(conversione in legge dell’8 genn 2009 del decreto 180 10 nov 2008)
di Nicoletta Cottone
(dal sole24ore.com)
Anagrafe nazionale nominativa dei professori ordinari e associati e dei ricercatori (articolo 3-bis). Arriva presso il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della ricerca una Anagrafe nazionale nominativa dei professori ordinari e associati e dei ricercatori, contenente per ciascuno l'elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte. Sarà un decreto del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca a individuare modalità e criteri per la costituzione dell'Anagrafe, che non deve determinare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. L'aggiornamento dell'Anagrafe avrà periodicità annuale.
Chiamata diretta nelle università (articolo 1-bis). Nuova disciplina per la chiamata diretta nelle università. Gli atenei, nell'ambito delle relative disponibilità di bilancio, possono procedere alla copertura di posti di professore ordinario e associato e di ricercatore mediante chiamata diretta: di studiosi impegnati all'estero da almeno un triennio in attività di ricerca o insegnamento universitario, che ricoprano una posizione accademica equipollente in istituzioni universitarie estere; di studiosi che abbiano già svolto per chiamata diretta autorizzata dal ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, nell'ambito del "Programma di rientro dei cervelli", un periodo di almeno 3 anni di ricerca e di docenza nelle università italiane e conseguito risultati scientifici congrui rispetto al posto per il quale ne viene proposta la chiamata. Le università devono formulare specifiche proposte al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, che concede o rifiuta il nulla osta alla nomina, previo parere del Consiglio universitario nazionale (Cun). La procedura si differenzia, invece, per la chiamata diretta di studiosi di chiara fama ai fini della copertura di posti di professore ordinario, che deve sempre avvenire nell'ambito delle disponibilità di bilancio. In questi casi il nulla osta del ministro è preceduto dal parere di una commissione nominata dal Cun, composta da tre professori ordinari, appartenenti al settore scientifico-disciplinare per il quale è proposta la chiamata. La nomina dello studioso di chiara fama è disposta con decreto del rettore, con il quale è determinata la classe di stipendio sulla base della eventuale anzianità di servizio e di valutazioni di merito. Non devono derivare nuovi oneri a carico della finanza pubblica. Cambia la composizione delle commissioni giudicatrici delle procedure di valutazione comparativa per posti di professore ordinario, professore associato e ricercatore universitario.
Commissioni giudicatrici (articolo 1, commi da 4 a 9). Il provvedimento introduce una disciplina transitoria, che modifica i criteri di composizione delle commissioni giudicatrici delle procedure di valutazione comparativa per posti di professore ordinario, professore associato e ricercatore universitario. Rispetto al quadro normativo descritto, la nuova composizione delle commissioni di concorso prevede la presenza di un professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando (su questo punto non si registrano novità) e di 4 professori ordinari non appartenenti alla facoltà che ha richiesto il bando, sorteggiati in una lista di commissari eletti fra i professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare oggetto del medesimo bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione. L'elettorato attivo è attribuito ai professori ordinari e straordinari appartenenti al medesimo settore scientifico-disciplinare. L'elettorato passivo per la lista spetta ai soli professori ordinari, appartenenti al settore scientifico-disciplinare del bando. Il sorteggio viene, quindi, effettuato su una lista di commissari eletti in numero triplo rispetto al numero dei commissari esterni complessivamente necessari nella sessione per lo svolgimento dei concorsi relativi a ciascun settore scientifico disciplinare. Se il settore scientifico-disciplinare è costituito da un numero di professori ordinari pari o inferiore al necessario, la lista è costituita da tutti gli appartenenti al settore e può essere integrata mediante elezione di appartenenti a settori affini. Fra le novità introdotte nel corso dell'esame al Senato del provvedimento, se il numero dei professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare oggetto del bando, come integrato dai professori ordinari appartenenti ai settori affini, risulti comunque inferiore al numero necessario, si procede direttamente al sorteggio. Il sorteggio deve garantire, ove possibile, che almeno due dei commissari sorteggiati appartengano al settore disciplinare oggetto del bando. Previsto che, ove possibile, ciascun commissario partecipi, per ogni fascia e per ogni settore, a una sola commissione per ciascuna sessione. I nuovi meccanismi di composizione delle commissioni per il reclutamento di ricercatori universitari, si applicano in attesa del riordino delle relative procedure e, comunque, fino al 31 dicembre 2009. Le commissioni per il reclutamento di ricercatori siano composte da: un professore ordinario o da un professore associato nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando; due professori ordinari non appartenenti alla facoltà che ha richiesto il bando, sorteggiati in una lista di commissari eletti fra i professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare oggetto del medesimo bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione. L'elettorato attivo è costituito dai professori ordinari e straordinari appartenenti al medesimo settore scientifico-disciplinare. Il sorteggio è effettuato in modo da assicurare, ove possibile, che almeno uno dei commissari sorteggiati appartenga al settore disciplinare oggetto del bando. Il meccanismo individuato è, dunque, sostanzialmente analogo a quello previsto per i concorsi per posti di professore. Le modalità di svolgimento delle elezioni, comprese le elezioni suppletive ove necessarie, e le modalità del sorteggio sono stabilite con decreto di natura non regolamentare del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, da adottare entro il 30° giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge di conversione. È comunque previsto che si applichino, in quanto compatibili con il decreto, le disposizioni del regolamento del Dpr 117/2000. Con decreto del ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca viene nominata una commissione a livello nazionale, composta da 7 professori ordinari designati dal Cun fra gli appartenenti con il compito di sovraintendere allo svolgimento delle operazioni di votazione e di sorteggio e provvedere, nella prima adunanza, a certificare i meccanismi di sorteggio per la proclamazione degli eletti nelle commissioni dei singoli concorsi. Le operazioni di sorteggio sono pubbliche. La partecipazione alle attività della commissione non comporta compensi, né rimborsi spese. Dall'attuazione delle disposizioni non devono derivare oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica. Nuove disposizioni relative alle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento di ricercatori, con i parametri per la valutazione dei candidati. La disposizione si applica solo alle procedure bandite successivamente alla data di entrata in vigore del decreto. Previsto che la valutazione sia effettuata sulla base dei titoli – illustrati e discussi dinanzi alla commissione, - e delle pubblicazioni dei candidati, compresa la tesi di dottorato. Con decreto del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, di natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, sentito il Cun, saranno definiti i parametri da utilizzare, riconosciuti anche in ambito internazionale. Previsti effetti retroattivi: le disposizioni di cui al comma 5 si applicano alle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori indette prima della data di entrata in vigore del decreto, per le quali non si sono ancora svolte, alla medesima data, le votazioni per la costituzione delle commissioni. Eventuali disposizioni dei bandi già emanati, gli atti, le procedure già avviate per la costituzione delle commissioni, sia per i posti da professore che da ricercatore, non conformi alle disposizioni del decreto, sono privi di effetto. In materia di elettorato attivo e passivo dei professori universitari, i professori universitari che non usufruiscono del periodo di prosecuzione del rapporto di lavoro (articolo 16 del Dlgs 503/1992), conservano entrambi gli elettorati ai fini della costituzione delle commissioni di valutazione comparativa per posti di professore e ricercatore universitario, comunque non oltre il 1° novembre successivo al compimento del 62mo anno di età. Possibilità di riapertura del termine per la presentazione delle domande di partecipazione alle procedure di valutazione comparativa dei professori e dei ricercatori universitari per le quali il termine medesimo sia scaduto o sia ancora aperto alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Le università possono, infatti, fissare un nuovo termine di scadenza, comunque non successivo al 31 gennaio 2009, ferme restando tutte le prescrizioni del bando, incluse quelle relative ai termini temporali di possesso dei titoli e delle pubblicazioni che i candidati possono allegare. Gli enti di ricerca sono esclusi dall'obbligo di ridurre la spesa per il personale non dirigenziale di almeno il 10 per cento.
Consiglio nazionale degli studenti universitari (articolo 3, comma 3-bis). Cambia la durata del mandato dei componenti del Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu), che sale da 2 a 3 anni (entro questo termine coloro che conseguono la laurea triennale non decadono dalla carica qualora si iscrivano a un corso di laurea specialistica entro l'anno accademico successivo al conseguimento della laurea stessa. Il mandato è rinnovabile una sola volta).
Copertura finanziaria (articolo 4). Per il turn-over per le università statali gli oneri sono pari a 24 milioni di euro nel 2009, a 71 milioni di euro nel 2010 e a 141 milioni di euro a decorrere dal 2011. Per la copertura degli oneri è prevista la riduzione lineare delle dotazioni finanziarie delle missioni di spesa di ciascun ministero, secondo gli importi indicati nell'elenco 1 allegato al decreto. Escluse dalle riduzioni le spese indicate nell'articolo 60, comma 2, del decreto legge112/2008 (stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse; spese per interessi; poste correttive e compensative delle entrate, comprese le regolazioni contabili con le regioni; trasferimenti a favore degli enti territoriali aventi natura obbligatoria; fondo ordinario delle università; risorse destinate alla ricerca; risorse destinate al finanziamento del 5 per mille delle imposte sui redditi delle persone fisiche; risorse dipendenti da parametri stabiliti dalla legge o derivanti da accordi internazionali) e quelle connesse all'istruzione e all'università.
Diritto allo studio dei meritevoli (articolo 3). Agevolazioni per garantire il diritto allo studio universitario agli studenti capaci e meritevoli. Per il 2009 integrazione del fondo per il finanziamento dei progetti per la realizzazione di alloggi e residenze universitarie (legge 338/2000), per un importo pari a 65 milioni di euro. Il fondo per il concorso dello Stato per interventi per alloggi e residenze per gli studenti universitari ha, nella legge di bilancio 2009 (tabella 7), una dotazione pari a 44,6 milioni di euro, con una riduzione di 12,5 milioni di euro rispetto alla legge di bilancio 2008. Dunque l'ammontare del fondo per il 2009 sarebbe di 109,6 milioni di euro. Per il 2009 incremento del fondo di intervento integrativo (articolo 16 della legge 390/1991), per un importo di 135 milioni di euro, per garantire la concessione di borse di studio agli studenti capaci e meritevoli. Il Fondo di intervento integrativo da ripartire fra le regioni per la concessione dei prestiti d'onore e la concessione delle borse di studio ha, nella legge di bilancio 2009 (tabella 7), una dotazione pari a 111,9 milioni di euro, con una diminuzione di 40,1 milioni di euro rispetto alla legge di bilancio 2008. Per effetto della disposizione del decreto legge, dunque, l'ammontare del fondo per il 2009 sarebbe pari a 246,9 milioni di euro. Alla copertura finanziaria si fa fronte con le risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate (articolo 61 della legge 289/2002), relative alla programmazione per il periodo 2007-2013 che, a tale scopo, sono prioritariamente assegnate dal Cipe al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. A valere sul Fas, secondo la modifica introdotta dal Senato, sono previsti 65 milioni di euro per l'incremento delle risorse per le residenze e gli alloggi universitari e 405 milioni di euro per le borse di studio.
Entrata in vigore (articolo 5). Il provvedimento entra in vigore il giorno stesso della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Ordinamenti didattici delle istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica (articolo 3-quinquies). In relazione agli ordinamenti didattici delle istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam) si prevede che con decreti ministeriali emanati in attuazione dell'articolo 9 del Dpr 212/2005, siano determinati gli obiettivi formativi e i settori artistico disciplinari entro i quali le istituzioni, nella loro autonomia, individueranno gli insegnamenti da attivare.
Pubblicità delle attività di ricerca delle università (articolo 3-quater). Viene introdotto l'obbligo di pubblicità delle attività di ricerca delle università. Annualmente, in sede di approvazione del conto consuntivo relativo all'anno precedente, il rettore presenterà al Consiglio di amministrazione e al Senato accademico una relazione relativa ai risultati delle attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico e ai finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. La relazione sarà pubblicata sul sito dell'ateneo e trasmessa al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. La mancata pubblicazione e trasmissione saranno valutate anche ai fini dell'attribuzione delle risorse finanziarie a valere sul Fondo di finanziamento ordinario delle università (Ffo) e sul Fondo straordinario, ad integrazione delle disponibilità del Ffo, previsto dalla legge finanziaria per il 2008.
Qualità del sistema universitario (articolo 2).
Disposizioni per la qualità del sistema universitario: a decorrere dal 2009, una quota non inferiore al 7% del Fondo di finanziamento ordinario delle università e del Fondo straordinario previsto dalla Finanziaria per il 2008 (articolo 2, comma 428), destinata a incrementarsi progressivamente negli anni successivi, sarà ripartita fra le università in base alla qualità dell'offerta formativa e dei risultati dei processi formativi, alla qualità della ricerca scientifica, alla qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche. Il fattore di valutazione riferito alla sedi didattiche non si considera in sede di prima applicazione. La ripartizione delle risorse sarà definita con decreto di natura non regolamentare del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, da adottare, in sede di prima applicazione, entro il 31 marzo 2009, sentiti il Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e il Cnvsu (Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario).
Reclutamento in università ed enti di ricerca (articolo 1, commi da 1 a 3). Fissati alcuni divieti per le università statali che alla data del 31 dicembre di ogni anno abbiano superato il livello massimo di spesa per il personale di ruolo (legge 449/1997), ai sensi del quale le spese fisse e obbligatorie per il personale di ruolo delle università statali non possono eccedere il 90% dei trasferimenti statali sul Fondo per il finanziamento ordinario delle università. È previsto che le università statali che alla data del 31 dicembre di ogni anno abbiano superato questo limite, non possano procedere all'indizione di procedure concorsuali e di valutazione comparativa, né all'assunzione di personale. Salva la norma che ha prorogato al 31 dicembre 2008 la disposizione relativa alle voci di costo da considerare nel computo del 90 per cento. Nel corso dell'esame al Senato è stato stabilito che si fanno salve, rispetto al divieto posto, le assunzioni relative alle procedure concorsuali per ricercatore già espletate e a quelle che si stanno espletando, senza che ciò comporti oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica. Prorogata ulteriormente al 31 dicembre 2009 la norma in base alla quale, ai fini del calcolo del limite del 90% quale livello massimo di spesa per il personale sul totale dei trasferimenti statali disposti annualmente attraverso il Fondo di finanziamento ordinario, non si computano gli incrementi stipendiali annuali e un terzo della spesa per il personale convenzionato con il Servizio sanitario nazionale. Le università che hanno superato il limite massimo di spesa per il personale di ruolo sono escluse dalla ripartizione dei fondi relativi agli anni 2008-2009 (articolo 1, comma 650, della Finanziaria per il 2007), per l'attuazione del piano straordinario di assunzione di ricercatori. Sul fronte del turn-over, fermi restando i limiti in materia di programmazione triennale, per il triennio 2009-2011, le università possono procedere, per ogni anno, ad assunzioni di personale nel limite di un contingente corrispondente a una spesa pari al 50% di quella relativa al personale a tempo indeterminato cessato dal servizio nell'anno precedente. Viene, dunque, elevato dal 20 al 50% il limite al turn-over previsto dalla prima formulazione dell'articolo 66 del decreto legge 112/2008. Il parametro al quale fare riferimento, per le assunzioni di personale nelle università, è rappresentato unicamente dalla spesa, e non anche dal numero delle unità cessate nell'anno precedente. Vengono fatte salve le assunzioni di ricercatori previste in attuazione del piano straordinario di assunzione (articolo 1, comma 648, della Finanziaria per il 2007, nei limiti delle risorse residue previste dal comma 650). Per le novità in tema di turn-over il Fondo per il finanziamento ordinario delle università viene integrato nel 2009 di 24 milioni di euro, nel 2010 di 71 milioni di euro, nel 2011 di 118 milioni di euro, dal 2012 di 141 milioni di euro.
Valutazione dell'attività di ricerca (articolo 3-ter). Disposizioni per collegare l'incremento stipendiale dei professori universitari ordinari e associati a una valutazione da parte dell'autorità accademica dell'attività svolta. Gli scatti biennali previsti dagli articoli 36 e 38 del Dpr 382/1980, destinati a maturare a partire dal 1° gennaio 2011, saranno disposti previo accertamento da parte della autorità accademica dell'effettuazione, nel biennio precedente, di pubblicazioni scientifiche. L'entità dello scatto biennale viene diminuita della metà nel caso in cui nel biennio precedente alla valutazione non siano state effettuate pubblicazioni scientifiche. I criteri per identificare il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca. Non potranno partecipare alle commissioni di valutazione comparativa per il reclutamento rispettivamente, di professori di I e II fascia e di ricercatori, i professori di I e II fascia e i ricercatori che nel precedente triennio non abbiano effettuato pubblicazioni scientifiche.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
9.1.09
8.1.09
La virtù della giustizia
Nel centenario della nascita, un testo inedito del filosofo, maestro di politica e diritto
NORBERTO BOBBIO
Il 2009 è l’anno di Norberto Bobbio. Del filosofo torinese, tra le maggiori autorità intellettuali e morali del Novecento, ricorre il centenario della nascita (18 ottobre 1909), oltreché il quinto anniversario della morte (9 gennaio 2004). Per celebrare la ricorrenza il ministero dei Beni culturali ha istituito un Comitato Nazionale, composto da oltre cento istituzioni e personalità della cultura italiane e straniere, che ha elaborato un fitto programma di iniziative (vedi scheda in basso) per promuovere il dialogo e la riflessione intorno al pensiero di Bobbio e sul futuro della nostra democrazia. La Stampa, che ha avuto il filosofo tra i suoi collaboratori di punta per quasi trent’anni, propone qui un testo inedito, trovato tra le carte dell’Archivio Norberto Bobbio presso il Centro studi Gobetti di Torino: si tratta di un dattiloscritto, presumibilmente della fine degli Anni 50, sul tema «giustizia», voce preparata per un progetto di dizionario enciclopedico mai realizzato, di cui pubblichiamo uno stralcio.
Nella filosofia politica antica la giustizia era una virtù, una delle virtù etiche fondamentali, cioè un abito o un’abitudine di compiere certe azioni giudicate aventi un valore positivo e di evitare certe altre azioni giudicate aventi un valore negativo. La valutazione di un’azione come virtuosa, in particolare come giusta, rinviava necessariamente al criterio in base al quale le azioni potevano essere distinte come giuste o ingiuste. Nel pensiero moderno e soprattutto contemporaneo si intende per giustizia questo criterio di valutazione, o valore ideale, o principio direttivo dell’azione che permette di giudicare le azioni umane, onde chiamiamo giuste quelle che vi corrispondono, ingiuste quelle che non vi corrispondono.
Per quanto siano quasi infinite le definizioni che sono state date della giustizia nel corso dei secoli, l’ambito di riferimento di queste definizioni è pur sempre l’azione sociale dell’uomo, ovvero l’azione che l’uomo compie nelle sue relazioni con altri uomini.
Il problema della giustizia è strettamente connesso al problema della costituzione e della conservazione della società umana: onde azione giusta è quella che contribuisce in qualche modo a rendere possibile la coesistenza degli uomini, ingiusta quella che la ostacola. S’intende che i diversi modi di definire la giustizia dipendono dai diversi modi di concepire la società, dai diversi fini che le si attribuiscono, dai diversi ideali sociali che si vogliono raggiungere.
Due sono soprattutto gli ideali che entrano a formare, separatamente o congiuntamente, la nozione giustizia: l’ideale dell’ordine e quello dell’eguaglianza. L’idea dell’ordine sociale è sorta, sin dai primordi della riflessione sulla giustizia, in corrispondenza all’idea dell’ordine dell’universo; e di volta in volta l’ordine dell’universo è stato concepito a immagine dell’ordine sociale (la natura come insieme di enti che ubbidiscono alla volontà sovrana di Dio o degli Dei), e l’ordine sociale è stato considerato come il riflesso dell’ordine cosmico (le leggi che regolano la società umana sono una parte delle leggi giuridiche naturali che regolano l’universo), dando luogo ora a una concezione etica e giuridica dell’ordine naturale, ora a una concezione naturalistica dell’ordine giuridico.
Ogni totalità ordinata ha bisogno di norme o leggi, cioè di canoni che prescrivano o determinino la regolarità dei comportamenti. Ordine e legge sono due nozioni strettamente connesse: l’ordine è garantito dal fatto che la legge, cioè la regolarità dei comportamenti, sia rispettata. Questo rispetto della legge, che assicura l’ordine, è ciò che si chiama, in una delle accezioni tradizionali, giustizia. In questa accezione la giustizia consiste nella conservazione dell’ordine costituito: conservazione, appunto, che viene ottenuta attraverso il rispetto delle leggi costitutive dell’ordine. Ingiustizia è la rottura dell’ordine, perpetrata attraverso la violazione della legge: è disordine o caos, contrapposto a ordine o cosmo; in termini più drammatici, è guerra contrapposta a pace. E in quanto violazione della legge, in quanto disordine, caos o guerra, è la dissoluzione di ogni possibile convivenza, è la rovina della società.
In questa connessione con l’ideale dell’ordine, la nozione di giustizia si risolve in quella di legalità: la concezione della giustizia come legalità è una delle concezioni ricorrenti nella storia del pensiero occidentale. È quella concezione per cui si dice giusta l’azione conforme alla legge, ingiusta quella difforme; e uomo giusto è colui che ha l’abito di rispettare le leggi, ingiusto colui che ha l’abito di trasgredirle. Partendo da questo modo di intendere la giustizia, il fine e il contenuto delle leggi non entrano in questione: la garanzia dell’ordine è data dal rispetto delle leggi, quali che esse siano. Ciò che garantisce l’ordine è infatti la corrispondenza dell’azione alla legge, non il tipo di azione che la legge prescrive o determina. Si tratta di una concezione meramente formale della giustizia.
L’idea dell’eguaglianza integra quella dell’ordine in quanto esprime l’esigenza che per attuare la giustizia occorra non un ordine qualunque esso sia, ma un ordine fondato su un certo principio che è, appunto, quello dell’eguale distribuzione di onori e di oneri. Anche la società tenuta insieme da leggi tiranniche, e quindi esclusivamente con la spada, è a rigore una società ordinata; ma è sufficiente quest’ordine a garantire la conservazione della società? L’ideale dell’eguaglianza è quello che fa porre nelle mani della giustizia, accanto alla spada, anche la bilancia. Non basta allora che vi siano leggi rispettate, come chiede la concezione formale della giustizia (perché le leggi vengano rispettate può bastare anche soltanto la forza), ma occorre inoltre che le leggi stesse rispettino alcuni criteri fondamentali nella distribuzione degli onori e degli oneri, in primis il criterio dell’eguaglianza.
