Rossana Rossanda,
il manifesto
La discussione sul manifesto è partita male. La prima domanda non è di «di chi è» ma «che cosa è»
il manifesto.
Anche per ragioni economiche. Un giornale è nel medesimo tempo una
merce, se lettori non lo comprano fallisce. Occorre chiedersi perché da
diversi anni abbiamo superato il limite delle perdite consentito ad una
impresa editoriale, mentre i costi di produzione salivano. Direzione,
Cda e redazione + tecnici hanno sottovalutato questo dato, pur reso
regolarmente noto, illudendosi che avremmo recuperato lettori aumentando
le pagine e i servizi con un restyling dopo l'altro. E' stato un errore
imperdonabile. Se il giornale è di chi lo fa, il suo fallimento è di
chi lo ha fatto. Cioè noi. Teniamolo presente. Altri giornali «politici»
- cioè interessanti per un governo o una forza di opposizione o un
gruppo sociale - hanno avuto problemi simili ai nostri: una tradizione
da non perdere, una redazione rodata da decenni, vendite insufficienti e
ricorso a finanziatori (nel nostro caso circoli o gruppi di lettori).
Nessuno di questi tre attori è in grado di far uscire da solo un
quotidiano. Perciò, per esempio in «Le Monde» la proprietà è ripartita
un terzo i fondatori, un terzo la redazione e un terzo i finanziatori.
Se
il manifesto vivrà
ancora, la sua proprietà potrebbe poggiare su un sistema analogo. Ma
preliminare è che redazione, lettori e finanziatori siano d'accordo sul
suo ruolo: «che cosa è», se ha un legame con la sua origine, se c'è un
collettivo di lavoro che ci crede e un numero di lettori e sostenitori
in grado di farlo uscire.
Le ragioni per rispondere sì o no a queste
tre domande possono essere molte, ma tutte politiche. Su di esse è
manifestamente diviso il «collettivo», mentre del gruppo dei fondatori
siamo rimasti soltanto Parlato, Castellina ed io, e non è chiaro che
cosa auspicano lettori e circoli di sostegno.
Il manifesto è
nato nell'onda del '68 come quotidiano comunista libertario. I
fondatori erano stati radiati dal Pci per questo e per la loro critica
radicale all'Urss. Il riflusso del '68 assieme alla liquidazione da
destra dei «socialismi reali» sono pesati sul collettivo non meno delle
difficoltà materiali di tirare avanti. Il collettivo si è andato
dividendo fra reducismi diversi, tentazioni di appoggio diretto o
indiretto ai sostitutivi del partito comunista (Pds e seguenti o
Rifondazione e seguenti), movimenti o «il movimento dei movimenti». Più
di recente fra ecologia e teoria dei beni comuni.
Si riflettono nel
suo specchio le difficoltà di una «sinistra» sempre meno omogenea
nell'interpretare contraddizioni e bisogni d'un assetto sociale
investito dalla crisi del socialismo reale e dal mutare della scena
internazionale rispetto a quella ereditata dalla seconda guerra
mondiale. Delle due superpotenze durate dal 1945 agli anni '90 una è
sparita, l'Urss, la seconda, gli Stati Uniti, resta la più armata del
mondo ma non ha più il primato nel ritmo di sviluppo che è passato alla
Cina (partito unico e socialismo «di mercato») per il suo alto tasso di
crescita, e per il fatto di detenere gran parte del debito americano.
Nuovi per importanza anche i paesi «emergenti», il Brasile in ascesa con
un modello politico democratico e socialmente progressista, l'India
democratica e capitalista, mentre l'America Latina, sfuggita al dominio
statunitense, sviluppa diversi progressismi a scarsa democrazia formale.
La caduta dei socialismi reali ha frantumato il modello duale fra un
«capitalismo imperialista» e i «socialismi reali», i secondi sono
scomparsi e il primo vacilla fra crisi economica, sopravvento della
finanza sulla «economia reale», incertezze del modello sociale, crisi
della democrazia rappresentativa. Se vi si aggiunge la riaffermazione
delle religioni monoteiste in polemica con il pensiero politico moderno,
è evidente che i parametri con i quali si dovrebbe analizzare il
presente non sono gli stessi di trenta anni or sono.
