20.1.11

Dov´è finita la vergogna

Guido Crainz (La Repubblica)

Ogni fase della vita di una nazione contiene in sé una rivelazione, nel bene come nel male, e i giorni che stiamo vivendo sembrano farci cogliere la progressiva "scomparsa della vergogna".

Dopo aver progressivamente smarrito la capacità di indignarci – che implica codici di riferimento e vincoli collettivi – stiamo forse per compiere un altro passo. "Stiamo sprofondando in una nuova era", diceva negli anni Ottanta un personaggio di Altan, ed è forte la sensazione che stia accadendo anche oggi: ce lo suggeriscono non solo le intercettazioni pubblicate ma anche alcuni commenti ad esse. Quasi a giustificazione del premier e delle sue amiche, è stato scritto ad esempio (e non su un blog del Partito della Libertà) che in fondo "il mondo è pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l´indulgenza all´esame o al capo ufficio per fare carriera". è lecito chiedersi, mi sembra, che Paese siamo diventati. Si pensi poi alla privacy che viene strenuamente invocata a difesa del Cavaliere: dimenticando costantemente che essa è stata messa immediatamente fuori causa dalla telefonata del Premier alla questura di Milano, dal suo contenuto e dalle sue modalità (oltre che dalla immediata comparsa sulla scena di una eletta alla Regione Lombardia, che era stata inserita d´autorità nella lista blindata del cattolicissimo governatore Formigoni).
Si avverte davvero l´urgenza che la classe dirigente nel suo insieme pronunci quel "sermone della decenza", quel pronunciamento solenne sui limiti invalicabili che Barbara Spinelli ha invocato ieri benissimo su queste pagine. Purtroppo quel pronunciamento non sembra imminente e in questi giorni hanno tenuto campo invece non pochi "sermoni dell´indecenza".
è inevitabile ripensare ai primi anni Novanta e al crollo della "prima repubblica". Quel crollo fu accelerato e non frenato dal tentativo parlamentare di salvare Bettino Craxi e dal vasto sussulto di indignazione collettiva che esso suscitò: in caso di "assoluzione parlamentare" del Cavaliere – con una ulteriore dichiarazione di guerra alla giustizia e alla magistratura – sembra difficile prevedere oggi qualcosa di simile a quella mobilitazione. Anche su essa però occorre riflettere molto criticamente, perché anche gli abbagli e le semplificazioni di allora possono aiutarci a capire. Fu un grave errore considerare quel sussulto nel suo insieme solo un segno di diffusa sensibilità civile e non cogliervi anche alcuni degli umori peggiori dell´antipolitica: senza l´agire di essi non comprenderemmo perché quella fase si sia conclusa con il trionfo di Silvio Berlusconi e di Umberto Bossi. Fu un devastante autoinganno attribuire ogni colpa al ceto politico, contrapponendogli una virtuosa società civile: come se non fosse stata attraversata anch´essa da quella profonda mutazione antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva colto. E non è possibile rimuovere che corpose espressioni della "società civile" che si era modellata negli anni Ottanta furono immesse realmente nelle istituzioni dalla Lega e da Forza Italia, con gli effetti che abbiamo sotto gli occhi. C´è naturalmente da chiedersi perché altre, ben diverse e positive parti di "società civile" siano state largamente ignorate dalle forze politiche che si contrapponevano a Berlusconi e a Bossi, ma giova restare al cuore del problema.
Si ripetè in realtà vent´anni fa l´errore che Massimo D´Azeglio coglieva alle origini del nostro Stato: "Hanno voluto fare un´Italia nuova e loro rimanere gli italiani vecchi di prima (…) pensano a poter riformare l´Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna che gli italiani riformino se stessi" (la frase, come si vede, è molto più illuminante di quella che gli viene abitualmente attribuita). Non va dunque mitizzata la reazione della società italiana dei primi anni Novanta alla crisi della politica, ma all´interno di essa vi fu anche sussulto civico, vi fu anche l´idea di una diversa etica pubblica, vi furono anche umori e passioni civili. Essi riemersero poi ancora negli anni successivi, diedero spesso vigore e anima a un centrosinistra che dimostrò presto la propria inadeguatezza sia al governo che all´opposizione. Indubbiamente l´assenza di una reale prospettiva di cambiamento ha contribuito poi potentemente al diffondersi di disincanto e di rassegnazione, di sensi diffusi di impotenza, di ripiegamenti nel silenzio (e talora di nuovi, sconsolati conformismi). Ha reso progressivamente più deboli quelle diverse e disperse parti della società che non volevano rinunciare a un futuro differente. Più ancora, non volevano rinunciare al futuro. Sarebbe però di nuovo un errore cercare le colpe solo nella politica senza interrogarsi più a fondo sui processi profondi che hanno attraversato in questi anni la società italiana. Nel vivo delle più ampie mobilitazioni civili vi erano stati spesso, ad esempio, quei "ceti medi riflessivi" su cui ha richiamato l´attenzione Paul Ginsborg: la storia di questi anni è però anche la storia del loro progressivo isolamento culturale e sociale, non solo politico. è anche la storia dell´affermarsi di forme moderne di incultura se non di "plebeismo" – per dirla con Carlo Donolo – nello stesso "cuore ansioso dei ceti medi", sempre più incapaci di svolgere ruoli di "incivilimento". Ma ancor più a fondo dovremmo spingere lo sguardo per cogliere lo spessore del baratro che abbiamo scavato, a partire dalla dissipazione quasi irreversibile dei beni pubblici o dalla distruzione delle risorse e – più ancora – delle speranze delle generazioni più giovani.
A sconsolanti riflessioni rimanda del resto anche il clima in cui sono stentatamente iniziate le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell´Unità, ed è impietoso il raffronto con l´Italia del primo centenario. In quel 1961 non vi era solo l´entusiasmo per il "miracolo economico": assieme alle condizioni materiali quell´Italia stava migliorando sensibilmente anche il proprio orizzonte di libertà. Stava mettendo mano all´attuazione reale di una Costituzione che era stata "congelata" negli anni della guerra fredda, stava rimuovendo pesanti residui del fascismo e dando voce a sensibilità sin lì inedite. Più in generale, si stava presentando anche sullo scenario internazionale come una realtà nuova, e si leggono oggi con emozione le parole che John Fitzgerald Kennedy pronunciò al Dipartimento di Stato proprio in occasione del nostro centenario. In quel discorso il Presidente degli Stati Uniti giudicava l´Italia "l´esperienza più incoraggiante del dopoguerra" e vedeva al tempo stesso "nella tradizione di Mazzini, Cavour e Garibaldi, come di Lincoln e di Washington" il riferimento possibile per un "nuovo Risorgimento" internazionale (le parole sono sempre di Kennedy). Non saranno molti i capi di Stato che si rivolgeranno a noi con accenti simili nelle celebrazioni in corso, ma quelle lontane parole di Kennedy smentiscono drasticamente chi ci dice con desolante rassegnazione che "siamo sempre stati così". E ci dicono che potremmo ricostruire anche oggi un futuro diverso: difficilissimo, quasi impensabile, ma disperatamente necessario.

