27.11.10

Nella rete della stroncatura

Mentre i libri dei mostri sacri della scrittura scalano le classifiche e producono lenzuolate di encomi, le comunity online dei lettori bistrattano e maltrattano le opere dei venerati maestri

Gli antipatizzanti di Umberto Eco, che non hanno digerito le lenzuolate di encomi in mondovisione per il suo Cimitero di Praga (unica voce fuori dal coro, l’Osservatore Romano) e si rodono a vederlo svettare nella lista dei best-seller, possono trovare conforto nelle recensioni dei lettori su Internetbookshop (www.ibs.it). “Finalmente ho finito di leggerlo – si sfoga per esempio Giorgio G. – è una sensazione di sollievo. Dopo una prima parte abbastanza accettabile, almeno per quanto riguarda la spedizione dei Mille, il lunghissimo periodo parigino ha destato in me un moto di repulsione. È mai possibile che uno scrittore colto e preparato si lasci andare a scrivere simili fandonie (anche se lui dichiara che tutti gli avvenimenti sono accaduti realmente)? Fandonie che sfociano nel cattivo gusto più becero, come la descrizione della ‘messa nera’? Avevo apprezzato alcuni dei libri di Eco, ma questo mi ha proprio dissuaso dal comprarne altri, se mai ne scriverà” (voto: 2 su 5 punti complessivi, quindi insufficiente).

Riccardo confessa: “È la prima volta che non riesco a finire un romanzo di Eco. Peccato, perché l’inizio sembrava interessante… Se non si è proprio lettori onnivori, lo sconsiglio” (2/5). Guglielmo parla di “operazioni di montaggio da inserire, magari un gradino più in su, nella stessa categoria di Dan Brown”. Ancora più drastico uno che si firma, nientemeno, Alexandre Dumas: “Ennesima riproposta, noiosa e stiracchiata all’inverosimile, di una storia presentata da Eco nel volume Sei passeggiate nei boschi narrativi nel quale, fra tanta confusione di fatti e situazioni, collegava lo sterminio degli ebrei a una scena del Cagliostro di Dumas” (voto 1). Naturalmente ci sono anche gli entusiasti come Enrico (“Formidabile!”, 5/5) o Roberto (“Grazie, professore! Un capolavoro!”), ma non bastano a risollevare la media, che resta bassina: 3,21. Molto al di sotto del suo diretto competitore Giorgio Faletti (Appunti di un venditore di donne, Baldini Castoldi Dalai) che sia pur presso un’audience forse meno esigente raccoglie un autentico plebiscito: 4,4. Un bello smacco per la Bompiani, con gran giubilo di Alessandro Dalai.

Più diviso il pubblico di un’altra star delle classifiche, Niccolò Ammaniti (Io e te, Einaudi). Non tutti sono d’accordo con Antonio D’Orrico che su Sette ha sparato la consueta iperbole: “Mi fa schifo tanto è bravo”, paragonandolo a Manzoni. Accanto all’orgasmo dei fan più acritici, “Un gioiellino che ti cattura dalla prima all’ultima pagina. Grazie AMMA!” (Mikarlo), “Letto in meno di due ore… stupendo e commovente” (Ianì Valastro), spuntano parecchie voci dissonanti. Come uno che si nasconde dietro il nickname Saxsoul: “E così anche Ammaniti, dopo aver scritto una serie di romanzi di qualità, si è ridotto a fare le marchette per il periodo di Natale”. O il perfido Maurizio, che pur lodando il libro mette il dito su una castroneria indegna del figlio di uno psicoanalista: “I bambini delle elementari non si stendono sul lettino per le psicoterapie, ma giocano con il terapeuta”.
O il più spietato di tutti, tale Rupert: “Racconto stiracchiato fino a diventare libretto, caratteri giganteschi, spaziatura che un tir ci può fare inversione di marcia in una sola manovra, prezzo (10 euro) del tutto immotivato. La quarta di copertina, inspiegabilmente, parla della irruzione di una ‘sconosciuta’ nella cantina dove il protagonista Lorenzo si è rifugiato: salvo poi scoprire che si tratta della sorellastra del protagonista (quindi tanto sconosciuta non è, ma di certo fa più Hitchcock parlare di ‘sconosciuta’ al posto di sorellastra). Nell’ultima pagina del libro, quattro righe di nota esplicativa di cui non si sentiva assolutamente la mancanza: ma evidentemente Ammaniti ritiene così stupido (e giustamente) un lettore che sgancia dieci euro per questo suo nuovo libro, da sentirsi in obbligo di spiegare anche l’evidenza. ‘Io e te’, ovvero ‘You and me’, come le tariffe promozionali per i cellulari. E infatti, più telefonato di così…”. In ogni caso, l’ex ragazzo prodigio riesce a portare a casa un eccellente 4 di media.

Ben più misera la pagella del meno giovane Andrea De Carlo (Leielui, Bompiani) che non raggiunge la sufficienza (2,47 su 5), sommerso da un diluvio di giudizi negativi e a volte ingenerosi, come il seguente di tale Sonim: “Questo sarebbe un libro per cui spendere venti euro? me l’hanno prestato e nonostante ciò mi vergognavo nell’approfittare dell’ingenuità di chi l’ha acquistato. Definirlo bellissimo, coinvolgente, commovente, il migliore di Andrea, significa aver capito zero della letteratura che ci circonda e di quanto De Carlo ha composto fino al 2002, anno del suo ultimo libro decente I veri nomi. Mi insospettisce il ritmo di autori troppo prolifici (tipo 3 libri in 4 anni) a meno che non si tratti di Philip Roth o King (che pure qualche granchio lo prendono), perché le storie che propongono sono troppo raffazzonate e compilate in fretta. In questo caso allungate pure di almeno 200 pagine inutili, giusto per garantire il prezzo pieno di copertina. Consiglio ad Andrea De Carlo un amaro esame di coscienza al di là delle vendite e un riposo rigenerante per le idee con un arrivederci almeno al 2013. Questo libro vende e venderà perché titolo, copertina e sinossi richiamano il pubblico degli adolescenti o dei consumatori avidi di film sentimentali di serie b che cercano storie rassicuranti e calde in vista dell’inverno. Chi vuole leggere un autore italiano con una bella storia da raccontare, si rivolga a Piperno o Veronesi”.

Mah, io non ne sarei tanto sicuro. Dì la verità, Sonim, non è che per caso sei amico di uno dei due citati? O peggio, non sarai tu stesso un loro pseudonimo? Peraltro, se andiamo a vedere le pagelle, XY di Veronesi (Fandango) riesce a racimolare un magro 3,2 e il bravo Piperno (Persecuzione. Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori) lo supera di poco con una media del 3,4: “Non ho aspettato cinque anni il tuo nuovo libro per poi ritrovarmi a leggere una sorta di compitino”, scrive un certo Slapsy che si professa suo ammiratore.
Più che una grande rete, il Web è un gigantesco mattatoio che non risparmia neppure gli animali sacri. Ma è anche un sismografo che registra gusti e sbalzi d’umore del pubblico ben più fedelmente delle classifiche di vendita. La domanda è: in che misura possiamo e dobbiamo affidarci a questo strumento, per capire se un libro merita di essere comprato e letto? I recensori online sono per lo più anonimi o schermati da un nickname.
Come si fa a distinguere i lettori autentici da quelli fasulli? Chi ci garantisce che certi commenti non siano dettati dall’editore, o dall’autore, o dai suoi rivali? Come possiamo smascherare le zie premurose, gli amanti delusi o le ex mogli vendicative?

Nel suo seguitissimo blog Pierre Assouline, critico letterario di Le Monde, parlava giorni fa di “morte della prescrizione, nascita della raccomandazione e agonia del critico”.
Lo spunto, un’inchiesta del sito Nonfiction.fr che ha cercato di far luce su chi orienti oggi le scelte dei francesi in libreria: al primo posto resta l’inserto letterario per eccellenza, Le Monde des livres, seguito dal settimanale Télérama e da alcune trasmissioni radio del mattino. Ma cresce l’influenza di blog, siti multimediali e librerie online come Amazon. La “raccomandazione” numerica, il clic del mouse, il passaparola elettronico sta soppiantando la “prescrizione” del critico tradizionale. Calma però, avverte Assouline: è troppo presto per annunciare la Rivoluzione Culturale, espressione peraltro che fa rizzare i capelli in testa a chiunque abbia un po’ di memoria. Ve li immaginate gli intellettuali col cappello dell’asino mandati a zappare la terra, e le Guardie Rosse degli uffici marketing che arringano le folle dei lettori imbestialiti al grido di “morte alle élite, viva la democrazia letteraria”?

Se l’unica alternativa alle conventicole accademico-editoriali è il populismo del click, stiamo davvero freschi. Certo, finché nelle pagine culturali i romanzi di Eco o di Ammaniti raccolgono solo applausi, è inutile poi lamentarsi che il mercato abbia ammazzato una critica già defunta.

25.11.10

L’aiutino (pubblico) non si nega a nessuno

GIAN ANTONIO STELLA (CORRIERE DELLA SERA)

Per il muratore Fernando S., 42 anni, due figli, è troppo tardi: licenziato, si è impiccato a Manduria. Anche per il carpentiere Roberto M. è troppo tardi: licenziato, si è impiccato a Col San Martino. E così è troppo tardi per l’operaio dell’indotto Fincantieri Giovanni M.: licenziato, si è impiccato a Castellammare. E la lista, raggelante, potrebbe andare avanti a decine e decine.

Ci sono però alcune centinaia di migliaia di nomi di persone che hanno perduto il lavoro in questi mesi che ci permettiamo di segnalare al buon cuore di Sandro Bondi. Si chiamano Arturo, Giovanni, Armanda, Salvatore, Gennaro, Pino, Rosalba, Giorgio, Giacinto, Roberto, Claudia, Mauro... Andiamo avanti? Inutile: non basterebbe il giornale intero a contenere tutti i nomi degli italiani che negli ultimi anni, a dispetto dell’intimazione all’ottimismo («i media e l’opposizione, invece di dire che "il peggio è passato" preferiscono essere "catastrofisti", alimentando così una crisi che ha origini soprattutto psicologiche», spiegava Berlusconi già il 16 maggio 2009) sono stati buttati fuori dalle loro aziende in crisi. E a tutti loro dovremmo aggiungere uno sterminato elenco di giovani che cercano disperatamente da mesi o da anni un angoletto, fosse pure precario, in un mondo del lavoro inespugnabile.

Ecco: il ministro potrebbe dare una consulenza a tutti? Nel cinema, nel teatro, nei musei, nei siti archeologici... Ovunque. Dirà: purtroppo non è possibile, il ministero non ha soldi, i tagli sono drammatici, il governo non è la San Vincenzo... Giusto.

Ma proprio per questo tutti quelli che sono tagliati fuori dagli «aiutini» hanno buone ragioni per essere scossi dall’indecenza delle parole dette dal coordinatore del Pdl al Fatto.

