Fornasari. Risale poi al 2006 l’acquisto di Banca Federico Del Vecchio. Doveva essere la boutique bancaria che portava in Etruria i patrimoni delle ricche famiglie fiorentine, ma si è rivelata un buco senza fondo. Un giorno Faralli si rinchiuse da solo in una stanza col presidente della Del Vecchio e ne uscì con un contratto di acquisto per 113 milioni, contro una stima di 50, mentre mesi fa veniva offerta in vendita a 25 milioni.
“La Banca Etruria non si tocca,” andava proclamando il sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani, nipote del leader storico della Democrazia Cristiana Amintore e figlio del leader locale Ameglio, alla vigilia di lasciare l’incarico per trasferirsi nella poltrona di membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura. Un sindaco aretino, chiunque egli fosse, era costretto a difendere “per contratto” l’icona bancaria cittadina, 186 sportelli e1.800 dipendenti, con un modello fondato su un groviglio di interessi intrecciati tra loro. Lo stesso modello ad Arezzo, come nelle Marche, a Chieti e Ferrara, con banchieri improvvisati, politici locali, imprenditori, azionisti, grandi famiglie feudatarie, truffatori, a spese dei piccoli correntisti spinti ad acquistare prodotti a rischio per loro incomprensibili. Ma il mito della banca semplice, radicata sul territorio, per clienti semplici, dove tutti si fidano, si è infranto definitivamente un mercoledì del febbraio scorso, quando ad Arezzo di fronte ai capi- area convocati per avere comunicazione dei tragici dati di bilancio irrompono due commissari nominati dalla Banca d’Italia, Riccardo Sora e Antonio Pironti. Il presidente vuole annullare la riunione , ma i commissari dicono: “No, la riunione la facciamo noi.” E di fronte ai dirigenti esordiscono così: ”Qualcuno in Consiglio d’amministrazione insiste nel non voler capire bene la situazione”. E dalla sala si alza un commento:”Meglio i commissari che il geometra”, che non è altri che il presidente commissariato Lorenzo Rosi, affiancato dal vice Pier Luigi Boschi. Ma la Banca d’Italia finalmente muscolare non fa miglior figura. Passano due o tre giorni e si scopre che il commissario di Bankitalia Sora è indagato a Rimini, dove era stato commissario della locale Cassa di risparmio per l’acquisto di azioni proprie “a un prezzo illecitamente maggiorato”.
Adesso, con il pellegrinaggio di ieri ad Arezzo di Matteo Salvini ed altri raccogliticci salvatori della patria, le polemiche tutt’altro che ingiustificate sulla Banca d’Italia, che era finora un tabernacolo inviolabile, si spostano dritte dritte sul governo Renzi. Il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo evoca i 238 miliardi di aiuti alle banche messi dalla Germania, che poi ha promosso i vincoli per impedire interventi analoghi agli altri paesi, contro il nostro miliardo. E lamenta gli inadeguati poteri d’intervento e sanzionatori. Ma non spiega perché il commissariamento non fu fatto dopo la terribile ispezione del 2010 o dopo quelle altrettanto tragiche del 2013 e 2014. Quanto al governo, ci ha messo non più di venti minuti per approvare il Salva-banche. Ma, attenzione. Così com’è, c’è chi teme che rischi di provocare altri monumentali guai.

7.12.15

Sono cambiate le regole del gioco: il voto a Marine Le Pen non è di protesta

Superati ormai gli schemi su cui era basata la dialettica politica tradizionale

Cesare Martinetti

Il Front National è il primo partito di Francia, Marine Le Pen cambia il paradigma politico di un paese fondatore dell’Unione europea e apre una dinamica imprevedibile nel vecchio continente. Un vittoria annunciata ma non per questo meno clamorosa: è un voto che segna qualcosa di molto più profondo, è il superamento dello schema politico novecentesco, saltano le categorie nelle quali si sono formati i partiti delle democrazie occidentali. Il 40 per cento di voti presi da Marine Le Pen e dalla nipotina Marion nella due regioni in cui erano candidate (Nord-Pas-de-Calais e Piccardia, Provenza-Costa Azzurra) costituiscono la somma dei voti di destra e sinistra, ex gollisti e socialisti. Nel resto del Paese il Front è al 30 per cento; secondo partito i “repubblicani” di Sarkozy con il 26. I socialisti sono al 23.