In Italia il
suicidio del Partito comunista, non accompagnato da una analisi
autocritica ma da elusivi cambi di nome e defezioni della sua base
storica, e quello analogo della democrazia cristiana, ha portato a una
crisi di identità della politica e dei partiti, che ha dato luogo alla
consegna di tutto il parlamento alla priorità della «tecnica»
rappresentata da Mario Monti. Ai margini si sviluppano dei movimenti o
proteste qualunquiste al limite della legalità costituzionale. E' il
solo paese che ha rinunciato a una fisionomia propria e articolata,
seguendo i dettami liberisti della Unione Europea, fatti propri
sfuggendo a ogni consultazione popolare.
Che può essere
il manifesto in
questo quadro? Direzione e collettivo si sono sottratti a un'analisi,
fino ad arrivare a una dichiarazione di fallimento, dando voce senza
discuterla a questa o quella posizione delle deboli sinistre come se
fosse la propria. In particolare ad appoggiare la rinuncia ai partiti
come forme della politica per una rappresentazione diretta di opinioni e
interessi che si configurerebbero attraverso liste civiche più o meno
legate ai comuni. Tuttavia l'assenza di una discussione lascia aperte
anche altre ipotesi, come lo strutturarsi di un partito del lavoro per
ora non ulteriormente definito.
Identità e finalità del
manifesto non
sono più quelle delle origini, ma il mutamento non è stato dichiarato.
Così come sembra scomparsa, anche qui senza una argomentazione
esplicita, la nostra ricerca di un marxismo critico. Le une e l'altra
esigerebbero un lavoro analitico comune che non c'è stato, come se
l'uscita quotidiana fosse incalzata e sommersa da eventi non previsti né
dominati. Non a caso la sola priorità emersa dall'ex collettivo è stata
la difesa del posto di lavoro.
Tale andazzo non è accettabile e il
progressivo diminuire dei lettori e dell'ascolto lo conferma. Ammesso
che la testata possa riprendere su un base economica sana e finché
direzione e collettivo non avranno votato la decisione di rompere con la
sua origine,
il manifesto ha l'obbligo politico e morale di definirsi rispetto alla sua intenzione fondativa.
Nel
1969 dirsi comunisti non era puramente simbolico: le lotte degli anni
sessanta, i movimenti studentesco e operaio del '68 e del '69, la
vittoria del Vietnam che si annunciava, i problemi aperti dalla Cina
sulla natura del socialismo reale, permettevano di puntare come a un
obbiettivo realizzabile a un mutamento del rapporto di forze fra le
classi, e all'interno delle medesime. Non solo fra di noi ma nel Psiup e
in più d'uno dei gruppi che avrebbero tentato di dare vita alle forze
extraparlamentari si era già riflettuto sui limiti di una rivoluzione
dal vertice, soltanto politica, su quelli di una mera sostituzione del
capitale pubblico al privato, e si erano fatti impetuosamente strada due
temi di grande rilievo che erano assenti dall'agenda del socialismo, il
femminismo e l' ecologia.
Questo processo è volto a termine in meno
di un decennio, lasciando in piedi soltanto la tematica del movimento
operaia in quanto fatta propria da alcuni sindacati, il problema
sollevato dal femminismo e dall'ecologia. Ma le sinistre storiche - non
solo per non rompere il legame con l'Urss, della quale non vedevano il
declino - non si sono aperte alla inattesa spinta diffusa che emergeva
in quegli anni, non hanno alimentato né si sono alimentate di questo
movimento ma piuttosto vi si sono opposte. Isolato, quando non
combattuto, esso è stato lasciato a una generosa ma immatura
elaborazione, favorendo alcune derive, e infine la sua stessa
dissoluzione. Ne è venuto un vuoto politico irrimediabile, dal quale è
scaturita, più che in altri paesi dove la sinistra era pesata di meno,
un disorientamento e poi una svolta dell'opinione verso una destra che
Berlusconi - meno di cinque anni dopo il crollo del Muro di Berlino
-esprimeva nella sua forma più volgare, e da questa sarebbe andata al
nascere di un populismo distruttivo.