Scusi, ministro, gli hanno chiesto Malcom Pagani e Luca Telese, come spiega il fatto che il suo ministero, oltre a dare un posto, una scrivania e un telefono a Fabrizio Indaco, il figlio della sua compagna Manuela Repetti, già benedetta dalla elezione alla Camera, abbia dato una consulenza da 25 mila euro (tema: «Teatro e moda») anche all’ex marito della signora, Roberto Indaco? Risposta imbarazzatissima: «Non ho fatto altro che aiutare una persona che si trovava in una drammatica difficoltà. Aveva le competenze professionali per usufruire della consulenza, quindi non ho violato leggi, né norme». In fondo «si tratta di importi molto modesti. Nel caso di Roberto Indaco, al netto delle trattenute, poco più di mille euro al mese».

Insomma, solo un gesto d’amore. In perfetta coerenza col partito dell’amore. Ciò che sfugge a Sandro Bondi è che, al di là del personale destino del figlio e dell’ex marito della sua compagna, proprio la «drammatica difficoltà» di milioni di persone rende insopportabile l’aiutino coi soldi pubblici ai parenti. Perché mai i cittadini dovrebbero pagare gli alimenti all’ex marito dell’onorevole Ripetti?

24.11.10

L'osceno normalizzato

di BARBARA SPINELLI

Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l'ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell'Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s'è fatto banale e scuote poco gli animi.

Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi - futuro Premier - aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent'anni, almeno fino al '92. Dell'Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell'incontro a Milano della primavera '74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest'ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d'un "uomo di garanzia".

La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell'87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s'aggiunga il "regalo" a Riina (5 milioni) per "aggiustare la situazione delle antenne televisive" in Sicilia. Fu Dell'Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l'allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe "finito sotto i ponti o in galera per mafia" (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell'Utri, in un'intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: "A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera".

C'è dell'osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna - nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi - presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell'Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: "Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (...) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (...) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale".

Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l'influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.
Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L'1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell'economia: "Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d'indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un'afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni".

In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell'illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale - fa capire - potrebbe degenerare in collasso greco. È l'atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: "Se non vi adeguate ve li scateno contro". Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l'ordigno infine non funzionerà: l'atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne - Veronica Lario, Mara Carfagna - che hanno denunciato il "ciarpame senza pudore" del Cavaliere, e le "guerre per bande" orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all'astio che suscita per il solo fatto che impersona un'Italia che ama molto le persone oneste, l'antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.

Questa normalizzazione dell'osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l'apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C'è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l'assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre '92 - condividendo le opinioni del ministro dell'Interno Mancino e del capo della polizia Parisi - di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all'ombra di un patto.

Il patto non è obbligatoriamente formale. L'universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch'essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell'osceno. Osceno è l'accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per "concorso esterno in associazione mafiosa". Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.

Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s'intesero con la Mafia per liberare l'Italia. L'accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l'effetto di rendere "antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d'influenza". Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa "di sinistra", ma di ben più essenziale: l'era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.
Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con "vocazione maggioritaria", ma l'essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l'anima, ma l'Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il '45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre '44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: "È un mostro col capo d'idra. Non crediate d'averlo ucciso".

21.11.10

Il premier sotto ricatto

di GIUSEPPE D'AVANZO

Inaspettatamente in un solo giorno, anzi in poche ore, emergono dal passato e dal presente le relazioni pericolose di Silvio Berlusconi con le mafie. La liaison allontana da lui anche la fedele e fidata Mara Carfagna. Annuncia altri sismi per il suo governo. Apre nuove crepe nella già compromessa affidabilità del capo del governo. Le cose, a quanto pare, vanno così.

Infuriati per la nomina a commissario per i rifiuti di Stefano Caldoro, governatore della Campania, decisa dal Consiglio dei ministri, due politici indagati per mafia Nicola Cosentino e Mario Landolfi si presentano a Palazzo Grazioli. Affrontano Silvio Berlusconi a brutto muso minacciandolo di non votare la fiducia se non avesse annullato il decreto legge che, assegnando alla Campania 150 milioni di euro, consente al governatore anche l'adozione di "misure che prevedono poteri sostitutivi" nei confronti degli enti inadempienti. Il capo di governo che, entro il 14 dicembre, ha bisogno di voti in Parlamento come dell'aria che respira li rassicura. Promette una rapida retromarcia. La notizia si diffonde e il ministro Mara Carfagna - molto si è data da fare per quel decreto legge che sottrae l'emergenza all'opacità dei potentati locali - annuncia che, dopo la fiducia, lascerà il governo e il partito del presidente.

Così dunque stanno le cose. La ricattabilità del premier è di assoluta evidenza. La sua debolezza politica - e ormai di leadership - lo espone a ogni pressione, alle più imbarazzanti coercizioni, a umilianti
inchini dinanzi a personaggi non solo discussi, ma decisamente pericolosi.

È imbarazzante l'imposizione che il capo del governo subisce da Nicola Cosentino, 51 anni, da Casal di Principe, salvato dall'arresto per mafia solo dal voto della maggioranza. L'uomo ha il controllo pieno di quattro delle cinque Province campane (Napoli, Caserta, Salerno, Avellino). Sono queste istituzioni che amministrano i flussi della spazzatura e governano le società di gestione che hanno sostituito i consorzi infiltrati da ogni genere di illegalità, malaffare, prepotenza criminale (il consorzio di Caserta è costato fino all'aprile scorso, 6,5 milioni di euro al mese). Tutta la parabola politica di Cosentino si può spiegare e raccontare dentro l'emergenza rifiuti. Quelle crisi - indotte e cicliche - hanno convogliato in quella disgraziata regione un fiume di denaro (dal 2001 al 2009 tre miliardi e 546 milioni di euro) e proprio nei consorzi - e oggi nelle società di gestione - la politica ha incontrato il potere mafioso e ha messo a punto la distribuzione di benefici, rendite, utili, organizzando un "sistema della catastrofe" che, da quella rovina, ha spremuto influenza, consenso e ricchezza. A farla da padrone la camorra, a cominciare dalla camorra dei Casalesi. Hanno guadagnato e guadagnano sull'affitto delle aree destinate a discarica e dei terreni dove vengono stoccate le ecoballe. Lucrano sul noleggio dei mezzi e soprattutto nei trasporti.

Nicola Cosentino rappresenta il punto di equilibrio - oscuro e ambiguissimo - di questo "sistema" che oggi appare sfidato, dentro il Popolo della Libertà, dall'asse Caldoro-Carfagna e, dentro la maggioranza, da Futuro e Libertà, in Campania diretto da Italo Bocchino. Il decreto legge che assegna al governatore poteri commissariali può essere considerato il successo di questo schieramento. Il passo indietro di Berlusconi ripristina ora le gerarchie di un "sistema" che ha in Cosentino il leader e nel potere intimidatorio della camorra la sua forza. Si sapeva che l'uomo di Casale di Principe ha sempre avuto un'arma da puntare alla tempia del governo. In qualsiasi momento poteva far saltare gli equilibri che hanno permesso a Berlusconi di rivendicare le capacità tecnocratiche di eliminare i rifiuti dalla Campania con un miracolo che ha liquidato quella disgrazia con una magia. L'illusionismo manipolatorio aveva in Cosentino il suo garante. Un garante di cui oggi Berlusconi non può liberarsi. Per due motivi: Cosentino gli farebbe mancare i suoi voti il 14 dicembre e, peggio, nella prossima e vicina campagna elettorale seppellirebbe l'immagine del Cavaliere sotto l'immondizia e i miasmi.

Come non può fare oggi a meno di Cosentino, il Cavaliere non ha potuto liberarsi in passato di quel Marcello Dell'Utri che, si legge nelle motivazioni della Corte d'Appello che lo ha condannato a sette anni di reclusione, fu "mediatore" e "specifico canale di collegamento" tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Dell'Utri, scrivono i giudici, è l'uomo che ha consentito ai mafiosi delle "famiglie" di Palermo di "agganciare" "una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico".

È questa allora la scena che abbiamo sotto gli occhi. Un capo del governo che, nella sua avventura imprenditoriale, è stato accompagnato - per lo meno fino al 1992 - dalla presenza degli uomini di Cosa Nostra e, oggi, per proteggere la maggioranza che sostiene il governo deve chinare il capo dinanzi alle pretese del politico considerato dalla magistratura il più compromesso con gli interessi dei Casalesi. È uno stato di dipendenza, di oscurità, di minorità politica che nessun arresto di latitante, confisca di bene miliardario, statistica e classifica di successi dello Stato potrà ribaltare. Le vittorie dello Stato contro le mafie non riescono a diventare il riscatto personale di Berlusconi - e della sua storia - da quei poteri criminali con cui egli si è intrattenuto negli anni della sua impresa economica e ancora oggi si deve tener vicino per sopravvivere nel suo crepuscolo politico.

20.11.10

Il ruolo di Marcello Dell’Utri

da Il fatto quotidiano

Il ruolo del senatore Marcello Dell’Utri è stato ricostruito dai giudici a partire dai rapporti con Gaetano Cinà. Nelle motivazioni della sentenza di condanna in secondo grado è indicata la rete gestita da Dell’Utri, compreso lo stalliere Mangano, per “difendere” e far crescere Fininvest adoperandosi con cosa nostra “almeno fino agli inizi degli anni 90″ affinché la Fininvest “pagasse cospicue somme di denaro alla mafia” così “agganciando una realtà imprenditoriale che sarebbe diventato un vero e proprio impero”, scrivono i giudici.

“Può dunque ritenersi provato, all’esito dell’analisi delle risultanze probatorie acquisite sul tema in esame, che anche dopo la morte di Stefano Bontate e l’ascesa al vertice dell’associazione mafiosa di Salvatore Riina, gli imputati Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà mantennero costanti rapporti con cosa nostra in particolare adoperandosi, almeno fino agli inizi degli anni ’90, affinchè il gruppo imprenditoriale facente capo a Silvio Berlusconi pagasse cospicue somme di danaro alla mafia”, si legge nelle motivazioni di condanna di secondo grado.

“Entrambi hanno dunque consapevolmente posto in essere condotte dirette a procurare al sodalizio mafioso ingenti illeciti profitti costituiti da somme di denaro percepite a titolo estorsivo. L’avere agito quale tramite tra l’organizzazione criminale mafiosa e la vittima dell’estorsione, percependo personalmente il danaro e consegnandolo nelle mani dei mafiosi, ha indubbiamente integrato per il Cinà, come fondatamente ritenuto dal Tribunale, una tipica condotta punibile ai sensi dell’art. 416 bis c.p. avendo procurato per diversi anni all’intera organizzazione mafiosa il rilevante vantaggio costituito dalla riscossione di ingenti somme di denaro che hanno consolidato e rafforzato le singole famiglie mafiose, ed il sodalizio criminoso nel suo complesso. Quanto all’imputato Marcello Dell’Utri, va ribadito che egli all’epoca dei fatti non era socio di Berlusconi, nonostante fosse divenuto sin dal 1983 consigliere delegato di Publitalia, società che costituiva il polmone finanziario della Fininvest, ed uno dei manager indubbiamente più vicini all’imprenditore milanese assieme a Fedele Confalonieri. Egli ha operato ponendo in collegamento l’estorto con i mafiosi che intendevano costringere la vittima a corrispondere loro ingenti somme di denaro”.