Tutto questo non si può più interpretare con la vecchia formula del voto di protesta. Non basta più. Bisogna prendere atto che la politica sta cambiando, inutili le vecchie formule che ancora si sentono oggi in Francia tipo «far fronte all’estrema destra» che è un modo appena più reticente di dire: no ai fascisti. Più lo si dirà e più voti andranno al Front. Il paese è già altrove. Sono anni che sociologi e sondaggisti avvertono un rimescolamento nel profondo della società.

I voti al Front National arrivano in gran parte dalle classi popolari, molti dei nuovi elettori frontisti hanno votato comunista per anni. È il voto dei delusi, dei dimenticati, è il voto di un paese profondo al quale la politica non sa più parlare. È un voto populista, postideologico e in questo senso introduce stabilmente nel paesaggio politico un soggetto “nuovo” ma non per questo anti-politico.

È un voto contro le élites politiche che giocano una piccola battaglia di apparati. È un voto contro la tecnocrazia gelida di Bruxelles da dove arrivano soltanto diktat cifrati che la gente traduce in perdita secca nella propria quotidianità. Non è un caso che l’unica regione in cui il Front arriva terzo con il 18 per cento dietro la destra al 30 e i socialisti al 25 è l’Ile-de-France e cioè la regione di Parigi: impensabile un voto contro le élites nella capitale delle élites.

È naturalmente un voto di paura dopo gli attentati. Ma sarebbe un errore pensare che i francesi hanno votato Front dopo Charlie Hebdo e le stragi di venerdì 13 novembre.

Una crescita continua

La dinamica elettorale per il Front è positiva da 2002, l’anno in cui il vecchio Jean-Marie Le Pen, padre di Marine riuscì a battere il premier socialista Lionel Jospin nel primo turno delle presidenziali e arrivò al ballottaggio con Chirac. Perse, è vero, per 82 a 18 (per cento). Ma il grande tabù era rotto. Da allora gli altri partiti, in particolare la destra ex gollista con Nicolas Sarkozy si sono lanciati all’inseguimento del paese che sembrava scivolare sempre di più nell’ombra del Front dando così corso a quella «lepenizzazione» degli spiriti che ieri ha sancito la vittoria di Marine Le Pen.

Sarzkoy il grande battuto

In questo senso il grande sconfitto di queste elezioni è proprio Sarkozy che stava faticosamente costruendo la candidatura per le presidenziali 2017 sognando la grande rivincita con Hollande che l’aveva umiliato tre anni e mezzo fa. Dopo questo risultato è molto difficile che Sarko, che ieri sera ha lanciato proclami di battaglia contro l’estrema destra rifiutando qualunque alleanza con il Ps per il secondo turno, possa essere candidato. Il grande rivale moderato Alain Juppé (l’unico che sembra in grado di battere la Le Pen in un ballottaggio perché capace di raccogliere anche molti voti socialisti) ha già annunciato battaglia nel partito.

Hollande e la sinistra divisa

Hollande è stato sconfitto ma meno di quel che si pensava. I voti della sinistra (come sempre dispersi) sommati fra loro fanno quasi ovunque più del Front. Ma si sa che un conto è la matematica e un altro conto la politica. Il presidente ha comunque molto recuperato grazie all’atteggiamento fermo e reattivo di fronte agli attentati. La «guerra» immediatamente dichiarata all’Isis, lo stato di emergenza messo in atto nel paese, l’attivismo diplomatico gli hanno riportato molti consensi persi nel deludente andamento economico del paese. Lui, certamente, sarà il candidato alla propria successione tra poco più di un anno.

Promesse mirabolanti

Detto questo bisognerà anche vedere che uso farà Marine Le Pen di questo risultato elettorale, che naturalmente dovrà essere confermato domenica prossima ai ballottaggi. Ma nel sistema francese le regioni hanno poteri molto meno significativi delle regioni italiane, non si potrà certo misurare il programma di governo del Front. La Pen vince su promesse mirabolanti: l’uscita dall’euro (che in verità negli ultimi tempi ha un po’ attenuato, forse nel timore di doversi poi trovare davvero a metterla in atto), la chiusura dei confini agli stranieri, nazionalizzazioni delle imprese che delocalizzano, etc. Ma questa sarà la partita del 2017 della quale sappiamo da fin d’ora che uno dei due candidati sarà Marine Le Pen. Resta da capire chi potrà (e saprà) sfidarla.