Sennonché la nozione di eguaglianza è anch’essa generica, in quanto indica soltanto un rapporto tra termini, ma non dà altre indicazioni sui termini da mettere in rapporto. Già Aristotele aveva distinto la giustizia commutativa, che ha luogo principalmente negli scambi economici e che è fondata sul criterio dell’eguaglianza aritmetica, e la giustizia distributiva, che ha luogo principalmente nei rapporti fra lo Stato e cittadini, fondata sul criterio dell’eguaglianza geometrica o proporzionale. La giustizia distributiva ha avuto nell’antichità due celebri formulazioni, che sono state poi tramandate, per lo più, come le definizioni della giustizia senz’altro, e si distinguono unicamente perché l’una riguarda l’azione doverosa dell’individuo nei confronti della comunità, l’altra l’azione doverosa della comunità nei confronti dell’individuo: la formulazione platonica, secondo cui la giustizia consiste nell’eseguire il proprio compito, ciò che a ciascuno compete nell’ordine della società (è il celebre suum agere); la formulazione che si suol chiamare romana (si trova in Cicerone e in Ulpiano), secondo cui la giustizia consiste nel dare a ciascuno ciò che gli spetta (è il non meno celebre suum cuique tribuere).
Ma questo suum, che si trova in entrambe le formulazioni, come viene determinato? Il criterio del suum, come è ovvio, non è più definibile in termini di eguaglianza, di proporzione, e quindi nascono tante definizioni di giustizia distributiva quanti sono i criteri adoperati, di volta in volta, nelle varie società, in modo esclusivo oppure, più spesso, in modo complementare, per determinare per ciascun membro della società l’ambito di ciò che è il suo dovere o il suo diritto.
I criteri storicamente rilevanti sono soprattutto i quattro seguenti: il criterio del rango, del merito, del lavoro, del bisogno, per cui si ritiene giusto, rispettivamente, dare a ciascuno secondo la propria posizione nella gerarchia sociale, secondo le proprie capacità, secondo l’attività svolta nella produzione di beni e servizi, secondo le proprie necessità spirituali e materiali. Per quanto tutti e quattro i criteri si trovino di solito applicati in corrispondenza di diverse situazioni, ciascuno di essi presiede all’orientamento di un tipo determinato di società.
Le celebrazioni
Le celebrazioni per il centenario di Bobbio avranno un’anteprima domani a Rivalta Bormida, dove il filosofo è sepolto, con una cerimonia nel quinto anniversario della morte (ore 15, Palazzo Bruni, con l’intervento, tra gli altri, del figlio Andrea). Sabato a Torino (9,30-12,30, Aula magna del Rettorato) presentazione del programma del centenario. Momento culminante dell’anno bobbiano il convegno internazionale «Dal Novecento al Duemila» in programma a Torino dal 15 al 17 ottobre, che sarà aperto dal presidente Giorgio Napolitano. A seguire, sempre a Torino, un ciclo di cinque incontri intorno a diversi aspetti del pensiero di Bobbio, con un’anticipazione il 25 aprile al Teatro Gobetti, e una mostra su «Bobbio e il Novecento» (da ottobre a gennaio 2010 presso l’Archivio di Stato). Entro il 2010 saranno inoltre messi in rete (www.erasmo.it/bobbio) tutti i testi del filosofo. Per il programma completo delle celebrazioni http://www.centenariobobbio.it/
lastampa.it
NORBERTO BOBBIO
Il 2009 è l’anno di Norberto Bobbio. Del filosofo torinese, tra le maggiori autorità intellettuali e morali del Novecento, ricorre il centenario della nascita (18 ottobre 1909), oltreché il quinto anniversario della morte (9 gennaio 2004). Per celebrare la ricorrenza il ministero dei Beni culturali ha istituito un Comitato Nazionale, composto da oltre cento istituzioni e personalità della cultura italiane e straniere, che ha elaborato un fitto programma di iniziative (vedi scheda in basso) per promuovere il dialogo e la riflessione intorno al pensiero di Bobbio e sul futuro della nostra democrazia. La Stampa, che ha avuto il filosofo tra i suoi collaboratori di punta per quasi trent’anni, propone qui un testo inedito, trovato tra le carte dell’Archivio Norberto Bobbio presso il Centro studi Gobetti di Torino: si tratta di un dattiloscritto, presumibilmente della fine degli Anni 50, sul tema «giustizia», voce preparata per un progetto di dizionario enciclopedico mai realizzato, di cui pubblichiamo uno stralcio.
Nella filosofia politica antica la giustizia era una virtù, una delle virtù etiche fondamentali, cioè un abito o un’abitudine di compiere certe azioni giudicate aventi un valore positivo e di evitare certe altre azioni giudicate aventi un valore negativo. La valutazione di un’azione come virtuosa, in particolare come giusta, rinviava necessariamente al criterio in base al quale le azioni potevano essere distinte come giuste o ingiuste. Nel pensiero moderno e soprattutto contemporaneo si intende per giustizia questo criterio di valutazione, o valore ideale, o principio direttivo dell’azione che permette di giudicare le azioni umane, onde chiamiamo giuste quelle che vi corrispondono, ingiuste quelle che non vi corrispondono.
Per quanto siano quasi infinite le definizioni che sono state date della giustizia nel corso dei secoli, l’ambito di riferimento di queste definizioni è pur sempre l’azione sociale dell’uomo, ovvero l’azione che l’uomo compie nelle sue relazioni con altri uomini.
Il problema della giustizia è strettamente connesso al problema della costituzione e della conservazione della società umana: onde azione giusta è quella che contribuisce in qualche modo a rendere possibile la coesistenza degli uomini, ingiusta quella che la ostacola. S’intende che i diversi modi di definire la giustizia dipendono dai diversi modi di concepire la società, dai diversi fini che le si attribuiscono, dai diversi ideali sociali che si vogliono raggiungere.
Due sono soprattutto gli ideali che entrano a formare, separatamente o congiuntamente, la nozione giustizia: l’ideale dell’ordine e quello dell’eguaglianza. L’idea dell’ordine sociale è sorta, sin dai primordi della riflessione sulla giustizia, in corrispondenza all’idea dell’ordine dell’universo; e di volta in volta l’ordine dell’universo è stato concepito a immagine dell’ordine sociale (la natura come insieme di enti che ubbidiscono alla volontà sovrana di Dio o degli Dei), e l’ordine sociale è stato considerato come il riflesso dell’ordine cosmico (le leggi che regolano la società umana sono una parte delle leggi giuridiche naturali che regolano l’universo), dando luogo ora a una concezione etica e giuridica dell’ordine naturale, ora a una concezione naturalistica dell’ordine giuridico.
Ogni totalità ordinata ha bisogno di norme o leggi, cioè di canoni che prescrivano o determinino la regolarità dei comportamenti. Ordine e legge sono due nozioni strettamente connesse: l’ordine è garantito dal fatto che la legge, cioè la regolarità dei comportamenti, sia rispettata. Questo rispetto della legge, che assicura l’ordine, è ciò che si chiama, in una delle accezioni tradizionali, giustizia. In questa accezione la giustizia consiste nella conservazione dell’ordine costituito: conservazione, appunto, che viene ottenuta attraverso il rispetto delle leggi costitutive dell’ordine. Ingiustizia è la rottura dell’ordine, perpetrata attraverso la violazione della legge: è disordine o caos, contrapposto a ordine o cosmo; in termini più drammatici, è guerra contrapposta a pace. E in quanto violazione della legge, in quanto disordine, caos o guerra, è la dissoluzione di ogni possibile convivenza, è la rovina della società.
In questa connessione con l’ideale dell’ordine, la nozione di giustizia si risolve in quella di legalità: la concezione della giustizia come legalità è una delle concezioni ricorrenti nella storia del pensiero occidentale. È quella concezione per cui si dice giusta l’azione conforme alla legge, ingiusta quella difforme; e uomo giusto è colui che ha l’abito di rispettare le leggi, ingiusto colui che ha l’abito di trasgredirle. Partendo da questo modo di intendere la giustizia, il fine e il contenuto delle leggi non entrano in questione: la garanzia dell’ordine è data dal rispetto delle leggi, quali che esse siano. Ciò che garantisce l’ordine è infatti la corrispondenza dell’azione alla legge, non il tipo di azione che la legge prescrive o determina. Si tratta di una concezione meramente formale della giustizia.
L’idea dell’eguaglianza integra quella dell’ordine in quanto esprime l’esigenza che per attuare la giustizia occorra non un ordine qualunque esso sia, ma un ordine fondato su un certo principio che è, appunto, quello dell’eguale distribuzione di onori e di oneri. Anche la società tenuta insieme da leggi tiranniche, e quindi esclusivamente con la spada, è a rigore una società ordinata; ma è sufficiente quest’ordine a garantire la conservazione della società? L’ideale dell’eguaglianza è quello che fa porre nelle mani della giustizia, accanto alla spada, anche la bilancia. Non basta allora che vi siano leggi rispettate, come chiede la concezione formale della giustizia (perché le leggi vengano rispettate può bastare anche soltanto la forza), ma occorre inoltre che le leggi stesse rispettino alcuni criteri fondamentali nella distribuzione degli onori e degli oneri, in primis il criterio dell’eguaglianza.
Sennonché la nozione di eguaglianza è anch’essa generica, in quanto indica soltanto un rapporto tra termini, ma non dà altre indicazioni sui termini da mettere in rapporto. Già Aristotele aveva distinto la giustizia commutativa, che ha luogo principalmente negli scambi economici e che è fondata sul criterio dell’eguaglianza aritmetica, e la giustizia distributiva, che ha luogo principalmente nei rapporti fra lo Stato e cittadini, fondata sul criterio dell’eguaglianza geometrica o proporzionale. La giustizia distributiva ha avuto nell’antichità due celebri formulazioni, che sono state poi tramandate, per lo più, come le definizioni della giustizia senz’altro, e si distinguono unicamente perché l’una riguarda l’azione doverosa dell’individuo nei confronti della comunità, l’altra l’azione doverosa della comunità nei confronti dell’individuo: la formulazione platonica, secondo cui la giustizia consiste nell’eseguire il proprio compito, ciò che a ciascuno compete nell’ordine della società (è il celebre suum agere); la formulazione che si suol chiamare romana (si trova in Cicerone e in Ulpiano), secondo cui la giustizia consiste nel dare a ciascuno ciò che gli spetta (è il non meno celebre suum cuique tribuere).
Ma questo suum, che si trova in entrambe le formulazioni, come viene determinato? Il criterio del suum, come è ovvio, non è più definibile in termini di eguaglianza, di proporzione, e quindi nascono tante definizioni di giustizia distributiva quanti sono i criteri adoperati, di volta in volta, nelle varie società, in modo esclusivo oppure, più spesso, in modo complementare, per determinare per ciascun membro della società l’ambito di ciò che è il suo dovere o il suo diritto.
I criteri storicamente rilevanti sono soprattutto i quattro seguenti: il criterio del rango, del merito, del lavoro, del bisogno, per cui si ritiene giusto, rispettivamente, dare a ciascuno secondo la propria posizione nella gerarchia sociale, secondo le proprie capacità, secondo l’attività svolta nella produzione di beni e servizi, secondo le proprie necessità spirituali e materiali. Per quanto tutti e quattro i criteri si trovino di solito applicati in corrispondenza di diverse situazioni, ciascuno di essi presiede all’orientamento di un tipo determinato di società.
Le celebrazioni
Le celebrazioni per il centenario di Bobbio avranno un’anteprima domani a Rivalta Bormida, dove il filosofo è sepolto, con una cerimonia nel quinto anniversario della morte (ore 15, Palazzo Bruni, con l’intervento, tra gli altri, del figlio Andrea). Sabato a Torino (9,30-12,30, Aula magna del Rettorato) presentazione del programma del centenario. Momento culminante dell’anno bobbiano il convegno internazionale «Dal Novecento al Duemila» in programma a Torino dal 15 al 17 ottobre, che sarà aperto dal presidente Giorgio Napolitano. A seguire, sempre a Torino, un ciclo di cinque incontri intorno a diversi aspetti del pensiero di Bobbio, con un’anticipazione il 25 aprile al Teatro Gobetti, e una mostra su «Bobbio e il Novecento» (da ottobre a gennaio 2010 presso l’Archivio di Stato). Entro il 2010 saranno inoltre messi in rete (www.erasmo.it/bobbio) tutti i testi del filosofo. Per il programma completo delle celebrazioni http://www.centenariobobbio.it/
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7.1.09
Le cinque maggiori menzogne sull’assalto di Israele a Gaza
di Jeremy R. Hammond* - Foreign Policy Journal
Menzogna numero 1. Israele sta solo colpendo legittimamente siti militari e sta cercando di proteggere vite innocenti. Israele non colpisce mai civili.
La Striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate al mondo. La presenza di militanti fra la popolazione civile non impedisce, secondo il diritto internazionale, che tale popolazione goda del suo status protetto; pertanto ogni assalto alla popolazione dietro la pretesa di colpire i militanti è, di fatto, un crimine di guerra.
Inoltre le persone che Israele rivendica come obiettivi legittimi sono membri di Hamas, che Israele sostiene sia un’organizzazione terroristica. Hamas è reponsabile per aver lanciato razzi in Israele. Tali razzi sono estremamente imprecisi e perciò, quand’anche Hamas intendesse colpire obiettivi militari in Israele, sono indiscriminati per natura. Quando i razzi lanciati da Gaza uccidono civili israeliani, questo è un crimine di guerra.
Hamas ha un’ala militare. Tuttavia non è interamente un’organizzazione militare ma politica. Membri di Hamas sono i rappresentanti democraticamente eletti del popolo palestinese. Decine di questi leader eletti sono stati rapiti e detenuti nelle prigioni israeliane senza capi d’accusa. Altri sono stati vittime di assassinii, come Nizar Rayan, funzionario di vertice di Hamas. Per uccidere Rayan Israele ha colpito un edificio di civili abitazioni. L’attacco non uccise solo Rayan ma anche due delle sue mogli e quattro dei suoi bambini, insieme ad altri sei. Non esiste nel diritto internazionale giustificazione per un tale attacco. Questo è un crimine di guerra.
Altri bombardamenti da parte di Israele su obiettivi dallo status protetto secondo il diritto internazionale includono una moschea, una prigione, stazioni di polizia ed un’università, oltre a civili abitazioni.
Inoltre Israele ha a lungo tenuto Gaza sotto assedio, permettendo l’accesso solo al minimo degli aiuti umanitari. Israele bombarda e uccide civili palestinesi. Innumerevoli altri sono feriti e non possono ricevere cure mediche. Gli ospedali alimentati da generatori hanno poco o nulla carburante. I medici non hanno adeguata strumentazione o farmaci per assistere i feriti.
Anche queste persone sono le vittime della strategia di Israele puntata non su Hamas o legittimi obiettivi militari ma direttamente concepita per punire la popolazione civile.
Menzogna numero 2. Hamas ha violato il cessate il fuoco. Il bombardamento israeliano è una risposta al lancio di razzi palestinesi ed è destinato a mettere fine a detti attacchi di razzi.
Israele non ha mai rispettato il cessate il fuoco. Sin dall’inizio ha definito una “zona speciale di sicurezza” dentro la Striscia di Gaza ed ha annunciato che i palestinesi che fossero entrati in questa zona sarebbero stati colpiti. In altre parole, Israele ha annunciato le sue intenzioni: i soldati israeliani avrebbero sparato a contadini ed altri individui che avessero tentato di raggiungere la propria terra in diretta violazione non solo del cessate il fuoco ma anche del diritto internazionale.
Nonostante alcuni episodi con spari, inclusi quelli in cui alcuni palestinesi sono rimasti feriti, Hamas ha comunque mantenuto il cessate il fuoco dal momento in cui è entrato in vigore il 19 giugno fino a quando Israele ha effettivamente rotto la tregua il 4 novembre, giorno in cui lanciò il raid aereo a Gaza che uccise cinque persone e ne ferì parecchie altre. La violazione di Israele del cessate il fuoco avrebbe prevedibilmente dato luogo ad una ritorsione da parte di militanti di Gaza che hanno sparato razzi su Israele come risposta. L’aumentata sequenza di lancio di razzi alla fine di dicembre è stata usata come giustificazione per il continuo bombardamento da parte di Israele, ma è la diretta risposta dei militanti agli attacchi di Israele.
Era prevedibile che le azioni di Israele, inclusa la sua violazione del cessate il fuoco, avrebbe dato luogo ad un’escalation degli attacchi con lancio di razzi contro la sua stessa popolazione.
Menzogna numero 3. Hamas sta usando scudi umani: ciò costituisce un crimine di guerra.
Non c’è prova che Hamas abbia usato scudi umani. Il fatto è che, come detto sopra, Gaza è un piccolo pezzo di terra densamente popolato. Israele ingaggia indiscriminate azioni di guerra come l’assassinio di Nizar Rayan, nel quale anche membri della sua famiglia sono stati uccisi. Sono le vittime come quei bambini uccisi che Israele nella sua propaganda definisce come “scudi umani”. Non c’è legittimità per questa interpretazione secondo il diritto internazionale. In circostanze come queste, Hamas non sta usando scudi umani, Israele sta compiendo crimini di guerra in violazione delle Convenzioni di Ginevra ed altre leggi internazionali in vigore.
Menzogna numero 4. I paesi arabi non hanno condannato le azioni di Israele perché comprendono le ragioni dell’assalto di Israele.
Le popolazioni di tali nazioni arabe si sentono oltraggiate dalle azioni di Israele e dai loro stessi governi per non aver condannato l’assalto di Israele e non essersi date da fare per mettere fine alla violenza. Più semplicemente i governi arabi non rappresentano le loro rispettive popolazioni. Le popolazioni dei paesi arabi hanno inscenato proteste di massa in opposizione non solo alle azioni di Israele ma anche all’inazione dei loro stessi governi e a quella che loro vedono come compiacenza o complicità verso i crimini di Israele. Inoltre il rifiuto dei paesi arabi di intraprendere azioni che andassero in aiuto ai palestinesi non è dovuto al fatto che siano d’accordo con l’operato di Israele ma perché sono sottomesse alla volontà degli Usa che sostengono pienamente Israele. L’Egitto, ad esempio, che ha rifiutato di aprire il valico per permettere ai palestinesi feriti negli attacchi di ricevere cure mediche negli ospedali egiziani, dipende pesantemente dall’aiuto statunitense, ed è stato largamente criticato dalle stesse popolazioni dei paesi arabi per quello che viene considerato un assoluto tradimento dei palestinesi di Gaza.
Persino il presidente palestinese Mahmoud Abbas è stato giudicato un traditore del suo stesso popolo per avere accusato Hamas delle sofferenze della gente di Gaza. I palestinesi sono pure ben consci dei precedenti atti di Abbas, percepiti come tradimenti, il quale tramò con Israele e con gli Usa per mettere fuori gioco il governo democraticamente eletto di Hamas, cosa che culminò in un contro-rovesciamento da parte di Hamas che espulse Fatah (l’ala militare dell’Autorità Palestinese di Abbas) dalla Striscia di Gaza. Benché l’obiettivo apparente fosse indebolire Hamas e rafforzare la propria posizione, i palestinesi ed altri arabi nel Medio Oriente sono così oltraggiati da Abbas che è improbabile che egli possa essere in grado di governare efficacemente.
Menzogna numero 5. Israele non è responsabile delle morti dei civili giacché ha avvertito i palestinesi di Gaza di sgombrare le aree che potevano essere colpite.
Israele reclama di aver inviato messaggi via radio e per telefono ai residenti di Gaza avvisandoli di sfollare in vista degli imminenti bombardamenti. Ma il popolo di Gaza non ha dove sfollare. Sono intrappolati dentro la Striscia di Gaza. È a causa del piano di Israele che non possono scappare oltre il confine. È a causa del piano di Israele che non hanno cibo, acqua, energia con cui sopravvivere. È a causa del piano di Israele che gli ospedali di Gaza non hanno elettricità e hanno scarse forniture mediche con le quali poter prendersi cura dei feriti e salvare vite. E Israele ha bombardato vaste aree di Gaza, colpendo infrastrutture civili ed altri siti che godono dello status protetto secondo il diritto internazionale. Non ci sono luoghi sicuri dentro la Striscia di Gaza.
Traduzione di Paolo Maccioni - Megachip
Link articolo originale:
http://www.foreignpolicyjournal.com/articles/2009/01/03/hammond_top-5-lies-about-israels-assault-on-gaza.html
* Jeremy R. Hammond, laureato in Scienze della Comunicazione, è titolare ed editorialista del “Foreign Policy Journal” pubblicazione online dedicata all’analisi critica delle politiche estere Usa con particolare attenzione al Medioriente. Hammond è autore di numerosissimi articoli ripresi sia da testate mainstream che da portali di informazione alternativa.
megachip.it
Menzogna numero 1. Israele sta solo colpendo legittimamente siti militari e sta cercando di proteggere vite innocenti. Israele non colpisce mai civili.
La Striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate al mondo. La presenza di militanti fra la popolazione civile non impedisce, secondo il diritto internazionale, che tale popolazione goda del suo status protetto; pertanto ogni assalto alla popolazione dietro la pretesa di colpire i militanti è, di fatto, un crimine di guerra.
Inoltre le persone che Israele rivendica come obiettivi legittimi sono membri di Hamas, che Israele sostiene sia un’organizzazione terroristica. Hamas è reponsabile per aver lanciato razzi in Israele. Tali razzi sono estremamente imprecisi e perciò, quand’anche Hamas intendesse colpire obiettivi militari in Israele, sono indiscriminati per natura. Quando i razzi lanciati da Gaza uccidono civili israeliani, questo è un crimine di guerra.
Hamas ha un’ala militare. Tuttavia non è interamente un’organizzazione militare ma politica. Membri di Hamas sono i rappresentanti democraticamente eletti del popolo palestinese. Decine di questi leader eletti sono stati rapiti e detenuti nelle prigioni israeliane senza capi d’accusa. Altri sono stati vittime di assassinii, come Nizar Rayan, funzionario di vertice di Hamas. Per uccidere Rayan Israele ha colpito un edificio di civili abitazioni. L’attacco non uccise solo Rayan ma anche due delle sue mogli e quattro dei suoi bambini, insieme ad altri sei. Non esiste nel diritto internazionale giustificazione per un tale attacco. Questo è un crimine di guerra.
Altri bombardamenti da parte di Israele su obiettivi dallo status protetto secondo il diritto internazionale includono una moschea, una prigione, stazioni di polizia ed un’università, oltre a civili abitazioni.
Inoltre Israele ha a lungo tenuto Gaza sotto assedio, permettendo l’accesso solo al minimo degli aiuti umanitari. Israele bombarda e uccide civili palestinesi. Innumerevoli altri sono feriti e non possono ricevere cure mediche. Gli ospedali alimentati da generatori hanno poco o nulla carburante. I medici non hanno adeguata strumentazione o farmaci per assistere i feriti.
Anche queste persone sono le vittime della strategia di Israele puntata non su Hamas o legittimi obiettivi militari ma direttamente concepita per punire la popolazione civile.