“Ciò Dell’Utri ha potuto fare proprio perché ha mantenuto negli anni, mai rinnegandoli ed anzi alimentandoli, i suoi amichevoli e continuativi rapporti con esponenti mafiosi, in stretto contatto con i vertici di cosa nostra, che hanno accresciuto nel tempo il loro peso e spessore criminale in seno al sodalizio proprio grazie alla possibilità, loro assicurata dall’imputato, di accreditarsi come tramiti con quel facoltoso imprenditore divenuto nel tempo uno dei più importanti esponenti del mondo economico-finanziario del paese, prima di determinarsi verso un impegno personale anche in politica”.

Secondo i giudici “Deve dunque ritenersi provato che l’imputato Marcello Dell’Utri, ricorrendo all’amico Gaetano Cinà ed alle sue autorevoli conoscenze e parentele, ha svolto la contestata attività di ‘mediazione’ operando come specifico canale di collegamento tra l’associazione mafiosa cosa nostra, in persona di Stefano Bontate, all’epoca uno dei suoi più autorevoli esponenti, e Silvio Berlusconi, imprenditore milanese in rapida ascesa economica in quella ricca regione, così ponendo in essere una condotta che ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento ed al rafforzamento del sodalizio mafioso consistito nel procurare, con l’iniziativa dei due imputati, l’appetibile occasione di acquisire una cospicua fonte di guadagno ‘agganciando’, come si vedrà per molti anni, una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico. E’ certamente configurabile pertanto a carico del Dell’Utri (e del Cinà) il contestato reato associativo, non potendo condividersi la tesi difensiva secondo cui l’imputato nell’occasione avrebbe agito non con l’animus dell’’agente assicurativo’ di Cosa Nostra, bensì esclusivamente allo scopo di trovare una soluzione in grado di garantire la sicurezza dell’amico e dei suoi familiari pesantemente minacciati. Si trascura di considerare infatti che la condotta di Marcello Dell’Utri è risultata decisiva nell’apportare consapevolmente all’organizzazione mafiosa un contributo al suo rafforzamento avendo consentito a Vittorio Mangano e quindi a cosa nostra di avvicinarsi a Silvio Berlusconi avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni”.

13.11.10

Pompei crolla, loro mangiano

di Emiliano Fittipaldi e Claudio Pappaianni

Invece di occuparsi del patrimonio archeologico, Bondi e Bertolaso hanno speso milioni di euro per 'eventi' e 'progetti' sull'area dei loro amici. E per una visita del premier, che poi ha pure bidonato

Per Pompei le risorse ci sono, si tratta di saperle spendere", affermava due anni fa Sandro Bondi, annunciando che il 28 ottobre 2008 Berlusconi avrebbe visitato il sito archeologico più famoso del mondo. Chissà se il ministro per i Beni culturali sapeva che per quella visita il commissariato straordinario voluto da lui medesimo stava bruciando un pacco di soldi. "Sessantamila euro per la visita del presidente del Consiglio", recita la voce della contabilità del commissariato, cui vanno aggiunti 11 mila euro per la "pulizia delle aree di visita del Presidente del Consiglio" e 9.600 euro per "l'accoglienza". Giustificazione dell'uscita: promozione culturale. Lavoro e migliaia di euro sperperati, visto che il Cavaliere a Pompei non ci metterà mai piede.

I soldi destinati alla visita del premier non sono gli unici, incredibili "investimenti" che i due commissari straordinari voluti da Bondi (prima il prefetto Renato Profili, poi Marcello Fiori della Protezione civile) hanno autorizzato durante la loro gestione per rilanciare il sito. "L'espresso" ha trovato l'elenco di (quasi) tutte le spese effettuate dalla struttura, denaro che forse sarebbe stato meglio utilizzare nella manutenzione e nel restauro dei templi e delle Domus degli scavi. "Ora è tardi, la scuola dei Gladiatori è crollata e non si può tornare indietro", dice un tecnico che chiede l'anonimato: "È una roba vergognosa, pazzesca, ha ragione il presidente Napolitano".

Tra stipendi da record, consulenze, operazioni di marketing e bizzarrie in odore di Cricca, a Pompei ci hanno mangiato in tanti. La lista comprende di tutto: ci sono 12 mila euro pagati per rimuovere 19 pali della luce; 100 mila per il "potenziamento dell'illuminazione" delle strade esterne al sito; 99 mila finiti a una ditta che ha rifatto "le transenne". Oltre 91 mila euro sono andati a un Centro di ricerche musicali per l'installazione di planofoni (strumenti per la diffusione del suono nello spazio), e 665 euro sono serviti a cambiare le serrature di un punto di ristoro. Quasi 47 mila euro sono serviti per metter in piedi l'evento "Torna la vite"; 185 mila per il progetto PompeiViva: soldi dati alla onlus romana CO2 Crisis Opportunity fondata da Giulia Minoli, figlia di Gianni e Matilde Bernabei, che ha avuto Gianni Letta come testimone di nozze. Lo sposo? Salvo Nastasi, direttore generale del ministero dei Beni culturali. Al piano di valorizzazione è stata chiamata anche Wind: importo previsto, 3,1 milioni di euro.

Le convenzioni, a Pompei, costano caro: 547 mila euro sono stati spesi per un progetto intitolato "Archeologia e Sinestesia" curato dall'Istituto per la diffusione delle Scienze naturali, altri 72 mila sono state dati all'associazione Mecenate 90 (presidente onorario il solito Gianni Letta, presidente Alain Elkann) per un'indagine conoscitiva sul pubblico, e ben 724 mila all'Università di Tor Vergata "per lo sviluppo di tecnologie sostenibili".

Qualche maligno sostiene che ci possa essere un conflitto d'interessi: Fiori, si legge nel suo curriculum, è stato docente universitario del corso "Pianificazione degli interventi per la sicurezza del territorio" proprio a Tor Vergata. Supermarcellino, come lo chiamano gli amici, fedelissimo di Guido Bertolaso, ex vice-capogabinetto di Rutelli, è l'uomo-chiave degli ultimi 18 mesi, l'esperto che afferma di aver speso il 90 per cento dei 79 milioni di euro a disposizione "per la tutela e la messa in sicurezza". Sarà, ma sono molte le spese che stonano. Passi per i 1.668 euro per i nuovi arredi del suo ufficio, ma forse i 1.700 euro per la divisa del suo autista o i 4 mila per la sua "parete attrezzata" poteva risparmiarli. Come i 10 mila per un altro ufficio presso l'Auditorium, i 113 mila per lo spettacolo "Pompei in scena" o i 955 mila per il "progetto multimediale" alla casa di Polibio.

A sei giorni dai crolli, sulle pietre della scuola dei Gladiatori sgambettano tre cani randagi, nonostante la Protezione civile abbia deciso di dare alla Lav ben 102 mila euro per "l'arresto dell'incremento" dei quadrupedi. La città antica è deserta, diluvia. "Stia attento alla pioggia, perché l'acqua qui uccide", raccomanda l'unico guardiano che si incontra in un'ora e mezza di visita. "La colpa di chi è? Dico solo che vedo sprechi, e troppa gente che litiga su cosa fare. E si sa che mentre 'o miedeco sturéa, 'o malato se ne more".

Mentre il medico "sturéa", studia, mentre si puntano fiches su progetti di comunicazione, Pompei va in pezzi. Gli esperti che hanno tentato diagnosi e cure sono decine, e hanno fallito tutti. Sbagliato cercare un unico colpevole.

Qualcuno ha puntato il dito su Francesco Rutelli, che quando era ministro accorpò la sovrintendenza di Pompei con quella di Napoli eliminando la figura del city manager. Altri ricordano le scelte "non consone" di ministri come Giulio Urbani e Rocco Buttiglione. Il primo nominò come manager responsabile un generale dell'Aeronautica suo vicino di ombrellone; il leader Udc puntò su un archeologo, Luigi Crimaco, che non aveva avuto incarichi di grande rilievo: prima di occuparsi della villa dei Misteri era direttore onorario del museo civico di Mondragone.

Negli ultimi due anni il luminare che si è affaccendato intorno al lettino del malato è stato Bondi, l'uomo che ha accettato, senza fiatare, i tagli-monstre imposti da Giulio Tremonti. "Vorrei vivere", diceva un mese fa "in un Paese dove un uomo pubblico viene giudicato per quello che fa. L'idea di affidare a un commissario straordinario della Protezione civile la rinascita di Pompei ha perfettamente funzionato". Infatti. La Corte dei Conti, già ad agosto, aveva criticato la decisione di consegnare gli scavi al dipartimento di Bertolaso ("Pompei non è un'emergenza"). Ora, i dati scovati da "L'espresso" indicano, forse, che non ci si è impegnati a dovere sulle priorità. La mostra "Pompei e il Vesuvio" promossa da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia (uno degli imprenditori del settore più amati dai Bertolaso boys, che gli concedono spesso incarichi senza gara) è costata oltre 600 mila euro, mentre per l'illuminazione della casa di Bacco sono stati usati 1,2 milioni.

Con l'avvento di Fiori la struttura commissariale, inoltre, è lievitata come un pan di Spagna. Dai cinque uomini di staff che affiancavano Profili (260 mila euro in tutto, il 20 per cento al prefetto) si passa a dodici. Viene pure incrementata, con un'ordinanza, la percentuale di risorse dedicata alla "copertura degli oneri della struttura commissariale". La dotazione prevista passa da 200 mila a 800 mila euro, ma non basta. A fine missione, la voce "funzionamento" sul bilancio del commissariato segna una spesa complessiva di oltre 2milioni e 300 mila euro. Numeri alla mano, si va dai 149 mila euro per Fiori, risorse che si aggiungono al suo già profumato stipendio da dirigente apicale del ministero, ai 125 mila per quattro co.co.co. di fiducia, ai 250 mila per il personale distaccato. Per tutti, il 22 ottobre 2009 il commissario autorizzava la ricarica di carte di credito "superflash" per "rimborsi spese di missione" per un importo pari a 185 mila euro.

La Uil Beni Culturali è da mesi che attacca la gestione commissariale. Lo scorso luglio il segretario generale Gianfranco Cerasoli ha presentato persino un esposto alle procure di Napoli e di Torre Annunziata. Il sindacalista, oltre alla questione stipendi, ha duramente criticato anche i lavori di restauro effettuati da Fiori. "In primis quelli per il Teatro Grande, dove la cavea è stata ricostruita con mattoni di tufo che nulla c'entrano, e dove si è lavorato con martelli pneumatici, scavatori e bobcat, in una zona dove bisognerebbe camminare a piedi nudi", spiega Cerasoli.