16.1.11

L'onore di Cipputi

Rossana Rossanda

Hanno votato tutti i salariati, a Mirafiori, sull'accordo proposto dall'amministratore delegato Marchionne. Tutti, una percentuale che nessuna elezione politica si sogna. E sono stati soltanto il 54% i sì e il 46% i no, un rifiuto ancora più massiccio di quello di Pomigliano. Quasi un lavoratore su due ha respinto quell'accordo capestro, calato dall'alto con prepotenza, ed esige una trattativa vera.
Per capire il rischio e la sfida di chi ha detto no, bisogna sapere a che razza di ricatto - questa è la parola esatta - si costringevano i lavoratori: o approvare la volontà di Marchionne al buio, perché non esiste un piano industriale, non si sa se ci siano i soldi, vanno buttati a mare tutti i diritti precedenti e al confino il solo sindacato che si è permesso di non firmare, la Fiom, o ci si mette contro un padrone che, dichiarando la novità ed extraterritorialità di diritto della joint venture Chrysler Fiat, si considera sciolto da tutte le regole e pronto ad andare a qualsiasi rappresaglia. L'operaia che è andata a dire a Landini «io devo votare sì, perché ho due bambini e un mutuo in corso, ma voi della Fiom per favore andate avanti» dà il quadro esatto della libertà del salariato. E davanti a quale Golem si è levato chi ha detto no. Tanto più nell'epoca che Marchionne, identificandosi con il figlio di Dio, ha definito «dopo Cristo», la sua.
Si vedrà che farà adesso, con la metà dei dipendenti che gli ha fatto quel che in Francia chiamano le bras d'honneur e la sottoscritta non sa come si dica in Italia, ma sa come si fa; perché alla provocazione c'è un limite, o almeno c'era. Nulla ci garantisce, né ci garantirebbe anche se avesse votato «sì» l'80 per cento delle maestranze, che Marchionne sia interessato a tenere la Fiat, a farla produrre quattro volte quanto produce ora, a presentare quali modelli e se li venderà in un mercato europeo stagnante, nel quale la Fiat stagna più degli altri. Se avesse intelligenza industriale, o soltanto buon senso, riaprirebbe un tavolo di discussione, scoprirebbe le sue carte, affronterebbe il da farsi con chi lo dovrà fare. Questo gli hanno mandato a dire i lavoratori di Pomigliano e quelli di Mirafiori.
Da soli, solo loro. Perché la famiglia Agnelli, già così amata dalla capitale sabauda da aver pianto in un corteo interminabile sulle spoglie dell'ultimo della dinastia che aveva qualche interesse produttivo, l'avvocato, non ha fatto parola. In questo frangente si è data forse dispersa, non si vede, non si sente, pensa alla finanza.
Né ha fatto parola il governo del nostro scassato paese, che pure, quale che ne fosse il colore, ha innaffiato la Fiat di miliardi, ma si lascia soffiare l'ultimo gioiello in nome della vera modernità, che consiste nel sapere che non si tratta di difendere né un proprio patrimonio produttivo, né i propri lavoratori - quando mai, sarebbe protezionismo, da lasciare soltanto agli Usa, alla Francia e alla Germania che si prestano a raccogliere le ossa dell'ex Europa. A noi sta soltanto competere con i salari dell'Europa dell'Est, dell'India e possibilmente della pericolosa Cina.
Tutti i soloni della stampa italiana hanno perciò felicitato Marchionne che, sia pur ingloriosamente e sul filo di lana, è passato.
La sinistra poi è stata incomparabile. Quella politica e le confederazioni sindacali. Aveva dalla sua parte storica, che è poi la sua sola ragione di esistere, una Costituzione che difende come poche i diritti sociali in regime capitalista. Gli imponeva - gli impone - quel che chiamano il modello renano, un compromesso non a mani basse, keynesiano, fra capitale e società, che garantisce in termini ineludibili la libertà sindacale. Fin troppo se le confederazioni sono riuscite fra loro, attraverso qualche articolo da azzeccagarbugli dello statuto dei lavoratori, a impegolarsi in accordi mirati a far fuori i disturbatori, tipo i fatali Cobas, per cui oggi nessuno osa attaccarsi all'articolo 39, che - ripeto - più chiaro non potrebbe essere. La Cgil ha strillato un po' ma avrebbe preferito che la Fiom mettesse una «firma tecnica» a quel capolavoro suicida. Quanto ai partiti non c'è che da piangere. D'Alema, che sarebbe dotato di lumi, Fassino, Chiamparino, Ichino, il Pd tutto hanno dichiarato che se fossero stati loro al posto degli operai Fiat - situazione dalla quale sono ben lontani - avrebbero votato sì senza batter ciglio. Diamine, non c'erano intanto 3.500 euro da prendere? Ma che vuole la Fiom, per la quale è stato coniato lo squisito ossimoro di estremisti conservatori?
Molto basso è l'onore d'Italia, scriveva un certo Slataper. Da ieri lo è un po' meno. Salutiamo con rispetto, noi che non riusciamo a fare granché, quel 46% di Cipputi che a Torino, dopo Pomigliano, permette di dire che non proprio tutto il paese è nella merda.

13.1.11

«Noi madri orientali. Inflessibili e migliori»

Una prof cinese di Yale: così ho educato le mie bimbe. Si accende il dibattito?

Giuliana Ferraino

«Perché le madri cinesi sono superiori» è il titolo di un saggio pubblicato sabato sul Wall Street Journal. Da allora questo non solo è l'articolo più letto e commentato del sito online, con oltre 3.600 post di lettori il numero aumenta di ora in ora, ma sta spopolando anche su Facebook: lo hanno già condiviso ben 187.462 amici dato aggiornato a ieri sera.

Di che si tratta? L'autrice Amy Chua, una professoressa di Legge alla Law School dell'Università di Yale, insegna a tirar su i propri figli per farli diventare piccoli geni in matematica vedi i risultati degli studenti di Shanghai negli ultimi test Pisa dell'Ocse e prodigi nella musica. Alla base del successo dei giovani cinesi, sostiene Chua, c'è infatti il metodo educativo imposto dalle madri cinesi.
Avete presente le dolcissime mamme italiane super apprensive e iper protettive con i loro bambini anche quando non sono più bambini? Ebbene le mamme cinesi sono esattamente l'opposto dello stereotipo italiano. La madre italiana è una chioccia, quelle cinese è una tigre. Come suggerisce il titolo del libro da cui è estratto il saggio di Chua, «Inno di battaglia della madre tigre».

Il metodo cinese è fatto di disciplina, rigore e severità, all'ennesima potenza. Secondo l'autrice è proprio la coercizione che porta ad eccellere. Ed elenca alcune delle regole messe in pratica con le sue due figlie, Sophia e Louisa. Il decalogo include non invitare o andare dagli amici a giocare, non dormire fuori casa, non guardare la tv o giocare con i videogames, non lasciare ai figli la scelta delle attività extra-scolastiche, pretendere il massimo dei voti.

Troppo? Perfino quando i genitori occidentali pensano di essere severi non si avvicinano neppure lontanamente alle madri cinesi. Per dare un'idea, Chua racconta come riuscì a far imparare a Louisa, quando aveva circa 7 anni, a suonare al pianoforte un pezzo del compositore francese Jacques Ibert, «Il piccolo asino bianco». Un pezzo molto bello, ma assai complicato per una bambina, perché «le mani devono suonare ritmi completamente diversi in modo schizofrenico», ricorda. Lulu non riusciva a suonarlo. Nemmeno dopo una settimana di esercitazioni non stop. Così la madre tigre diventa un'aguzzina. Nasconde l'amata casa delle bambole della figlia, e promette di regalarla pezzo a pezzo all'Esercito della Salvezza, se non imparerà «Il piccolo asino bianco» alla perfezione per l'indomani. Minaccia di farle saltare pranzo e cena, di non farle più regali a Natale, di abolire la festa di compleanno per 2, 3, 4 anni di fila. La offende chiamandola pigra, codarda, smidollata, patetica.
Nemmeno l'intervento del marito Jed ferma la madre tigre, perché quelli non sono insulti, lei sta «solo motivando» la figlioletta, si giustifica. La madre tigre è disposta ad «essere odiata». Ma non rinuncia al suo metodo. Così torna dalla figlia e continua a torturarla, usando «ogni arma e tattica» che le viene in mente. Madre e figlia provano al piano per tutta la sera fino a notte fonda, saltando la cena. Lulu non può alzarsi nemmeno per bere o per andare in bagno. La casa ormai è «una zona di guerra», piena di urli. Poi all'improvviso Lulu riesce a suonare il pezzo. È «talmente raggiante» che non vorrebbe più smettere di suonare.

La morale di Chua è che i genitori occidentali si preoccupano molto dell'autostima dei loro figli. Ma come genitore, una delle cose peggiori che si possono fare per l'autostima del proprio figlio è di farlo arrendere davanti a un ostacolo, dice. Non c'è niente di meglio per acquistare fiducia che scoprire di poter fare qualcosa che non si pensava di saper fare.

Ma può l'eccellenza nella musica o in altre discipline scientifiche fare la felicità dei nostri figli? E bastano queste abilità per avere successo nella vita? Su questi dilemmi si stanno confrontando i lettori. A valanga. Nei post si trova di tutto. Certo, prevale l'indignazione per il sistema da lager. Che ne è inoltre, molti si chiedono, della creatività, della socialità, dell'importanza di imparare a fare squadra? Il metodo cinese, però, riscuote anche consensi, soprattutto da quanti e non sono pochi credono che il permissivismo dei Paesi occidentali sia andato troppo oltre. Di sicuro il tema è «caldo», perché tocca temi sensibili come l'educazione dei figli, le differenze culturali e il nazionalismo. La discussione è aperta.