Menzogna numero 2. Hamas ha violato il cessate il fuoco. Il bombardamento israeliano è una risposta al lancio di razzi palestinesi ed è destinato a mettere fine a detti attacchi di razzi.
Israele non ha mai rispettato il cessate il fuoco. Sin dall’inizio ha definito una “zona speciale di sicurezza” dentro la Striscia di Gaza ed ha annunciato che i palestinesi che fossero entrati in questa zona sarebbero stati colpiti. In altre parole, Israele ha annunciato le sue intenzioni: i soldati israeliani avrebbero sparato a contadini ed altri individui che avessero tentato di raggiungere la propria terra in diretta violazione non solo del cessate il fuoco ma anche del diritto internazionale.
Nonostante alcuni episodi con spari, inclusi quelli in cui alcuni palestinesi sono rimasti feriti, Hamas ha comunque mantenuto il cessate il fuoco dal momento in cui è entrato in vigore il 19 giugno fino a quando Israele ha effettivamente rotto la tregua il 4 novembre, giorno in cui lanciò il raid aereo a Gaza che uccise cinque persone e ne ferì parecchie altre. La violazione di Israele del cessate il fuoco avrebbe prevedibilmente dato luogo ad una ritorsione da parte di militanti di Gaza che hanno sparato razzi su Israele come risposta. L’aumentata sequenza di lancio di razzi alla fine di dicembre è stata usata come giustificazione per il continuo bombardamento da parte di Israele, ma è la diretta risposta dei militanti agli attacchi di Israele.
Era prevedibile che le azioni di Israele, inclusa la sua violazione del cessate il fuoco, avrebbe dato luogo ad un’escalation degli attacchi con lancio di razzi contro la sua stessa popolazione.
Menzogna numero 3. Hamas sta usando scudi umani: ciò costituisce un crimine di guerra.
Non c’è prova che Hamas abbia usato scudi umani. Il fatto è che, come detto sopra, Gaza è un piccolo pezzo di terra densamente popolato. Israele ingaggia indiscriminate azioni di guerra come l’assassinio di Nizar Rayan, nel quale anche membri della sua famiglia sono stati uccisi. Sono le vittime come quei bambini uccisi che Israele nella sua propaganda definisce come “scudi umani”. Non c’è legittimità per questa interpretazione secondo il diritto internazionale. In circostanze come queste, Hamas non sta usando scudi umani, Israele sta compiendo crimini di guerra in violazione delle Convenzioni di Ginevra ed altre leggi internazionali in vigore.
Menzogna numero 4. I paesi arabi non hanno condannato le azioni di Israele perché comprendono le ragioni dell’assalto di Israele.
Le popolazioni di tali nazioni arabe si sentono oltraggiate dalle azioni di Israele e dai loro stessi governi per non aver condannato l’assalto di Israele e non essersi date da fare per mettere fine alla violenza. Più semplicemente i governi arabi non rappresentano le loro rispettive popolazioni. Le popolazioni dei paesi arabi hanno inscenato proteste di massa in opposizione non solo alle azioni di Israele ma anche all’inazione dei loro stessi governi e a quella che loro vedono come compiacenza o complicità verso i crimini di Israele. Inoltre il rifiuto dei paesi arabi di intraprendere azioni che andassero in aiuto ai palestinesi non è dovuto al fatto che siano d’accordo con l’operato di Israele ma perché sono sottomesse alla volontà degli Usa che sostengono pienamente Israele. L’Egitto, ad esempio, che ha rifiutato di aprire il valico per permettere ai palestinesi feriti negli attacchi di ricevere cure mediche negli ospedali egiziani, dipende pesantemente dall’aiuto statunitense, ed è stato largamente criticato dalle stesse popolazioni dei paesi arabi per quello che viene considerato un assoluto tradimento dei palestinesi di Gaza.
Persino il presidente palestinese Mahmoud Abbas è stato giudicato un traditore del suo stesso popolo per avere accusato Hamas delle sofferenze della gente di Gaza. I palestinesi sono pure ben consci dei precedenti atti di Abbas, percepiti come tradimenti, il quale tramò con Israele e con gli Usa per mettere fuori gioco il governo democraticamente eletto di Hamas, cosa che culminò in un contro-rovesciamento da parte di Hamas che espulse Fatah (l’ala militare dell’Autorità Palestinese di Abbas) dalla Striscia di Gaza. Benché l’obiettivo apparente fosse indebolire Hamas e rafforzare la propria posizione, i palestinesi ed altri arabi nel Medio Oriente sono così oltraggiati da Abbas che è improbabile che egli possa essere in grado di governare efficacemente.
Menzogna numero 5. Israele non è responsabile delle morti dei civili giacché ha avvertito i palestinesi di Gaza di sgombrare le aree che potevano essere colpite.
Israele reclama di aver inviato messaggi via radio e per telefono ai residenti di Gaza avvisandoli di sfollare in vista degli imminenti bombardamenti. Ma il popolo di Gaza non ha dove sfollare. Sono intrappolati dentro la Striscia di Gaza. È a causa del piano di Israele che non possono scappare oltre il confine. È a causa del piano di Israele che non hanno cibo, acqua, energia con cui sopravvivere. È a causa del piano di Israele che gli ospedali di Gaza non hanno elettricità e hanno scarse forniture mediche con le quali poter prendersi cura dei feriti e salvare vite. E Israele ha bombardato vaste aree di Gaza, colpendo infrastrutture civili ed altri siti che godono dello status protetto secondo il diritto internazionale. Non ci sono luoghi sicuri dentro la Striscia di Gaza.
Traduzione di Paolo Maccioni - Megachip
Link articolo originale:
http://www.foreignpolicyjournal.com/articles/2009/01/03/hammond_top-5-lies-about-israels-assault-on-gaza.html
* Jeremy R. Hammond, laureato in Scienze della Comunicazione, è titolare ed editorialista del “Foreign Policy Journal” pubblicazione online dedicata all’analisi critica delle politiche estere Usa con particolare attenzione al Medioriente. Hammond è autore di numerosissimi articoli ripresi sia da testate mainstream che da portali di informazione alternativa.
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3.1.09
Ma la community non dà soldi. Anno duro per i social network
Da Facebook a MySpace, stanno tutti attraversando difficoltà. Far pagare gli utenti? O vendersi ai grandi operatori?
di ALESSANDRO LONGO
Social network come Facebook e MySpace sono giganti dai piedi d'argilla e molti di loro nel 2009 sbatteranno il muso contro la crisi. Alcuni falliranno e chiuderanno bottega. Oppure si faranno acquistare da giganti del web. Altri dovranno ridurre le pretese e mettere in campo rimedi sgradevoli quanto necessari, come cominciare a far pagare gli utenti per alcuni servizi ora dati gratis. Il problema è che la pubblicità già ora non riesce a coprire le spese, per molti social network, e nel 2009 andrà peggio. Sono stime che vengono dai vari ricercatori esperti di questo mercato.
In particolare a parlare di rischio fallimento sono stati gli analisti di Deloitte Research: fanno notare che i social network si sono fatti prendere da manie di grandezza e ora si trovano stretti in una tenaglia, tra i costi che crescono e i ricavi pubblicitari che non aumentano a sufficienza. Ormai i principali siti pagano 100 milioni di dollari l'anno, ciascuno, per archiviare i dati degli utenti. Hanno permesso loro di pubblicare foto e video in grandi quantità. File pesanti, che occupano spazio su hard disk e server, e che consumano banda. Di contro, secondo Deloitte un social network tipico ricava per ogni utente iscritto solo qualche centesimi di euro.
Gli analisti di Ovum, un altro osservatorio di ricerca, commentano quindi che molti social network non riescono a fare ancora soldi in modo adeguato in rapporto al numero di utenti che hanno. Vale soprattutto per Facebook, che ha un modello di business ancora da sistemare, e per Twitter, che invece non ne ha affatto uno. Già, Twitter ha zero entrate: deve ancora decidere come trasformare in soldi la propria popolarità. Pessimista è anche eMarketer, uno dei più autorevoli osservatori specializzati. Nei giorni scorsi ha rivisto
le previsioni sui ricavi pubblicitari di Facebook, di MySpace e del mercato in generale, per il 2008 e il 2009. Le ha ridotte del 20 per cento circa, rispetto alle stime fatte prima della crisi.
Facebook conferma il ribasso: il ceo Mark Zuckerberg ha appena dichiarato al BusinessWeek che prevede di ricavare 250-300 milioni nel 2008, contro i 300-350 milioni stimati in precedenza.
Dai calcoli di eMarketer si apprende anche un'altra cosa: MySpace fa da solo circa metà dei ricavi del mercato totale dei social network. Facebook ricava molto di meno (meno della metà di MySpace), anche se ormai è il social network con il maggior numero di utenti al mondo (130 milioni). È come gridare che il re è nudo: Facebook è un fenomeno sociale, richiama analisi di scrittori, guru, sta esplodendo in Italia con un successo di pubblico insolito da queste parti, attirando nella rete anche utenti alle prime armi con l'informatica. Eppure non riesce a fare profitti, a differenza di MySpace, che è in positivo di poche decine di milioni di dollari l'anno.
Nel novero dei social network che bruciano soldi, tanto popolari quanto non profittevoli, c'è anche Youtube, posseduto da Google: anche questo sito come Facebook è ancora alla ricerca di un modello di business efficace. Il punto è che non è facile trasformare in denaro, con gli sponsor pubblicitari, i dati e i contenuti forniti dagli utenti. È un business molto nuovo, pochi grandi sponsor sono disposti a sperimentarlo e in tempi di crisi sono ancora più prudenti del solito. Preferiscono affidarsi a strumenti pubblicitari più consolidati, che garantiscano meglio il ritorno dell'investimento: per esempio, link sponsorizzati sui motori di ricerca.
Di contro, i social network devono stare attenti a non tirare troppo la corda con i propri utenti: li farebbero fuggire, se li bombardano di pubblicità o se sono troppo aggressivi nello sfruttare, per il marketing, i loro dati personali.
Finora il gioco comunque si è retto in piedi, perché anche se social network come Facebook e Twitter non fanno profitti possono contare sui finanziamenti dei capitalisti di ventura. Sono investitori che scommettono soldi in piccole aziende innovative e di solito hanno pazienza anche per 5-10 anni prima di vedere un ritorno. La crisi toglie però anche questo terreno dai piedi dei social network: i capitalisti di ventura stanno stringendo i cordoni della borsa.
Accedere al credito diventa più difficile, i soldi disponibili diminuiscono e vengono distribuiti con più prudenza e parsimonia. La soluzione? Secondo gli analisti i network cercheranno di differenziare le fonti di ricavo, affiancando l'e-commerce alla pubblicità. Alcuni venderanno indirettamente la musica, facendo accordi con fornitori come Amazon e Apple (iTunes). Youtube ha già fatto questo passo, MySpace lo farà l'anno prossimo (ha annunciato). Facebook punterà di più sulla vendita di servizi ai clienti (come i regali virtuali, che nel 2008 porteranno 50-60 milioni di dollari, secondo le stime di Silicon Alley Insider).
È probabile quindi che diventeranno a pagamento alcuni servizi adesso gratuiti, come la pubblicazione di video. I rimedi non basteranno a tutti per salvare il business: gli analisti stimano quindi che alcuni saranno costretti a chiudere o a farsi comprare da giganti come Google o Microsoft. I quali potrebbero usare i social network per potenziare le proprie piattaforme pubblicitarie, ora centrate sui motori di ricerca.
repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO
Social network come Facebook e MySpace sono giganti dai piedi d'argilla e molti di loro nel 2009 sbatteranno il muso contro la crisi. Alcuni falliranno e chiuderanno bottega. Oppure si faranno acquistare da giganti del web. Altri dovranno ridurre le pretese e mettere in campo rimedi sgradevoli quanto necessari, come cominciare a far pagare gli utenti per alcuni servizi ora dati gratis. Il problema è che la pubblicità già ora non riesce a coprire le spese, per molti social network, e nel 2009 andrà peggio. Sono stime che vengono dai vari ricercatori esperti di questo mercato.
In particolare a parlare di rischio fallimento sono stati gli analisti di Deloitte Research: fanno notare che i social network si sono fatti prendere da manie di grandezza e ora si trovano stretti in una tenaglia, tra i costi che crescono e i ricavi pubblicitari che non aumentano a sufficienza. Ormai i principali siti pagano 100 milioni di dollari l'anno, ciascuno, per archiviare i dati degli utenti. Hanno permesso loro di pubblicare foto e video in grandi quantità. File pesanti, che occupano spazio su hard disk e server, e che consumano banda. Di contro, secondo Deloitte un social network tipico ricava per ogni utente iscritto solo qualche centesimi di euro.
Gli analisti di Ovum, un altro osservatorio di ricerca, commentano quindi che molti social network non riescono a fare ancora soldi in modo adeguato in rapporto al numero di utenti che hanno. Vale soprattutto per Facebook, che ha un modello di business ancora da sistemare, e per Twitter, che invece non ne ha affatto uno. Già, Twitter ha zero entrate: deve ancora decidere come trasformare in soldi la propria popolarità. Pessimista è anche eMarketer, uno dei più autorevoli osservatori specializzati. Nei giorni scorsi ha rivisto
le previsioni sui ricavi pubblicitari di Facebook, di MySpace e del mercato in generale, per il 2008 e il 2009. Le ha ridotte del 20 per cento circa, rispetto alle stime fatte prima della crisi.
Facebook conferma il ribasso: il ceo Mark Zuckerberg ha appena dichiarato al BusinessWeek che prevede di ricavare 250-300 milioni nel 2008, contro i 300-350 milioni stimati in precedenza.
Dai calcoli di eMarketer si apprende anche un'altra cosa: MySpace fa da solo circa metà dei ricavi del mercato totale dei social network. Facebook ricava molto di meno (meno della metà di MySpace), anche se ormai è il social network con il maggior numero di utenti al mondo (130 milioni). È come gridare che il re è nudo: Facebook è un fenomeno sociale, richiama analisi di scrittori, guru, sta esplodendo in Italia con un successo di pubblico insolito da queste parti, attirando nella rete anche utenti alle prime armi con l'informatica. Eppure non riesce a fare profitti, a differenza di MySpace, che è in positivo di poche decine di milioni di dollari l'anno.
Nel novero dei social network che bruciano soldi, tanto popolari quanto non profittevoli, c'è anche Youtube, posseduto da Google: anche questo sito come Facebook è ancora alla ricerca di un modello di business efficace. Il punto è che non è facile trasformare in denaro, con gli sponsor pubblicitari, i dati e i contenuti forniti dagli utenti. È un business molto nuovo, pochi grandi sponsor sono disposti a sperimentarlo e in tempi di crisi sono ancora più prudenti del solito. Preferiscono affidarsi a strumenti pubblicitari più consolidati, che garantiscano meglio il ritorno dell'investimento: per esempio, link sponsorizzati sui motori di ricerca.
Di contro, i social network devono stare attenti a non tirare troppo la corda con i propri utenti: li farebbero fuggire, se li bombardano di pubblicità o se sono troppo aggressivi nello sfruttare, per il marketing, i loro dati personali.
Finora il gioco comunque si è retto in piedi, perché anche se social network come Facebook e Twitter non fanno profitti possono contare sui finanziamenti dei capitalisti di ventura. Sono investitori che scommettono soldi in piccole aziende innovative e di solito hanno pazienza anche per 5-10 anni prima di vedere un ritorno. La crisi toglie però anche questo terreno dai piedi dei social network: i capitalisti di ventura stanno stringendo i cordoni della borsa.
Accedere al credito diventa più difficile, i soldi disponibili diminuiscono e vengono distribuiti con più prudenza e parsimonia. La soluzione? Secondo gli analisti i network cercheranno di differenziare le fonti di ricavo, affiancando l'e-commerce alla pubblicità. Alcuni venderanno indirettamente la musica, facendo accordi con fornitori come Amazon e Apple (iTunes). Youtube ha già fatto questo passo, MySpace lo farà l'anno prossimo (ha annunciato). Facebook punterà di più sulla vendita di servizi ai clienti (come i regali virtuali, che nel 2008 porteranno 50-60 milioni di dollari, secondo le stime di Silicon Alley Insider).
È probabile quindi che diventeranno a pagamento alcuni servizi adesso gratuiti, come la pubblicazione di video. I rimedi non basteranno a tutti per salvare il business: gli analisti stimano quindi che alcuni saranno costretti a chiudere o a farsi comprare da giganti come Google o Microsoft. I quali potrebbero usare i social network per potenziare le proprie piattaforme pubblicitarie, ora centrate sui motori di ricerca.
repubblica.it
2.1.09
John Maynard Keynes, l'homme de l'année 2009
Jean-Pierre Robin
«Supposons que nous arrêtions ensemble de dépenser nos revenus pour les épargner en totalité. Chacun serait alors sans travail», explique Keynes lors d'une émission radiophonique en 1931. Pour l'économiste, la recette est simple : face la crise, il faut tout faire pour relancer la machine économique.
Qu'ils soient de gauche ou de droite, partout les gouvernements, depuis le début de la crise, se réclament de lui pour sortir leurs économies de l'ornière.
Sera-t-il notre sauveur ? La question reste ouverte, mais nous pouvons d'ores et déjà témoigner de sa résurrection. Elle est tonitruante : John Maynard Keynes (1883-1946) est aujourd'hui l'économiste le plus vivant de la planète, le conseiller des princes le plus écouté. De Washington à Pékin, de Londres à Paris, à Tokyo comme à Moscou, ses remèdes sont désormais suivis à la lettre. Ils prennent la forme de plans de relance dont l'addition sur l'ensemble des continents atteint entre 2 000 et 3 000 milliards de dollars. De quoi réjouir celui qui adressait cette lettre ouverte au président américain Franklin Roosevelt, par l'entremise du New York Times, en date du 31 décembre 1933 : «Je mets au premier rang un vaste programme de dépenses à crédit sous les auspices du gouvernement.» Non sans une certaine arrogance, il considérait que le programme de New Deal mis en place neuf mois plus tôt outre-Atlantique nécessitait, en effet, un certain nombre d'«adaptations».
Le Britannique qui s'exprime ainsi à la première personne pour prodiguer ses conseils au chef d'État de la première puissance économique de la planète est loin d'être un inconnu. Il a fait une entrée fracassante sur la scène internationale quatorze ans plus tôt, en dénonçant le traité de Versailles. Simple conseiller économique de la délégation britannique, il démissionne de son poste trois jours avant la signature du texte censé tirer les conséquences de la Première Guerre mondiale. Il juge en effet «exorbitantes» les réparations imposées aux vaincus, qui s'inspirent du slogan franco-britannique d'alors : «L'Allemagne paiera.» Libéré de son devoir de réserve de haut fonctionnaire, Keynes s'empresse de publier à l'automne 1919 un pamphlet : Les Conséquences économiques de la paix. Il y pronostique «une catastrophe imminente» et la ruine de l'Europe dans son ensemble. Une vision qui se révélera, hélas, prémonitoire. Ce coup d'éclat le rend célèbre en quelques jours. Le livre, vendu à 200 000 exemplaires, bénéficie d'un succès international, y compris en France.
Jusqu'alors, John Maynard Keynes avait suivi le parcours presque banal d'un rejeton gâté de la haute bourgeoisie britannique : collège à Eton, études universitaires de mathématiques et de philosophie à Cambridge, avant d'opter sur le tard, à 22 ans, pour l'économie. Il entre classiquement dans la haute fonction publique, à l'Indian Office, faute d'avoir pu intégrer directement le Trésor où il n'accédera que quelques années plus tard. Seule originalité, cette carrière sans surprise, à la fois universitaire et administrative, se conjugue avec un mode de vie de dandy. Préférant la compagnie des artistes à celle des technocrates, il fait partie du «groupe de Bloomsbury», du nom du quartier londonien qui jouxte le British Museum. Les membres les plus connus, du moins en France, en sont le peintre Duncan Grant et la romancière Virginia Woolf.
«Politique chez les intellectuels, intellectuel chez les politiques»,écrit Alain Minc, qui déborde d'admiration pour ce «touche-à-tout», au point de lui consacrer une biographie enthousiaste. «L'homme Keynes est fascinant. Peut-être encore plus grand que son œuvre», avoue l'essayiste français qui semble en avoir fait un modèle personnel. Ne jamais être prisonnier d'un milieu professionnel ou social : telle est la préoccupation constante chez lui. Même ses amis bobos de Bloomsbury, aux idées pourtant très larges, seront stupéfaits lorsqu'il leur annonce en 1925 son mariage avec Lydia Lopokova, une danseuse étoile des Ballets russes de Serge Diaghilev. Leur ami n'avait-il pas jusqu'alors multiplié les liaisons homosexuelles ? Ce qui était d'ailleurs une règle bien plus qu'une exception dans le cercle de Bloomsbury !
Autre rupture, momentanée celle-là, Keynes n'hésite pas à mettre un bémol à ses travaux d'universitaire pour devenir un professionnel de la City. Il participe ainsi à plusieurs conseils d'administration, jusqu'à présider une société d'assurances en 1921, la National Mutual Life Insurance Company, comme conseiller avant d'en être nommé président. Lui qui a commencé ses recherches théoriques par un ouvrage mathématique très savant sur l'incertitude - Treatise On Probability - s'essaye même à la spéculation boursière, perdant une grande partie de la fortune acquise auparavant. C'est donc en connaissance de cause qu'il dénoncera, au lendemain du krach boursier de 1929, le fonctionnement de Wall Street. «Lorsque dans un pays, le développement du capital devient le sous-produit de l'activité d'un casino (sic), il risque de s'accomplir en des conditions défectueuses», explique-t-il dans son maître livre, Théorie générale, de l'emploi, de l'intérêt et de la monnaie, publié en 1936.
Loin d'être un économiste en chambre, il n'a de cesse de quitter sa tour d'ivoire pour ensemencer ses idées. Le déclin de l'économie britannique au lendemain de la Première Guerre mondiale lui offre, il est vrai, un champ d'observation incomparable. «Une page de l'histoire anglaise et occidentale a été irrémédiablement tournée au seuil du XXe siècle ; celle qui avait consacré un consensus autour du laisser-faire comme unique moyen d'accéder à la prospérité», note-t-il, dès 1924, dans un discours manifeste (La Fin du laisser-faire). Un an plus tard, il condamne vertement la décision du chancelier de l'Échiquier, un certain Winston Churchill, de rétablir l'étalon-or et la parité d'avant-guerre de la livre sterling. Il reprend sa plume de pamphlétaire (Les Conséquences économiques de M. Churchill) ,accusant ce dernier de mener une politique déflationniste de baisse des salaires.