L'impresa affidataria è la Caccavo srl di Pontecagnano (Salerno): Profili chiude con loro un appalto da 449 mila euro, ma dopo un anno Fiori affida a loro altre "opere complementari al progetto" per 4,8 milioni. A cui vanno aggiunti altri incarichi, per un totale di 16 milioni di commesse in due anni. Altre presenze fisse nei lavori sono la ditta Maioli di Ravenna, quella di Vincenzo Vitiello (pare assai vicino alla curia) e di Alessandra Calvi, che ha lavorato vicino alla scuola crollata. In pochi la conoscono. "Io dico pure che dei 79 milioni che avevano i due commissari, l'importo destinato agli interventi di messa in sicurezza è pari appena al 52 per cento del totale", ragiona il sindacalista: "Mentre a tutti gli interventi di valorizzazione e comunicazione, su cui procura e Corte dei Conti dovrebbero guardare con attenzione, è andato il 48 per cento, pari a 38,2 milioni".

Bondi e Fiori fanno spallucce. Siamo gli unici, dicono, che hanno destinato 2 milioni alla manutenzione ordinaria. Verissimo. Ma a questi si sarebbero potuti aggiungere i 500mila euro destinati ai servizi per la stagione teatrale 2010-2011 (il San Carlo ne prende altri 142 mila, sempre giustificati dalla dicitura "messa in sicurezza"), i 275 mila girati a Legambiente per "la formazione di volontari", i 42 mila spesi per alcuni volumi di storia, o i 17 mila investiti in televisioni Lcd. Senza dimenticare i mille euro usati "per sfoltire" un pino vicino agli uffici della sovrintendenza. I rami, forse, impedivano la vista del panorama a qualche dirigente.

7.11.10

Il fai-da-te dei rottamatori

Curzio Maltese (La Repubblica)

Berlusconi e il berlusconismo sono malati, ma anche il Pd non si sente bene. Perché non c’era dirigente alla stazione Leopolda di Firenze ad ascoltare la pancia del partito? Perché a Roma i circoli hanno fischiato l’assemblea dei rottamatori, che tale non è stata, offrendo peraltro all’astuto Matteo Renzi la palla gol di un abbraccio e un applauso in risposta? Così i polemici, i rancorosi, insomma i cattivi sono sembrati gli altri. Paradossali strateghi di un partito che ha la pretesa di mettere d’accordo Fini e Vendola, Lombardo e Di Pietro, ma pare non sopportare che cinquemila dei propri sindaci, militanti ed elettori si ritrovino a discutere proposte per scuola e sanità, rifiuti e precariato, immigrazione e altre faccende assai concrete, evitando con cura anche soltanto di nominare Bersani e gli altri. Quella di Firenze non è un’assemblea di anti politica, ma l’esatto contrario. Una bella pubblicità per la buona politica, che è fatta anche da brava gente onesta, giovani amministratori e militanti idealisti, in maggioranza donne, pagati con pochi euro al mese. Da sindaci coraggiosi del Sud, e ce ne sono tanti alla Leopolda, che diventano notizia soltanto quando la camorra o la ‘ndrangheta gli spara in faccia, e comunque assai meno di Ruby o di Avetrana. Beppe Grillo, che sull’antipolitica ha costruito un bel business, ha infatti subito attaccato la manifestazione. Non si capisce quale destabilizzante minaccia possa arrivare da una due giorni di interventi di cinque minuti su questioni come educare alla raccolta differenziata, su sprechi energetici e diffusione del wireless, asili e assistenza agli anziani, centri di accoglienza e sostegno alla piccola impresa. Se nelle intenzioni di Matteo Renzi detto il rottamatore (uno che ogni tanto scivola in qualche atteggiamento da bullo politico) e di Pippo Civati c’è un’implicita critica al gruppo dirigente del Pd e magari l’ambizione personale, fra i cinquemila convenuti prevale la semplice voglia di capire dove vada il Pd. Un mistero che affascina anche noi osservatori esterni. Perché non si ricorda a memoria d’uomo un grande partito d’opposizione il quale, in presenza di un crollo della maggioranza, non riesca a guadagnare consensi. Anzi, riesce a perderne. I sondaggi accreditano al Pd oggi il 24 per cento. Due punti in meno dell’era Franceschini, segretario all’epoca in cui Berlusconi veleggiava verso il 70 per cento di gradimento, veniva portato in trionfo dai partigiani a Onna, sembrava aver ripulito Napoli dalla spazzatura e L’Aquila dalle macerie, quando nell’orizzonte azzurro perenne del berlusconismo non s’erano manifestati né la rottura con Fini né quella con Veronica, Noemi e le altre, il ritorno della monnezza e la disoccupazione giovanile al 24 per cento. In tanto trambusto, il Pd ha soltanto perso lo zero virgola ogni mese, fino a oggi. Con il rischio di non avere neppure toccato il fondo. In una eventuale campagna elettorale il Pd non può infatti contare su nessun argomento forte, scavalcato in tutti dalla concorrenza. Sulla difesa della legalità e l’antiberlusconismo, ormai sinonimi, il Pd è meno efficace di Di Pietro e ora anche di Fini e Famiglia Cristiana, sulle questioni sociali e ambientali, per dire il precariato o il nucleare o la privatizzazione dell’acqua, è meno chiaro di Vendola e Grillo, sulla laicità e i diritti civili più ambiguo di tutti i nominati più i radicali, sull’immigrazione non ne parliamo. Perfino sulle legge elettorale il Pd non ha ancora scelto una linea, fra quattro o cinque possibili. Una simile indeterminatezza può rivelarsi un vantaggio se si tratta di affastellare alleanze da Fini a Vendola, di andare al governo con Lombardo in Sicilia e inviare intanto qualche sherpa dalla Lega, oppure per ipotizzare un governo tecnico con Draghi o Pisanu o Montezemolo o chiunque. Ma è piuttosto normale che un elettorato normale s’interroghi sul perché il Pd non si comporti da normale partito d’opposizione e cioè chieda le elezioni subito per sostituirsi con un proprio leader e un proprio programma a una maggioranza e un governo al capolinea. Nell’attesa che l’esigenza di un programma elettorale sia condivisa dai dirigenti, un pezzo della base del Pd lancia da Firenze il fai-da-te. A partire dai problemi reali, tanto evocati da Bersani. Legge Biagi, privatizzazione dell’acqua, finanziamento pubblico delle scuole private, Tav e nucleare, voto agli immigrati, piano per l’energia, politica fiscale, riforma della giustizia e via elencando tutti i temi sui quali il principale partito dell’opposizione non ha ancora compiuto una scelta netta. Renzi e Civati raccoglieranno le proposte e le esperienze migliori per mandarle a Roma, dove si spera non vengano rottamate. Visto da Firenze, il problema del Pd non sembrano le facce, ma le idee.

1.11.10

Alcohol 'more harmful than heroin' says Prof David Nutt

Alcohol is more harmful than heroin or crack, according to a study published in medical journal the Lancet.

The report is co-authored by Professor David Nutt, the former UK chief drugs adviser who was sacked by the government in October 2009.

It ranks 20 drugs on 16 measures of harm to users and to wider society.

Gavin Partington, of the Wine and Spirit Trade Association, said alcohol abuse affected "a minority" who needed "education, treatment and enforcement".

The study also said tobacco and cocaine are judged to be equally harmful, while ecstasy and LSD are among the least damaging.
Harm score

Prof Nutt refused to leave the drugs debate when he was sacked from his official post by the former Labour Home Secretary, Alan Johnson.

He went on to form the Independent Scientific Committee on Drugs, a body which aims to investigate the drug issue without any political interference.

One of its other members is Dr Les King, another former government adviser who quit over Prof Nutt's treatment.

Members of the group, joined by two other experts, scored each drug for harms including mental and physical damage, addiction, crime and costs to the economy and communities.

Graphic comparing the harmfulness of various substances

The BBC's home editor, Mark Easton, writes in his blog that the study involved 16 criteria, including a drug's affects on users' physical and mental health, social harms including crime, "family adversities" and environmental damage, economic costs and "international damage".

The modelling exercise concluded that heroin, crack and methylamphetamine, also known as crystal meth, were the most harmful drugs to individuals, but alcohol, heroin and crack cocaine were the most harmful to society.

When the scores for both types of harm were added together, alcohol emerged as the most harmful drug, followed by heroin and crack.
'Valid and necessary'

The findings run contrary to the government's long-established drug classification system, but the paper's authors argue that their system - based on the consensus of experts - provides an accurate assessment of harm for policy makers.

"Our findings lend support to previous work in the UK and the Netherlands, confirming that the present drug classification systems have little relation to the evidence of harm," the paper says.

"They also accord with the conclusions of previous expert reports that aggressively targeting alcohol harms is a valid and necessary public health strategy."

In 2007, Prof Nutt and colleagues undertook a limited attempt to create a harm ranking system, sparking controversy over the criteria and the findings.

The new more complex system ranked alcohol three times more harmful than cocaine or tobacco. Ecstasy was ranked as causing one-eighth the harm of alcohol.

It also contradicted the Home Office's decision to make so-called legal high mephedrone a Class B drug, saying that alcohol was five times more harmful. The rankings have been published to coincide with a conference on drugs policy, organised by Prof Nutt's committee.
'Extraordinary lengths'

Prof Nutt told the BBC: "Overall, alcohol is the most harmful drug because it's so widely used.

"Crack cocaine is more addictive than alcohol but because alcohol is so widely used there are hundreds of thousands of people who crave alcohol every day, and those people will go to extraordinary lengths to get it."

He said it was important to separate harm to individuals and harm to society.

The Lancet paper written by Prof Nutt, Dr King and Dr Lawrence Phillips, does not examine the harm caused to users by taking more than one drug at a time.

Mr Partington, who is the spokesman for the Wine and Spirit Trade Association, said millions of people enjoyed alcohol "as part of a regular and enjoyable social drink".

"Clearly alcohol misuse is a problem in the country and our real fear is that, by talking in such extreme terms, Professor Nutt and his colleagues risk switching people off from considering the real issues and the real action that is needed to tackle alcohol misuse," he said.

"We are talking about a minority. We need to focus policy around that minority, which is to do with education, treatment and enforcement."

A Home Office spokesman said: "Our priorities are clear - we want to reduce drug use, crack down on drug-related crime and disorder and help addicts come off drugs for good."

21.10.10

Antigua, una storia italiana

di Lorenzo Campani

Per Errol Cort il 25 dicembre del 2004 è stato sicuramente un Natale da ricordare.

Ritornava a casa dopo un lungo viaggio con un bel regalo: 500 milioni di dollari caraibici, qualcosa in più di 140 milioni di euro.

Il regalo era per il paese di cui era Ministro delle Finanze: Antigua e Barbuda.