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12.1.11

Marchionne e lo stipendio del dipendente Fiat

Opzioni e titoli gratuiti portano i compensi del leader Fiat a 38 milioni l' anno
Mucchetti Massimo
In questi giorni si riparla dei compensi di Sergio Marchionne. Sono troppi? Sono giustificati? Vale la pena di seguire il consiglio di Raffaele Mattioli: fare i conti prima di fare filosofia. E vale la pena di farli come se si dovesse rispondere al Dodd-Frank Act, la riforma finanziaria di Obama che farà testo anche in Chrysler. I numeri, dunque. Dal giugno 2004 al 2009, i compensi annuali, compreso l' accantonamento per la liquidazione riportato in nota, ammontano a 35,6 milioni di euro. Fa una media di 6,3 milioni l' anno che, per comodità nei conteggi successivi, ipotizziamo essere anche la paga del 2010 non ancora nota. Poi, come ricorda Andrea Malan sul Sole 24 Ore, ecco 4 milioni di azioni gratuite disponibili a fine 2012, ovvero 69,8 milioni alle quotazioni del 7 gennaio. Infine, 19,42 milioni di stock option esercitabili quest' anno al prezzo medio di 9,64 euro che, alla stessa data, valevano 143,8 milioni, di cui 115 immediatamente realizzabili. In 79 mesi al vertice della Fiat, Marchionne totalizza un valore pari a 255,5 milioni. Ovvero 38,8 milioni l' anno. E ora il confronto. Secondo il Dodd Frank Act, la paga del capo va paragonata al salario mediano versato dal gruppo. La legge italiana non esige questa notizia. Ci dobbiamo perciò arrangiare con il costo del lavoro pro capite che, nel quinquennio 2005-2009, equivale a 37.406 euro e dal 2006 al 2009 cala dell' 8%. Morale: ogni anno Marchionne guadagna 1.037 volte il suo dipendente medio. C' è forse bisogno di un gesto, suggerisce Cirino Pomicino su Libero. Le imposte. Marchionne ha conservato la residenza fiscale nel cantone svizzero di Zug. Sull' Espresso, Maurizio Maggi ipotizza un certo risparmio sulle imposte che il top manager dovrebbe versare se trasferisse la residenza nel Paese dove forma il suo reddito. Non è stato smentito. Infine, il titolo Fiat e le regole. L' azione ordinaria raggiunge l' apice l' 8 luglio 2007, a quota 23,44 euro. La prima tranche di stock option, concessa nel 2004 ed esercitabile al prezzo di 6,583 euro, viene a maturazione nel 2008 e resta valida fino al 31 gennaio 2011. Ma nel corso del 2008 le quotazioni crollano da 15,5 a 4,8 euro. E così, nella primavera seguente, il periodo d' esercizio delle stock option viene spostato in avanti: dal primo gennaio 2011 alla stessa data del 2016. Il 10 giugno 2009 la Fiat firma l' accordo Chrysler, che già incorpora l' idea dello sdoppiamento del gruppo, che parte adesso. L' aggiornamento delle opzioni è scelta legittima, ma anche discussa, perché attenua il rischio implicito in questa parte variabile della retribuzione. Il farlo durante la gestazione di decisioni price sensitive alimenta il dubbio di un' asimmetria informativa a favore del beneficiario rispetto al mercato. Nelle start up della Silicon Valley le stock option hanno avuto un ruolo, ma nelle imprese mature? Enrico Cuccia e Cesare Romiti non vollero mai azioni di Mediobanca e di Fiat: per non essere condizionati da interessi personali e restare del tutto liberi di decidere, magari sbagliando, per il bene dell' impresa. Che va oltre quello dei suoi soci pro tempore. mmucchetti@corriere.it RIPRODUZIONE RISERVATA

Stilisti, attrici e imprenditori. Ecco chi aveva i soldi in Svizzera

Da Valentino alle Sandrelli, C'è anche Telespazio

Ci sono stilisti e imprenditori, attrici e gioiellieri, commercianti e dirigenti d'azienda, ma anche illustri sconosciuti che hanno evidentemente deciso di tenere all'estero i propri risparmi. Oltre settecento persone che adesso sono sotto inchiesta a Roma per omessa o incompleta dichiarazione fiscale. Tutte finite nell'ormai famosa «lista Falciani» che prende il nome da Hervé Falciani, il dipendente infedele della sede di Ginevra dalla banca inglese Hsbc scappato con l'elenco dei clienti di mezzo mondo che poi ha ceduto alle autorità francesi. Per l'Italia ci sono 6.963 «posizioni finanziarie» per un totale di depositi che supera i sei miliardi e nove milioni di dollari relativi al biennio 2005-2007.

I documenti contabili ottenuti dalla procura di Torino e dalla Guardia di Finanza sono stati trasmessi per competenza alle varie Procure e nella capitale sono stati avviati gli accertamenti. Gli interessati dovranno infatti essere interrogati dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani e dal suo sostituto Paolo Ielo, soprattutto per verificare se abbiano usufruito dello scudo fiscale e abbiano così sanato eventuali irregolarità.

ATTRICI E MANAGER - Aveva trasferito parte dei suoi risparmi in Svizzera l'attrice Stefania Sandrelli, che poi ha deciso di usufruire dello scudo e dunque dovrebbe evitare possibili
conseguenze penali. Nella lista c'è anche sua figlia Amanda e adesso si dovrà stabilire se sia beneficiaria del deposito della madre o se abbia invece una posizione autonoma. Nulla si sa ancora sull'entità degli importi accreditati sui vari conti correnti: saranno le Fiamme Gialle a dover ricostruire la movimentazione fino a stabilire la cifra portata all'estero. Nella lista consegnata alla Procura c'è poi Elisabetta Gregoraci, la soubrette diventata famosa anche per essere diventata la moglie di Flavio Briatore. Il regista Sergio Leone risulta nell'elenco, ma è scomparso nel 1989 e dunque dovranno essere i suoi eredi a dover fornire chiarimenti ai magistrati.

STILISTI E GIOIELLIERI - Il più noto è certamente Valentino Garavani, seguito a
ruota da Renato Balestra. Entrambi, secondo le carte acquisite a Parigi e poi inviate nel nostro Paese, avrebbero depositato capitali presso la banca inglese. Nell'elenco c'è anche Pino Lancetti, il famoso sarto umbro morto nel 2007, che viene inserito insieme alla sorella Edda. E poi le due società che fanno capo a Gianni Bulgari, maestro di gioielleria con la sua "Gianni Bulgari srl" e la "Bulgari International". Gli inquirenti ritengono che anche Pietro Hausmann sia uno dei componenti della famosa gioielleria di Roma. Il Bolaffi che spicca nella lista dovrebbe appartenere alla dinastia nota per la numismatica mentre Sandro Ferrone è certamente lo stilista noto per i negozi sparsi in tutta la città che hanno come testimonial l'attrice Manuela Arcuri.

IMPRENDITORI E MANAGER - Telespazio è la società di Finmeccanica che si occupa di sistemi satellitari e i magistrati vogliono scoprire per quale motivo avesse un conto presso la Hsbc. Sarà soltanto una coincidenza, ma nella stessa lista compare Camilla Crociani, moglie di Carlo di Borbone e figlia di Camillo, che del colosso specializzato in armamenti e sistemi di difesa è stato presidente per diciotto anni prima di essere coinvolto nello scandalo Lockheed. Nella lista c'è anche il presidente della Confcommercio Roma Cesare Pambianchi, insieme a Carlo Mazzieri, commercialista che risulta socio nella sua attività professionale privata. Nel settembre scorso lo studio è stato perquisito nell'ambito di un'altra inchiesta della magistratura romana che riguarda il trasferimento all'estero, in particolare in Bulgaria e in Gran Bretagna, di società in stato prefallimentare al fine di evitare i procedimenti di bancarotta fraudolenta. Nome noto è pure quello di Mario Salabè, l'ingegnere coinvolto negli anni 90 nelle indagini sui finanziamenti al Pci-Pds con la sua società "Sapri Broker", fratello dell'architetto Adolfo Salabè che invece fu accusato di peculato nell'inchiesta sui «fondi neri» del Sisde quando al Viminale c'era Oscar Luigi Scalfaro del quale Salabè era amico attraverso la figlia Marianna. Risulta invece essere un professore universitario Francesco D'Ovidio Lefevre.

ILLUSTRI SCONOSCIUTI - I ricchi ma non famosi sono la maggior parte. Molte casalinghe, svariati professionisti, titolari di negozi del centro della città con un considerevole fatturato. Si va da Cinzia Campanile a Michele Della Valle, da Carmelo Molinari a Giovanni Pugliese da Mario Chessa a Roberto D'Antona. E ancora nell'elenco: Gabriella e Giorgio Greco; Gianfranco Graziadei; Adriano Biagiotti; Cinzia Santori; Marina Valdoni; Piero Dall'Oglio; Andrea Rosati; Eleonora Sermoneta; Stefania Vento; Giordana Zarfati; Eliane Rostagni; Fabrizia Aragona Pignatelli. La scorsa estate la Guardia di Finanza aveva avviato accertamenti su 25 persone che avevano esportato in Svizzera un totale di 8 milioni e 299 mila dollari, scelte in base ai «canoni di pericolosità fiscale» perché risulta che non hanno presentato denuncia dei redditi, oppure perché la loro dichiarazione è stata ritenuta «incongrua» rispetto alle somme movimentate. Tra loro, l'ambasciatore Giuseppe Maria Borga, la pittrice Donatella Marchini, il marchese Hermann Targiani.