Lui-même membre influent du parti libéral, il refusera constamment d'entrer dans l'arène politique. Lorsque ses collègues de l'université de Cambrige lui proposent d'être candidat au poste de député au Parlement britannique auquel cette université avait alors droit, il refuse catégoriquement. Il adore, en revanche, les rôles de prédicateurs auprès du grand public.
Pour cela, il utilise les moyens de communication les plus modernes de l'époque. «Beaucoup de gens de ce pays pensent aujourd'hui qu'eux et leurs voisins peuvent améliorer la situation en épargnant plus que de coutume… Supposons que nous arrêtions ensemble de dépenser nos revenus pour les épargner en totalité. Chacun serait alors sans travail», explique-t-il dans une émission radiophonique, le 14 janvier 1931, alors que la dépression et le chômage font rage. Voilà du «keynésianisme» à la portée de tous. Qu'il s'adresse à la ménagère britannique ou au président Franklin Roosevelt, la supplique est pourtant fondamentalement toujours la même : face la crise, il faut tout faire pour relancer la machine économique, hic et nunc. «À long terme, nous sommes tous morts. Les économistes s'adonnent à une tâche trop facile, trop primitive, si, dans la saison des tempêtes, ils nous annoncent seulement que, lorsque l'orage sera terminé, l'océan retrouvera son calme», se justifie-t-il.
Ses recommandations paraissent tourner le dos à tous les mécanismes mis en avant jusqu'alors par les économistes classiques. Les vertus de l'épargne et l'autorégulation des marchés pour susciter une demande équivalente à la production, dogmes du libéralisme ? Ce n'est pas ce qu'observe Keynes dans la réalité des années 1930. «Les deux vices marquants du monde économique où nous vivons sont, le premier, que le plein-emploi n'y est pas assuré, le second que la répartition de la fortune et du revenu y est arbitraire et manque d'équité», dit-il en conclusion de sa Théorie générale.
Farouche partisan du plein-emploi, il n'est certainement pas un révolutionnaire. «Pour le meilleur et pour le pire, je suis un économiste bourgeois», ironise-t-il quand on l'interroge sur sa philosophie sociale. «Les régimes autoritaires contemporains paraissent résoudre le problème du chômage aux dépens de la liberté et du rendement individuels… Une analyse correcte du problème permet de remédier au mal sans sacrifier la liberté ni le rendement», plaide-t-il en 1936. «Son projet n'était pas de détruire le capitalisme mais de le sauver de lui-même. Il considérait que le travail de sauvetage devait commencer par la théorie économique elle-même», traduit aujourd'hui Robert Skidelsky, son biographe britannique.
Il est couvert d'honneurs dans son propre pays, qui le fait lord en 1942 et le nomme sous-gouverneur de la Banque d'Angleterre, ce qui lui permettra d'être l'un des négociateurs des accords de Bretton Woods en 1944. Mais sa véritable reconnaissance ne viendra que plus tard. Avec les «Trente Glorieuses» en Europe, dont la reconstruction s'est faite sous l'égide de l'État. Aux États-Unis, sa postérité culminera avec John Kennedy, qui fut «sans conteste le premier président keynésien», selon Arthur Schlesinger, ancien collaborateur et historien de l'Administration du président assassiné. Au début des années 1970, le républicain Richard Nixon ira jusqu'à proclamer : «Nous sommes tous keynésiens maintenant.»
La révolution des «reaganomics» remettra cette allégeance en question, même si Ronald Reagan et George W. Bush n'hésiteront jamais à pratiquer des relances budgétaires massives pour soutenir une croissance défaillante ! L'idéologie est une chose et l'efficacité de la politique économique en est une autre. John Maynard Keynes en était le premier persuadé. Lui dont la modestie n'était pourtant pas le fort prétendait que «ce serait épatant si les économistes pouvaient se considérer comme des gens aussi humbles et compétents que des dentistes».
lefigaro.fr
«Supposons que nous arrêtions ensemble de dépenser nos revenus pour les épargner en totalité. Chacun serait alors sans travail», explique Keynes lors d'une émission radiophonique en 1931. Pour l'économiste, la recette est simple : face la crise, il faut tout faire pour relancer la machine économique.
Qu'ils soient de gauche ou de droite, partout les gouvernements, depuis le début de la crise, se réclament de lui pour sortir leurs économies de l'ornière.
Sera-t-il notre sauveur ? La question reste ouverte, mais nous pouvons d'ores et déjà témoigner de sa résurrection. Elle est tonitruante : John Maynard Keynes (1883-1946) est aujourd'hui l'économiste le plus vivant de la planète, le conseiller des princes le plus écouté. De Washington à Pékin, de Londres à Paris, à Tokyo comme à Moscou, ses remèdes sont désormais suivis à la lettre. Ils prennent la forme de plans de relance dont l'addition sur l'ensemble des continents atteint entre 2 000 et 3 000 milliards de dollars. De quoi réjouir celui qui adressait cette lettre ouverte au président américain Franklin Roosevelt, par l'entremise du New York Times, en date du 31 décembre 1933 : «Je mets au premier rang un vaste programme de dépenses à crédit sous les auspices du gouvernement.» Non sans une certaine arrogance, il considérait que le programme de New Deal mis en place neuf mois plus tôt outre-Atlantique nécessitait, en effet, un certain nombre d'«adaptations».
Le Britannique qui s'exprime ainsi à la première personne pour prodiguer ses conseils au chef d'État de la première puissance économique de la planète est loin d'être un inconnu. Il a fait une entrée fracassante sur la scène internationale quatorze ans plus tôt, en dénonçant le traité de Versailles. Simple conseiller économique de la délégation britannique, il démissionne de son poste trois jours avant la signature du texte censé tirer les conséquences de la Première Guerre mondiale. Il juge en effet «exorbitantes» les réparations imposées aux vaincus, qui s'inspirent du slogan franco-britannique d'alors : «L'Allemagne paiera.» Libéré de son devoir de réserve de haut fonctionnaire, Keynes s'empresse de publier à l'automne 1919 un pamphlet : Les Conséquences économiques de la paix. Il y pronostique «une catastrophe imminente» et la ruine de l'Europe dans son ensemble. Une vision qui se révélera, hélas, prémonitoire. Ce coup d'éclat le rend célèbre en quelques jours. Le livre, vendu à 200 000 exemplaires, bénéficie d'un succès international, y compris en France.
Jusqu'alors, John Maynard Keynes avait suivi le parcours presque banal d'un rejeton gâté de la haute bourgeoisie britannique : collège à Eton, études universitaires de mathématiques et de philosophie à Cambridge, avant d'opter sur le tard, à 22 ans, pour l'économie. Il entre classiquement dans la haute fonction publique, à l'Indian Office, faute d'avoir pu intégrer directement le Trésor où il n'accédera que quelques années plus tard. Seule originalité, cette carrière sans surprise, à la fois universitaire et administrative, se conjugue avec un mode de vie de dandy. Préférant la compagnie des artistes à celle des technocrates, il fait partie du «groupe de Bloomsbury», du nom du quartier londonien qui jouxte le British Museum. Les membres les plus connus, du moins en France, en sont le peintre Duncan Grant et la romancière Virginia Woolf.
«Politique chez les intellectuels, intellectuel chez les politiques»,écrit Alain Minc, qui déborde d'admiration pour ce «touche-à-tout», au point de lui consacrer une biographie enthousiaste. «L'homme Keynes est fascinant. Peut-être encore plus grand que son œuvre», avoue l'essayiste français qui semble en avoir fait un modèle personnel. Ne jamais être prisonnier d'un milieu professionnel ou social : telle est la préoccupation constante chez lui. Même ses amis bobos de Bloomsbury, aux idées pourtant très larges, seront stupéfaits lorsqu'il leur annonce en 1925 son mariage avec Lydia Lopokova, une danseuse étoile des Ballets russes de Serge Diaghilev. Leur ami n'avait-il pas jusqu'alors multiplié les liaisons homosexuelles ? Ce qui était d'ailleurs une règle bien plus qu'une exception dans le cercle de Bloomsbury !
Autre rupture, momentanée celle-là, Keynes n'hésite pas à mettre un bémol à ses travaux d'universitaire pour devenir un professionnel de la City. Il participe ainsi à plusieurs conseils d'administration, jusqu'à présider une société d'assurances en 1921, la National Mutual Life Insurance Company, comme conseiller avant d'en être nommé président. Lui qui a commencé ses recherches théoriques par un ouvrage mathématique très savant sur l'incertitude - Treatise On Probability - s'essaye même à la spéculation boursière, perdant une grande partie de la fortune acquise auparavant. C'est donc en connaissance de cause qu'il dénoncera, au lendemain du krach boursier de 1929, le fonctionnement de Wall Street. «Lorsque dans un pays, le développement du capital devient le sous-produit de l'activité d'un casino (sic), il risque de s'accomplir en des conditions défectueuses», explique-t-il dans son maître livre, Théorie générale, de l'emploi, de l'intérêt et de la monnaie, publié en 1936.
Loin d'être un économiste en chambre, il n'a de cesse de quitter sa tour d'ivoire pour ensemencer ses idées. Le déclin de l'économie britannique au lendemain de la Première Guerre mondiale lui offre, il est vrai, un champ d'observation incomparable. «Une page de l'histoire anglaise et occidentale a été irrémédiablement tournée au seuil du XXe siècle ; celle qui avait consacré un consensus autour du laisser-faire comme unique moyen d'accéder à la prospérité», note-t-il, dès 1924, dans un discours manifeste (La Fin du laisser-faire). Un an plus tard, il condamne vertement la décision du chancelier de l'Échiquier, un certain Winston Churchill, de rétablir l'étalon-or et la parité d'avant-guerre de la livre sterling. Il reprend sa plume de pamphlétaire (Les Conséquences économiques de M. Churchill) ,accusant ce dernier de mener une politique déflationniste de baisse des salaires.
Lui-même membre influent du parti libéral, il refusera constamment d'entrer dans l'arène politique. Lorsque ses collègues de l'université de Cambrige lui proposent d'être candidat au poste de député au Parlement britannique auquel cette université avait alors droit, il refuse catégoriquement. Il adore, en revanche, les rôles de prédicateurs auprès du grand public.
Pour cela, il utilise les moyens de communication les plus modernes de l'époque. «Beaucoup de gens de ce pays pensent aujourd'hui qu'eux et leurs voisins peuvent améliorer la situation en épargnant plus que de coutume… Supposons que nous arrêtions ensemble de dépenser nos revenus pour les épargner en totalité. Chacun serait alors sans travail», explique-t-il dans une émission radiophonique, le 14 janvier 1931, alors que la dépression et le chômage font rage. Voilà du «keynésianisme» à la portée de tous. Qu'il s'adresse à la ménagère britannique ou au président Franklin Roosevelt, la supplique est pourtant fondamentalement toujours la même : face la crise, il faut tout faire pour relancer la machine économique, hic et nunc. «À long terme, nous sommes tous morts. Les économistes s'adonnent à une tâche trop facile, trop primitive, si, dans la saison des tempêtes, ils nous annoncent seulement que, lorsque l'orage sera terminé, l'océan retrouvera son calme», se justifie-t-il.
Ses recommandations paraissent tourner le dos à tous les mécanismes mis en avant jusqu'alors par les économistes classiques. Les vertus de l'épargne et l'autorégulation des marchés pour susciter une demande équivalente à la production, dogmes du libéralisme ? Ce n'est pas ce qu'observe Keynes dans la réalité des années 1930. «Les deux vices marquants du monde économique où nous vivons sont, le premier, que le plein-emploi n'y est pas assuré, le second que la répartition de la fortune et du revenu y est arbitraire et manque d'équité», dit-il en conclusion de sa Théorie générale.
Farouche partisan du plein-emploi, il n'est certainement pas un révolutionnaire. «Pour le meilleur et pour le pire, je suis un économiste bourgeois», ironise-t-il quand on l'interroge sur sa philosophie sociale. «Les régimes autoritaires contemporains paraissent résoudre le problème du chômage aux dépens de la liberté et du rendement individuels… Une analyse correcte du problème permet de remédier au mal sans sacrifier la liberté ni le rendement», plaide-t-il en 1936. «Son projet n'était pas de détruire le capitalisme mais de le sauver de lui-même. Il considérait que le travail de sauvetage devait commencer par la théorie économique elle-même», traduit aujourd'hui Robert Skidelsky, son biographe britannique.
Il est couvert d'honneurs dans son propre pays, qui le fait lord en 1942 et le nomme sous-gouverneur de la Banque d'Angleterre, ce qui lui permettra d'être l'un des négociateurs des accords de Bretton Woods en 1944. Mais sa véritable reconnaissance ne viendra que plus tard. Avec les «Trente Glorieuses» en Europe, dont la reconstruction s'est faite sous l'égide de l'État. Aux États-Unis, sa postérité culminera avec John Kennedy, qui fut «sans conteste le premier président keynésien», selon Arthur Schlesinger, ancien collaborateur et historien de l'Administration du président assassiné. Au début des années 1970, le républicain Richard Nixon ira jusqu'à proclamer : «Nous sommes tous keynésiens maintenant.»
La révolution des «reaganomics» remettra cette allégeance en question, même si Ronald Reagan et George W. Bush n'hésiteront jamais à pratiquer des relances budgétaires massives pour soutenir une croissance défaillante ! L'idéologie est une chose et l'efficacité de la politique économique en est une autre. John Maynard Keynes en était le premier persuadé. Lui dont la modestie n'était pourtant pas le fort prétendait que «ce serait épatant si les économistes pouvaient se considérer comme des gens aussi humbles et compétents que des dentistes».
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Dondolando verso un Olocausto Palestinese. Un'intervista con Richard Falk
Qualche giorno fa, le autorità israeliane hanno espulso il professor Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, che era entrato nel paese per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, occupate da Israele. Il collaboratore di Electronic Intifada Victor Kattan ha intervistato Falk sui motivi che stanno dietro la sua espulsione, sul paragone che egli ha fatto tra il trattamento dei palestinesi da parte di Israele e i crimini nazisti compiuti durante la seconda guerra mondiale, sul suo duplice ruolo di accademico e di sostenitore dei diritti umani, e su come i difensori di Israele stornano l’attenzione da quello che sta succedendo nei territori, attaccando i critici della politica israeliana.
Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton e membro del Foro di New York. Attualmente è professore ospite di Studi Internazionali all’Università Santa Barbara in California. Dal Marzo del 2008 è Relatore Speciale per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati alle Nazioni Unite. Falk è autore di oltre 20 libri di diritto internazionale e ha fatto parte della commissione d’inchiesta MacBride sulle atrocità commesse a Beirut nel 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila, come pure della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani commesse in seguito alla seconda intifada palestinese del Settembre del 2001. Il suo ultimo libro, Achieving Human Rights [Ottenere i diritti umani] è stato pubblicato da Routledge nell’Ottobre del 2008.
Victor Kattan: Lei è stato recentemente espulso dal governo israeliano quando è atterrato all’aeroporto Ben Gurion nella sua veste di Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, anche se ai due assistenti che viaggiavano con lei era stato concesso il visto per entrare nel paese, e nonostante il fatto che il ministero degli esteri israeliano avesse ricevuto in anticipo una copia del suo itinerario di viaggio, che includeva un incontro con il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Per quale motivo, secondo lei, è stato recluso per 20 ore e poi espulso?
Richard Falk: Naturalmente posso solo indovinare le motivazioni israeliane. La rappresentante del Ministero dell’Interno all’aeroporto ha insistito che stava semplicemente eseguendo un’ordine del ministero degli esteri di impedirmi l’ingresso. Ma questo non spiega perché non sono stati fatti sforzi per informare di ciò in anticipo l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. A mio parere, Israele voleva darmi una lezione per le mie precedenti critiche, e soprattutto, mandare alle Nazioni Unite il messaggio che Israele non ha intenzione di collaborare con un loro rappresentante che sia sgradito al governo. Naturalmente, il vero significato della mia esperienza riguarda il presunto diritto di uno stato membro a stabilire chi può rappresentare le Nazioni Unite nel valutare i comportamenti contestati. Se Israele avrà successo, questo costituirà un malaugurato precedente, e per questa ragione resisterò alla tentazione di dimettermi e lavorerò duro per essere un efficace Relatore Speciale, nonostante l’incresciosa impossibilità di visitare i territori palestinesi sotto occupazione.
VK: Nel Giugno del 2007, lei ha scritto un articolo intitolato “Dondolando verso un Olocausto Palestinese”. Nell’articolo, ha posto la domanda seguente: “E’ un’esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi con il vituperato record nazista di atrocità collettiva?”. Lei ha risposto affermando: “Non penso. I recenti sviluppi a Gaza sono particolarmente inquietanti perché esprimono in modo così vivido l’intenzione deliberata da parte di Israele e dei suoi alleati di sottoporre un’intera comunità umana a delle condizioni di crudeltà estrema, potenzialmente mortali. Il suggerimento che questo schema di comportamento è un olocausto in via di formazione rappresenta un appello disperato ai governi della comunità internazionale e all’opinione pubblica affinchè si agisca con urgenza per impedire che le tendenze genocide attualmente in corso si risolvano in una tragedia collettiva. Se l’etica di una “responsabilità di proteggere”, recentemente adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come base dell’”Intervento umanitario” dovesse mai venire applicata, allora è questo il momento di agire, per iniziare a proteggere il popolo di Gaza da ulteriori pene e sofferenze”.
Si rammarica di avere scritto queste parole? Se no, perché no?
RF: Questa per me è una domanda complicata. Ho scritto queste parole prima di essere nominato Relatore Speciale, come un cittadino impegnato che era profondamente preoccupato dal fatto che la situazione disperata del milione e mezzo di palestinesi di Gaza è ignorata dalle elite internazionali. Sentivo all’epoca che si trattava di una catastrofe umanitaria tuttora in corso, e che poteva trasformarsi in qualunque momento in una tragedia di proporzioni massime, a causa della fame e delle malattie. Retrospettivamente, penso adesso che sia stato innopportuno associare esplicitamente queste preoccupazioni, che rimangono forti come prima, all’esperienza storica degli ebrei nell’Olocausto. Di fatto, [tale associazione] è finita in mano agli apologeti delle tattiche israeliane di occupazione per spostare il dibattito dal dramma palestinese alle implicazioni incendiarie del collegamento con gli eventi dell’era nazista. Questo rientra nello schema più ampio, da parte di Israele, di spostare il dibattito dalla realtà dell’occupazione alla presunta colpa di quelli che parlano di tale realtà. Io insisto che la misurazione della colpa si dovrebbe basare sulla verità o la falsità di quello che viene riferito, e questo è il dibattito che auspico. In via di principio, mi rammarico anche che il mio collegamento tra la situazione di Gaza e le memorie naziste sia stata dannoso per molte persone, e abbia facilitato una diversione dal mio obbiettivo di richiamare l’attenzione sulla situazione di Gaza. Ho cercato di evitare di usare questo tipo di retorica nelle mie osservazioni successive sulla realtà palestinese, ma sottolinerei che la condizione di fondo di massiccia punizione collettiva dell’intera popolazione civile palestinese è una realtà ancora in corso, ed è nello stesso tempo immorale e illegale.
VK: Alcuni esperti di diritto internazionale considerano l’erudizione accademica e il sostegno ai diritti umani reciprocamente incompatibili: dicono che non si può essere seri studiosi e nello stesso tempo degli attivisti. Lei ritiene, come eminente esperto americano di diritto internazionale, con un lungo e rinomato curriculum accademico, e di militanza per i diritti umani per quasi mezzo secolo – che include, tra le altre cose, l’opposizione alla guerra in Vietnam, all’apartheid in Sudafrica, all’industria delle armi nucleari, all’invasione da parte di Israele del Libano e alla sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, come pure all’intervento della Nato in Kosovo, e all’invasione dell’Iraq del 2003 – che gli esperti di diritto internazionale dovrebbero parlare più spesso? E’ possibile essere un serio studioso di diritto internazionale e un attivista dei diritti umani?
RF: Questa è una domanda importante, che ho ponderato nel corso della mia carriera. Come ho detto in precedenza, la vera misura sia dell’erudizione che dell’impegno civile è la veridicità e l’esattezza, ed io ho sempre cercato di essere obbiettivo in questo senso basilare. Credo che tutti abbiamo identità multiple e che sia perfettamente coerente essere uno studioso che scrive e parla per un pubblico accademico e un cittadino impegnato che agisce allo stesso modo per il pubblico normale. In un certo senso, si tratta di tradurre una forma di comunicazione nell’altra. Credo che sia un contributo importante alla vitalità della società democratica avere il beneficio delle opinioni di un accademico specialista. Nello stesso tempo credo che in una classe sia essenziale, per il professore, essere ricettivo verso i punti di vista che lo contraddicono, e io ho sempre cercato di comportarmi così. Ho scherzosamente sottolineato che tra i miei studenti di Princeton vi sono stati Richard Perle e David Petraeus, il che prova che non indottrino i miei studenti, ma fortunatamente neppure loro riescono a convertirmi ai loro punti di vista. Quello che conta, alla fine, è la convinzione dell’importanza della discussione informata sulle questioni politiche importanti del giorno, sia che riguardi gli studenti, che gli studiosi, che i cittadini.
VK: John Dugard, il suo predecessore come Relatore Speciale delle Nazioni Unite, ha paragonato la situazione nei Territori Palestinesi Occupati con l’apartheid. Lei ha fatto parte della squadra di giuristi per i casi dell’Africa del Sud-Ovest (Namibia), a nome dell’Etiopia, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, negli anni ’60. Sebbene tale corte, in una controversa decisione, decise che l’Etiopia e la Liberia non avevano “nessun diritto o interesse legale di loro pertinenza “ concernente l’illegalità dell’occupazione della Namibia da parte del Sudafrica, lei non vede nessuna somiglianza tra la politica di Pretoria del Grande Apartheid nell’Africa meridionale e quello che sta succedendo oggi nei territori palestinesi? In caso affermativo, quali lezioni possono trarre i palestinesi dal movimento anti-apartheid nel mettere in luce le ingiustizie dell’occupazione da parte di Israele – che dura da quattro decenni - di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza? C’è un ruolo per il diritto internazionale?
RF: Sì, il mio background comprende una serie decisamente profonda di incontri con la realtà dell’apartheid in Sudafrica. Non molto tempo dopo il mio incarico nel caso davanti alla Corte Internazionale andai in Sudafrica, nel 1968, come osservatore ufficiale a nome della Commissione Internazionale di Giuristi per un importante processo politico tenuto a Pretoria. Mentre stavo in quel paese ebbi per diverse settimane l’opportunità di visitare (illegalmente) le misere città africane, per combinazione in compagnia di John Dugard. Questo mi aiutò ad apprezzare alcuni aspetti delle condizioni politiche estreme che sono importanti per capire la lotta palestinese. All’epoca venni colpito dalla sincera incapacità, da parte dei sudafricani bianchi “civili”, di capire la miseria e l’umiliazione del sistema dell’apartheid, sebbene facesse parte delle loro immediate vicinanze. La politica della negazione faceva sì che un outsider come me poteva “vedere” questa realtà più chiaramente di molti “insider”. Questo mi ricorda una frase di un pacifista israeliano: “La Cisgiordania è più lontana da Israele della Tailandia”. Per la mia esperienza, Gaza è addirittura più lontana. Ho esitato a trarre un’analogia tra il Sudafrica dell’apartheid e l’occupazione israeliana dei territori palestinesi: non volevo una seconda controversia a causa del mio linguaggio provocatorio. Allo stesso tempo vi sono alcuni aspetti istruttivi della vittoriosa lotta sudafricana che potrebbero essere importanti per i palestinesi.