Per quel dono il premier Baldwin Spencer lo ringraziò pubblicamente nel suo discorso alla nazione il 5 gennaio 2005. Del resto in un sol colpo, quel Natale, il debito estero della piccola isola caraibica si riduceva del 24%, un quarto, passando dal 65% al 41% del PIL.

C'era di che festeggiare, anche perchè si chiudeva un doloroso capitolo di una lunga storia.

Una storia molto italiana. Errol Cort infatti quel Natale ritornava da Roma.

Tutto comincia quando Maradona arriva a Napoli, a Sanremo vincono Albano e Romina e Craxi come Presidente del Consiglio cancella la scala mobile e salva le televisioni di Silvio Berlusconi.

E' il 1984 e qualcuno dall'altra parte dell'oceano mette gli occhi su un piccolo gioiello.

La chiamano Deep Bay, è una striscia di sabbia tra l'oceano e la laguna a nord-ovest dell'isola di Antigua.

Un posto da cartolina. Un posto così.

Il progetto prevede la costruzione di un albergo di lusso. A realizzarlo c'è la Deep Bay Development Company, società statale di Antigua. Ma non è sola.

I soldi infatti vengono dall'Italia che garantisce un prestito milionario per quest'opera e per un'altra struttura: l'Heritage Quay, un centro commerciale duty-free a cinque stelle.

Il prestito viene garantito dalla Sace, società interamente pubblica che assicura le aziende italiane che lavorano in paesi esteri.

Sì, perchè dall'Italia non arrivano solo soldi. Arrivano anche imprese e lavoratori.

Il tutto è documentato in un lungo rapporto stilato dall'USAID, l'agenzia per lo sviluppo internazionale del governo degli Stati Uniti.

Dentro quel rapporto c'è un piccolo bignami dell'avventura immobiliare italiana ad Antigua, dei suoi sviluppi e delle sue conseguenze.

Si parla del progetto del Royal Antiguan Hotel a Deep Bay e delle lamentele dell'AHTA, l'associazione degli operatori turistici, perchè l'opera è stata quasi interamente realizzata dagli italiani senza benefici per i lavoratori e le imprese locali.

Stesse imprese e lavoratori che nel 1988 andranno a lavorare alla costruzione del "K club" il resort di lusso voluto dalla stilista italiana Krizia (si incavola parecchio se l'associate al nome Craxi) e che viene identificato come un caso esemplare: duecento acri ceduti dal governo di Antigua sui cui, secondo il rapporto, è stato costruito senza tutte le necessarie autorizzazioni e danneggiando il delicato ambiente naturale.

Per l'affare Royal Antiguan Hotel, che ha così pesantemente indebitato Antigua, il governo in carica vuole procedere contro l'ex primo ministro Lester Bird, ora all'opposizione. Viene accusato di aver favorito i propri interessi personali.

Lui considera il tutto un attacco giudiziario per colpirlo politicamente e attende fiducioso nella villa acquistata dalla società Flat Point Development, la stessa che ha venduto a Silvio Berlusconi, oggi suo vicino di casa nella Nonsuch Bay.

Come è noto infatti il Presidente del Consiglio dal 2005, quando ancora ad Antigua festeggiavano la cancellazione del debito italiano, ha cominciato la costruzione di alcune ville nell'isola. A seguire il progetto c'è l'architetto Gianni Gamondi, progettista di fiducia di Silvio Berlusconi che l'esperienza in loco ce l'ha già: è lui ad aver realizzato il "K Club" di Krizia.

Il rapporto speciale del Presidente del Consiglio italiano con Antigua e Barbuda continua anche nel settembre 2005 durante una sessione dell'Onu a New York. In un incontro bilaterale con la delegazione caraibica Silvio Berlusconi promette pressioni sui partner europei per la cancellazione anche del debito internazionale. Quello italiano era già stato cancellato l'anno prima.

Baldwin Spencer ringrazia di cuore.

Chi invece non ha molto da gioire e ringraziare sono i contribuenti italiani: la sintesi delle vicenda, al netto dei particolari esotici, è piuttosto brutale e anch'essa molto italiana.

Venti anni fa, il governo presieduto da Bettino Craxi decide di finanziare con soldi pubblici la costruzione di resort e strutture di lusso nei Caraibi.

Soldi che, in una partita di giro, sono finiti ad imprese italiane. Un copione ultra collaudato e ampiamente documentato dalle inchieste sulla cooperazione italiana e sulla stessa Sace. A corollario c'è anche l'arricchimento personale della classe politica locale.

Vent'anni dopo, il governo presieduto da Silvio Berlusconi (più che un amico per Craxi) cancella il 90% del prestito e degli interessi maturati pari a circa 160 milioni di euro, accontentandosi di un "pagherò" di 14 milioni di euro.

E' andata peggio ad un altra isola caraibica: per la cancellazione dei soli 40 milioni di euro di debito di Haiti nei confronti dell'Italia si è dovuto attendere il devastante terremoto del 2010. Non tutti hanno una Deep Bay.

Intanto gli investimenti turistici e immobiliari italiani ad Antigua riprendono capitanati dal Presidente del Consiglio.

Incrociate le dita. Ci si rivede tra vent'anni.

Qui o ai Caraibi.

14.10.10

Il Cile che rinasce dal sottosuolo - Miracolo a Copiapò

Due articoli a confronto. Il primo su La Repubblica dello scrittore e poeta Luis Sepulveda il secondo dell'inviato Roberto Da Rin su Il Sole 24 Ore. Le differenze si commentano da sole.

Il Cile che rinasce dal sottosuolo

di LUIS SEPULVEDA

IL Cile è un paese che cresce nelle tragedie. Il poeta Fernando Alegría ha scritto: "Quando ci colpisce un temporale o ci scuote un terremoto, quando il Cile non può più essere sicuro delle sue mappe, dico infuriato: viva il Cile, merda!". Nel mese di agosto, con la metà del sud del paese ancora tra le rovine provocate dal terremoto del 27 febbraio, giunse l'allarme dal nord, dal deserto di Atacama e venimmo a sapere che 33 minatori erano rimasti intrappolati.

Erano rimasti imprigionati, dopo il crollo di una miniera di proprietà di un'impresa che violava tutte le regole di sicurezza sul lavoro.

Trentatré uomini, uno dei quali boliviano, sono rimasti intrappolati a 700 metri di profondità per 69 giorni finché, nonostante lo spettacolo mediatico organizzato dal governo, hanno cominciato a uscire uno dopo l'altro dalle profondità della terra.

Mentre scrivo queste righe ne sono già usciti una decina, sono usciti in piedi, ricevendo il caloroso saluto dei loro compagni di lavoro che li hanno cercati e trovati, e che hanno scavato la dura roccia promettendo loro, con il sobrio linguaggio dei minatori, che li avrebbero tirati fuori da lì.

Quando è uscito il primo, il presidente Piñera ha ringraziato Dio e la nomenclatura per ordine di importanza negli incarichi, ma ha dimenticato di ringraziare i minatori della Pennsylvania, che avendo sperimentato una tragedia simile si sono fatti solidali con i loro lontani colleghi di Atacama e hanno messo a disposizione le conoscenze tecniche - la cultura mineraria - e parte dei macchinari che hanno reso possibile il salvataggio.

Mentre tiravano fuori il secondo minatore, che usciva dal caldo e dall'umidità di quella reclusione a 700 metri sottoterra per affrontare il clima secco e i 10 gradi sotto zero del deserto, il presidente Piñera non ha resistito alla tentazione di un'altra conferenza stampa "in situ", il cui unico tratto rilevante è stata una vacillante dichiarazione d'intenti a favore della sicurezza sul lavoro dei minatori. Nella sua evidente goffaggine, Piñera non dice che proprio la destra cilena ha incarnato la più feroce opposizione a un regolamento sulla sicurezza del lavoro, sostenendo che i controlli sono sinonimo di burocrazia e attentano alla libertà di mercato.

Durante il suo show, carico di gesti religiosi, Piñera ha omesso qualsiasi riferimento alla triste situazione degli altri duecento e passa minatori della stessa impresa, che lavoravano nella stessa miniera e che da agosto non ricevono il loro salario.

Indubbiamente, è emozionante vederli uscire, uno per uno, e ancor più emozionante è vedere che quei minatori, nonostante i regali promessi, un viaggio in Spagna per vedere una partita del Real Madrid, un viaggio in Inghilterra per vedere una partita del Manchester United, un iPhone di ultima generazione, un viaggio in Grecia, e perfino diecimila dollari per uno donati da un imprenditore cileno che aspira a diventare presidente del Paese, nonostante tutto questo continuano a essere dei minatori e proprio per questo hanno annunciato la creazione di una fondazione che si preoccupi della situazione di tutti i minatori colpiti dal crollo della miniera.

Tirarli fuori da lì è stata una prodezza, ma una prodezza di tutti quelli che hanno sudato finché non ce l'hanno fatta. E la maggior prodezza sarà ottenere che in Cile si rispettino le norme di sicurezza sul lavoro perché non accada mai più che 33 minatori scompaiano nelle viscere della terra.
(Traduzione di Luis E. Moriones)