Fiorenza Sarzanini

5.1.11

Quanto ci costano pc e tv in "standby"

CATERINA PASOLINI (La Repubblica)

STANDBY o non standby, il consumo corre ininterrotto sul filo. Imprevisto e sommesso, silenzioso, impercettibile. Tranne che a fine mese quando la bolletta, nonostante computer, tv, frigo, radio o lavatrice siano stati usati poco o niente, diventa improvvisamente salatissima. Salatissimae amara come il nostro stupore di utentia volte distratti. Convinti, avendoli lasciati in standby, di aver risparmiato.
PERSUASI, erroneamente, che se uno tiene spento o non usa i videogames non paga energia. Tutto sbagliato, da rifare, cambiando comportamenti e con un occhio attento ai saldi di gennaio per evitare di comprare scontato un prodotto che pagheremo in realtà ben più caro in bollette di energia, perché il 30 % non è a norma.
A dirlo sono studi fatti a livello europeo da diverse università in collaborazione col Politecnico di Milano, e Legambiente che, sul sito Viviconstile. org, detta una sorta di vademecum sullo standby, su come risparmiare in casa e fare acquisti senza pericoli.
Secondo una indagine europea, infatti, le apparecchiature collegate in rete, spente o non in uso, consumano comunque l'11 per cento di tutta l'elettricità che usiamo durante l'anno per una spesa di ben 60 euro a famiglia. Una dose di kilowatt pari all'energia prodotta da otto grandi centrali termoelettriche.
Per evitare consumi eccessivi che finiscono per inquinare, dal 2010 una direttiva europea prevede che gli apparecchi in vendita quando sono in modalità spenta o stand by non debbano superare 1w di potenza assorbita. La realtà è ben diversa: il 30 % è fuorilegge. Lo dice un'inchiesta del Politecnico che, nell'ambito del progetto europeo di monitoraggio di politiche energetiche Salina, ha analizzato 6mila prodotti in vendita.
Come dire, si vendono macchinari che fanno spendere più del previsto, che consumano più di quanto la legge consenta. I più voraci anche spenti sono le fotocopiatrici, stampanti laser, decoder della nuova tv digitale, i router per collegarsi in rete, i televisori soprattutto i videogiochi e persino le macchinette del caffè espresso che hanno consumi enormi in standby, pari a 15 euro l'anno. Ma il cahier de doléances non finisce qui.
Playstation 3 e X-box, racconta Legambiente, sia da spenti che da accesi assorbono quasi la stessa quantità di energia, consumando 5 volte di più di un frigorifero efficiente. Lasciarle accese può costare 250 euro l'anno. Tra i televisori, alcuni modelli con grande schermo consumano anche il triplo rispetto a una TV tradizionale, e con lo standby acceso usano in un anno tanta energia quanto tre lavatrici tra le meno efficienti.
Comportamenti che significano centinaia di euro sprecati: lasciare il computer acceso 24 ore al giorno può costare 130 euro l'anno, cui vanno aggiunti altri 20 se si lasciano accese anche le cassee 43 euro se non si spegne il monitor Lcd. Questi i risultati dell'indagine del Policlinico su base europea e in Italia? «Le cose non vanno meglio», conferma Andrea Poggio vicedirettore di Legambiente, «visto che il nostro paese non ha fatto nulla per favorire l'adozione della direttiva. Così c'è il rischio che durante i saldi di gennaio ci si porti a casa prodotti che iper consumano, fuori norma, convinti invece di fare un affare. Bisogna quindi leggere bene le etichette, c'è n'è una proprio dedicata al consumo energetico. Per gli elettrodomestici che si hanno già a casa il consiglio è invece di acquistare una bella ciabatta dotata di interruttore e ricordarsi di spegnerla. Perché il vero problema sono quegli elettrodomestici che tu credi di aver spento e quindi di non consumare e che invece anche non attivi, come i videogiochi, usano energia alla grande».
Spegnere per risparmiare, spegnere per non inquinare.
Chiudendo gli apparecchi quando non si utilizza internet si risparmierebbero un miliardo in Europa, e soprattutto 3.5 milioni di tonnellate di CO2 emessa per produrre l'energia necessaria.
PER SAPERNE DI PIÙ www.viviconstile.org www.legambiente.org

4.1.11

Povera giustizia

di Guido Scorza

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano ed il suo collega Renato Brunetta continuano, ormai da mesi, a raccontare dei mirabolanti passi in avanti compiuti nell’informatizzazione della giustizia ed a prometterne di ancora più lunghi nei mesi a venire.

L’ultima favola i due l’hanno raccontata il 6 dicembre scorso, presentando a Palazzo Vidoni, il progetto “Vivifacile Giustizia” per avvocati e cittadini, un servizio, attraverso il quale, già nei prossimi giorni gli avvocati dovrebbero ricevere gratuitamente sul loro terminale o sul telefono cellulare gli avvisi relativi alla decisione del giudice di loro interesse, decisione che, in ogni caso, dovranno poi provvedere a ritirare in Tribunale o che dovrà loro essere notificata a mezzo di ufficiale giudiziario.
Aspettare per credere.

Il ministro della Giustizia, d’altra parte, è, da tempo un convinto sostenitore dell’esigenza di informatizzare la Giustizia.
A maggio dello scorso anno, infatti, Angelino Alfano, aveva voluto presentare personalmente, attraverso un bel video pubblicato su YouTube e sul sito del suo ministero, il servizio “Giudice di pace online”, un servizio attraverso il quale, a sentir lui, cittadini ed avvocati avrebbero, finalmente, potuto ottenere – almeno dinanzi ai giudici di pace – giustizia, via internet, senza più bisogno di file, attese e confusioni.
Una bella idea: peccato solo che il funzionamento del servizio preveda che cittadini ed avvocati dopo aver compilato online un modulo per il ricorso al Giudice di Pace debbano stamparlo, firmarlo e spedirlo all’ufficio giudiziario competente a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, come puntualmente spiegato sullo stesso sito del ministero della Giustizia.

A Roma, nel 2010, per introdurre un giudizio civile l’avvocato scrive sul suo PC l’atto introduttivo, lo stampa, lo firma e lo fotocopia in tante copie quanti sono i soggetti che intende coinvolgere nel procedimento, si reca quindi presso l’ufficio notifiche e, alla fine di una mattinata di fila, consegna l’atto ad un ufficiale giudiziario che, a sua volta, lo firma e lo timbra dopo di che, a seconda dei casi, lo consegna a mani al destinatario o lo chiude in una busta verde ed affida al servizio postale perché lo consegni a mezzo raccomandata.
A distanza di giorni, quindi, l’avvocato torna presso l’ufficio notifiche dove ritira l’originale – rigorosamente cartaceo – dell’atto notificato con l’attestazione, firmata dall’ufficiale giudiziario, attestante l’avvenuta notifica o, invece, l’affidamento alle poste dell’atto medesimo.

Tocca quindi all’avvocato, scaricare da internet il modulo per l’iscrizione della causa a ruolo, compilarlo, stamparlo e firmarlo e tocca, egualmente, all’avvocato predisporre il proprio fascicolo – rigorosamente cartaceo – e, quindi, recarsi presso la cancelleria del Tribunale per provvedere all’iscrizione a ruolo della causa, affrontando ulteriori interminabili file e confrontandosi con pile voluminose di atti e scartoffie.
Naturalmente è solo l’inizio perché, da questo momento e sino ad arrivare alla fine del giudizio, sono numerosissimi gli atti che un avvocato deve scrivere sul suo pc, stampare, firmare e depositare in Tribunale.

Tra eterne sperimentazioni [n.d.r. quella del processo civile telematico è iniziata da oltre un decennio], favole raccontate con grande sagacia e proclami solenni la macchina della Giustizia, oggi – tranne rare eccezioni – funziona ancora così.
Ci vuole coraggio, in tale contesto, a parlare di informatizzazione della giustizia.
A tutto questo, tuttavia, siamo ormai da tempo abituati se non, addirittura rassegnati e, occorre dirlo con grande chiarezza, quello dell’informatizzazione della giustizia è un obiettivo nel quale hanno fallito – ammesso che abbiano mai davvero provato a raggiungerlo – tutti i governi degli ultimi anni, quale che fosse il colore politico del gagliardetto di Palazzo Chigi.
Sembra, tuttavia, che questo Governo dei miracoli abbia deciso di superare sé stesso ed ogni altro precedente Governo facendo ancora di più: l’intenzione, parrebbe, infatti, quella di informatizzare la Giustizia senza software, PC e denaro.

E’ questa la conclusione che si trae nel registrare l’allarme lanciato la scorsa settimana dall’Associazione Nazionale Magistrati e dal procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni Ferrara e rilanciato, nelle ultime ore, da Giuseppe Corasaniti, Magistrato in forza alla Procura della Repubblica di Roma che, da anni, si occupa di informatica e giustizia.

Il Governo ha, infatti, tagliato del 50% le risorse necessarie a garantire la manutenzione ai sistemi informatici degli uffici giudiziari, ponendo così a rischio il funzionamento di servizi telematici essenziali all’amministrazione della giustizia.

D’accordo continuare a promettere di informatizzare la giustizia senza avere le idee chiare su cosa serva per farlo ma, pretendere addirittura di riuscire nell’impresa senza soldi, PC e software sembra davvero un’impresa degna di cantastorie di altri tempi.

Non è, d’altra parte, un mistero che questo Governo non ami i giudici e, dunque, non ci si può sorprendere del fatto che, in un’epoca, peraltro, di tagli diffusi, la Giustizia digitale, venga lasciata senza PC.
Povera Giustizia destinata a restare lenta ed analogica in un universo digitale.

30.12.10

La biblioteca arriva a casa. Libri consultabili sul pc grazie a una piattaforma online

Media Library è un servizio digitale gratuito per gli utenti. Ebook e album musicali sono messi a disposizione in streaming o in download da mille archivi pubblici di Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Umbria

di Diletta Parlangeli

Una biblioteca pubblica aperta a tutte le ore. E i libri si prendono in prestito e si consultano direttamente sul pc di casa. E’ un’innovazione resa possibile dalla piattaforma digitale Media Library Online, che raggruppa già mille biblioteche in quattro regioni: Lombardia capofila, Emilia Romagna, Toscana e Umbria. L’obiettivo è di coinvolgere nel 2011 altre due regioni e 500 biblioteche.