Prima di tutto, un campo cruciale della battaglia è quello di stabilire la natura illegale, e persino criminale, dell’ordine dominante, e di iniziare perciò una battaglia per far leva sui cuori e sulle menti dei popoli del mondo. Gli Stati Uniti e l’Europa sono teatri particolarmente importanti per questa battaglia. La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja può essere d’aiuto nello stabilire la legittimità delle richieste di cambiamento. E’ utile ricordare che in quattro occasioni, l’ICJ è stata chiamata a pronunciarsi sull’apartheid del Sudafrica, e sebbene questi verdetti giudiziari non abbiano ottenuto risultati immediati, hanno contribuito a screditare il regime dell’apartheid. In secondo luogo, il luogo della battaglia è sia esterno che interno, e la possibilità di diventare padroni della situazione rispetto alla legittimità delle richieste si deciderà probabilmente fuori della Cisgiordania e di Gaza, e i campi di battaglia più importanti saranno Israele e gli Stati Uniti. In terzo luogo, non bisogna giudicare le prospettive di successo della parte oppressa dall’attuale equilibrio apparente delle forze. Una forza oppressiva apparirà probabilmente onnipotente fino a quando non sarà sull’orlo del crollo. E’ importante continuare la battaglia, nonostante le frustrazioni e le delusioni, basandoci sulla fede ultima nel trionfo della giustizia.
VK: Molti esperti di diritto internazionale hanno paura di criticare apertamente il governo israeliano per le sue violazioni dei diritti umani perché ritengono di poter essere colpiti nelle loro future prospettive di lavoro, per paura di essere definiti antisemiti o ebrei “che odiano sé stessi”. Come ebreo americano, cosa le ha dato la forza di esprimere le sue convinzioni per così tanti anni nonostante gli attacchi alla sua persona? Ha dei rimpianti? E se potesse tornare indietro, farebbe tutto di nuovo? Che consiglio darebbe ad altre persone sottoposte ad attacchi simili?
RF: Un aspetto increscioso di questo dibattito sulla politica di Israele verso i palestinesi è che sono state usate tattiche diffamatorie. Sono diventato sempre più il bersaglio di questi attacchi, e mi consolo a pensare che sia un segno di una certa influenza e di una certa efficacia. Alan Dershowitz, il famigerato professore di legge di Harvard, ha scritto sui miei viaggi recenti un articolo diffamatorio che inizia paragonandomi a David Duke, la cui fama è legata al Ku Klux Klan, e a Ahmadinejad, e suggerendo che sono un analogo venditore di odio. Questa ostilità irresponsabile è la parte spiacevole del mio ruolo controverso e delle opinioni da me espresse, e sfortunatamente riceve un peso sproporzionato da parte di una cultura mediatica che spesso considera l’odio e gli attacchi personali velenosi più convincenti, e di certo più meritevoli di attenzione, delle prove e del ragionamento. Ma non ho rimpianti. La mia integrità e la mia autostima sono profondamente legate alla mia identificazione, che dura da una vita, con gli oppressi, e alla mia convinzione che se l’umanità vorrà rifiorire in futuro, è essenziale che i forti rispettino la legge, a livello globale, come i deboli. Attualmente, abbiamo un diritto globale che non tratta gli eguali in modo eguale; i deboli vengono ritenuti responsabili, mentre i forti godono dell’impunità. Questo equivale ad una legge senza giustizia, suscitando accuse di ipocrisia e di doppio metro di giudizio. Il mio lavoro, come studioso e come cittadino impegnato, è stato dedicato a promuovere la causa di una giustizia globale basata su un ordine di legalità che impari a trattare gli eguali in modo eguale, sia che si tratti di stati che di individui.
Per quanto concerne il mio essere ebreo, questa è la mia identità. Credo che questa dedizione alla giustizia sia espressa al meglio dai profeti del Vecchio Testamento, ed è il contributo più duraturo della tradizione ebraica alla conoscenza umana e all’esercizio dell’etica. Ho avuto il privilegio, come studente universitario, di studiare Martin Buber, il grande filosofo ebreo, e di ascoltarlo mentre teneva una serie di conferenze all’Haverford College. Il suo messaggio è rimasto con me e mi risuona dentro ancora oggi. Con questo background riesco difficilmente a capire le accuse di “ebreo che odia sé stesso”, o di essere considerato in qualche modo “antisemita”. Rispondo a questi attacchi contro la mia credibilità sottolineando che non mi sento mai antiamericano quando critico la politica estera del governo americano. E’ una tattica incresciosa utilizzata da molti sionisti, quella di equiparare ogni critica allo stato di Israele o alla sua politica all’antisemitismo. Secondo me, questo atteggiamento è profondamente antidemocratico, e minaccia di trasformare il “cittadino” in un “suddito”. Credo che la misura di un buon senso della cittadinanza sia la coscienza, non l’obbedienza. Per tutte queste ragioni, non ho rimpianti, e sebbene non sia stato prudente, dal punto di vista del carrierismo, rifarei tutto di nuovo senza la minima esitazione. In sostanza, non potrei fare altro!
Victor Kattan è un tutor del Centre for International Studies and Diplomacy alla School of Oriental and African Studies di Londra, dove insegna diritto internazionale agli studenti universitari. Il suo libro, From Coexistence to Conquest: International Law and the Origins of the Arab-Israeli Conflict 1891-1949, verrà pubblicato da Pluto Books nel Giugno del 2009. Victor è il curatore di The Palestine Question in International Law, che è stato pubblicato dal British Institute of International and Comparative Law nel Maggio del 2008 e che ospita una serie di articoli di eminenti studiosi di diritto internazionale sul conflitto israelo-palestinese.
Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:http://electronicintifada.net/v2/article10051.shtml
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Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton e membro del Foro di New York. Attualmente è professore ospite di Studi Internazionali all’Università Santa Barbara in California. Dal Marzo del 2008 è Relatore Speciale per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati alle Nazioni Unite. Falk è autore di oltre 20 libri di diritto internazionale e ha fatto parte della commissione d’inchiesta MacBride sulle atrocità commesse a Beirut nel 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila, come pure della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani commesse in seguito alla seconda intifada palestinese del Settembre del 2001. Il suo ultimo libro, Achieving Human Rights [Ottenere i diritti umani] è stato pubblicato da Routledge nell’Ottobre del 2008.
Victor Kattan: Lei è stato recentemente espulso dal governo israeliano quando è atterrato all’aeroporto Ben Gurion nella sua veste di Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, anche se ai due assistenti che viaggiavano con lei era stato concesso il visto per entrare nel paese, e nonostante il fatto che il ministero degli esteri israeliano avesse ricevuto in anticipo una copia del suo itinerario di viaggio, che includeva un incontro con il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Per quale motivo, secondo lei, è stato recluso per 20 ore e poi espulso?
Richard Falk: Naturalmente posso solo indovinare le motivazioni israeliane. La rappresentante del Ministero dell’Interno all’aeroporto ha insistito che stava semplicemente eseguendo un’ordine del ministero degli esteri di impedirmi l’ingresso. Ma questo non spiega perché non sono stati fatti sforzi per informare di ciò in anticipo l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. A mio parere, Israele voleva darmi una lezione per le mie precedenti critiche, e soprattutto, mandare alle Nazioni Unite il messaggio che Israele non ha intenzione di collaborare con un loro rappresentante che sia sgradito al governo. Naturalmente, il vero significato della mia esperienza riguarda il presunto diritto di uno stato membro a stabilire chi può rappresentare le Nazioni Unite nel valutare i comportamenti contestati. Se Israele avrà successo, questo costituirà un malaugurato precedente, e per questa ragione resisterò alla tentazione di dimettermi e lavorerò duro per essere un efficace Relatore Speciale, nonostante l’incresciosa impossibilità di visitare i territori palestinesi sotto occupazione.
VK: Nel Giugno del 2007, lei ha scritto un articolo intitolato “Dondolando verso un Olocausto Palestinese”. Nell’articolo, ha posto la domanda seguente: “E’ un’esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi con il vituperato record nazista di atrocità collettiva?”. Lei ha risposto affermando: “Non penso. I recenti sviluppi a Gaza sono particolarmente inquietanti perché esprimono in modo così vivido l’intenzione deliberata da parte di Israele e dei suoi alleati di sottoporre un’intera comunità umana a delle condizioni di crudeltà estrema, potenzialmente mortali. Il suggerimento che questo schema di comportamento è un olocausto in via di formazione rappresenta un appello disperato ai governi della comunità internazionale e all’opinione pubblica affinchè si agisca con urgenza per impedire che le tendenze genocide attualmente in corso si risolvano in una tragedia collettiva. Se l’etica di una “responsabilità di proteggere”, recentemente adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come base dell’”Intervento umanitario” dovesse mai venire applicata, allora è questo il momento di agire, per iniziare a proteggere il popolo di Gaza da ulteriori pene e sofferenze”.
Si rammarica di avere scritto queste parole? Se no, perché no?
RF: Questa per me è una domanda complicata. Ho scritto queste parole prima di essere nominato Relatore Speciale, come un cittadino impegnato che era profondamente preoccupato dal fatto che la situazione disperata del milione e mezzo di palestinesi di Gaza è ignorata dalle elite internazionali. Sentivo all’epoca che si trattava di una catastrofe umanitaria tuttora in corso, e che poteva trasformarsi in qualunque momento in una tragedia di proporzioni massime, a causa della fame e delle malattie. Retrospettivamente, penso adesso che sia stato innopportuno associare esplicitamente queste preoccupazioni, che rimangono forti come prima, all’esperienza storica degli ebrei nell’Olocausto. Di fatto, [tale associazione] è finita in mano agli apologeti delle tattiche israeliane di occupazione per spostare il dibattito dal dramma palestinese alle implicazioni incendiarie del collegamento con gli eventi dell’era nazista. Questo rientra nello schema più ampio, da parte di Israele, di spostare il dibattito dalla realtà dell’occupazione alla presunta colpa di quelli che parlano di tale realtà. Io insisto che la misurazione della colpa si dovrebbe basare sulla verità o la falsità di quello che viene riferito, e questo è il dibattito che auspico. In via di principio, mi rammarico anche che il mio collegamento tra la situazione di Gaza e le memorie naziste sia stata dannoso per molte persone, e abbia facilitato una diversione dal mio obbiettivo di richiamare l’attenzione sulla situazione di Gaza. Ho cercato di evitare di usare questo tipo di retorica nelle mie osservazioni successive sulla realtà palestinese, ma sottolinerei che la condizione di fondo di massiccia punizione collettiva dell’intera popolazione civile palestinese è una realtà ancora in corso, ed è nello stesso tempo immorale e illegale.
VK: Alcuni esperti di diritto internazionale considerano l’erudizione accademica e il sostegno ai diritti umani reciprocamente incompatibili: dicono che non si può essere seri studiosi e nello stesso tempo degli attivisti. Lei ritiene, come eminente esperto americano di diritto internazionale, con un lungo e rinomato curriculum accademico, e di militanza per i diritti umani per quasi mezzo secolo – che include, tra le altre cose, l’opposizione alla guerra in Vietnam, all’apartheid in Sudafrica, all’industria delle armi nucleari, all’invasione da parte di Israele del Libano e alla sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, come pure all’intervento della Nato in Kosovo, e all’invasione dell’Iraq del 2003 – che gli esperti di diritto internazionale dovrebbero parlare più spesso? E’ possibile essere un serio studioso di diritto internazionale e un attivista dei diritti umani?
RF: Questa è una domanda importante, che ho ponderato nel corso della mia carriera. Come ho detto in precedenza, la vera misura sia dell’erudizione che dell’impegno civile è la veridicità e l’esattezza, ed io ho sempre cercato di essere obbiettivo in questo senso basilare. Credo che tutti abbiamo identità multiple e che sia perfettamente coerente essere uno studioso che scrive e parla per un pubblico accademico e un cittadino impegnato che agisce allo stesso modo per il pubblico normale. In un certo senso, si tratta di tradurre una forma di comunicazione nell’altra. Credo che sia un contributo importante alla vitalità della società democratica avere il beneficio delle opinioni di un accademico specialista. Nello stesso tempo credo che in una classe sia essenziale, per il professore, essere ricettivo verso i punti di vista che lo contraddicono, e io ho sempre cercato di comportarmi così. Ho scherzosamente sottolineato che tra i miei studenti di Princeton vi sono stati Richard Perle e David Petraeus, il che prova che non indottrino i miei studenti, ma fortunatamente neppure loro riescono a convertirmi ai loro punti di vista. Quello che conta, alla fine, è la convinzione dell’importanza della discussione informata sulle questioni politiche importanti del giorno, sia che riguardi gli studenti, che gli studiosi, che i cittadini.
VK: John Dugard, il suo predecessore come Relatore Speciale delle Nazioni Unite, ha paragonato la situazione nei Territori Palestinesi Occupati con l’apartheid. Lei ha fatto parte della squadra di giuristi per i casi dell’Africa del Sud-Ovest (Namibia), a nome dell’Etiopia, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, negli anni ’60. Sebbene tale corte, in una controversa decisione, decise che l’Etiopia e la Liberia non avevano “nessun diritto o interesse legale di loro pertinenza “ concernente l’illegalità dell’occupazione della Namibia da parte del Sudafrica, lei non vede nessuna somiglianza tra la politica di Pretoria del Grande Apartheid nell’Africa meridionale e quello che sta succedendo oggi nei territori palestinesi? In caso affermativo, quali lezioni possono trarre i palestinesi dal movimento anti-apartheid nel mettere in luce le ingiustizie dell’occupazione da parte di Israele – che dura da quattro decenni - di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza? C’è un ruolo per il diritto internazionale?
RF: Sì, il mio background comprende una serie decisamente profonda di incontri con la realtà dell’apartheid in Sudafrica. Non molto tempo dopo il mio incarico nel caso davanti alla Corte Internazionale andai in Sudafrica, nel 1968, come osservatore ufficiale a nome della Commissione Internazionale di Giuristi per un importante processo politico tenuto a Pretoria. Mentre stavo in quel paese ebbi per diverse settimane l’opportunità di visitare (illegalmente) le misere città africane, per combinazione in compagnia di John Dugard. Questo mi aiutò ad apprezzare alcuni aspetti delle condizioni politiche estreme che sono importanti per capire la lotta palestinese. All’epoca venni colpito dalla sincera incapacità, da parte dei sudafricani bianchi “civili”, di capire la miseria e l’umiliazione del sistema dell’apartheid, sebbene facesse parte delle loro immediate vicinanze. La politica della negazione faceva sì che un outsider come me poteva “vedere” questa realtà più chiaramente di molti “insider”. Questo mi ricorda una frase di un pacifista israeliano: “La Cisgiordania è più lontana da Israele della Tailandia”. Per la mia esperienza, Gaza è addirittura più lontana. Ho esitato a trarre un’analogia tra il Sudafrica dell’apartheid e l’occupazione israeliana dei territori palestinesi: non volevo una seconda controversia a causa del mio linguaggio provocatorio. Allo stesso tempo vi sono alcuni aspetti istruttivi della vittoriosa lotta sudafricana che potrebbero essere importanti per i palestinesi.
Prima di tutto, un campo cruciale della battaglia è quello di stabilire la natura illegale, e persino criminale, dell’ordine dominante, e di iniziare perciò una battaglia per far leva sui cuori e sulle menti dei popoli del mondo. Gli Stati Uniti e l’Europa sono teatri particolarmente importanti per questa battaglia. La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja può essere d’aiuto nello stabilire la legittimità delle richieste di cambiamento. E’ utile ricordare che in quattro occasioni, l’ICJ è stata chiamata a pronunciarsi sull’apartheid del Sudafrica, e sebbene questi verdetti giudiziari non abbiano ottenuto risultati immediati, hanno contribuito a screditare il regime dell’apartheid. In secondo luogo, il luogo della battaglia è sia esterno che interno, e la possibilità di diventare padroni della situazione rispetto alla legittimità delle richieste si deciderà probabilmente fuori della Cisgiordania e di Gaza, e i campi di battaglia più importanti saranno Israele e gli Stati Uniti. In terzo luogo, non bisogna giudicare le prospettive di successo della parte oppressa dall’attuale equilibrio apparente delle forze. Una forza oppressiva apparirà probabilmente onnipotente fino a quando non sarà sull’orlo del crollo. E’ importante continuare la battaglia, nonostante le frustrazioni e le delusioni, basandoci sulla fede ultima nel trionfo della giustizia.
VK: Molti esperti di diritto internazionale hanno paura di criticare apertamente il governo israeliano per le sue violazioni dei diritti umani perché ritengono di poter essere colpiti nelle loro future prospettive di lavoro, per paura di essere definiti antisemiti o ebrei “che odiano sé stessi”. Come ebreo americano, cosa le ha dato la forza di esprimere le sue convinzioni per così tanti anni nonostante gli attacchi alla sua persona? Ha dei rimpianti? E se potesse tornare indietro, farebbe tutto di nuovo? Che consiglio darebbe ad altre persone sottoposte ad attacchi simili?
RF: Un aspetto increscioso di questo dibattito sulla politica di Israele verso i palestinesi è che sono state usate tattiche diffamatorie. Sono diventato sempre più il bersaglio di questi attacchi, e mi consolo a pensare che sia un segno di una certa influenza e di una certa efficacia. Alan Dershowitz, il famigerato professore di legge di Harvard, ha scritto sui miei viaggi recenti un articolo diffamatorio che inizia paragonandomi a David Duke, la cui fama è legata al Ku Klux Klan, e a Ahmadinejad, e suggerendo che sono un analogo venditore di odio. Questa ostilità irresponsabile è la parte spiacevole del mio ruolo controverso e delle opinioni da me espresse, e sfortunatamente riceve un peso sproporzionato da parte di una cultura mediatica che spesso considera l’odio e gli attacchi personali velenosi più convincenti, e di certo più meritevoli di attenzione, delle prove e del ragionamento. Ma non ho rimpianti. La mia integrità e la mia autostima sono profondamente legate alla mia identificazione, che dura da una vita, con gli oppressi, e alla mia convinzione che se l’umanità vorrà rifiorire in futuro, è essenziale che i forti rispettino la legge, a livello globale, come i deboli. Attualmente, abbiamo un diritto globale che non tratta gli eguali in modo eguale; i deboli vengono ritenuti responsabili, mentre i forti godono dell’impunità. Questo equivale ad una legge senza giustizia, suscitando accuse di ipocrisia e di doppio metro di giudizio. Il mio lavoro, come studioso e come cittadino impegnato, è stato dedicato a promuovere la causa di una giustizia globale basata su un ordine di legalità che impari a trattare gli eguali in modo eguale, sia che si tratti di stati che di individui.
Per quanto concerne il mio essere ebreo, questa è la mia identità. Credo che questa dedizione alla giustizia sia espressa al meglio dai profeti del Vecchio Testamento, ed è il contributo più duraturo della tradizione ebraica alla conoscenza umana e all’esercizio dell’etica. Ho avuto il privilegio, come studente universitario, di studiare Martin Buber, il grande filosofo ebreo, e di ascoltarlo mentre teneva una serie di conferenze all’Haverford College. Il suo messaggio è rimasto con me e mi risuona dentro ancora oggi. Con questo background riesco difficilmente a capire le accuse di “ebreo che odia sé stesso”, o di essere considerato in qualche modo “antisemita”. Rispondo a questi attacchi contro la mia credibilità sottolineando che non mi sento mai antiamericano quando critico la politica estera del governo americano. E’ una tattica incresciosa utilizzata da molti sionisti, quella di equiparare ogni critica allo stato di Israele o alla sua politica all’antisemitismo. Secondo me, questo atteggiamento è profondamente antidemocratico, e minaccia di trasformare il “cittadino” in un “suddito”. Credo che la misura di un buon senso della cittadinanza sia la coscienza, non l’obbedienza. Per tutte queste ragioni, non ho rimpianti, e sebbene non sia stato prudente, dal punto di vista del carrierismo, rifarei tutto di nuovo senza la minima esitazione. In sostanza, non potrei fare altro!
Victor Kattan è un tutor del Centre for International Studies and Diplomacy alla School of Oriental and African Studies di Londra, dove insegna diritto internazionale agli studenti universitari. Il suo libro, From Coexistence to Conquest: International Law and the Origins of the Arab-Israeli Conflict 1891-1949, verrà pubblicato da Pluto Books nel Giugno del 2009. Victor è il curatore di The Palestine Question in International Law, che è stato pubblicato dal British Institute of International and Comparative Law nel Maggio del 2008 e che ospita una serie di articoli di eminenti studiosi di diritto internazionale sul conflitto israelo-palestinese.
Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:http://electronicintifada.net/v2/article10051.shtml
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31.12.08
Diario da Gaza, mappa dell'inferno
Jabilia, Bet Hanun, Rafah, Gaza City, le tappe della mia personale mappa per l'inferno. Checchè vadano ripetendo i comunicati diramati dai vertici militari israeliani, e ripetuti a pappagallo in Europa e Usa dai professionisti della disinformazione, sono stato testimone oculare in questi giorni di bombardamenti di moschee, scuole, università, ospedali, mercati, e decine e decine di edifici civili.
Il direttore medico dell'ospedale di Al Shifa mi ha confermato di aver ricevuto telefonate da esponenenti dell'IDF, l'esercito israeliano, che gli intimavano di evacuare all'istante l'ospedale, pena una pioggia di missili. Non si sono lasciati intimorire. Il porto, dove dovrei dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze rincorrersi all'impazzata, semplicemente perchè al porto e attorno non c'è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare piede su di un cimitero dopo un terremoto.
La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come piombo fuso, che fa a pezzi corpi umani, e contrariamente a quanto si prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa non si salutava nemmeno perchè appartenenti a fazioni differenti, in un corpo unico.
Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri di quota state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di hamas o fatah esposte sui davanzali, non hanno ripensamenti esplosivi neanche se sei italiano. Non esistono operazioni militari chirurgiche, quando si mette a bombardare l'aviazione e la marina, le uniche operazioni chirugiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullate alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbe salvabili. Non c'è tempo, bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito susseguente in attesa di una trasfusione. All' ospedale di Al Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine respiratorie. Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato.