Miracolo a Copiapò: i minatori riemergono tra applausi e lacrime

di Roberto Da Rin

Una notte gelida, un cielo stellato, la sabbia del deserto di Atacama che si appiccica dappertutto. Cinquecento tecnici, duemila giornalisti. Quando la capsula Phoenix arriva in superficie, un urlo di gioia. Quando Florencio Avalos esce, un'epifania di bandiere e di palloncini. È il primo a riemergere dopo 69 giorni nelle viscere della miniera San José. Il primo dei «Los 33», i minatori cileni imprigionati a 700 metri di profondità dal 5 agosto.
Il casco rosso, l'imbragatura di sicurezza, gli occhiali con le lenti protettive, Florencio, un bel ragazzo di 31 anni, alza le mani in segno di ringraziamento, abbraccia la moglie, stringe al petto il corpicino esile del figlioletto Byron. Poi la liturgia dei saluti: il primo al presidente Sebastian Piñera, poi alla primera dama (la first lady), a seguire un abbraccio ai soccorritori.
Quaranta minuti dopo Florencio Avalos, è la volta di Mario Sepulveda, 39 anni. Non c'è un protocollo e Mario improvvisa uno show irresistibile: si sfila una borsa a tracolla e offre rocce, come fossero cioccolatini, a ciascuno dei rescatistas, i soccorritori. Abbraccia la moglie, ma solo un attimo, si divincola dicendole «noi due avremo tempo dopo». Si dirige verso le transenne dietro le quali lo aspettano i figli e altri parenti, urla «Viva Chile! mierda!», poi gesticola come un centravanti dopo il gol, come fosse sotto la tribuna dei suoi hoolingans. Poi aggiunge: «Non voglio che mi trattino nè come un artista nè come un animatore, sono un minatore». Alla fine ritorna sulla piattaforma, a fianco della capsula, va dritto dritto dalla primera dama, qualcuno teme una gaffe in mondovisione. E lui: «Señora, cosa le posso dire? sono stato due mesi sotto terra». Segue una risata liberatoria, sua, dei soccorritori e di tutto l'establishment cileno.
Il prossimo è Juan Illanes, 51 anni, ormai è notte fonda, circa le due. Dalle viscere della terra aveva fatto sapere d'esser abituato agli eventi storici, era arruolato tra le file dell'esercito cileno nel 1978 quando Argentina e Cile sfiorano la guerra per la disputa sul "conflitto del canale di Beagle". Nessuno show, solo abbracci e sorrisi. È la volta del boliviano Carlos Mamani, l'unico straniero del gruppo. Grande compostezza, la sua, davanti all'emozione dei parenti arrivati da un piccolo centro andino a quasi 4mila metri di altitudine.
Le immagini che scorrono sui quattro megaschermi montati a Campo Esperanza, proprio a fianco dello sterrato che porta a boca mina, davanti al braccio della gru che trascina su la capsula, sono di grande potenza espressiva: fotogrammi e brevi filmati che mostrano la forza di quei trentatré minatori, la calma e l'equilibrio delle famiglie, la meraviglia della tecnologia cilena, l'efficienza dell'organizzazione. Per Javier Soto, un pastore evangelico di stanza al Campamento da un mese e mezzo «questo è un miracolo di Dio, è una storia che supera, quarant'anni dopo, la vicenda dei rugbisti uruguayani, sopravvissuti a un incidente aereo sulle Ande per alcune settimane».
C'è chi la pensa diversamente e critica la mediatizzazione dell'evento, diventato un vero e proprio reality show. Oltre ai tecnici e ai giornalisti non sono mai mancati i clown per i bambini, i carabinieri in divisa che giocano a calcio con i ragazzi più grandi, i cantastorie che intrattengono i familiari, gli esperti della Nasa che dispensavano consigli, i gruppi musicali in cerca di successo, i sopravvissuti uruguayani con precedenti di antropofagia.
C'è chi giura che in Cile, entro breve, sugli schermi televisivi verrà trasmesso una nuova versione del Gran Hermano, il Grande Fratello sudamericano. Sarà el Gran minero. Circola anche un altro progetto: la vicenda dei 33 potrebbe diventare presto il soggetto di una produzione cinematografica. Il premio Oscar spagnolo Javier Bardem - secondo una voce che rimbalza sulla stampa Usa - è stato contattato per diventarne protagonista.
Il film racconterà la storia del salvataggio, dal giorno dell'esplosione della miniera, alla conclusione delle operazioni di recupero dei 33 minatori, dopo due mesi di sopravvivenza in una galleria della miniera.
Intanto, l'altoparlante di Campo Esperanza ogni mezz'ora diffonde l'elenco dei minatori salvati e di quelli che si apprestano a uscire. «I quaranta minuti per risalita si ridurranno a trenta», annuncia il presidente Piñera. Al Campamento i familiari si abbracciano e ringraziano: i tecnici, il governo, il presidente Piñera, persino i giornalisti. Ma il lieto fine di quest'incredibile vicenda trova spiegazioni diverse. Qualche ora fa sbuca dal tunnel Mario Gomez, il più anziano di tutti, 63 anni. Appena fuori alza una bandiera cilena con i nomi dei suoi compagni, si inginocchia e prega.
«La sua è una conversione, forse una rinascita» spiega Luis, il fratello. Invece Veronica Quispe, la compagna del boliviano Carlos Mamani, rievoca la forza della terra: «È terra di miniere, è stata una decisione della pachamama», la madre-terra degli aymara e di altri popoli andini. Per Nelly, madre di Victor Zamora, è una farfalla bianca. «È un gesto del cielo che ha salvato un gruppo di minatori qualche attimo prima del crollo del 5 agosto. Los 33 mi hanno detto che in miniera era entrata una farfalla bianca, si sono distratti e non sono saliti sul camion, schiacciato pochi attimi dopo dal crollo nel budello del giacimento».
Proprio quando gli occhi di Nelly si perdono nella luce accecante del deserto di Atacama, piovono dalle cancellerie messaggi di complimenti. Barack Obama, Lula, il Papa, Barroso, Merkel, Frattini, Kirchner, Sarkozy. E Maradona.

RITORNO ALLA LUCE

Forza cileni!
«Vamos, vamos, chilenos, que esta noche los vamos a sacar» (Forza, forza, cileni, che questa notte li tiriamo fuori!) È il grido incitamento dei 14 soccorritori, prima di iniziare l'operazione di salvataggio San Lorenzo
Lotta fra Dio e Satana
Il secondo minatore a uscire dalla miniera dopo Florencio Avalos è Mario Sepulveda, 39 anni, elettricista, diventato l'eroe dei tabloid inglesi per aver chiesto ai soccorritori una bambola gonfiabile per i suoi colleghi. Quando è tornato in superficie, il minatore soprannonimato «Supermario» e «jolly del mazzo» ha detto: «Stavo con Dio e con il diavolo. Hanno lottato per avermi ed ha vinto Dio, mi ha afferrato, in nessun momento ho dubitato che Dio mi avrebbe tirato fuori di lì. Non voglio essere trattato come un artista o un giornalista, per favore. Voglio essere trattato come Mario Antonio Sepulveda, lavoratore, minatore»
La Vita Nova del veterano
Appena sbucato dalla capsula, Mario Gomez, 63 anni, il veterano del gruppo, ha alzato una bandiera cilena con i nomi dei suoi compagni, si è inginocchiato ed ha pregato: «Sono cambiato, sono un altro uomo. Spesso, occorre che qualcosa accada per riflettere e capire che la vita è unica, e pensare che bisogna cambiare»

IL SALVATAGGIO RECORD DEI 33

Occhiali tricolore, gli stessi di Armstrong

Operazione San Lorenzo Il trionfo parla italiano

Plutonite, a me gli occhi!
Gli occhiali che indossano i minatori quando tornano alla luce sono gli stessi usati dal ciclista Lance Armstrong. Il modello Radar di Luxottica è fatto con la plutonite, speciale materiale brevettato dall'azienda italiana. Si tratta di occhialoni avvolgenti (a lato li indossa Jimmy Sanchez, il quinto minatore recuperato) che permettono la protezione non solo frontale ma anche periferica dell'occhio, il colore della lente è blu scuro. Questa particolare protezione serve a proteggere gli occhi degli uomini che hanno vissuto nella penombra per due mesi
L'empatia del ministro
Anche il ministro delle risorse minerarie Laurence Golborne, uno dei protagonisti della saga della miniera di Copiapò, ne ha indossato un paio per empatia con i 33 minatori
L'ingegnere di Pisa
C'è anche un ingegnere italiano fra i soccorritori della miniera sulle Ande cilene impegnato nell'operazione di salvataggio «San Lorenzo». È Stefano Massei (a sinistra nella foto), 56 anni, pisano, specializzato nelle perforazioni, che ha usato la macchina con cui l'Enel Green Power cerca giacimenti geotermici di acqua bollente per far girare le centrali elettriche cilene. Ieri ha spiegato che il terreno cileno è molto simile alla Toscana
Le tecnologie di Bergamo
Parlano italiano anche i sistemi e i macchinari di tesatura della Tesmec di Grassobbio (Bergamo), che rendono sicura la tensione delle funi con cui sono stati inviati generi alimentari e sono stati recuperati alcuni minatori, e le gru per attrezzare le trivelle di perforazione della Fassi Gru di Albino (sempre in provincia di Bergamo)

12.10.10

Una Spa per gestire le scuole

Giorgio Santilli

Il governo studia «Scuole spa», l'ipotesi di una società per azioni cui conferire la proprietà degli edifici scolastici e la competenza per la loro manutenzione e messa in sicurezza, oggi in carico agli enti locali.
Il progetto è allo studio dei ministeri dell'Economia, dell'Istruzione e delle Infrastrutture, che ci stanno lavorando in questi giorni per produrre un piano operativo e forse un provvedimento legislativo entro il mese di ottobre. La formula allo studio viene considerata dal Mef «inedita», l'innovazione punterebbe a un miglior utilizzo dei «flussi di spesa» per reperire nuove risorse, ma i dettagli sono ancora in via di definizione.
L'ipotesi allo studio prenderebbe in considerazione anche la partecipazione al progetto degli enti previdenziali che potrebbero entrare nel capitale della società per azioni. Il rendimento sarebbe garantito dall'incasso di canoni di locazione pagati dagli enti locali, oggi proprietari degli immobili interessati al progetto. La formula, vicina a un project financing freddo, potrebbe essere aperta ad altri soggetti pubblici e privati. Come nel caso del social housing l'operazione potrebbe coinvolgere le fondazioni bancarie mentre al momento è esclusa la partecipazione della Cassa depositi e prestiti. Al ministero della Pubblica istruzione fanno notare che il consenso degli enti locali è uno degli aspetti delicati dell'operazione.
Alla nuova società potrebbero andare una parte dei finanziamenti destinati dal Cipe all'edilizia scolastica per la messa in sicurezza degli edifici esistenti. Si tratta di un miliardo di euro di cui già sono stati assegnati 226 milioni per l'Abruzzo e 358 della prima tranche del piano nazionale. Restano da assegnare ancora 416 milioni per cui il ministero delle Infratsrutture stava già preparando un'istruttoria da portare al Cipe, garantendo la quota di riserva per il Mezzogiorno, data dall'utilizzo dei fondi Fas. A questi fondi si potrebbero aggiungere altre risorse pubbliche bloccate per le procedure eccessivamente farraginose.
A far capire che un'accelerazione sull'edilizia scolastica fosse in corso era stato nei giorni scorso lo stesso ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che aveva annunciato la messa a punto di interventi per potenziare e migliorare la manutenzione scolastica soprattutto nel Mezzogiorno.
Da tempo, d'altra parte, il tema dell'intervento nelle scuole è oggetto di un confronto fra il governo e i costruttori dell'Ance che aveva avanzato, attraverso la propria struttura Ispredil, proposte di partecipazione dei privati, basata proprio sul modello del canone pagato dagli enti locali per ciascun alunno.
I dati sono rilevanti. I punti di erogazione del servizio per l'istruzione gestiti da comuni e province sono 42mila per un totale di 62 milioni di metri quadrati di superficie, di cui circa il 40% esposta ad elevato rischio sismico e il 7% ad elevato rischio idrogeologico.
Gli studenti, fruitori dei servizi, sono 7,8 milioni. Il ministero dell'Istruzione ha rilevato che 14.700 edifici a livello nazionale presentano urgente necessità di manutenzione straordinaria per la messa in sicurezza. Per 10mila di essi è stata ipotizzata, dai tecnici che hanno svolto la rilevazione per l'anagrafe ministeriale degli edifici, la demolizione. Per gli interventi più urgenti sarebbero necessari subito, secondo stime della Protezione civile, 13 miliardi di euro.
Non è escluso che alla Scuole spa potrebbe essere assegnato anche lo svolgimento di servizi di mensa o di assistenza agli studenti o anche di aggiornamento prfessionale dei docenti. L'importo bandito per lavori nelle scuole è stato, negli ultimi cinque anni, in media di 1,8 miliardi di euro l'anno, mentre la spesa per consumi energetici si attesta sugli 1,5 miliardi di euro l'anno.