Chi di solito va in biblioteca, ora potrà accedere al catalogo da qualsiasi computer o da un supporto mobile. Con una username e una password fornite dall’ente sarà possibile non solo verificare la disponibilità fisica di testi, cd, dvd o giornali, ma anche consultare gratis il materiale digitale. Una volta sul sito, la pagina è simile a quella di un qualsiasi motore di ricerca, con la possibilità di selezionare i prodotti per editore, distributore, lingua, paese e altro. Un servizio analogo esisteva già negli Stati Uniti e ora da qualche mese è disponibile in Italia.

La piattaforma è stata prodotta da Horizons Unlimited, che ha collaborato con il Consorzio sistema bibliotecario nord-ovest di Milano. Per ora gli ebook a disposizione sono 29mila: la maggior parte delle opere è costituita da classici e materiale non più coperto da diritti d’autore. Media Library Online dispone poi di 16mila album: “Per adesso è disponibile soprattuto musica classica, jazz, world music, e tutti i generi etnici”, dice Giulio Blasi, amministratore delegato di Horizons Unlimited. “La Lombardia è la regione con la maggiore penetrazione del servizio. Che è piuttosto diffuso anche nel comune di Piacenza e la provincia di Reggio Emilia”. Contatti sono stati presi per coinvolgere anche le biblioteche della Capitale.

Per gli utenti il servizio è gratuito. I costi sono a carico delle biblioteche. “Per noi è un business – spiega Blasi – e comunque le biblioteche, creando delle reti, possono avere dalla piattaforma dei vantaggi a medio periodo. Si abbattono i costi del prestito fisico, che va dai 3 ai 6 euro, e le spese di magazzino e trasporto”. I libri elettronici saranno sempre disponibili per gli utenti? “Dipende dal numero di licenze acquisite dalle biblioteche – continua l’ad – Le risorse possono essere messe a disposizione in streaming, cioè l’utente accede, legge e poi chiude. Oppure in download a tempo e in questo caso, proprio come in un prestito fisico, non saranno consultabili da più persone contemporaneamente”.

19.12.10

Libri sempre più social

La scorsa settimana, parlando dell'ingresso di Google nel mercato degli ebook, chiudevamo la discussione segnalando un articolo interessante, intitolato Social media invades book world. E accennavamo al fatto che una parte delle nostre abitudini relative al libro, «l'esperienza culturale di lettura», diventa sempre più sociale.

É abbastanza evidente che la lettura è un processo individuale e solitario. Fa parte del gioco di immersione che il nostro rapporto con il testo ci regala: mentre leggiamo entriamo compleamente nel mondo che ci sta raccontando l'autore e la nostra immaginazione lo ricrea quasi con pari merito. É questa una delle ragioni per cui molti di noi soffrono passando dal libro al film: per dirla con l'efficace boutade di Gaspar Torriero, «Quando esci dal cinema e dici"era meglio il libro", in realtà intendi "era meglio il film che mi sono fatto io"».
Questo rapporto intimo con la storia che leggiamo difficilmente verrà messo in discussione dalla lettura digitale, anche se qualche piccola intrusione della «lettura degli altri» nel nostro spazio già c'è. I possessori di Kindle, infatti, possono vedere nel libro appena comprato quali sono i passaggi che gli altri lettori hanno trovato significativi e sottolineato. Si tratta di una funzione chiamata social highlights, che può essere disattivata. Ma che molte persone amano e che rappresenta una frattura interessante con le nostre abitudini passate: come notava tempo fa il New York Times, praticamente si tratta di un intervento dei lettori nell post-produzione del libro. L'articolo non è recentissimo ma merita ancora attenzione: E-Readers' Collective.

Poi però, intorno al gesto totalmente personale della lettura, molti di noi costruiscono un livello complementare di esperienza: è quello che accade quando dopo aver letto un libro ne parliamo con gli amici o lo consigliamo a qualcuno. In questo caso dopo averla vissuta, condividiamo con altri l'esperienza di lettura. É questo layer che sta diventando sempre più centrale con i libri digitali. Da un lato perchè le tecnologie oggi ci consentono di condividere le nostre impressioni in modo molto potente e su una scala molto ampia. Dall'altro perchè con l'aumento della complessità che questa transizione sta portando, le esperienze degli altri lettori diventano una necessità di sistema.

Questo è il punto probabilmente più complicato da comprendere, perchè tocca diversi aspetti e raccorda diverse linee su cui il cambiamento sta agendo. Con l'aumento delle vendite in digitale dei libri fisici, e con la crescita degli ebook, lo «spazio sugli scaffali» tenderà a diminuire. La passeggiata tra i libri fisici, in libreria, era uno dei metodi strategici per farc conoscere i libri. Li vedevamo, leggevamo la quarta di copertina, le prime pagine, ci facevamo un'idea. Con il numero sempre crescente di titoli disponibili negli store digitali, invece, il nostro modo più efficace per muoverci nella complessità e per accedere ai titoli è farlo attraverso le esperienze degli altri. Vedere cosa hanno comprato, che impressione ne hanno avuto, eccetera.

Questo livello di informazione, racconta Mike Shatzkin in un lungo post, è il punto su cui tutti si stanno impegnando per costruire l'esperienza di acquisto degli ebook, con strategie differenti. Nessuno ha ancora una soluzione definitiva, e probabilmente ne emergeranno diverse per diverse esigenze, ma di sicuro è su questa linea che si combatte una delle battaglie più importanti per costruire l'accesso ai libri. L'analisi di Shatzkin, che parte dalle sue preferenze personali, si intitola: How will you win at ebook retailing?.

Ma sempre in tema di abitudini che cambiano (come è stato per la musica, anche il passaggio del libro al digitale potrebbe modificare radicalmente le nostre abitudini di consumo) ci sono altri fronti che potrebbero aprirsi e continuare a stupirci. Uno di questi è raccontato in un lungo articolo di Terry Jones che parte da un titolo dirompente: «il futuro dei libri è scrivibile».
Jones analizza alcune tendenze cui internet ci ha abituato, portandoci a pubblicare pezzi di informazione sempre più piccoli, in modo sempre più facile e con contenuti sempre più personali. E poi si chiede come queste tre tendenze potrebbero influire sul futuro del libro. «I libri hanno tipicamente una loro coerenza interna», scrive Jones, «ma se le difficoltà per gli editori continuano ad aumentare e i sistemi per vendere i libri evolvono, potremmo assistere al frazionamento del pacchetto libro per ragioni economiche. In fondo nella storia abbiamo avuto i romanzi pubblicati a puntate. Perchè non potrebbe essere così nel digitale?» E questo porta a spingere il ragionamento anche oltre. Leggi tu stesso: The future of publishing is writable.

É chiaro che siamo su un orizzonte di congetture e di scenario. Stiamo appena vivendo i primi anni di una fase completamente nuova e possiamo solo intuire dove ci porterà. Tuttavia, se per editori e autori c'è da fare molta attenzione e cercare di essere sempre pronti a sperimentare, per i lettori si profila una bella avventura. Saranno le loro scelte a determinare cosa funziona e cosa invece non va bene. Quale cambiamento è lì per restare e quale invece è destinato ad essere abrogato perchè non piace ad un numero sufficiente di persone.
E sarà interessante stare a vedere cosa succede.

18.12.10

Hacker di tutto il mondo unitevi


Così la politica 2.0 sfida il potere
Da WikiLeaks a Piratebay cresce in nome della libertà d'informazione il popolo dei radicali online. Ma tra siti sabotati e beffe telematiche è davvero iniziata la cyberguerra?

di GABRIELE ROMAGNOLI

Va bene: Mark Zuckerberg è il personaggio dell'anno, Julian Assange quello del momento, l'informazione è soltanto su Internet, la rivoluzione si fa via Twitter, il social network è vivo, il political network lotta insieme a noi. Stop. Reload. È davvero così? Siamo alle soglie di una trasformazione epocale? All'annuncio della politica 2.0 come forma dilagante e presto unica di aggregazione, motivazione e infine di affermazione?
Ci sono indizi. E dubbi. Sono successe cose. E altre sono state solo immaginate (e si sa che l'immaginazione non è un territorio della politica). Ci sono autorevoli paladini della teoria. E altrettanto autorevoli avversari. Perfino i primi pentiti, voltagabbana o come volete chiamarli. Autorevoli pure quelli. Bisogna quindi procedere con ordine.

Anzitutto, spegnere gli abbaglianti. Intesi come quei fari per le allodole da cui il mondo mediatico si lascia accecare. La soggezione dell'informazione tradizionale rispetto a quella via Internet, a tutto ciò che circola in Internet, è imbarazzante, soprattutto negli effetti. La demonizzazione della realtà virtuale ha un solo gradino più basso: la sua idealizzazione. "Ha conosciuto l'assassino su Facebook!!!" fa il paio con "Liberata da una petizione online!!!". La stessa frenesia con cui si sono dragate le conseguenze dei social network si applica ora al cosiddetto political network. Già si è appurato che non è esistita una rivoluzione via Twitter in Iran o in Moldavia (a essere precisi,
non è proprio successa una rivoluzione, ma questo è un dettaglio). Non significa che non ci siano molti segnali del possibile. E che non siano globali.