Per questa ragione, esausti più che dalle notti insonni, dall'immobilismo e dall'omertà dei governi occidentali , così complici dei crimini d'Israele, abbiamo deciso di far partire ieri da Larnaco, Cipro, una delle nostre barche del Free Gaza Movement con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico. Li ho aspettati invano, avrebbero dovuto attraccare al porto alle 8 am di questa mattina. Sono invece stati intercettati a 90 miglia nautiche da Gaza da 11 navi da guerra israeliane, che in piene acque internazionali hanno provato ad affondarli. Li hanno speronati tre volte, producendo una avaria ai motori e una falla nello scavo. Per puro caso l'equipaggio e i passeggeri sono ancora tutti vivi, e sono riusciti ad attraccare in un porto libanese.
Sempre più frustrati dall'assordante silenzio del mondo "civile", i miei amici ci riproveranno presto. Hanno scaricato infatti i medicinali dalla nostra nave danneggiata, la Dignity, e li hanno ricaricati su di un'altra pronta alla partenza alla volta di Gaza. Certi che la volontà criminale di Israele nel calpestare diritti umani e leggi internazionali non sarà mai forte come la nostra determinazione nella difesa di questi stessi diritti e uomini.
Molti giornalisti che mi intervistano mi chiedono conto della situazione umanitaria dei palestinesi di Gaza, come se il problema fossero la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità, di gasolio, e non chi è la causa di questi problemi sigillando confini, bombardando impianti idrici e centrali elettriche. Lunghe file ai pochi panettieri con ancora le serrande semiaperte, 40-50 persone che si accapigliano per accappararsi l'ultima pagnotta. Uno di questi panettieri, Ahmed, è un mio amico, e mi ha confidato il suo terrore degli ultimi giorni. Più che per le bombe, teme per gli assalti al forni. Dinnanzi al suo, si sono già verificate risse. Fino a poco tempo fa c'era la polizia a mantenere l'ordine pubblico, specie dinnanzi alle panetterie, ora non si vede più un poliziotto in divisa in tutta Gaza. Si sono nascosti, alcuni. Gli alti stanno tutti sepolti sotto due metri di terra, amici miei compresi.
A Jabilia ancora strage di bambini, due sorelline di Haya e Laama Hamdan, di 4 e 10 anni, colpite e uccise da una bomba israeliana mentre guidavano un carretto trainato da un asino, in strada as-Sekka, a Jabalia.
Mohammad Rujailah nostro collaboratore dell'ISM, ha scattato una foto che più di un fermoimmagine, è una storia, è la rivelazione di ciò che tragico viviamo intensamente ogni minuto, contandoci ogni ora, perdendo amici, fratelli, familiari. Carriarmati, caccia, droni, elicotteri apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come all'epoca di Gesù Cristo.
Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani, al momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti, 20 gli uccisi e 40 i gravemente feriti.
Israele ha trasformato gli ospedali e gli obitori palestinesi in fabbriche di angeli,
non rendendosi conto dell'odio che fomenta non solo in Palestina, ma in tutto il mondo.
Le fabbriche degli angeli sono in produzione a ciclo continuo anche questa sera, lo avverto dai fragori delle esplosioni che avverto fuori dalle mie finestre.
Quei corpici smembrati, amputati, e quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita, e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine, è perchè voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, a chi non ha mia avuto un fiato di voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.
Restiamo umani.
Vittorio Arrigoni
attivista per i diritti umani
ilmanifesto
Il direttore medico dell'ospedale di Al Shifa mi ha confermato di aver ricevuto telefonate da esponenenti dell'IDF, l'esercito israeliano, che gli intimavano di evacuare all'istante l'ospedale, pena una pioggia di missili. Non si sono lasciati intimorire. Il porto, dove dovrei dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze rincorrersi all'impazzata, semplicemente perchè al porto e attorno non c'è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare piede su di un cimitero dopo un terremoto.
La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come piombo fuso, che fa a pezzi corpi umani, e contrariamente a quanto si prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa non si salutava nemmeno perchè appartenenti a fazioni differenti, in un corpo unico.
Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri di quota state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di hamas o fatah esposte sui davanzali, non hanno ripensamenti esplosivi neanche se sei italiano. Non esistono operazioni militari chirurgiche, quando si mette a bombardare l'aviazione e la marina, le uniche operazioni chirugiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullate alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbe salvabili. Non c'è tempo, bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito susseguente in attesa di una trasfusione. All' ospedale di Al Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine respiratorie. Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato.
Per questa ragione, esausti più che dalle notti insonni, dall'immobilismo e dall'omertà dei governi occidentali , così complici dei crimini d'Israele, abbiamo deciso di far partire ieri da Larnaco, Cipro, una delle nostre barche del Free Gaza Movement con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico. Li ho aspettati invano, avrebbero dovuto attraccare al porto alle 8 am di questa mattina. Sono invece stati intercettati a 90 miglia nautiche da Gaza da 11 navi da guerra israeliane, che in piene acque internazionali hanno provato ad affondarli. Li hanno speronati tre volte, producendo una avaria ai motori e una falla nello scavo. Per puro caso l'equipaggio e i passeggeri sono ancora tutti vivi, e sono riusciti ad attraccare in un porto libanese.
Sempre più frustrati dall'assordante silenzio del mondo "civile", i miei amici ci riproveranno presto. Hanno scaricato infatti i medicinali dalla nostra nave danneggiata, la Dignity, e li hanno ricaricati su di un'altra pronta alla partenza alla volta di Gaza. Certi che la volontà criminale di Israele nel calpestare diritti umani e leggi internazionali non sarà mai forte come la nostra determinazione nella difesa di questi stessi diritti e uomini.
Molti giornalisti che mi intervistano mi chiedono conto della situazione umanitaria dei palestinesi di Gaza, come se il problema fossero la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità, di gasolio, e non chi è la causa di questi problemi sigillando confini, bombardando impianti idrici e centrali elettriche. Lunghe file ai pochi panettieri con ancora le serrande semiaperte, 40-50 persone che si accapigliano per accappararsi l'ultima pagnotta. Uno di questi panettieri, Ahmed, è un mio amico, e mi ha confidato il suo terrore degli ultimi giorni. Più che per le bombe, teme per gli assalti al forni. Dinnanzi al suo, si sono già verificate risse. Fino a poco tempo fa c'era la polizia a mantenere l'ordine pubblico, specie dinnanzi alle panetterie, ora non si vede più un poliziotto in divisa in tutta Gaza. Si sono nascosti, alcuni. Gli alti stanno tutti sepolti sotto due metri di terra, amici miei compresi.
A Jabilia ancora strage di bambini, due sorelline di Haya e Laama Hamdan, di 4 e 10 anni, colpite e uccise da una bomba israeliana mentre guidavano un carretto trainato da un asino, in strada as-Sekka, a Jabalia.
Mohammad Rujailah nostro collaboratore dell'ISM, ha scattato una foto che più di un fermoimmagine, è una storia, è la rivelazione di ciò che tragico viviamo intensamente ogni minuto, contandoci ogni ora, perdendo amici, fratelli, familiari. Carriarmati, caccia, droni, elicotteri apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come all'epoca di Gesù Cristo.
Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani, al momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti, 20 gli uccisi e 40 i gravemente feriti.
Israele ha trasformato gli ospedali e gli obitori palestinesi in fabbriche di angeli,
non rendendosi conto dell'odio che fomenta non solo in Palestina, ma in tutto il mondo.
Le fabbriche degli angeli sono in produzione a ciclo continuo anche questa sera, lo avverto dai fragori delle esplosioni che avverto fuori dalle mie finestre.
Quei corpici smembrati, amputati, e quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita, e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine, è perchè voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, a chi non ha mia avuto un fiato di voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.
Restiamo umani.
Vittorio Arrigoni
attivista per i diritti umani
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21.12.08
Italiani brava gente
Forse è per le cose che ha detto Gianfranco Fini il 16 dicembre - la società italiana consentì passivamente alle leggi razziali di Mussolini nel ’38; anche la Chiesa s’adattò, nonostante «luminose eccezioni» - che le parole in Italia si pervertono così facilmente e ciclicamente. Non scottano quando dovrebbero scottare, infuocano quando descrivono fatti accertati. Quel che è normale viene esagerato, quel che è irregolare o illegale vien vissuto e presentato come normalità. Quando nel mondo delle parole si crea sì vasta confusione vuol dire che s’è smarrita la via, che si va in giro come ciechi di notte, che vero e falso si mischiano. Le parole sono un luogo: perdi le coordinate, quando non corrispondono più a nulla. Se i profeti biblici faticano tanto a dirle, se spesso addirittura le fuggono, è perché le vogliono puntuali, attendibili, non manipolabili da chi tende a «proseguire la sua corsa senza voltarsi» (Geremia 8,6).
Non dovrebbe troppo stupirsi, Fini, per l’impermalimento che ha suscitato.
Non dovrebbe neppure tranquillizzarsi troppo, come se la patologia non riguardasse anche lui, anche l’oggi, anche i commentatori facili a scrutare i cedimenti passati, meno facili a scrutare i cedimenti presenti. La «propensione al conformismo» di cui ha parlato, la «vocazione all’indifferenza più o meno diffusa», la complicità «sotterranea e oscura, negata ma presente»: sono vizi del passato che sopravvivono. Lo «stereotipo autoassolutorio e consolatorio degli italiani brava gente, smontato dal Presidente della Camera, intorpidì le menti nel ’38 e ancor oggi. È quello che più colpisce, nel 2008 che si conclude riaprendo d’un tratto, a destra e sinistra, la questione morale. Se la gente continua a correre senza voltarsi, come priva di bussola, è perché l’Italia non sa guardare dentro di sé e capire quel che ognuno fa, tacendo o restando indifferente. I tedeschi, che hanno lavorato sulla memoria, sono divenuti eminentemente circospetti, toccano i vocaboli quasi fossero oggetti puntuti e bollenti. Ci hanno messo circa quarant’anni per riavvicinarsi alla parola Vaterland, patria, memori dell’infamia che la sporcò. Tutti gli aggettivi legati a Volk, popolo, li imbarazzano. Non usano l’aggettivo sovversivo, se non in casi limite. Esitano anche davanti ai termini bellici: durante il terrorismo il figlio di Thomas Mann, Golo, parlò di guerra contro lo Stato. La classe politica si ribellò: quella non era guerra ma crimine che non giustificava, come avviene in guerra, stravolgimenti delle leggi repubblicane.
Non così in Italia, dove proprio queste parole - eversione, guerra - s’insediano come ineludibili lasciapassare che creano connivenze di gruppo e son condivise da chi ignora i disastri nati in passato da conformismo o indifferenza. Non sembra esserci ricordo né del fascismo né del terrorismo, quando ci fu eversione contro lo Stato di diritto. Eversivo e sedizioso è chi si ribella all’ordine costituzionale, sovvertendolo. Quest’aggettivo, lo sentiamo quasi ogni giorno ai telegiornali, proferito dai governanti a proposito del modo di opporsi di Di Pietro, senza che nessuno obietti: Berlusconi non fu criticato con tanta frequenza, quando prese il potere. Di Pietro è confutabile - ogni politico lo è - ma in altre democrazie sarebbe giudicato del tutto regolare. Molto più di chi, pochi anni fa, prometteva di abolire il mercato. Si distinguono per faccia tosta soprattutto gli ex craxiani, che non furono così severi quando auspicarono il negoziato con le Brigate Rosse durante l’affare Moro.
Lo stesso accade con la parola guerra. Quando si parla di guerra tra procure, o tra magistratura e politica, si confondono e oscurano i fatti. Si dimentica quel che spetta ai vari poteri dello Stato. Si ignora che tra procure non c'è stata ultimamente guerra (allo stesso modo in cui non ci fu guerra tra etnie jugoslave, ma aggressione serba contro altre etnie): c’è stata azione legale di una procura chiamata a indagare sia su De Magistris sia su chi a Catanzaro ostacolava De Magistris (i magistrati di Catanzaro, per legge, possono esser indagati solo da quelli di Salerno da cui dipendono). Il Consiglio superiore della magistratura e lo stesso Quirinale avrebbero potuto ascoltare quel che la procura di Salerno riferì due volte al Csm, invece di chiudersi per un anno nella passività.
Il peccato di conformismo è di ritorno perché son rari coloro che in Di Pietro scorgono un politico normale: ben più normale della Lega che ha non solo vilipendiato l’unità nazionale ma sprezzato, minacciando l’uso dei fucili, il monopolio legale della violenza. Sono rarissimi coloro che magari hanno dubbi sull’inchiesta di De Magistris e tuttavia non ritengono che essa dovesse essergli sottratta. Quel che conformismo e passività fanno con le parole è letale: l’illegale diventa la norma, la norma desta sospetto. Nichilismo è il suo nome, nella storia d'Europa: lo denuncia l’appello del 12 dicembre di Marco Travaglio e Massimo Fini, anche se il loro giudizio sul fascismo è, a mio parere, troppo indulgente. Lo denuncia Roberto Saviano, ieri su Repubblica, quando descrive la corruzione inconsapevole di destra e sinistra; l’assenza nei coinvolti delle inchieste napoletane o abruzzesi della percezione dell’errore e tanto meno del crimine; lo scambio di favori banalizzato; il «triste cinismo» di chi dice: «Tutto è comunque marcio. Non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli».
All’origine di simili vizi c’è una confusione di compiti che spiega il caos linguistico, il discredito della giustizia, infine la concentrazione dei poteri. Non si sopporta che giudici e pm agiscano in autonomia. Sentendosi assediati, essi finiscono spesso col vedere solo i propri problemi. Si vorrebbe che i magistrati non fossero più obbligati a prendere in considerazione qualsiasi denuncia: secondo il ministro Alfano, le priorità date ai procedimenti più urgenti vanno «scelte dal legislatore (cioè dalla politica, ndr) e raccolte direttamente dalla sensibilità dei cittadini». Non si sopporta che l’opposizione faccia l’opposizione, se non collabora col governo. La confusione s’estende alla scienza, alla medicina, alle vite private. Alla fine non si sopporta neppure che una persona ridotta a stato vegetativo muoia come ha deciso. Se la magistratura ne approva le scelte, l’esecutivo cancella la separazione di competenze e anche qui accentra i poteri. Gli stessi che denunciano lo Stato etico prediletto dai totalitari oggi lo ripropongono. Il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella fa questo, quando difende i veti del ministro Sacconi all’alimentazione interrotta e la violazione di una sentenza esecutiva della Corte d’appello di Milano: il morente in stato vegetativo non ha una sua volontà. È «affidato all’altro anche se avesse testimoniato volontà diverse, anche se l’avesse lasciato scritto». Il giurista Michele Ainis vede un pericolo grande: lo Stato invadente è in realtà vacillante, cede a Antistati (lobby, Chiesa) che lo disfano e su cui il cittadino non ha più influenza.
Riprendersi le parole, rimetterle al loro posto: comincia così l’uscita dalla crisi, probabilmente. È Saviano a ricordarlo, in Gomorra a pagina 258, quando evoca don Peppino Diana, ucciso dalla camorra nel ’94: «Pensavo ancora una volta alla battaglia di don Peppino, alla priorità della parola. A quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. E non metaforicamente. Realmente. Lì a denunciare, testimoniare, esserci. La parola con l’unica sua armatura: pronunciarsi. Una parola che è sentinella, testimone: vera a patto di non smettere mai di tracciare. Una parola orientata in tal senso la puoi eliminare solo ammazzando».
lastampa.it
Non dovrebbe troppo stupirsi, Fini, per l’impermalimento che ha suscitato.
Non dovrebbe neppure tranquillizzarsi troppo, come se la patologia non riguardasse anche lui, anche l’oggi, anche i commentatori facili a scrutare i cedimenti passati, meno facili a scrutare i cedimenti presenti. La «propensione al conformismo» di cui ha parlato, la «vocazione all’indifferenza più o meno diffusa», la complicità «sotterranea e oscura, negata ma presente»: sono vizi del passato che sopravvivono. Lo «stereotipo autoassolutorio e consolatorio degli italiani brava gente, smontato dal Presidente della Camera, intorpidì le menti nel ’38 e ancor oggi. È quello che più colpisce, nel 2008 che si conclude riaprendo d’un tratto, a destra e sinistra, la questione morale. Se la gente continua a correre senza voltarsi, come priva di bussola, è perché l’Italia non sa guardare dentro di sé e capire quel che ognuno fa, tacendo o restando indifferente. I tedeschi, che hanno lavorato sulla memoria, sono divenuti eminentemente circospetti, toccano i vocaboli quasi fossero oggetti puntuti e bollenti. Ci hanno messo circa quarant’anni per riavvicinarsi alla parola Vaterland, patria, memori dell’infamia che la sporcò. Tutti gli aggettivi legati a Volk, popolo, li imbarazzano. Non usano l’aggettivo sovversivo, se non in casi limite. Esitano anche davanti ai termini bellici: durante il terrorismo il figlio di Thomas Mann, Golo, parlò di guerra contro lo Stato. La classe politica si ribellò: quella non era guerra ma crimine che non giustificava, come avviene in guerra, stravolgimenti delle leggi repubblicane.
Non così in Italia, dove proprio queste parole - eversione, guerra - s’insediano come ineludibili lasciapassare che creano connivenze di gruppo e son condivise da chi ignora i disastri nati in passato da conformismo o indifferenza. Non sembra esserci ricordo né del fascismo né del terrorismo, quando ci fu eversione contro lo Stato di diritto. Eversivo e sedizioso è chi si ribella all’ordine costituzionale, sovvertendolo. Quest’aggettivo, lo sentiamo quasi ogni giorno ai telegiornali, proferito dai governanti a proposito del modo di opporsi di Di Pietro, senza che nessuno obietti: Berlusconi non fu criticato con tanta frequenza, quando prese il potere. Di Pietro è confutabile - ogni politico lo è - ma in altre democrazie sarebbe giudicato del tutto regolare. Molto più di chi, pochi anni fa, prometteva di abolire il mercato. Si distinguono per faccia tosta soprattutto gli ex craxiani, che non furono così severi quando auspicarono il negoziato con le Brigate Rosse durante l’affare Moro.
Lo stesso accade con la parola guerra. Quando si parla di guerra tra procure, o tra magistratura e politica, si confondono e oscurano i fatti. Si dimentica quel che spetta ai vari poteri dello Stato. Si ignora che tra procure non c'è stata ultimamente guerra (allo stesso modo in cui non ci fu guerra tra etnie jugoslave, ma aggressione serba contro altre etnie): c’è stata azione legale di una procura chiamata a indagare sia su De Magistris sia su chi a Catanzaro ostacolava De Magistris (i magistrati di Catanzaro, per legge, possono esser indagati solo da quelli di Salerno da cui dipendono). Il Consiglio superiore della magistratura e lo stesso Quirinale avrebbero potuto ascoltare quel che la procura di Salerno riferì due volte al Csm, invece di chiudersi per un anno nella passività.
Il peccato di conformismo è di ritorno perché son rari coloro che in Di Pietro scorgono un politico normale: ben più normale della Lega che ha non solo vilipendiato l’unità nazionale ma sprezzato, minacciando l’uso dei fucili, il monopolio legale della violenza. Sono rarissimi coloro che magari hanno dubbi sull’inchiesta di De Magistris e tuttavia non ritengono che essa dovesse essergli sottratta. Quel che conformismo e passività fanno con le parole è letale: l’illegale diventa la norma, la norma desta sospetto. Nichilismo è il suo nome, nella storia d'Europa: lo denuncia l’appello del 12 dicembre di Marco Travaglio e Massimo Fini, anche se il loro giudizio sul fascismo è, a mio parere, troppo indulgente. Lo denuncia Roberto Saviano, ieri su Repubblica, quando descrive la corruzione inconsapevole di destra e sinistra; l’assenza nei coinvolti delle inchieste napoletane o abruzzesi della percezione dell’errore e tanto meno del crimine; lo scambio di favori banalizzato; il «triste cinismo» di chi dice: «Tutto è comunque marcio. Non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli».
All’origine di simili vizi c’è una confusione di compiti che spiega il caos linguistico, il discredito della giustizia, infine la concentrazione dei poteri. Non si sopporta che giudici e pm agiscano in autonomia. Sentendosi assediati, essi finiscono spesso col vedere solo i propri problemi. Si vorrebbe che i magistrati non fossero più obbligati a prendere in considerazione qualsiasi denuncia: secondo il ministro Alfano, le priorità date ai procedimenti più urgenti vanno «scelte dal legislatore (cioè dalla politica, ndr) e raccolte direttamente dalla sensibilità dei cittadini». Non si sopporta che l’opposizione faccia l’opposizione, se non collabora col governo. La confusione s’estende alla scienza, alla medicina, alle vite private. Alla fine non si sopporta neppure che una persona ridotta a stato vegetativo muoia come ha deciso. Se la magistratura ne approva le scelte, l’esecutivo cancella la separazione di competenze e anche qui accentra i poteri. Gli stessi che denunciano lo Stato etico prediletto dai totalitari oggi lo ripropongono. Il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella fa questo, quando difende i veti del ministro Sacconi all’alimentazione interrotta e la violazione di una sentenza esecutiva della Corte d’appello di Milano: il morente in stato vegetativo non ha una sua volontà. È «affidato all’altro anche se avesse testimoniato volontà diverse, anche se l’avesse lasciato scritto». Il giurista Michele Ainis vede un pericolo grande: lo Stato invadente è in realtà vacillante, cede a Antistati (lobby, Chiesa) che lo disfano e su cui il cittadino non ha più influenza.
Riprendersi le parole, rimetterle al loro posto: comincia così l’uscita dalla crisi, probabilmente. È Saviano a ricordarlo, in Gomorra a pagina 258, quando evoca don Peppino Diana, ucciso dalla camorra nel ’94: «Pensavo ancora una volta alla battaglia di don Peppino, alla priorità della parola. A quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. E non metaforicamente. Realmente. Lì a denunciare, testimoniare, esserci. La parola con l’unica sua armatura: pronunciarsi. Una parola che è sentinella, testimone: vera a patto di non smettere mai di tracciare. Una parola orientata in tal senso la puoi eliminare solo ammazzando».