11.10.10

Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere

di GIUSEPPE D'AVANZO
Veleni e disinformazione diventano verità. Dal caso del giudice Vaudano, a Igor Marini e Telekom Serbia. Dagli avvertimenti a Marrazzo a Boffo, Fini e Marcegaglia. Il sistema usato è quello della "opposition research", lo stesso confessato dall'americano Stephen Marks in un libro dal titolo "Confessioni di un killer politico"


Ci si può anche svagare e chiamare il direttore del giornale di Silvio Berlusconi Brighella. Brighella, come la maschera della commedia dell'arte che nasce nella Bergamo alta: un attaccabrighe, un briccone sempre disponibile "a dirigere gli imbrogli compiuti in scena, se il padrone lo ricompensa bene". Un bugiardo che di se stesso può scrivere senza arrossire: "Sono insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico. Mi manca la stoffa del cortigiano". La canzonatura finirebbe per nascondere un meccanismo, un paradigma che trova nell'uomo che dirige il giornale del Capo soltanto un protagonista di secondo ordine e nel lavoro sporco, che accetta di fare, solo uno dei segmenti di un dispositivo di potere. Tuttavia. Da qui è necessario muovere. Dal mestiere del direttore del giornale di Berlusconi in quanto la barbarie italiana, che trasforma in politica la compravendita del voto e quindi la corruzione di deputati e senatori, definisce informazione - e non violenza o abuso di potere - la torsione della volontà, la sopraffazione morale di chi dissente dal Capo attraverso un'aggressione spietata, distruttiva, brutale che macina come verità fattoidi, mezzi fatti, fatti storti, dicerie poliziesche, irrilevanti circostanze, falsi indiscutibili. Un'atrocità che pretende di restare impunita o quanto meno tollerata perché, appunto, giornalismo. Ma, quella roba lì, la si può dire informazione? È un giornalista, il direttore del giornale di Silvio Berlusconi? Il suo mestiere è il giornalismo?


Vediamolo al lavoro nel "caso Boffo", quindi nel momento inaugurale in cui egli mette a punto quel che, con prepotente mafiosità, gli uomini vicini al capo del governo definiscono ora "il metodo Boffo".
Sappiamo come sono andate le cose. Dino Boffo critica, con molta prudenza, lo stile di vita di Berlusconi e si ritrova nella lista dei cattivi. Dirige un giornale cattolico e non può permettersi di censurare il capo del governo. Deve avere una lezione che dovrà distruggerlo senza torcergli un capello. Il colpo di pistola che liquida il direttore dell'Avvenire è la prima pagina del giornale di Berlusconi. Sarà presentato così: "Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi e impegnato nell'accesa campagna di stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell'uomo con il quale aveva una relazione". Le prove dell'omosessualità di Boffo? Non ci sono. L'unico riscontro proposto - un foglietto presentato come "la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore" - è uno strepitoso falso. In un Paese non barbarico il giornalista autore di quello "sconclusionato e sgrammaticato distillato di falsità e puro veleno costruito a tavolino per diffamare", come scrive Boffo, avrebbe avuto qualche rogna. Forse avrebbe visto irrimediabilmente distrutta la sua reputazione perché, caduto l'Impero sovietico, la calunnia consapevole non può essere definita giornalismo. Non accade nulla. Anche i petulanti "liberali" - intimoriti o complici - tacciono, ieri come oggi. Si rifiutano di prendere atto che in quel momento - agosto 2009 - si inaugura la metamorfosi di un minaccioso dispositivo politico che già si era esercitato - con un altro circuito, con altri uomini - tra il 2001 e il 2006.

Nella XIV legislatura, durante il II e il III governo Berlusconi s'era già visto all'opera un network di potere occulto e trasversale concentrato nel lavoro di disinformazione e specializzato in operazioni di discredito. Un "apparato" legale/clandestino scandaloso, ma del tutto "visibile". Era il frutto della connessione abusiva dello spionaggio militare (il Sismi di Nicolò Pollari) con diverse branche dell'investigazione, soprattutto l'intelligence business della Guardia di Finanza; con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing; con la Security privata di grandi aziende come Telecom, dove è esistita una "control room" e una "struttura S2OC" "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: poteva entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato". Ricordiamo quel che accadde (ormai agli atti e documentato). Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, questa piattaforma spionistica pianifica operazioni - "anche cruente" - contro i presunti "nemici" del neopresidente del Consiglio. Ne viene stilato un elenco. Si raccolgono dossier. Quando è necessario si distribuiscono nelle redazioni amiche, controllate o influenzate dal potere del Capo e trasformate in officine dei veleni. Per dire, il giudice Mario Vaudano è un "nemico". Pochi lo conoscono, ma ha avuto un ruolo fondamentale nell'inchiesta Mani Pulite. Era in quegli anni al ministero di Giustizia e si occupava delle rogatorie estere richieste dal pool di Milano. Se ne occupava con grandi capacità e la sua efficienza lo trasforma in una "bestia nera" da annientare. Tanto più che il giudice - incauto - vince un concorso per l'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF: protegge gli interessi finanziari dell'Unione europea, contrastando la frode, la corruzione, ogni altra forma di attività illegale). La nomina di Mauro Vaudano "viene bloccata personalmente da Berlusconi" (Corriere della sera, 11 aprile 2002) mentre si mette in moto il dispositivo. Un ufficio riservato del Sismi spia il bersaglio (anche la moglie francese del giudice, Anne Crenier, giudice anche lei, scoprirà e denuncerà di essere stata spiata dal Sismi con intrusioni nella sua posta elettronica). Il fango raccolto sarà depositato nella redazione del giornale di Berlusconi. Campagna stampa. Intervento del ministro di giustizia che alla fine avvierà contro il povero giudice un'inchiesta disciplinare.

Qui non importa capire se queste mosse sono configurabili come reato. È necessario comprenderne il movimento, isolare i protagonisti, afferrare i modi e l'azione di un potere micidiale - politico, economico, mediatico - capace di stritolare chiunque. È un potere che si dispiega in quegli anni, come oggi, contro l'opposizione politica, contro uomini e istituzioni dello Stato rispettose del proprio ufficio pubblico e non piegate al comando politico, contro il giornalismo non conforme. Una commissione d'inchiesta parlamentare - Telekom Serbia - diventa fabbrica di miasmi. Con lo stesso canone. Si scova un figuro disposto a non andare troppo per il sottile. Si chiama Igor Marini. Lo presentano come consulenze finanziario, come conte, è un facchino dell'ortomercato di Brescia. Lo si consegna ai commissari e quindi alla stampa amica. Quello diventa un fiume in piena. Rivelazioni clamorose accusano l'intero vertice dell'opposizione (Prodi, Fassino, Dini, Veltroni, Rutelli, Mastella). Il giornale del Capo dedicherà trentadue (32) prime pagine alle frottole di quel tipo oggi in galera per calunnia. Alla vigilia delle elezioni 2006 la consueta macchina denigratoria si muove ancora contro Romano Prodi, leader dell'opposizione. L'ufficio riservato del Sismi prepara un falso documento. Lo si accusa di aver sottoscritto accordi tra Unione europea e Stati Uniti che legittimano i sequestri illegali della Cia come il rapimento in Italia di Abu Omar. Il dossier farlocco sarà pubblicato su Libero, direttore Vittorio Feltri, dal suo vice Renato Farina, ingaggiato e pagato dal Sismi, reo confesso ("... ammetto i rapporti intrattenuti con uomini del Sismi in qualità di informatore, ammetto di avere accettato rimborsi dal Sismi, ammetto di aver intervistato i Pm Spataro e Pomarici per carpire informazioni da trasmettere al Sismi..."), condannato a sei mesi di reclusione per favoreggiamento, radiato dall'Ordine dei giornalisti, oggi parlamentare del Popolo della libertà.

In questi casi scorgiamo un antagonista che irrita o inquieta il Capo, l'attività storta di un istituzione, il ruolo decisivo dell'informazione controllata dal Capo. Quel che accade a Vaudano e Prodi sono soltanto due campioni di un catalogo che, nella XV legislatura - questa - ha trovato altri protagonisti e un nuovo schema di lavoro a partire da una solida convinzione: la politica è del tutto mediatizzata, ogni azione politica si svolge all'interno dello spazio mediale e dipende in larga misura dalla voce dei media. È sufficiente allora fabbricare e diffondere messaggi che distorcono i fatti e inducono alla disinformazione, fare dello scandalo la più autentica lotta per il potere simbolico, giocare in quel perimetro la reputazione dei competitori, degli antagonisti, dei critici, soffocare la fiducia che riscuotono, e il gioco è fatto. Rien ne va plus. È un congegno che impone al giornalismo di essere più rigoroso, più lucido, più consapevole.
Altra storia se si parla del Brighella che dirige il giornale del capo del governo. Bisogna coglierne il ruolo, nel congegno, e definirne il lavoro. Vediamo il suo modus operandi. Individua il nemico del Capo da colpire, magari se lo lascia suggerire anche se non gli "manca la stoffa del cortigiano". Raccoglie tutte le informazioni lesive che si possono reperire, fabbricare e distorcere intorno a un fatto isolato dal suo contesto. È una pratica che ha un nome. Non è una pratica giornalistica. È, negli Stati Uniti, la componente chiave di ogni campagna politica. Si chiama opposition research. Per farla bisogna "scavare nel fango", come racconta uno dei maestri di questo triste mestiere, Stephen Marks. Colpito da una certa stanchezza morale e personale, Marks ha rivelato le sue tattiche e quelle della sua professione in un libro intitolato "Confessioni di un Killer Politico", Confessions of Political Hitman. È abbastanza semplice il lavoro, in fondo. I consulenti politici del Candidato indicano chi sono gli uomini più pericolosi per il suo successo. I sondaggisti individuano quali sono le notizie che possono maggiormente danneggiare il politico diventato target. Ha inizio la ricerca. Documenti d'archivio, dichiarazioni alla stampa, episodi biografici, investimenti finanziari, interessi finanziari, dichiarazioni di redditi, proprietà e donazioni elettorali. Insomma, una ricostruzione della vita privata e pubblica del politico preso di mira. A questo punto le informazioni raccolte selezionate tra le più controproducenti per l'avversario da distruggere vengono trasformate in messaggi ai media e in informazioni lasciate trapelare ai giornalisti. Questo è il lavoro del "killer politico" e bisognerà dire che, anche se nello stesso ramo dell'assassinio politico, l'impegno del direttore del giornale di Berlusconi è più comodo. Non ha bisogno di fare molte ricerche. Se gli occorrono documenti qualche signore, per ingraziarsi il Capo, glieli procura. In alcuni casi, è lo stesso Capo che si dà da fare (è accaduto con i nastri delle intercettazioni di Fassino, consegnati ad Arcore e da lui smistati al giornale di famiglia; è accaduto con il video di Marrazzo).