Molto spesso vengono messi in un calderone, perché più sono gli ingredienti e più è probabile che qualcosa cuocia. Ecco allora la blogger cubana e quello cinese come esempi di resistenza che, bloccata nelle forme tradizionali e negli spazi di realtà, si afferma con i nuovi media e le vie del virtuale, riprecipitando laddove era stata bandita. Ecco il partito dei pirati in Svezia, il movimento che denuncia i brogli elettorali in Kenya. E WikiLeaks, ovviamente. E Anonymous, la piattaforma non delineata da cui è stata lanciata l'operazione Payvabck, la ritorsione contro i siti delle aziende che avevano tagliato fuori la "banda Assange". Il Courrier international ha sancito che "La cyberguerra è cominciata". Ma si tratta di realtà molto diverse, che non sono accomunabili e neppure lo vorrebbero, ma a cui viene riconosciuta una parentela.

L'Observer li ha messi insieme sotto l'etichetta di "radicali del web". Fin dalla partenza è evidente il pregiudizio, l'inestirpabile concezione della stampa tradizionale: chi agisce in quell'altrove è un hacker, un elemento dalla sessualità ambigua, dal pensiero liquido, anche a causa di agenti allucinogeni, probabilmente. Ma è vero: esiste una piattaforma mobile che si muove su Internet. Che cosa fa? Politica? In un certo senso. Quale? Fa opposizione. Denuda il re e qualche volta anche il giullare del re. Usa il mezzo per entrare nel sistema. Azzera il tempo. Ci abbiamo messo trent'anni per leggere sui nastri della Casa Bianca quel che il presidente Richard Nixon pensava degli italiani ("Non hanno la testa avvitata sul collo"). Con WikiLeaks sarebbero passati sì e no trenta giorni. Si disseminano le informazioni e le informazioni sono potere. Ma chi le raccoglie, chi le indirizza? Esiste davvero una forma di aggregazione nel web che faccia da base per un futuro politico diverso?

Questo è il dubbio. Già il social network crea uno pseudo rapporto. Hai davvero 1.000 amici se li hai su Facebook? Allo stesso modo: c'è vera adesione su Internet? La facilità del "contatto", della "partecipazione" non li rende altro da sé, pallide ombre? Faccio spesso questo esempio: prendete un qualsiasi sondaggio sul web, anche uno di quelli pubblicati dal sito di questo giornale. Tipo: quale priorità dovrebbe avere un prossimo governo? La legge elettorale, la riforma delle pensioni, le privatizzazioni, non so? Ecco: circa un 5% ogni volta vota "non so". Non è gente colta alla sprovvista per strada da un intervistatore tv, è pubblico avvertito, che naviga, che ha cliccato su quel particolare sondaggio, lo ha scelto per poter dire: non so. Più facile è intervenire più tutti lo fanno, anche per dire nulla.

I blog, i forum, sono diventati quasi supplichevoli: DI' LA TUA! Ma è questo digitare un qualsiasi parere la base di un reale intervento sulla scena politica? La fatica di una lettera è superiore a quella di una email, andare in piazza a protestare enormemente più sfiancante che battere qualche tasto. Ma nulla accade veramente se dal web non precipita là fuori. Si sono create nuove figure guida della decostruzione è vero, ma anche quelle lasciano dubbi. Il blogger più globalmente riconosciuto d'Italia è Beppe Grillo, ha anche organizzato manifestazioni e fatto eleggere rappresentanti, forse prepara un'autentica discesa in campo. Ma finora la sua forza è solo critica, è solo "vaffa" e "dagli allo psiconano". È la forza della denuncia, legittima e sacrosanta, tanto più quando attacca banche e società, che l'opposizione politica mai nomina, ma non lascia intravedere costruzioni alternative. L'aggregazione avviene in negativo, mai in positivo. Anche per Assange e WikiLeaks vale lo stesso limite: denudare il re può essere un primo passo, ma qual è il sistema alternativo a questa zozza monarchia? Per non chiedersi: Assange sopravviverebbe al "wikileaking" di se stesso?

Ci sono pensatori come Malcolm Gladwell, sempre alla ricerca dei "punti di svolta" della storia, che negano sia ancora arrivato quello in cui il web reinventa l'attivismo sociale. Ha scritto sul New Yorker che si corre il rischio di confondere gli strumenti con le idee e, soprattutto, che nessun movimento può progredire senza una gerarchia. Il network, per sua definizione, non ce l'ha. Basta leggere il documento redatto da "Anonymous". Rifiuta addirittura la definizione di "gruppo", è soltanto un "incontro" di "cittadini medi Internet", dove Internet è inteso come luogo transnazionale che accoglie questa massa fluida senza nome né volto, aggregata intorno a un singolo progetto. Ecco il punto: come si può determinare una strategia se non c'è un processo decisionale? Fa notare Gladwell, anche provocatoriamente se si vuole, che "Al Qaeda è diventata meno efficace da quando si è slabbrata la struttura gerarchica". E Al Qaeda è fluida, è un metodo, ma almeno ha degli obiettivi comuni precisati e concordati alla base.

Il political network non li ha ancora individuati se non in quel ripetuto processo di smascheramento di un potere che, siamo onesti, conosciamo già nella sua nefandezza senza bisogno di vederlo in faccia. Non avevamo bisogno del rilascio dei nastri per sapere che a Nixon facevano ribrezzo gli ebrei (se non lo finanziavano), né di WikiLeaks per convincerci che Gheddafi è disturbato. Aumenta la sfera di libertà, si dice. Jaron Lanier, pioniere della libertà virtuale, scrive che "il web è stato inondato da una fiumana di tecnologie, dietro cui c'è un'ideologia che promuove una libertà radicale, ma paradossalmente si tratta di una libertà riservata più alle macchine che alle persone". E Tom Steinberg, fondatore di "My Society" ammette: "Se dovessi fare una campagna elettorale e avessi cento da spendere lo investirei tutto in tv e volantini. Internet non serve a far cambiare idea alla gente, ma solo a rafforzarla in quel che già pensa e a farle fare qualcosa per realizzarlo, tipo finanziare un candidato". È quel che ha fatto Obama sul web: non ha convinto nessun incerto o ex repubblicano, ma si è fatto dare soldi da chi era convinto democratico. Conscio che alla fine in democrazia non vince il migliore, ma il più ricco. Anche grazie al web. E questa per ora è la sola rivoluzione possibile via Internet: finanziare l'alternativa, foss'anche un tranquillo signore con idee moderate vestite di nuovo come era ed è Barack Obama.

15.12.10

Grazie, Veltroni e Di Pietro!

Piergiorgio Odifreddi

E cosí, dopo settimane di inutili e ingenue speranze, il governo Berlusconi ha ottenuto la fiducia della Camera per 314 voti a 311. E, per aggiungere le beffe al danno, l’ha ottenuta con due voti determinanti di due membri che appartenevano all’opposizione: Massimo Calearo al Partito Democratico, e Domenico Scilipoti all’Italia dei Valori.

La candidatura del primo nelle liste del Pd fu una delle storiche pensate di Walter Veltroni. D’altronde, uno dei motivi per cui la legge elettorale attualmente in vigore fu denominata porcellum, era appunto che permetteva e permette porcate di questo genere. E Veltroni la sfruttò appieno, imponendo come candidati personaggi improponibili per vari motivi, da Marianna Madia (ex fidanzata del figlio di Napolitano) a Calearo (impreditore di destra), appunto.

Non era necessario essere dei politologi professionisti, per accorgersi dell’assurdità di queste candidature. Bastava anche essere dei dilettanti, entrati nel partito «nuovo» di Veltroni da poche settimane, com’ero io all’epoca. Appena viste queste «novità», me la battei dal partito a gambe levate, prima delle elezioni del 2008. E nelle urne molti altri mostrarono di non aver gradito i «ma anche» di Veltroni, e non abboccarono al richiamo delle sue sirene.

In seguito, entrambe le pietre dello scandalo veltroniano hanno dato prova di sè. Il 22 ottobre 2009 la Madia non andò a votare alla Camera, insieme ad altri ventidue deputati Pd, contro lo scudo fiscale: provvedimento che passò con un margine di venti voti. E ieri Calearo ha votato la fiducia al governo, passata appunto con un margine di tre voti.

Quanto alla candidatura di Scilipoti nell’Idv, non è meno imbarazzante per Di Pietro di quella di Calearo per Veltroni. In questo caso si tratta infatti di un truffatore, condannato in secondo grado a 200.000 euro di multa e al pignoramento di vari immobili per debiti non pagati. E si tratta anche di un ciarlatano, che pur vivendo nel terzo millennio non si vergogna di propagandare e professare la sedicente medicina «alternativa» e l’omeopatia.