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19.12.08
Letture parallele di un'opera tutt'ora aperta - Ombre marxiane
di Benedetto Vecchi
Due recenti libri collettivi su Karl Marx. Il primo affronta alcuni concetti chiave del filosofo tedesco. Il secondo è invece una critica alle tesi di Jacques Derrida sulla necessità di recuperare Marx, abbandonando però l'idea che esiste una classe destinata a costruire una società non capitalista
All'indomani della decisione del governo statunitense di intervenire nel salvataggio di alcune imprese finanziarie e banche, un gruppo di autorevoli editorialisti e economisti scrisse che la crisi del libero mercato stava facendo tornare di attualità l'opera di Karl Marx, in particolar modo la sua tesi sulla inevitabilità che il capitalismo incappasse ciclicamente in una crisi che metteva in discussione la sua stessa esistenza. Il fatto più sorprendente è che le parole lusinghiere dedicate al filosofo di Treviri venivano da riviste e giornali da sempre paladini di quello stesso libero mercato che stava portando sull'orlo dell'abisso il capitalismo. Se Time, Business week, Economist e Wall Street Journal cercavano tra le pieghe del Capitale o del Manifesto del partito comunista spiegazioni sul perché il migliore dei mondi possibili, cioè il capitalismo, si stava trasformando in un inferno per miliardi di persone voleva dire che la crisi e la recessione mondiale avviata dal «giocattolo» impazzito dei subprime era cosa davvero seria. È stato poi compito dell'attualità inanellare il drammatico rosario di licenziamenti di massa, fallimenti di imprese. Il volto di Marx è stato poi rapidamente tolto dalle copertine di quelle riviste, ma le affermazioni contenuti negli articoli pubblicati sulla rinnovata attualità dell'opera marxiana sono difficili da dimenticare così in fretta.
L'invenzione di una tradizione
Certo è però il fatto che l'eredità teorica di Marx era diventata una faccenda per pochi intimi, per di più litigiosi tra loro. Neppure i movimenti sociali di questi ultimi due decenni hanno guardato con attenzione all'autore del Capitale. Unica eccezione, l'America Latina, dove ci sono importanti e radicali movimenti sociali che continuano a parlare di socialismo. In Europa e negli Stati Uniti Marx è stato infatti consegnato alle soffitte ben prima che crollasse il muro di Berlino, simbolo di una fallimentare esperienza di costruzione del socialismo. Il Sessantotto aveva solo rinviato la rimozione dell'opera marxiana. E quando in Europa, nel pieno della controrivoluzione liberista, si sono manifestati movimenti sociali - dall'ecologismo agli occupanti di case, ai no-global- le tradizioni teoriche e politiche a cui hanno fatto riferimento non contemplavano né Marx, né tantomeno l'esperienza comunista.
L'unico tentativo serio di fare i conti non con Marx, ma con il marxismo risale infatti agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, con la pubblicazione di una «Storia del marxismo» curata da Eric Hobsbawm. Ed è proprio in quella storia che lo storico inglese invitava a pensare ai marxismi, perché molte sono state le scuole di pensiero, i percorsi politici che hanno contraddistinto la ricezione dell'opera marxiana. Ed è quindi una felice sorpresa la pubblicazione di un libro - Lessico marxiano, manifestolibri, pp. 198, euro 19 - che ripercorre alcune parole chiave dell'opera di Marx, dichiarando sin dall'introduzione una scelta di campo: tutti gli autori si rifanno all'operaismo, cioè quelll'innovazione del marxismo avviata da Raniero Panzieri e poi proseguita da studiosi come Mario Tronti, Antonio Negri, Romano Alquati e tanti altri. Ma la sorpresa è che è un libro nato all'interno di uno spazio occupato, l'Esc di Roma, che ha sempre manifestato una forte critica nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio. Eppure, come dichiarano i curatori di questo volume, l'appuntamento con Marx era nell'ordine delle cose. Per verificare se potesse servire alla comprensione del capitalismo, ma anche se potesse fornire strumenti per il loro agire politico.
Nel flusso della storia
Il Marx che esce da questo volume non è tuttavia lo scienziato del capitalismo, né un economista che fornisce ricette per far funzionare un modo di produzione alternativo al capitalismo. Marx è qui considerato un critico dell'economia politica, mentre la sua produzione teorica è ritenuta un'opera aperta alla critica e al superamento laddove se ne presentasse la possibilità. Le parole chiave scelte per rileggere l'autore dei Grundrisse lasciano infatti trasparire sopratutto un'urgenza politica. Il «fulmine da prendere con le mani» a cui alludono gli attivisti di Esc nell'introduzione non è infatti l'eredità marxiana, bensì la realtà capitalistica contemporaneo, la sua continuità con il passato, ma anche e sopratutto le discontinuità che manifesta. Per questo l'attenzione è data, ad esempio, ai concetti di «astrazione», «forza lavoro», «cooperazione», «lavoro produttivo e improduttivo», «classe», «accumulazione originaria», «diritto». Cioè a temi che costituiscono proprio i nodi da sciogliere per una critica al capitalismo che spesso in questo libro è qualificato come cognitivo.
L'accumulazione originaria è infatti sviluppata per parlare di come la globalizzazione mette in evidenza che quel passaggio violento all'origine del capitalismo si rinnova continuamente quando si ridefiniscono le gerarchie e i rapporti sociali tanto nelle realtà nazionali che a livello mondiale. Questo solo introdurre il fatto che le classi sono continuamente scomposte e ricomposte. Ma che solo da un'ottica di classe, e dai conflitti che agisce, si può risucire a comprendere la realtà e pensare la politica per trasformarla.
Non è quindi un caso che vengono ripercorsi i testi di Marx per capire cosa significa forza-lavoro, lavoro produttivo e improduttivo, produzione e riproduzione in un capitalismo dove diventano centrali le capacità generiche della natura umana (il linguaggio, la capacità di fare astrazione, la capacità di sviluppare cooperazione). E di come il diritto, da sempre dispositivo per legittimare la proprietà privata e i rapporti sociali dominanti, arrivi ad occuparsi di diritto d'autore, di brevetti, di marchi affinché proprio quel linguaggio, quella conoscenza, quel sapere e la vita stessa diventino non solo merci, ma che la loro «produzione» sia regolata secondo il principio della scarsità.
L'impossibile filologia
Un libro che non è mosso da nessun intento filologico rispetto l'opera marxiana. I testi di Marx sono infatti letti e commentati per afferrarre la realtà. E che per questo mette in conto di andare «oltre Marx». Un'operazione provocatoria rispetto a chi, invece, aderendo filologicamente ai testi di Marx cerca risposte politiche. O verso chi cerca di salvaguardare la tradizione politica del movimento operaio. Ma provocatoria anche verso chi cerca di innovare l'analisi marxista, colmando i limiti dell'opera marxiana. Il «lessico marxiano» che emerge dall'insieme dei saggi che compongono il volume è da intendere come una cassetta degli attrezzi da usare per la costruzione di un agire politico che si vuol misurare con questo capitalismo. Un volume che propone infine come prioritaria necessità politica la possibilità di aprire un'altra storia, prendendo definitivamente congedo dall'esperienza socialista del Novecento.
ilmanifesto.it
Due recenti libri collettivi su Karl Marx. Il primo affronta alcuni concetti chiave del filosofo tedesco. Il secondo è invece una critica alle tesi di Jacques Derrida sulla necessità di recuperare Marx, abbandonando però l'idea che esiste una classe destinata a costruire una società non capitalista
All'indomani della decisione del governo statunitense di intervenire nel salvataggio di alcune imprese finanziarie e banche, un gruppo di autorevoli editorialisti e economisti scrisse che la crisi del libero mercato stava facendo tornare di attualità l'opera di Karl Marx, in particolar modo la sua tesi sulla inevitabilità che il capitalismo incappasse ciclicamente in una crisi che metteva in discussione la sua stessa esistenza. Il fatto più sorprendente è che le parole lusinghiere dedicate al filosofo di Treviri venivano da riviste e giornali da sempre paladini di quello stesso libero mercato che stava portando sull'orlo dell'abisso il capitalismo. Se Time, Business week, Economist e Wall Street Journal cercavano tra le pieghe del Capitale o del Manifesto del partito comunista spiegazioni sul perché il migliore dei mondi possibili, cioè il capitalismo, si stava trasformando in un inferno per miliardi di persone voleva dire che la crisi e la recessione mondiale avviata dal «giocattolo» impazzito dei subprime era cosa davvero seria. È stato poi compito dell'attualità inanellare il drammatico rosario di licenziamenti di massa, fallimenti di imprese. Il volto di Marx è stato poi rapidamente tolto dalle copertine di quelle riviste, ma le affermazioni contenuti negli articoli pubblicati sulla rinnovata attualità dell'opera marxiana sono difficili da dimenticare così in fretta.
L'invenzione di una tradizione
Certo è però il fatto che l'eredità teorica di Marx era diventata una faccenda per pochi intimi, per di più litigiosi tra loro. Neppure i movimenti sociali di questi ultimi due decenni hanno guardato con attenzione all'autore del Capitale. Unica eccezione, l'America Latina, dove ci sono importanti e radicali movimenti sociali che continuano a parlare di socialismo. In Europa e negli Stati Uniti Marx è stato infatti consegnato alle soffitte ben prima che crollasse il muro di Berlino, simbolo di una fallimentare esperienza di costruzione del socialismo. Il Sessantotto aveva solo rinviato la rimozione dell'opera marxiana. E quando in Europa, nel pieno della controrivoluzione liberista, si sono manifestati movimenti sociali - dall'ecologismo agli occupanti di case, ai no-global- le tradizioni teoriche e politiche a cui hanno fatto riferimento non contemplavano né Marx, né tantomeno l'esperienza comunista.
L'unico tentativo serio di fare i conti non con Marx, ma con il marxismo risale infatti agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, con la pubblicazione di una «Storia del marxismo» curata da Eric Hobsbawm. Ed è proprio in quella storia che lo storico inglese invitava a pensare ai marxismi, perché molte sono state le scuole di pensiero, i percorsi politici che hanno contraddistinto la ricezione dell'opera marxiana. Ed è quindi una felice sorpresa la pubblicazione di un libro - Lessico marxiano, manifestolibri, pp. 198, euro 19 - che ripercorre alcune parole chiave dell'opera di Marx, dichiarando sin dall'introduzione una scelta di campo: tutti gli autori si rifanno all'operaismo, cioè quelll'innovazione del marxismo avviata da Raniero Panzieri e poi proseguita da studiosi come Mario Tronti, Antonio Negri, Romano Alquati e tanti altri. Ma la sorpresa è che è un libro nato all'interno di uno spazio occupato, l'Esc di Roma, che ha sempre manifestato una forte critica nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio. Eppure, come dichiarano i curatori di questo volume, l'appuntamento con Marx era nell'ordine delle cose. Per verificare se potesse servire alla comprensione del capitalismo, ma anche se potesse fornire strumenti per il loro agire politico.
Nel flusso della storia
Il Marx che esce da questo volume non è tuttavia lo scienziato del capitalismo, né un economista che fornisce ricette per far funzionare un modo di produzione alternativo al capitalismo. Marx è qui considerato un critico dell'economia politica, mentre la sua produzione teorica è ritenuta un'opera aperta alla critica e al superamento laddove se ne presentasse la possibilità. Le parole chiave scelte per rileggere l'autore dei Grundrisse lasciano infatti trasparire sopratutto un'urgenza politica. Il «fulmine da prendere con le mani» a cui alludono gli attivisti di Esc nell'introduzione non è infatti l'eredità marxiana, bensì la realtà capitalistica contemporaneo, la sua continuità con il passato, ma anche e sopratutto le discontinuità che manifesta. Per questo l'attenzione è data, ad esempio, ai concetti di «astrazione», «forza lavoro», «cooperazione», «lavoro produttivo e improduttivo», «classe», «accumulazione originaria», «diritto». Cioè a temi che costituiscono proprio i nodi da sciogliere per una critica al capitalismo che spesso in questo libro è qualificato come cognitivo.
L'accumulazione originaria è infatti sviluppata per parlare di come la globalizzazione mette in evidenza che quel passaggio violento all'origine del capitalismo si rinnova continuamente quando si ridefiniscono le gerarchie e i rapporti sociali tanto nelle realtà nazionali che a livello mondiale. Questo solo introdurre il fatto che le classi sono continuamente scomposte e ricomposte. Ma che solo da un'ottica di classe, e dai conflitti che agisce, si può risucire a comprendere la realtà e pensare la politica per trasformarla.
Non è quindi un caso che vengono ripercorsi i testi di Marx per capire cosa significa forza-lavoro, lavoro produttivo e improduttivo, produzione e riproduzione in un capitalismo dove diventano centrali le capacità generiche della natura umana (il linguaggio, la capacità di fare astrazione, la capacità di sviluppare cooperazione). E di come il diritto, da sempre dispositivo per legittimare la proprietà privata e i rapporti sociali dominanti, arrivi ad occuparsi di diritto d'autore, di brevetti, di marchi affinché proprio quel linguaggio, quella conoscenza, quel sapere e la vita stessa diventino non solo merci, ma che la loro «produzione» sia regolata secondo il principio della scarsità.
L'impossibile filologia
Un libro che non è mosso da nessun intento filologico rispetto l'opera marxiana. I testi di Marx sono infatti letti e commentati per afferrarre la realtà. E che per questo mette in conto di andare «oltre Marx». Un'operazione provocatoria rispetto a chi, invece, aderendo filologicamente ai testi di Marx cerca risposte politiche. O verso chi cerca di salvaguardare la tradizione politica del movimento operaio. Ma provocatoria anche verso chi cerca di innovare l'analisi marxista, colmando i limiti dell'opera marxiana. Il «lessico marxiano» che emerge dall'insieme dei saggi che compongono il volume è da intendere come una cassetta degli attrezzi da usare per la costruzione di un agire politico che si vuol misurare con questo capitalismo. Un volume che propone infine come prioritaria necessità politica la possibilità di aprire un'altra storia, prendendo definitivamente congedo dall'esperienza socialista del Novecento.
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18.12.08
Science assegna il suo 'Oscar' per il 2008 alla cellula adulta che torna bambina
Per il settimanale americano la riprogrammazione cellulare è la scoperta scientifica più significativa dell'anno
di ALESSIA MANFREDI
Cellule adulte che riprogrammate tornano bambine, regredendo fino allo stadio embrionale, con le stesse pluripotenzialità. E' questo per la rivista Science il traguardo scientifico più importante dell'anno, che si aggiudica il riconoscimento di breakthrough of the year.
L'"Oscar 2008", secondo la pubblicazione di riferimento in ambito scientifico, va alla riprogrammazione cellulare per le prospettive che questa scoperta apre per la cura di malattie come l'Alzheimer, il Parkinson, le distrofie. La top ten completa del meglio nei vari ambiti della scienza è stilata in un numero speciale in edicola venerdì, e comprende anche l'osservazione diretta dei pianeti extrasolari e lo sviluppo di nuovi materiali superconduttori. Non mancano le previsioni per l'anno prossimo: neuroscienze, bosone di Higgs e acidificazione degli oceani sono tra i filoni di ricerca da tenere decisamente d'occhio, che riserveranno le maggiori sorprese nel 2009, secondo Robert Coontz che ha curato la classifica.
Le linee cellulari ottenute dalla regressione delle cellule adulte del nostro corpo - come quelle della pelle - in staminali, con le stesse potenzialità di quelle embrionali senza però le complicazioni etiche collegate alla manipolazione dell'embrione, suggeriscono nuove vie per la cura di diverse gravi malattie non ancora sconfitte, che interessano milioni di persone; e porteranno a una maggiore comprensione dei meccanismi che le provocano, necessaria per ogni ulteriore progresso.
"Quella scelta da Science è sicuramente la prospettiva più interessante per le staminali" commenta a Repubblica.it il genetista Edoardo Boncinelli. "Partire da cellule qualsiasi e in laboratorio riuscire a farle regredire a staminali ci dà un potere enorme. La prima volta che questi risultati uscirono erano bellissimi dal punto di vista biologico, ma si invocava una certa cautela. Oggi sono considerati affidabili e hanno un ulteriore vantaggio: dal punto di vista etico non c'è nulla da dire. E' ancora presto per cantare vittoria, ma si tratta di risultati molto importanti, che sono stati ripetuti da diversi ricercatori".
Per Coontz, vice direttore editoriale della rivista americana, "la riprogrammazione cellulare ha aperto praticamente all'improvviso un nuovo campo della biologia e porta con sé la speranza di progressi medici salvavita": per questo merita il titolo di scoperta dell'anno.
Due anni fa, in una serie di esperimenti condotti sui topi, i ricercatori mostrarono che era possibile cancellare la memoria dello sviluppo di una cellula, inserendo quattro geni. Una volta tornate allo stadio embrionale, le cellule potevano essere trasformate in tipi completamente differenti. La notizia entusiasmò la comunità scientifica, perché, se applicabile all'uomo, avrebbe aperto la strada alle applicazioni mediche delle staminali, in alternativa alle tanto discusse embrionali.
Quest'anno i progressi si sono moltiplicati rapidamente. Due équipe di ricerca, in modo indipendente, hanno preso cellule da un paziente malato e le hanno riprogrammate in staminali. Le cellule trasformate sono sopravvissute in laboratorio e si sono divise, a differenza della maggior parte delle cellule adulte che non sopravvivono facilmente in coltura. Alle cellule, poi, è stata fatta assumere una diversa identità, come quella delle cellule maggiormente malate del paziente donatore. Un altro gruppo di ricerca, lavorando su cellule di topo, è riuscito a trasformare un tipo di cellule mature del pancreas, le esocrine, in un tipo completamente diverso: cellule beta.
Progressi che segnano una svolta e che non solo permettono di capire meglio come si sviluppano le malattie, ma aprono la strada allo sviluppo di nuovi farmaci. E che in futuro potrebbero portare a curare pazienti malati con le loro stesse cellule, in versione sana.
repubblica.it
di ALESSIA MANFREDI
Cellule adulte che riprogrammate tornano bambine, regredendo fino allo stadio embrionale, con le stesse pluripotenzialità. E' questo per la rivista Science il traguardo scientifico più importante dell'anno, che si aggiudica il riconoscimento di breakthrough of the year.
L'"Oscar 2008", secondo la pubblicazione di riferimento in ambito scientifico, va alla riprogrammazione cellulare per le prospettive che questa scoperta apre per la cura di malattie come l'Alzheimer, il Parkinson, le distrofie. La top ten completa del meglio nei vari ambiti della scienza è stilata in un numero speciale in edicola venerdì, e comprende anche l'osservazione diretta dei pianeti extrasolari e lo sviluppo di nuovi materiali superconduttori. Non mancano le previsioni per l'anno prossimo: neuroscienze, bosone di Higgs e acidificazione degli oceani sono tra i filoni di ricerca da tenere decisamente d'occhio, che riserveranno le maggiori sorprese nel 2009, secondo Robert Coontz che ha curato la classifica.
Le linee cellulari ottenute dalla regressione delle cellule adulte del nostro corpo - come quelle della pelle - in staminali, con le stesse potenzialità di quelle embrionali senza però le complicazioni etiche collegate alla manipolazione dell'embrione, suggeriscono nuove vie per la cura di diverse gravi malattie non ancora sconfitte, che interessano milioni di persone; e porteranno a una maggiore comprensione dei meccanismi che le provocano, necessaria per ogni ulteriore progresso.
"Quella scelta da Science è sicuramente la prospettiva più interessante per le staminali" commenta a Repubblica.it il genetista Edoardo Boncinelli. "Partire da cellule qualsiasi e in laboratorio riuscire a farle regredire a staminali ci dà un potere enorme. La prima volta che questi risultati uscirono erano bellissimi dal punto di vista biologico, ma si invocava una certa cautela. Oggi sono considerati affidabili e hanno un ulteriore vantaggio: dal punto di vista etico non c'è nulla da dire. E' ancora presto per cantare vittoria, ma si tratta di risultati molto importanti, che sono stati ripetuti da diversi ricercatori".
Per Coontz, vice direttore editoriale della rivista americana, "la riprogrammazione cellulare ha aperto praticamente all'improvviso un nuovo campo della biologia e porta con sé la speranza di progressi medici salvavita": per questo merita il titolo di scoperta dell'anno.
Due anni fa, in una serie di esperimenti condotti sui topi, i ricercatori mostrarono che era possibile cancellare la memoria dello sviluppo di una cellula, inserendo quattro geni. Una volta tornate allo stadio embrionale, le cellule potevano essere trasformate in tipi completamente differenti. La notizia entusiasmò la comunità scientifica, perché, se applicabile all'uomo, avrebbe aperto la strada alle applicazioni mediche delle staminali, in alternativa alle tanto discusse embrionali.
Quest'anno i progressi si sono moltiplicati rapidamente. Due équipe di ricerca, in modo indipendente, hanno preso cellule da un paziente malato e le hanno riprogrammate in staminali. Le cellule trasformate sono sopravvissute in laboratorio e si sono divise, a differenza della maggior parte delle cellule adulte che non sopravvivono facilmente in coltura. Alle cellule, poi, è stata fatta assumere una diversa identità, come quella delle cellule maggiormente malate del paziente donatore. Un altro gruppo di ricerca, lavorando su cellule di topo, è riuscito a trasformare un tipo di cellule mature del pancreas, le esocrine, in un tipo completamente diverso: cellule beta.
Progressi che segnano una svolta e che non solo permettono di capire meglio come si sviluppano le malattie, ma aprono la strada allo sviluppo di nuovi farmaci. E che in futuro potrebbero portare a curare pazienti malati con le loro stesse cellule, in versione sana.
repubblica.it
La casta delle caste
Libro fortunato. Siamo d’accordo. E utile. Ma anche pericoloso, a dire il vero. Per la sua capacità, talvolta, di neutralizzare la protesta più vera.
DI ALESSIO MANNINO
La Voce del Ribelle
Ed è arrivato anche l’aggiornamento al libro-tormentone di questi ultimi due anni. Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo hanno aggiunto le ultime notizie alla loro magistrale inchiesta su sprechi e privilegi della politica, la Casta (Rizzoli). I detrattori, in genere gli stessi mandarini sotto accusa, li hanno additati come qualunquisti, quasi come antidemocratici. Ma non è così. “Non si capisce perché l’indignazione di un britannico sia indignazione, e l’indignazione di un italiano sia qualunquismo”1, ha sbottato in tivù lo stesso Stella in risposta al sottosegretario Roberto Castelli, che aveva liquidato al solito modo i dati inoppugnabili enumerati dal giornalista del Corriere della Sera. Il quale, intendiamoci, è un segugio di razza: documentato, ficcante, con la suola consumata sul campo come le migliori penne di una volta. E con il merito indiscutibile di aver messo nero su bianco una tale montagna di scandali e ruberie da giustificare in pieno un sacrosanto disgusto per questi pover’uomini, i politici, dediti al basso saccheggio satrapesco.