Non siamo stati capaci di
occupare quel che poteva essere il nostro proprio terreno di lavoro, la
crisi dei socialismi reali, che eravamo stati i soli ad annunciare, la
ristrutturazione del capitalismo a livello mondiale, le diverse
soggettività che ne sarebbero seguite. Il trionfo dell'avversario ci ha
debilitato e demotivato: non solo i lettori sono diminuiti ma è calato
il peso che il manifesto aveva avuto nell'opinione anche in momenti
difficili, come il sequestro di Moro, l'emergenza, la messa sotto accusa
del '68. Gli anni '80 ne sono stati la prova. La caduta dell'Est, che
per noi doveva essere un'occasione, è stata la cartina di tornasole
sulla quale si è scoperta la debolezza delle sinistre storiche ma anche
la nostra, che non l'ha affrontata ed ha finito con il considerarla uno
scoglio da evitare. Eppure un vecchio slogan aggiornato dalle nostre
Tesi del 1970, «socialismo o barbarie» diventava la vera alternativa:
come chiamare altrimenti la soppressione progressiva di ogni diritto
sociale cui siamo avviati? Non tanto il «potere ai Soviet», del cui
fallimento storico abbiamo lasciato parlare le destra, ma la priorità
della salvaguardia del fattore umano, della sua crescita e dei suoi
diritti è andata svanendo a favore d'un affidamento al libero mercato
come unico regolatore sociale, facendoci arretrare agli anni venti e
all'orlo delle pericolose involuzioni che ne sono seguite. Su una scelta
liberista, e contrariamente alle speranze dei suo primi padri, s'è
fatta l'Unione Europea, avvitandola saldamente con il trattato di
Maastricht, ai pii desideri del trattato di Lisbona, alla impossibilita
di sottoporsi a un giudizio dei popoli. Assai lontana da una
omogeneizzazione politica, la Ue non è, in sostanza, che la sua moneta,
l'euro, sottoposto ad acerbe oscillazioni per la discrasia dei regimi
fiscali, l'ingigantirsi della finanza, la deindustrializzazione del
continente, la conseguente debolezza dei codici del lavoro, la crisi
esterne, prima di tutte quella dei subprimes nel 2008. L'esorbitante
aumento della finanza rispetto alla cosiddetta economia reale e la
interdizione agli stati di intervenire a correggerlo, ha esposto l'euro a
una oscillazione in tutti i paesi del sud, cui si impongono
direttamente per via legislativa o indirettamente, tramite il gioco dei
mercati enfatizzato dalle agenzie di rathing, crudeli cure di austerità,
che li precipitano nella crescente disoccupazione e precarietà. In
queste condizioni rinascono scetticismi antieuropei ridesta e di
sinistra, e la legittimazione popolare sia d'una misura o di un governo è
resa difficile.
La politica lamenta che l'economia la ha
sopraffatta, come se essa stessa - e si tratta di governi di socialisti,
laburisti o di centrosinistra - non se ne fosse liberata, rinunciando
alla possibilità di intervento pubblico («meno stato più mercato») e
accettando la riduzione dell'economia a pura contabilità della spesa
dello stato, aggravata dai six pack successivi. Privi di risorse, per la
disoccupazione crescente e il rifiuto d'una tassazione dei redditi e in
particolare della finanza, gli stati sono paralizzati e le classi
subalterne pagano prezzi sempre maggiori. Basta scorrere i pochi
articoli del «fiscal compact» votato dai governi europei il 28 giugno a
Bruxelles per rendersi conto che si tratta di puro obbligo monetario,
che avrebbe addirittura favorito la speculazione dei mercati sul debito
degli stati se la Bce non fosse intervenuta con prestiti illimitati a
breve termine, evitando uno strangolamento immediato ma esigendo dai
paesi che li richiedano che si accetti uno stretto controllo della Bce,
del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione. Il testo del
fiscal compact appare difficile da sottoporre a un referendum, come
chiedono alcune sinistre radicali, per il suo tecnicismo (tempi dei
rimborsi e condizioni per i crediti) e il suo silenzio su tutte le
richieste socialmente pressanti. Come osserva più d'uno dei commentatori
politici (G. Rossi su «Il Sole 24 ore» o Adriano Prosperi su
«Repubblica») il fattore umano è del tutto assente da questi accordi,
che neppure notano l'aumento dei disoccupati (si calcolano 18 milioni in
Europa), l'estendersi della deindustrializzazione crescente, la
delocalizzazione verso paesi a costo del lavoro più basso che mediamente
in Europa, la minaccia di evasione fiscale degli alti redditi in
Francia.