Naturalmente, è inutile prendersela con miracolati come Calearo e Scilipoti, che si sono semplicemente comportati da ciò che erano e sono sempre rimasti. La colpa non è loro, ma di Veltroni e Di Pietro. E poichè, se i due leader avessero scelto i loro candidati con un po’ più di intelligenza e di onestà, ieri il governo Berlusconi sarebbe stato sfiduciato per 313 voti a 312, non sarebbe il caso che traessero le conseguenze e si dimettessero dal Parlamento per vergogna?

11.12.10

Why WikiLeaks Is Good for America

By Evan Hansen (Editor-in-Chief of Wired.com)

A truly free press — one unfettered by concerns of nationalism — is apparently a terrifying problem for elected governments and tyrannies alike.

It shouldn’t be.

In the past week, after publishing secret U.S. diplomatic cables, secret-spilling site WikiLeaks has been hit with denial-of-service attacks on its servers by unknown parties; its backup hosting provider, Amazon, booted WikiLeaks off its hosting service; and PayPal has suspended its donation-collecting account, damaging WikiLeaks’ ability to raise funds. MasterCard announced Monday it was blocking credit card payments to WikiLeaks, saying the site was engaged in illegal activities, despite the fact it has never been charged with a crime.

Meanwhile, U.S. politicians have ramped up the rhetoric against the nonprofit, calling for the arrest and prosecution and even assassination of its most visible spokesman, Julian Assange. Questions about whether current laws are adequate to prosecute him have prompted lawmakers to propose amending the espionage statute to bring Assange to heel or even to declare WikiLeaks a terrorist organization.

WikiLeaks is not perfect, and we have highlighted many of its shortcomings on this website. Nevertheless, it’s time to make a clear statement about the value of the site and take sides:

WikiLeaks stands to improve our democracy, not weaken it.

The greatest threat we face right now from WikiLeaks is not the information it has spilled and may spill in the future, but the reactionary response to it that’s building in the United States that promises to repudiate the rule of law and our free speech traditions, if left unchecked.

Secrecy is routinely posited as a critical component for effective governance, a premise that’s so widely accepted that even some journalists, whose job is to reveal the secret workings of governments, have declared WikiLeaks’ efforts to be out of bounds.

Transparency, and its value, look very different inside the corridors of power than outside. On the campaign trail, Barack Obama vowed to roll back the secrecy apparatus that had been dramatically expanded under his predecessor, but his administration has largely abandoned those promises and instead doubled-down on secrecy.

One of the core complaints against WikiLeaks is a lack of accountability. It has set up shop in multiple countries with liberal press protections in an apparent bid to stand above the law. It owes allegiance to no one government, and its interests do not align neatly with authorities’. Compare this, for example, to what happened when the U.S. government pressured The New York Times in 2004 to drop its story about warrantless wiretapping on grounds that it would harm national security. The paper withheld the story for a year-and-a-half.

WikiLeaks’ role is not the same as the press’, since it does not always endeavor to vet information prior to publication. But it operates within what one might call the media ecosystem, feeding publications with original documents that are found nowhere else and insulating them against pressures from governments seeking to suppress information.

Instead of encouraging online service providers to blacklist sites and writing new espionage laws that would further criminalize the publication of government secrets, we should regard WikiLeaks as subject to the same first amendment rights that protect The New York Times. And as a society, we should embrace the site as an expression of the fundamental freedom that is at the core of our Bill of Rights, not react like Chinese corporations that are happy to censor information on behalf of their government to curry favor.

WikiLeaks does not automatically bring radical transparency in its wake. Sites like WikiLeaks work because sources, more often than not pricked by conscience, come forward with information in the public interest. WikiLeaks is a distributor of this information, if an extraordinarily prolific one. It helps guarantee the information won’t be hidden by editors and publishers who are afraid of lawsuits or the government.

WikiLeaks has beaten back the attacks against it with the help of hundreds of mirror sites that will keep its content available, despite the best efforts of opponents. Blocking WikiLeaks, even if it were possible, could never be effective.

A government’s best and only defense against damaging spills is to act justly and fairly. By seeking to quell WikiLeaks, its U.S. political opponents are only priming the pump for more embarrassing revelations down the road.

7.12.10

Apocalittici e integrati (del WEB). Dai sentimenti alle informazioni ecco la nuova vita sulla rete

Internet migliora le nostre possibilità o ci aliena e ci controlla? Fa bene o fa male? Abbiamo chiesto a studiosi ed esperti di intervenire sul tema

MAURIZIO FERRARIS (La Repubblica)

"Le persone più giovani oramai fanno sempre più fatica a distinguere tra reale e virtuale"

Dopotutto non è un caso se la sede dei server di WikiLeaks sia un rifugio antiatomico dimesso nel centro di Stoccolma. La guerra fredda è finita, ed è stata sostituita da una guerra di documenti, perché, come scriveva negli anni trenta Ernst Jünger, «la guida della guerra non è là dove è visibile il soldato adorno dei contrassegni allusivi al ceto cavalleresco, ma là dove, in sembianza poco appariscente è chino sulle sue carte topografiche, fra il ronzio dei telefoni e il gracchiare delle radio da campo». La tempesta documentale scatenata da WikiLeaks sarebbe stata impossibile senza due fattori che hanno intrinsecamente a che fare con i poteri della scrittura: da una parte, il Web, ossia la rete in cui i documenti vengono diffusi; dall'altra, il mondo della carta stampata, che ne assicura la selezione e, per così dire, la canonizzazione.
In questo senso, si tratta della punta emersa di un iceberg, quella che in questo momento è sotto i riflettori, ma la vera domanda riguarda la natura, i rischi e le risorse di questa esplosione della scrittura (di documenti in senso largo, dalle immagini ai video) che non ha equivalenti nella storia umana.
Abbiamo provato a ragionarne con Urs Gasser, direttore del Berkman Center for Internet and Society all'Università di Harvard, Juan Carlos De Martin, condirettore del Centro NEXA su Internet e Società del Politecnico di Torino, Barry Smith, direttore del National Center For Ontologic Research della Università di Buffalo, Bernard Stiegler, direttore dell'Institut de recherche et d'innovation del Centre Georges Pompidou, John Naughton, autore di A Brief History of the Future: the Origins of the Internet, considerato il miglior libro su Internet, e Pierre Musso, che ha la cattedra di "Modellizzazione degli immaginari, innovazione e creazione" sostenuta da Télécom Paris-Tech e dalla Università di Rennes.
Ferraris. Kevin Kelly, co-fondatore di Wired, in un libro uscito da poche settimane What Technology Wants, ha sostenuto che il Web va concepito non tanto come uno strumento passivo, ma come un organismo che persegue in autonomia i propri fini.
Insomma, che è la tecnica che comanda, non l'uomo. La prima domanda che uno si può porre è se le cose siano mai andate altrimenti. In fondo, anche la ruota e il fuoco (per non parlare della clava) hanno dominato l'evoluzione dell'umanità molto più di quanto non ne siano stati dominati.
De Martin. Anch'io credo che sia sempre stato così: la tecnica ha sempre determinato l'umanità. In proposito sottolineo, però, un aspetto importante che caratterizza sia i computer sia il Web: sono entrambe invenzioni piattaforma, cioè senza un uso fissato a priori. Un coltello, una lampadina, un'automobile permettono di fare una cosa soltanto e in tal senso ci servono e ci condizionano allo stesso tempo.
Un computer, invece, fa ciò che noi desideriamo che faccia. Anche usi mai pensati in precedenza. In altre parole, sia i computer sia il Web sono intrinsecamente generativi.
Stiegler. In questo senso, l'irruzione del Web nella nostra vita è paragonabile all'irruzione della scrittura nella vita quotidiana dei Greci all'epoca di Socrate. E come la scrittura secondo Socrate il Web è un pharmakon, cioè, insieme, un veleno e un rimedio.
Musso. Questo spiega le reazioni di rigetto. Con ogni innovazione tecnologica c'è uno scontro tra immaginari ambivalenti: da una parte, le promesse di libertà, di progresso e di comunicazione e, dall'altra, la minaccia di alienazione, di controllo o di regressione. Queste visioni contrapposte definiscono gli usi potenziali e contribuiscono a socializzare l'innovazione. Non solo la scrittura, ogni tecnica è un pharmakon, Zeus e Prometeo, Faust e Frankenstein abitano la relazione che l'Occidente ha con la tecnologia. Il Web non fa eccezione a questa dialettica del tecnomessianismo e del tecno-catastrofismo.
De Martin. In proposito, trovo però fortemente irritante l'atteggiamento di una parte consistente della classe dirigente italiana che è passata, senza soluzione di continuità, dal dire che il Web era una moda passeggera a dire che il Web ci rende stupidi. A ben vedere, non è diverso dal dire che la scrittura è una moda passeggera, o che rende stupidi. Ma, come la storia insegna, non è andata così, e molto probabilmente sarà lo stesso per il Web.
Naughton. Certo. E non siamo che all'inizio. Il Web si è diffuso nel 1993, da allora sono passati solo 17 anni. Siamo nella stessa posizione dei cittadini di Magonza nel 1472, 17 anni dopo che a Magonza era stata stampata la prima Bibbia di Gutenberg. Non avevano la minima idea di come quella tecnologia avrebbe cambiato il mondo. Quello che al momento appare evidente è che il fenomeno della pubblicazione, che un tempo stava al centro, oggi ha luogo nella periferia. Il vero problema di questa nuova scrittura è semmai quanto possa sopravvivere: non ne abbiamo idea, e anzi abbiamo moltissime prove di quanto facilmente possa svanire.
Stiegler. La cosa più importante, nel Web, è che combina il "real time", che sembrava la caratteristica e il destino delle tecnologie derivate dall'informatica, e che è così vicino alla pulsione, e il tempo differito della scrittura, che è anche il tempo dell'azione ritardata, della critica, della sublimazione. Ragione e passione, per esprimersi un po' sommariamente, si intrecciano nel Web.
Ferraris. A questo proposito, non si può dimenticare quanto la vita affettiva delle persone sia mediata dal Web. Anche qui, gli apocalittici, o semplicemente i nostalgici, sostengono che queste relazioni sono tendenzialmente inautentiche, ma non si vede perché: dopotutto, la passione di Werther era essenzialmente epistolare, eppure difficilmente la si potrebbe definire "inautentica".
Gasser. Le nostre ricerche sull'uso di Internet da parte dei bambini o di persone talmente giovani da non potersi immaginare una vita senza Google o Wikipedia mostrano che fra offline e online c'è un confine sempre più incerto. I nativi dell'epoca digitale non distinguono fra il mondo reale e il cyberspazio- Internet è semplicemente una parte integrata della loro vita. Inoltre, delle indagini rivelano che gente che ha molte relazioni in rete, anche offline tende a comunicare più di gente che non ha contatti online.
Entrambe le osservazioni suggeriscono che non ci sia una divisione netta fra le relazioni in rete e quelle nella realtà, né dunque un "gap di autenticità". Rimane comunque una questione interessante - e aperta - come le norme della comunicazione evolvano nello spazio digitale e come influiscano sulla qualità delle relazioni, siano queste online o offline.
Ferraris. Più che dell'autenticità, quella di cui si sente la mancanza è la solitudine, o meglio una certa irresponsabilità, perché in effetti la nostra esperienza è di essere perennemente assediati dalla scrittura, da richieste di risposta che generano altrettante responsabilità.
Smith. Quanto all'assedio della scrittura, la maggior parte delle persone, ne sono certo, hanno ancora pace. Quelli che non hanno pace - come noi - sono vittime di un accidente storico: siamo nati in un frangente in cui i benefici delle forme potenziate di collaborazione permesse da Internet non sono ancora stati controbilanciati dalle nuove misure che saranno create in futuro per diminuire i loro effetti negativi.
Ferraris. Temo però che ci sia un aspetto negativo difficile da controbilanciare. Chi si mette in tasca un telefonino non solo accede a un sistema di connessione totale, ma anche si mette volontariamente in una rete di mobilitazione totale, in cui il lavoro (e dunque anche lo sfruttamento) invade ogni sfera della vita: abbiamo il Web sottomano, ma siamo anche in mano al Web. E questo è un problema rispetto al quale non vedo rimedi semplici, certo non un qualche luddismo o astensionismo rispetto al Web.
Stiegler. Bisogna trovare dei modi di organizzazione e delle regole pratiche (delle terapeutiche e delle tecniche del sé, come diceva Foucault) che, in particolare, permettano di rendere efficaci gli scambi e di lavorare in modo cooperativo. Per me il Web è lo spazio di quelle che chiamo "cooperative del sapere", è così che me ne servo in continuazione, e ne posso solo essere felice.
Certo talvolta ci sono degli effetti nocivi, ma questo vale per tutto ciò rispetto a cui non si è riusciti a organizzare una terapia - e ogni pharmakon necessita di una terapia. In questo senso, il futuro del Web dipende essenzialmente da noi. Dipende dalla nostra capacità di rimettere in causa le nostre idee, sorte quando il pharmakon era diverso (era la scrittura su carta), e dunque era diversa la terapia, senza dimenticarle, ma trasformandole in vista del pharmakon, il Web, e grazie ad esso, senza restarne ingabbiati.