19.11.15

Come spiegare ai bambini cosa è successo a Parigi

Davanti a episodi violenti come gli attentati a Parigi si può provare l’istinto di proteggere i bambini dalle notizie che potrebbero turbarli, ma secondo gli esperti può essere un errore ritardare il momento in cui scoprono che è successo qualcosa di terribile. L’approccio da seguire, per genitori e insegnanti, dipende dall’età dei bambini.
La prima regola, valida in ogni caso, è trovare il tempo per rispondere alle domande con calma e chiarezza: spesso succede che vengano a sapere cosa è successo da qualcuno fuori dall’ambiente familiare e i genitori devono riuscire a chiarire i dubbi e ad allontanare ansie e paure.
Ecco alcuni consigli, pubblicati da Time, per affrontare il discorso con bambini di diverse età.
  • Bambini in età prescolare. Prima dei sei anni si può evitare di esporre i bambini a queste notizie. I bambini che hanno meno di cinque anni possono confondere i fatti con le paure e per questo è meglio aggiungere dettagli solo per rispondere a domande dirette.
  • Bambini tra i sei e i dieci anni. Secondo Harold Koplewicz, presidente del Child mind institute, “a questa età conoscere i fatti può aiutare ad alleviare l’ansia”. Ma è meglio evitare l’eccesso di dettagli, come il numero dei morti, e l’uso di parole che possono spaventare. Secondo la psicoanalista francese Claude Halmos è inutile parlare del gruppo Stato islamico, della religione e delle operazioni militari in Siria. I bambini devono essere rassicurati: se gli adulti sembrano tristi non è perché c’è una minaccia diretta alla famiglia, ma solo per le vittime. È importante far capire ai bambini che sono al sicuro: questi attacchi sono molto rari, “i cattivi” sono stati catturati e i feriti guariranno.
  • Bambini tra i dieci e i quattordici anni. I bambini più grandi potrebbero voler conoscere maggiori dettagli, ma gli esperti consigliano di non dargliene troppi. A questa età è importante chiedergli cosa hanno saputo e come si sentono, devono sapere che si può essere tristi anche se non si sente il bisogno di piangere. I bambini potrebbero mostrarsi indifferenti o voler passare del tempo da soli, ma può essere utile incoraggiarli a esprimere le loro paure ed eventualmente parlare di come comportarsi in caso di emergenza.
  • Adolescenti, tra i 14 e i 18 anni. I ragazzi che frequentano le scuole superiori probabilmente ricevono informazioni sui più importanti eventi di attualità attraverso i social network e per questo è molto importante aiutarli a distinguere i fatti dalle bufale e dalle congetture. Gli adolescenti potrebbero rifiutare questo tipo di conversazione: per questo è consigliabile affrontare l’argomento mentre si fa qualcos’altro insieme a loro, secondo Koplewicz. Non crederanno di essere al sicuro dagli attacchi terroristici con una semplice rassicurazione, bisogna invitarli a considerare le probabilità e decidere insieme cosa fare in caso di emergenza, cosa dovrebbero fare nel caso in cui non fossero in grado di tornare a casa o contattare i genitori. Infine, è importante parlare con gli adolescenti dell’uso della violenza, dei suoi effetti e delle alternative.
In Francia il ministero dell’istruzione ha invitato genitori e insegnanti a parlare tra loro per capire come affrontare il discorso sugli attentati insieme ai bambini. Su un portale online sono stati messi a disposizione diversi materiali didattici e testi di pedagogia utili per decidere come parlarne in classe.
La rivista per bambini Astrapi ha dedicato un dossier speciale di due pagine per spiegare ai bambini quanto è successo. Anche il quotidiano Libération ha realizzato un’edizione speciale di Le P’tit Libé, pensato per i bambini dai 7 ai 12 anni, per rispondere alle domande dei giovani lettori. I tre quotidiani per bambini e ragazzi del gruppo Play Bac (Le Petit Quotidien, dai 6 ai 10 anni, Mon Quotidien, dai 10 ai 14, e L’Actu, per gli adolescenti) pubblicheranno delle edizioni straordinarie domani, già scaricabili gratuitamente online. Un’attenzione particolare è dedicata alle parole difficili per i bambini, come terrorista, Stato islamico, e jihadista, e alle domande che potrebbero fare, come “è la terza guerra mondiale?” o “i terroristi di venerdì sono degli amici di quelli di Charlie Hebdo?”.

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