Tale scelta dei governi, che rappresenta il massimo
consenso alla tesi di un von Hajek e il massimo della contraddizione
all'orientamento delle costituzioni dopo la seconda guerra mondiale,
toglie spazio all'uso di quelle possibilità di difesa delle classi
subalterne che esse avevano conquistato nel lungo periodo del
compromesso keynesiano, prodotto dallo scontro fra capitale e lavoro,
delineato per primo da Roosevelt come via d'uscita dalla crisi del '29,
sicuramente rafforzato dalla potenza dell'Urss e teorizzato dopo il 1938
soprattutto in Gran Bretagna. Il movimento del '68 ne ha messo in luce i
limiti politici e strutturali, ma è d'obbligo riconoscere che lo ha
destrutturato, evidenziandone appunto gli aspetti di compromesso
sociale, piuttosto che spingerlo in avanti. Accelerata dopo il 1989, la
Unione Europea è nata sconfessando il modello «keynesiano» (e la nuova
sinistra ne aveva dato alcuni argomenti) e una bozza di trattato dopo
l'altra, malgrado i wishful thinkhing di Lisbona, hanno vincolato gli
stati a un rigore di bilancio basato sulla riduzione del costo del
lavoro e su una sua organizzazione che le nuove tecnologie permettono di
ridurre nelle quantità della manodopera invece che nella riduzione dei
tempi e delle cadenze, mentre la liberazione del mercato da ogni vincolo
permette di mettere in concorrenza i salariati europei con quelli di
paesi ex colonizzati, assai minori. Le classi subalterne sono spinte,
come in Grecia e in Spagna, a votare il proprio annichilimento sindacale
e politico. Non sorprende che dilaghi l'euroscetticismo soprattutto
nelle ex roccaforti operaie e che in esse abbiano ascolto le destre
estreme.
Quando l'ad della Fiat, Marchionne, parla di «un prima e un
dopo Cristo» nelle relazioni sociali sottolinea una verità: le
sinistre, non solo comuniste e socialiste ma socialdemocratiche, hanno
lasciato nel disorientamento del 1989 la loro base e i loro principi,
con ciò perdendo il loro potere contrattuale (salvo in alcuni paesi
scandinavi) ed è quel che ne rimane oggi è il bersaglio della
controparte. Non inganniamoci: non è il comunismo che oggi il padronato
delle multinazionali ha deciso di distruggere, operazione che ha già
compiuto da solo, ma quella legittimità degli opposti interessi sociali
che i Trenta Gloriosi avevano dovuto riconoscere, che aveva permesso
alle lotte operaie di esistere e di conquistare alcune condizioni che
ancora oggi alcuni, anche fra noi, considerano diritti inalienabili. Non
ci sono nei rapporti fra le classi diritti inalienabili. Essi vanno
difesi metro per metro dalla possibilità di un arretramento, del quale
nel recente passato lo strumento fondamentale è stata la utilizzazione
esclusivamente padronale della tecnologia, e oggi la più volgare
riduzione dell'economia a una contabilità dello stato, mutilata dalle
entrate un tempo assicurate dalla più vasta platea occupazionale, e al
suo regime comunitario. In questo senso la soggezione ai dettami
liberisti, sulla quale è stata formata la Unione Europea, somiglia a un
fatale combinato-disposto: è interdetto alla sfera politica di
intervenire sul sistema economico, ed è permesso al sistema economico di
intervenire nel continente, entrandovi e uscendone senza renderne conto
agli stati, mentre le distruzioni, che queste razzie comportano sul
tessuto sociale dei diversi paesi, costituiscono un aggravio finanziario
per il relativo stato mentre ne minano le basi e il consenso.
La
ricostituzione d'un potere di contrattazione sostenuto dalla legge e di
conseguenza d'un controllo politico, statale o comunitario, sui
movimenti di capitale, unitamente alla tassazione delle transazioni
fiscali, è una misura che si va rivelando sempre più urgente. Ed è
sostenuta non solo dalla manodopera industriale, che chiede di
ricostituire le sue basi produttive, adeguandole nel contempo alle
compatibilità ecologiche e ambientali, e quindi una politica economica
esplicita e discussa in comune, ma anche dalle classi medie, il cui
potere d'acquisto è in calo. L'allargarsi del ventaglio delle
disuguaglianze sociali, come non mai nel secondo dopoguerra, ha portato a
un affluire della ricchezza su un decimo della popolazione, e della
grande ricchezza su un decimo di questo decimo (Gallino, Pianta).