L'informazione è, in questo caso, politica senza alcuna mediazione e potere senza alcuna autonomia perché l'una e le altre sono nelle mani del Capo. Quindi, se non ci sono in giro carte autentiche, si possono sempre fabbricare come nel "caso Boffo". Se non si vuole correre questo rischio, si può sempre ripubblicare quel che è stato già pubblicato, metterci su un bel titolo disonorevole e ripeterlo per due settimane. Colpisci duro, qualcosa si romperà. Per sempre. Questa è la regola. Chi colpire? No problem. Sa da solo chi sono i "nemici" del suo Capo. Quel Fini, ad esempio. Subito lo definisce "il Signor Dissidente". È il dissenso che è stato chiamato a punire. Lo sa riconoscere nella sua fase aurorale. Scrive: "Il Signor Dissidente non è stato zitto. Anzi, ha parlato troppo (...) ha ribadito le critiche al governo e al suo capo, la sua contrarietà alla politica sull'immigrazione, alle posizioni della Lega in proposito, alle leggi sulle questioni etiche". Il Signor Dissidente parla? Deve essere punito. Come? Il direttore annuncia: "È sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme". (Il Giornale,14 settembre 2009).

Il "giornalismo" di Vittorio Feltri è questo: minaccia, violenza, abuso di potere. Non importa sapere qui se è anche un reato. Dopo il character assassination in serie di questi dodici mesi, ne sappiamo abbastanza per giudicare. Ora non è rilevante conoscere se a questo "assassino politico", dunque a un professionista di una "macchina politica" e non informativa, si deve riconoscere lo status di giornalista. Non glielo si può riconoscere. È un political hitman. È un altro mestiere. Non è un giornalista. Non è lui il problema. Il problema è il suo Capo. Come non è in discussione la libertà di informare o la libertà di fare un giornalismo d'inchiesta. Quel che si discute è la minaccia che precede il lavoro d'inchiesta; è un giornalismo, un finto giornalismo agitato, come nel caso di Emma Marcegaglia, quasi fosse un manganello per fare piegare il capo al malcapitato. Quel che è importante adesso sapere è quanti sono nella vita pubblica italiana coloro che, ricattati dal Capo con questi metodi, tacciono? O spaventati da questi metodi tacceranno? Con quale rassegnazione si potrà accettare un congegno che consegna al capo del governo la reputazione di chiunque, come una sovranità sulle nostre parole, pensieri, decisioni?

Il giornalismo davanti a un incrocio

di Barbara Spinelli

Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione.

I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio.

La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040.

Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film di Orson Welles).

Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate).

Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa.

Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno.
Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.

Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».

Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori.

Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.

Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7).

Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».

4.10.10

La forza degli sconfitti

Non molti mesi fa, quando Angela Merkel fu catturata da calcoli politici talmente piccoli e brevi da perdere di vista l’interesse del proprio stesso Paese al salvataggio europeo della Grecia, il filosofo Jürgen Habermas scrisse un articolo importante sulla Zeit, il 20 maggio, in cui la mise in guardia da una paura comune a tanti europei: «Il timore delle armi di distruzione di massa che sono i tabloid popolari non vi fa vedere le armi di distruzione di massa dei mercati finanziari».

È una paura introversa, nazionalista, che rischia soprattutto di vanificare quello che per mezzo secolo è stato in Germania il principale punto di forza, appreso secondo il filosofo grazie all’Olocausto: un’attitudine popolare diffusa a mutare mentalità, ad assumersene le «fatiche infinite», a riconoscere che esistono necessità che generano nuove libertà. La Repubblica Federale nacque con queste qualità. Edificò con Parigi l’Europa, forte delle istituzioni federali che perfezionò in patria e che facilitarono un pensiero post-nazionale.
Si accinse all’immane impresa dell’unificazione, di cui oggi celebra il decimo anniversario, e che ebbe costi altissimi: in 10 anni, più di 1.500 miliardi di euro. Come scrive Bernd Ulrich sulla Zeit del 30 settembre, l’unificazione smosse anche le sicumere della vecchia Repubblica di Bonn, immettendo in essa «16 milioni di punti interrogativi».

Questo adattamento tedesco alla sovranità ridotta (a una «costellazione postnazionale», dice Habermas) ha vissuto ripetute stasi, ma ora sta rivenendo in superficie, potente. Spinto dagli eventi, e dalla consapevolezza che Berlino con le sole proprie virtù non si salva né in Europa né nel mondo, il governo tedesco ha scelto ancora una volta l’Europa: non solo ha consentito al salvataggio della Grecia, ma con tenacia vuole adesso che l’Unione si dia nuove regole per affrontare crisi future. Come scrive Beda Romano, sono le stesse antiche virtù - costanza, tenacia, pazienza - che oggi spiegano l’inattesa ripresa dell’economia tedesca, il realismo ineguagliato dei sindacati, infine la scelta di «impegnarsi in prima fila per il futuro dell’Europa» chiedendo norme più severe e federali per frenare i deficit pubblici (Il Sole - 24 Ore, 1-10-10).

Di qui l’appoggio tedesco alla riforma, proposta il 29 settembre dall’esecutivo europeo, del Patto di stabilità: una riforma che toglie agli Stati il potere di bloccare le sanzioni con una maggioranza di due terzi, creando una disciplina automatica gestita dall’Unione, trasformata di fatto in governo economico. Ancora una volta dunque la Germania è pronta a mutare, e a dare un’impronta europea alla propria leadership economica: purché tuttavia gli alleati colgano l’occasione, scorgendo in essa un’occasione non tedesca ma di tutti.

La storia dimostra che tale condizione è essenziale, perché la paziente costanza tedesca non è affatto continuativa. La preferenza per una costellazione postnazionale si è attenuata quando il Paese, riunificandosi, ha riacquisito parte della sovranità. La sua scommessa europea si è fatta più scettica, egoista: lo slancio di Adenauer e Brandt, di Schmidt e Kohl, si è appannato.
Ma è un appannamento non dovuto solo al computo di tornaconti nazionali male intesi: il computo di chi vede nell’Europa un «interesse esterno», estraneo a quello interno. La regressione tedesca si manifesta ogni qual volta gli alleati (Parigi in primis) si mostrano prigionieri della chimera della sovranità, e si convincono che il suo limite sia un’opzione anziché un fatto.

Quando Kohl trattò con Mitterrand l’unità tedesca offrì la rinuncia al marco in cambio di un’unione politica europea, e non l’ottenne. Non l’ottenne né da Parigi né dagli Stati dell’Est, appena usciti dall’incubo della sovranità limitata teorizzata da Brezhnev nel ’68. Seguirono anni in cui egemone dell’Unione divenne Blair. Oggi non è più così, ma gli animi rimangono riottosi: altre proposte di Berlino sono state respinte, durante la crisi greca, a cominciare dal Fondo monetario europeo e dalla revisione dei trattati.

Resta che la crisi ha messo fine allo stallo europeo, nonostante i cavalieri inesistenti delle sovranità nazionali e le loro armi distruttive. Gli stessi veleni delle dispute tedesche sulla Grecia (i tabloid che invitavano a non pagare per i peccaminosi; la certezza che l’autarchica disciplina fosse un bastevole scudo) hanno prodotto, omeopaticamente, quello di cui l’Europa ha più bisogno: una grande contesa sulla natura dell’Unione.

D’un tratto negli Stati, e specialmente in Germania, si è iniziato a parlare delle condotte degli alleati come di condotte di concittadini di un’unica pòlis. Nello stesso momento in cui si riconosceva che malato non era l’euro ma i singoli deficit pubblici, economie e bilanci cominciavano a esser dibattuti come affare interno europeo.

La necessità della globalizzazione apriva nuovi spazi di libertà, inventiva. Sulla Frankfurter Allgemeine, Klaus-Dieter Frankenberger scrisse, il 26 agosto: «La crisi dell’euro, che è in realtà crisi dei debiti pubblici, può infine riesumare quel che restò incompiuto o fallì alla nascita dell’euro: l’unione politica». Secondo il grande storico Heinrich August Winkler, il neo-nazionalismo tedesco può grazie a tale crisi esser superato: «Nel giro d’una notte, essa risvegliò negli europei la coscienza che nel frattempo era nata qualcosa come una politica interna europea». Quando l’età pensionabile, i salari degli statali, le linee sindacali, la disciplina di bilancio, il debito pubblico d’un singolo diventano oggetti di disputa in altri Stati dell’Unione, quel che si crea è, anche se all’inizio distorto, spazio pubblico europeo: «Al progetto Europa, la crisi offre l’occasione insperata: esso deve esser di nuovo legittimato; non può più essere un progetto di élite» (Frankfurter Allgemeine, 13-8-10).

La Germania ha un vantaggio rispetto a altri europei. Ha una storia maledetta: non mascherabile, falsificabile, come nella Francia postbellica di De Gaulle, nell’Italia delle amnesie, nella Grecia succube per decenni del potere militare Usa. La sconfitta le ha insegnato a vedere le sciagure delle sovranità nazionali totali. Anche la sconfitta dello Stato comunista l’ha aiutata, perché i tedeschi dell’Est sono entrati nell’Ovest tedesco iniettandovi una predisposizione ai mutamenti mentali, ai sacrifici dello status quo, che i connazionali ricchi stavano smarrendo.

Naturalmente, la tentazione di regredire esiste: nello stesso momento in cui apre all’Europa, ad esempio, Berlino torna a chiedere per se stessa (e non per l’Unione) un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Lo stesso Joschka Fischer fu incostante, come ministro degli Esteri: nel famoso discorso all’Università Humboldt, il 12 maggio 2000 a Berlino, propose una Costituzione europea prima dell’allargamento. Poi fece marcia indietro, sulla scia dell’11 settembre, preferendo a istituzioni più forti un allargamento alla Turchia che desse all’Unione dimensioni geografiche più grandi. I criteri di Copenhagen, che impongono ai Paesi candidati non solo disciplina economica ma sovranità delegate e un riconoscimento della superiore autorità dell’Unione - ricorda Winkler - si persero per strada. È il motivo per cui l’allargamento ha funzionato male, e rischia di degenerare se il rafforzamento delle istituzioni non torna a esser prioritario.

Se a un certo punto scemano costanza e tenacia, è perché la crisi è una lama a doppio taglio: può produrre presa di coscienza ma anche nuove illusioni, e l’infausta passione dell’impazienza descritta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito: «L’impazienza esige l’impossibile, cioè il raggiungimento del fine ma senza i mezzi». Nell’Unione, l’impazienza ti fa credere che basta invocare l’Europa, senza darle i mezzi per esistere.