Eppure, lasciando stare gli inglesi, imbattibili quanto a senso civico ma poco invidiabili su tanti altri fronti (l’alienazione capitalistica l’hanno inventata loro, mica noi), Stella ha torto e Castelli, benché sia dura ammetterlo, ha ragione. Ma non per i motivi suoi. Non perché denunciare il feudalesimo straccione della politica corrisponda a un insulso e indistinto rifiuto della politica tout court. Solo a lorsignori, difatti, può venire la sfacciataggine di negare che sono proprio loro, coi loro maneggi e carrozzoni clientelari, a incancrenire la storica estraneità degli italiani alla cosa pubblica. No, è per un’altra ragione che ha torto, il vendicatore dei torti di bilancio. Una ragione decisiva. Questa: l’italiano medio, col suo atavico disprezzo misto a ipocrita riverenza per lo Stato, si nutre di un’irritazione facilona, ciclica, pompata interessatamente dai poteri forti attraverso i media, poiché una regoletta antica quanto l’arte di governare dice che scoppi controllati di costernazione popolare sono un ottimo strumento per tenere il guinzaglio al collo della plebe. Mantenendola così insensibile alla stretta dall’alto, che resta ben salda nelle mani dei grandi interessi economici. Che il Quirinale ci costi di più di Buckingham Palace è di sicuro un oltraggio per quell’Italia impoverita che non arriva a fine mese. Ma limitarsi educatamente a chiedere tagli etici quando è l’intero edificio della res publica a costituire un’infamia fondata sul furto di sovranità, equivale a indicare il dito e non guardare la luna. Insomma, ci vogliono mezzi ciechi e spodestati, oltre che derubati.
Antipolitica?
Sebbene possa sembrare un paradosso ai più, questo risentimento da ragioneri contribuisce al qualunquismo come nessun Beppe Grillo potrà mai fare. Anche perché Grillo non è qualunquista: fa politica, altrochè antipolitica. Come definire altrimenti le centinaia di migliaia di persone che al V-Day 1 dell’8 settembre 2007 firmarono per “ripulire” il parlamento dagli indagati, limitarne i mandati e reintrodurre la preferenza elettorale, seguite da altrettante nel V-Day 2 del 25 aprile scorso per abolire l’Ordine dei giornalisti, il finanziamento pubblico all’editoria e la legge Gasparri? Ma tanto bastò all’informazione di regime, in testa il Corriere, per far risuonare il fuoco di fila della Casta sbertucciata fino a un giorno prima, con l’intero arco parlamentare che liquidava il movimento del Vaffanculo come una marmaglia di estremisti, populisti, addirittura terroristi e, immancabilmente, qualunquisti. Uno per tutti, basti ricordare il compagno D’Alema, che, sinceramente protervo come sempre, dichiarava un «fastidio antropologico»2 per quei minus habens scesi in piazza.
Il vero qualunquismo
Il qualunquista vero sta ai piani alti. Più alti delle Camere del Parlamento. Siede dietro le lussuose scrivanie di ciliegio degli editori di giornali e televisioni, ovvero i gruppi industriali e finanziari che finanziano e ricattano gli omuncoli della partitocrazia (i quali sono molto contenti di entrambe le cose: sono palanche e visibilità garantite). Sono i signorotti delle multinazionali, delle banche e delle assicurazioni, cioè i reali detentori delle leve del Potere, quello con la P maiuscola: quell’Idra di interessi poco visibili che condiziona le scelte politiche e la gestione dei beni pubblici in misura incomparabilmente superiore rispetto al voto del gregge, a cui resta il contentino della crocetta elettorale. Sono i più bei nomi dell’imprenditoria e dei salotti bancari a muovere le truppe cammellate dei giornalisti loro dipendenti su un unico obbiettivo: il politicante arraffone. Mettere alla gogna una Casta per garantire la perpetua salvezza delle altre, compresa quella degli scribacchini a libro paga. Ma soprattutto per rendere eternamente al di sopra di ogni contestazione la propria casta: la Casta delle Caste.
Pensiero unico
I giornalisti come Stella, piaccia a loro o meno, scrupolosi e seri quanto si vuole, sono complici di questa operazione. Sono davvero qualunquisti, ma perché evitando di puntare il dito contro l’ingiustizia di fondo, fanno credere al popolo bue che il problema sia soltanto la pensione del deputato. Mentre le prebende stratosferiche e i baracconi per sistemare amici e parenti sono la punta dell’iceberg. Per affondare il quale ci vuole ben altro che un ente in meno o un risparmio in più. Ci vuole un cambiamento culturale, profondo, di sistema. Antropologico. Non devono cambiare solo le leggi, dobbiamo cambiare noi italiani. Piantandola di autoassolverci facendo i conti della portinaia, perché la portinaia dovrebbe stramaledire prima di tutto chi, con le tariffe in perenne aumento, i rincari della spesa, gli affitti impossibili, la benzina come l’oro, fa i gran soldi sulla sua pelle. Non illudersi che sia sufficiente incolpare chi raccoglie le briciole dei finanziamenti elettorali e del posto fisso da Vespa o Santoro.
Tutto per denaro
I soldi sono diventati tutto, siamo schiavi di un pensiero unico: i danè, gli schei, i piccioli. Per far girare la macchina, la loro macchina, dobbiamo trasformare le nostre coscienze in calcolatrici. Dobbiamo ragionare sempre e comunque in termini di ricavi e perdite. Ma per distoglierci da questo orrore, una verità troppo brutta da sopportare, hanno ridotto la politica a una commedia delle parti. In cui mai e poi mai qualcuno si azzarda a mettere in discussione il pensiero unico del mercato, del dio quattrino. La gente si appassiona al teatrino di pupi, e non s’avvede che dietro le quinte la regìa è dei pupari.
È una democrazia mafiosa, la nostra. In cui il gioco delle cupole economiche è educare il popolo a una politica in ostaggio dei partiti, i loro picciotti. L’equazione è facile facile: politica uguale partiti, non si scappa. E chi scappa, Dio lo fulmini: è un pazzo, un paria, un sovversivo. Un qualunquista.
Ed è un pericolo. Perché il corollario prevede che chi non si genuflette alla sacralità della forma-partito è un anti-democratico. Perciò, in quanto tale, perde ogni diritto a dire la sua, e se lo fa andando in piazza, luogo primigenio della democrazia, aggiunge scandalo a scandalo. Il popolo puzza, eccezion fatta per quello che si raccoglie nelle adunate di partito per contarsi e fare a gara a chi ce l’ha più lungo – il consenso.
La politica, in altri termini, va lasciata ai professionisti inquadrati in apparati mafiosi, che oggi giorno, per soprammercato, lo sono ancora di più poiché a decidere tutto, eclissatesi le diatribe ideologiche, rimangono solo i clan personali di questo o quel leader. Solo coloro che si riconoscono nello status quo sono considerati buoni cittadini. Tutti gli altri, se si fanno gli affari loro, che votino o non votino, pazienza: “lasciateci lavorare in pace”, è il messaggio dei mandarini partitocratici. Ma guai ai facinorosi che osino rifiutare questo regime di tessera in cui, come scriveva Panfilo Gentile nel suo ancora attualissimo saggio “Democrazie mafiose” (1969), «solo i conformisti sono cittadini di pieno diritto»3. Morale della favola: se ti impegni politicamente senza i paraocchi dell’appartenenza alla destra e alla sinistra, sei un qualunquista. Se invece ti lagni e sbraiti della destra e della sinistra solo perché costano troppo, va bene, anzi comprati pure l’inchiestona di Stella e indìgnati. Ma fermati lì.
Una democrazia mafiosa, la nostra. In cui il gioco delle cupole economiche è educare il popolo a una politica in ostaggio dei partiti, i loro picciotti.
Pensiero forte
Il qualunquismo è un pensiero debole. Anzi, è il più debole di tutti, perché basato esclusivamente sul denaro. E’ un pensiero contabile, che come in un’azienda, misura la vita comune con criteri economicistici: costi-benefici, efficienza, risultati. Una critica da topi di bilancio a una società che non conosce più ideali ma solo valori, come in Borsa (che non a caso in origine si chiamava, e si chiama ancor oggi, “Borsa Valori”), è fare critica miope. Da quattro soldi. Che il Sistema economico tollera, anzi vuole e perciò sollecita, facendo risuonare la gran cassa della campagna anti-sprechi. Rafforzando nella gente la convinzione che la politica, in fin dei conti, non è diversa da tutto il resto: è una merce, con un suo prezzo e un suo mercato. Questo è il più puro e il più becero qualunquismo, di cui anche un bravissimo Stella è il portato. Al contrario, non lo è il pensiero forte di chi vorrebbe dare un calcio nel sedere a questa cultura bottegaia perfettamente funzionale all’economia e ai profitti di industriali e banchieri. Alcuni dei quali, riuniti nel cosiddetto “salotto buono” italiano, sono non a caso gli editori e i datori di lavoro di Stella. ™
Alessio Mannino - giornalista
Fonte: www.ilribelle.com/
Dicembre 2008 - Anno 1, Numero 3 - Sommario
Commento
È un articolo che condivido solo in piccola parte. Rizzo e Stella fanno il loro lavoro di giornalisti. Ce ne fossero tanti come loro! Mannino scopre l’acqua calda. Dice: “Ci vuole un cambiamento culturale, profondo, di sistema. Antropologico. Non devono cambiare solo le leggi, dobbiamo cambiare noi italiani.” Già, ma come ci si arriva a un tale cambiamento? Certo prendendo coscienza di tutte le cose denunciate nella Casta e anche scritte da Mannino nel suo articolo. E poi? Facciamo la rivoluzione? Si? E con chi, e come? Al momento ce n’è in atto una di destra, per ora non cruenta, ma pur sempre criminale che i calci nel sedere - espressione tipicamente fascista - li dà a noi, poveri italiani. Una di sinistra non è immaginabile non essendoci più neppure la sinistra e, seppure ci fosse, non sarebbe comunque né praticabile né auspicabile, considerando i risultati “storici” di quelle avvenute. Sì, siamo in una democrazia mafiosa, ma che “La gente si appassiona al teatrino di pupi, e non s’avvede che dietro le quinte la regìa è dei pupari” è una convinzione quantomeno discutibile. La gente - orrida espressione spregiativa della cultura di destra per definire le persone con la loro ricca raggiera di rapporti – non si appassiona affatto al teatrino della politica, anzi, non gliene importa proprio niente. Gli italiani, diseducati, questo sì, da anni di disinformazione televisiva sono quanto mai lontani dalla politica, pur sapendo benissimo chi sono i pupi e chi i pupari. Forse proprio per questo quelli che non sono in qualche modo collusi - e sono tanti - vedono con favore fenomeni abbastanza contraddittori come il grillismo o il dipietrismo e, i pochi che leggono e si informano su internet, sono contenti di libri come La casta o fustigatori come Travaglio.
Note:
1) Anno Zero, 13 novembre 2008
2) Festa dell’Unità, intervista di Bianca Berlinguer, 13 settembre 2007
3) Democrazie mafiose, Ponte alle Grazie, 2
Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”
La Voce del Ribelle è un mensile - registrato presso il Tribunale di Roma, autorizzazione N° 316 del 18 settembre 2008 - edito da Maxangelo s.r.l., via Trionfale 8489, 00135 Roma. Partita Iva 06061431000
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DI ALESSIO MANNINO
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Ed è arrivato anche l’aggiornamento al libro-tormentone di questi ultimi due anni. Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo hanno aggiunto le ultime notizie alla loro magistrale inchiesta su sprechi e privilegi della politica, la Casta (Rizzoli). I detrattori, in genere gli stessi mandarini sotto accusa, li hanno additati come qualunquisti, quasi come antidemocratici. Ma non è così. “Non si capisce perché l’indignazione di un britannico sia indignazione, e l’indignazione di un italiano sia qualunquismo”1, ha sbottato in tivù lo stesso Stella in risposta al sottosegretario Roberto Castelli, che aveva liquidato al solito modo i dati inoppugnabili enumerati dal giornalista del Corriere della Sera. Il quale, intendiamoci, è un segugio di razza: documentato, ficcante, con la suola consumata sul campo come le migliori penne di una volta. E con il merito indiscutibile di aver messo nero su bianco una tale montagna di scandali e ruberie da giustificare in pieno un sacrosanto disgusto per questi pover’uomini, i politici, dediti al basso saccheggio satrapesco.
Eppure, lasciando stare gli inglesi, imbattibili quanto a senso civico ma poco invidiabili su tanti altri fronti (l’alienazione capitalistica l’hanno inventata loro, mica noi), Stella ha torto e Castelli, benché sia dura ammetterlo, ha ragione. Ma non per i motivi suoi. Non perché denunciare il feudalesimo straccione della politica corrisponda a un insulso e indistinto rifiuto della politica tout court. Solo a lorsignori, difatti, può venire la sfacciataggine di negare che sono proprio loro, coi loro maneggi e carrozzoni clientelari, a incancrenire la storica estraneità degli italiani alla cosa pubblica. No, è per un’altra ragione che ha torto, il vendicatore dei torti di bilancio. Una ragione decisiva. Questa: l’italiano medio, col suo atavico disprezzo misto a ipocrita riverenza per lo Stato, si nutre di un’irritazione facilona, ciclica, pompata interessatamente dai poteri forti attraverso i media, poiché una regoletta antica quanto l’arte di governare dice che scoppi controllati di costernazione popolare sono un ottimo strumento per tenere il guinzaglio al collo della plebe. Mantenendola così insensibile alla stretta dall’alto, che resta ben salda nelle mani dei grandi interessi economici. Che il Quirinale ci costi di più di Buckingham Palace è di sicuro un oltraggio per quell’Italia impoverita che non arriva a fine mese. Ma limitarsi educatamente a chiedere tagli etici quando è l’intero edificio della res publica a costituire un’infamia fondata sul furto di sovranità, equivale a indicare il dito e non guardare la luna. Insomma, ci vogliono mezzi ciechi e spodestati, oltre che derubati.
Antipolitica?
Sebbene possa sembrare un paradosso ai più, questo risentimento da ragioneri contribuisce al qualunquismo come nessun Beppe Grillo potrà mai fare. Anche perché Grillo non è qualunquista: fa politica, altrochè antipolitica. Come definire altrimenti le centinaia di migliaia di persone che al V-Day 1 dell’8 settembre 2007 firmarono per “ripulire” il parlamento dagli indagati, limitarne i mandati e reintrodurre la preferenza elettorale, seguite da altrettante nel V-Day 2 del 25 aprile scorso per abolire l’Ordine dei giornalisti, il finanziamento pubblico all’editoria e la legge Gasparri? Ma tanto bastò all’informazione di regime, in testa il Corriere, per far risuonare il fuoco di fila della Casta sbertucciata fino a un giorno prima, con l’intero arco parlamentare che liquidava il movimento del Vaffanculo come una marmaglia di estremisti, populisti, addirittura terroristi e, immancabilmente, qualunquisti. Uno per tutti, basti ricordare il compagno D’Alema, che, sinceramente protervo come sempre, dichiarava un «fastidio antropologico»2 per quei minus habens scesi in piazza.
Il vero qualunquismo
Il qualunquista vero sta ai piani alti. Più alti delle Camere del Parlamento. Siede dietro le lussuose scrivanie di ciliegio degli editori di giornali e televisioni, ovvero i gruppi industriali e finanziari che finanziano e ricattano gli omuncoli della partitocrazia (i quali sono molto contenti di entrambe le cose: sono palanche e visibilità garantite). Sono i signorotti delle multinazionali, delle banche e delle assicurazioni, cioè i reali detentori delle leve del Potere, quello con la P maiuscola: quell’Idra di interessi poco visibili che condiziona le scelte politiche e la gestione dei beni pubblici in misura incomparabilmente superiore rispetto al voto del gregge, a cui resta il contentino della crocetta elettorale. Sono i più bei nomi dell’imprenditoria e dei salotti bancari a muovere le truppe cammellate dei giornalisti loro dipendenti su un unico obbiettivo: il politicante arraffone. Mettere alla gogna una Casta per garantire la perpetua salvezza delle altre, compresa quella degli scribacchini a libro paga. Ma soprattutto per rendere eternamente al di sopra di ogni contestazione la propria casta: la Casta delle Caste.
Pensiero unico
I giornalisti come Stella, piaccia a loro o meno, scrupolosi e seri quanto si vuole, sono complici di questa operazione. Sono davvero qualunquisti, ma perché evitando di puntare il dito contro l’ingiustizia di fondo, fanno credere al popolo bue che il problema sia soltanto la pensione del deputato. Mentre le prebende stratosferiche e i baracconi per sistemare amici e parenti sono la punta dell’iceberg. Per affondare il quale ci vuole ben altro che un ente in meno o un risparmio in più. Ci vuole un cambiamento culturale, profondo, di sistema. Antropologico. Non devono cambiare solo le leggi, dobbiamo cambiare noi italiani. Piantandola di autoassolverci facendo i conti della portinaia, perché la portinaia dovrebbe stramaledire prima di tutto chi, con le tariffe in perenne aumento, i rincari della spesa, gli affitti impossibili, la benzina come l’oro, fa i gran soldi sulla sua pelle. Non illudersi che sia sufficiente incolpare chi raccoglie le briciole dei finanziamenti elettorali e del posto fisso da Vespa o Santoro.
Tutto per denaro
I soldi sono diventati tutto, siamo schiavi di un pensiero unico: i danè, gli schei, i piccioli. Per far girare la macchina, la loro macchina, dobbiamo trasformare le nostre coscienze in calcolatrici. Dobbiamo ragionare sempre e comunque in termini di ricavi e perdite. Ma per distoglierci da questo orrore, una verità troppo brutta da sopportare, hanno ridotto la politica a una commedia delle parti. In cui mai e poi mai qualcuno si azzarda a mettere in discussione il pensiero unico del mercato, del dio quattrino. La gente si appassiona al teatrino di pupi, e non s’avvede che dietro le quinte la regìa è dei pupari.
È una democrazia mafiosa, la nostra. In cui il gioco delle cupole economiche è educare il popolo a una politica in ostaggio dei partiti, i loro picciotti. L’equazione è facile facile: politica uguale partiti, non si scappa. E chi scappa, Dio lo fulmini: è un pazzo, un paria, un sovversivo. Un qualunquista.
Ed è un pericolo. Perché il corollario prevede che chi non si genuflette alla sacralità della forma-partito è un anti-democratico. Perciò, in quanto tale, perde ogni diritto a dire la sua, e se lo fa andando in piazza, luogo primigenio della democrazia, aggiunge scandalo a scandalo. Il popolo puzza, eccezion fatta per quello che si raccoglie nelle adunate di partito per contarsi e fare a gara a chi ce l’ha più lungo – il consenso.
La politica, in altri termini, va lasciata ai professionisti inquadrati in apparati mafiosi, che oggi giorno, per soprammercato, lo sono ancora di più poiché a decidere tutto, eclissatesi le diatribe ideologiche, rimangono solo i clan personali di questo o quel leader. Solo coloro che si riconoscono nello status quo sono considerati buoni cittadini. Tutti gli altri, se si fanno gli affari loro, che votino o non votino, pazienza: “lasciateci lavorare in pace”, è il messaggio dei mandarini partitocratici. Ma guai ai facinorosi che osino rifiutare questo regime di tessera in cui, come scriveva Panfilo Gentile nel suo ancora attualissimo saggio “Democrazie mafiose” (1969), «solo i conformisti sono cittadini di pieno diritto»3. Morale della favola: se ti impegni politicamente senza i paraocchi dell’appartenenza alla destra e alla sinistra, sei un qualunquista. Se invece ti lagni e sbraiti della destra e della sinistra solo perché costano troppo, va bene, anzi comprati pure l’inchiestona di Stella e indìgnati. Ma fermati lì.
Una democrazia mafiosa, la nostra. In cui il gioco delle cupole economiche è educare il popolo a una politica in ostaggio dei partiti, i loro picciotti.
Pensiero forte
Il qualunquismo è un pensiero debole. Anzi, è il più debole di tutti, perché basato esclusivamente sul denaro. E’ un pensiero contabile, che come in un’azienda, misura la vita comune con criteri economicistici: costi-benefici, efficienza, risultati. Una critica da topi di bilancio a una società che non conosce più ideali ma solo valori, come in Borsa (che non a caso in origine si chiamava, e si chiama ancor oggi, “Borsa Valori”), è fare critica miope. Da quattro soldi. Che il Sistema economico tollera, anzi vuole e perciò sollecita, facendo risuonare la gran cassa della campagna anti-sprechi. Rafforzando nella gente la convinzione che la politica, in fin dei conti, non è diversa da tutto il resto: è una merce, con un suo prezzo e un suo mercato. Questo è il più puro e il più becero qualunquismo, di cui anche un bravissimo Stella è il portato. Al contrario, non lo è il pensiero forte di chi vorrebbe dare un calcio nel sedere a questa cultura bottegaia perfettamente funzionale all’economia e ai profitti di industriali e banchieri. Alcuni dei quali, riuniti nel cosiddetto “salotto buono” italiano, sono non a caso gli editori e i datori di lavoro di Stella. ™
Alessio Mannino - giornalista
Fonte: www.ilribelle.com/
Dicembre 2008 - Anno 1, Numero 3 - Sommario
Commento
È un articolo che condivido solo in piccola parte. Rizzo e Stella fanno il loro lavoro di giornalisti. Ce ne fossero tanti come loro! Mannino scopre l’acqua calda. Dice: “Ci vuole un cambiamento culturale, profondo, di sistema. Antropologico. Non devono cambiare solo le leggi, dobbiamo cambiare noi italiani.” Già, ma come ci si arriva a un tale cambiamento? Certo prendendo coscienza di tutte le cose denunciate nella Casta e anche scritte da Mannino nel suo articolo. E poi? Facciamo la rivoluzione? Si? E con chi, e come? Al momento ce n’è in atto una di destra, per ora non cruenta, ma pur sempre criminale che i calci nel sedere - espressione tipicamente fascista - li dà a noi, poveri italiani. Una di sinistra non è immaginabile non essendoci più neppure la sinistra e, seppure ci fosse, non sarebbe comunque né praticabile né auspicabile, considerando i risultati “storici” di quelle avvenute. Sì, siamo in una democrazia mafiosa, ma che “La gente si appassiona al teatrino di pupi, e non s’avvede che dietro le quinte la regìa è dei pupari” è una convinzione quantomeno discutibile. La gente - orrida espressione spregiativa della cultura di destra per definire le persone con la loro ricca raggiera di rapporti – non si appassiona affatto al teatrino della politica, anzi, non gliene importa proprio niente. Gli italiani, diseducati, questo sì, da anni di disinformazione televisiva sono quanto mai lontani dalla politica, pur sapendo benissimo chi sono i pupi e chi i pupari. Forse proprio per questo quelli che non sono in qualche modo collusi - e sono tanti - vedono con favore fenomeni abbastanza contraddittori come il grillismo o il dipietrismo e, i pochi che leggono e si informano su internet, sono contenti di libri come La casta o fustigatori come Travaglio.
Note:
1) Anno Zero, 13 novembre 2008
2) Festa dell’Unità, intervista di Bianca Berlinguer, 13 settembre 2007
3) Democrazie mafiose, Ponte alle Grazie, 2
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