E'
una tendenza non sostenibile, e impone una inversione di rotta. Anche
perché allo sbiadire dei rapporti di forza contrattuali si aggiunge
l'affievolirsi del più generale sistema democratico, che si sconnette e
contraddice, da una parte, sotto l'urto del mercato selvaggio e,
dall'altra, di una antipolitica diffuso. La lezione di Federico Caffè è
stata distrutta negli anni '70 e '80.
Essa è una condizione perché
l'orizzonte di una trasformazione che investa alle radici la proprietà
resti aperto, salvaguardandone anzitutto i soggetti. I tentativi di
assegnare ad altri gruppi sociali il ruolo che era stato posto nella
classe operaia non ha avuto esito. Esso non è durevolmente passato alla
gioventù acculturata e/o marginale, come pensava Herbert Marcuse,
malgrado i processi di proletarizzazione cui è sottoposta, né nelle
popolazioni dei paesi terzi, come si è creduto nel primo
postcolonialismo, né nella reattività delle moltitudini, difesa da Negri
e Hardt.
In Italia, l'azzeramento di fatto del parlamento nella
unanimità senza condizioni richiesta da Mario Monti per accettare
l'incarico ha ottemperato di fatto alle condizioni poste dalla Bce, dal
Fmi e dalla commissione europea. Quale partito o coalizione si presenta
oggi esplicitamente contro Monti, garante di questa Europa? E di Monti, e
ciò che rappresenta, è garante il presidente della Repubblica. Che
questa soluzione sia stata promossa da un ex dirigente del Pci diventato
Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è il segno più eloquente di ciò
che è avvenuto nelle sinistre nel 1989. E anche dei limiti assai stretti
nei quali potrà muoversi, se ci sarà, di una alternativa a questo
governo.
Ma occorre tenere presente questi vincoli, dunque spostare
l'orizzonte in Europa, se si vuol evitare che il primo passo già
compiuto nella recessione diventi un cadere catastrofico in essa. E' la
situazione di tutti i paesi europei del sud, dalla Grecia all'Italia
alla Spagna, al Portogallo, e l'indice attorno allo zero crescita
previsto in Francia sta mettendo anche Parigi su questa soglia. Negli
Stati Uniti, l'esito della crisi del 2008 è violentemente impugnato
dalle destre per corrodere i flebili risultati della presidenza Obama -
dipinti come addirittura «comunisti»- in Francia per bloccare in
partenza le modeste riforme di Hollande, dovunque per non disturbare il
capitale finanziario, e per esso, soprattutto da noi, le banche
tedesche. L'aggressione è totale.
Ma hanno ragione Stiglitz e
Krugman a scrivere che questa strada è senza uscita, i livelli di
disoccupazione e di «crescita negativa» non sono sostenibili da nessun
paese, senza conseguenze politiche nefaste, ripetendo uno scenario da
Anni Venti. I paesi del sud non vedono uscita dal tunnel, ma comincia a
patirne anche la Germania che vendeva la maggior parte dei suoi prodotti
sul mercato europeo, e lo vede restringersi. Una svolta appare a molti
necessaria. Bisogna dimostrare che è ragionevole e possibile.
Mi pare indubbio che
il manifesto,
qualora resti in vita, debba lavorare sulla base di questa analisi e
insistere sul riportare il fattore umano - occupazione e servizi
sociali, redistribuzione delle imposte sui ceti più favoriti e sulla
finanza - al centro di qualsiasi programma politico che si dica di
sinistra. Argomentando modi e tappe e battendosi per spostare i vincoli
europei che vi si oppongono. L'inquietudine è grande in vari paesi del
continente, e il nostro giornale potrebbe darle argomenti e voce. Si
tratta di un lavoro politico e culturale di lunga lena, rivolto senza
equivoci a quella parte del paese che non intriga ma pensa e si
interroga, smettendo di galleggiare su obbiettivi generici e a breve,
nessuno dei quali è riuscito a realizzarsi ad oggi.