“Aumenta la nostra possibilità di cooperare con gli altri, rendendo efficaci gli scambi”

LE VOCI
PIERRE MUSSO Ha la cattedra di "Modellizzazione degli immaginari"
URS GASSER Direttore del Berkman center di Harvard ha scritto "Born Digital"
JUAN CARLOS DE MARTIN Condirettore del centro NEXA su Internet al Politecnico di Torino
BERNARD STIEGLER Direttore dell'Istituto di ricerche e di innovazione del Centre Pompidou
BARRY SMITH Direttore del dipartimento di Ontologia all'Università di Buffalo
JOHN NAUGHTON Ha scritto "A brief history of the future: the origins of the Internet"

De Kerckhove e WikiLeaks "Assange, artista del Web"

intervista di EUGENIO OCCORSIO (La Repubblica)

«È un momento epocale nel passaggio verso la democrazia della trasparenza. Assange è un artista». Un artista? «Sì, perché come i grandi maestri rinascimentali ha saputo imprimere il suo marchio a un’epoca, alla nuova rivoluzione sociale: ha scosso il mondo dal conformismo utile ai potenti». Derrick de Kerckhove, il più prestigioso massmediologo in circolazione, classe 1944, irrompe con l’entusiasmo di un ragazzino nell’aula magna della Fiera del Levante, sciarpona rossa al collo, capelli bianchi al vento, gli occhi azzurrissimi più guizzanti che mai. De Kerckhove parla a valanga un po’ in inglese, un po’ in francese, un po’ in italiano, e ora ci mette anche il tedesco: «Mi sento uno schlaues kopfchen, una testa che gira a mille. Momenti come questo mi danno la spinta, una scossa di adrenalina, mi rimettono in circolo l’energia per intraprendere un sacco di ricerche e di iniziative». Sta per tenere una conferenza su "Potere e sfera pubblica nell’era delle reti" che sarà, neanche a dirlo, applauditissima da un pubblico di ragazzi allegri e grintosi come lui.
Professore, il suo entusiasmo è comprensibile ma lo sa che Assange è un ricercato internazionale, sospettato di servire una Cia dentro la Cia o chissà quale altra potenza, e che tutti si chiedono da chi sia finanziato e manipolato anche perché di trasparenza, proprio il suo vessillo, ne garantisce assai poca?
«A costo di sembrare ingenuo, invece credo a quel che leggo, cioè che Assange e i suoi proseliti abbiano dato vita a una fondazione nonprofit, si siano autofinanziati per tirar fuori dai computer del Dipartimento di Stato quei file, e che lo abbiano fatto per gusto di sfida, per amore della democrazia e magari perché ce l’hanno con l’America. Dobbiamo dargli torto?»
Veda un po’ lei...
«L’America è diventata il tempio del conformismo. Io sono stato ricercatore per due anni a Washington alla Library of Congress dopo l’11 settembre, e quando insinuavo qualche dubbio, per esempio mostravo studi scientifici che dimostravano che era impossibile far crollare le torri "solo" con gli aerei senza cariche esplosive alla base, o rilevavo timidamente che solo l’aereo della famiglia Bin Laden aveva potuto uscire dagli Stati Uniti quando lo spazio aereo venne chiuso, venivo guardato come un marziano, la gente cambiava marciapiede».
Ma proprio quest’odio antiamericano non potrebbe averlo indotto a confezionare un gigantesco falso?
«Tutto questo un hoax, un bidone? Allora Assange è ancora più artista. No, secondo me i file sono veri. Non sto dicendo che siano vere le cose che contengono, anzi: che Abu Mazen fosse stato messo al corrente dell’intenzione israeliana di bombardare Gaza nel 2008 lo hanno smentito i palestinesi, che la Corea del Nord condividesse la potenza nucleare con l’Iran lo ha smentito Ahmadinejad, che l’ordine di spiare Ban Kimoon l’avesse dato la Clinton l’ha smentito la Cia che ha detto: macché, era un’idea nostra. Eppure, nella testa dei diplomatici americani queste idee hanno circolato, ed è una giusta operazione di trasparenza far sapere al mondo che persone così importanti erano convinte di tutte queste fesserie. Lo dissero con singolare concomitanza nel 1918 il presidente americano Woodrow Wilson e il neoministro degli Esteri sovietico Lev Trozki: finché ci sarà la diplomazia segreta non ci sarà la democrazia. Finalmente, forse, quasi un secolo dopo ci siamo».
Assange sostiene di essere in pericolo di vita…
«Ma no, che senso avrebbe ucciderlo? Certo, colpirebbero un simbolo, ma sarebbe come uccidere Obama».
Obama?
«Voglio dire che la rivolta popolare e anche militare contro un fatto di tale gravità sarebbe tale da vanificarne qualsiasi valenza rivoluzionaria, anarchica o di chissà che diavolo di genere. Assange potrebbe andare in prigione, questo sì, come è successo a più riprese per tanti hacker del passato, da Kevin Mitnick, il più famoso di tutti che si è fatto sei anni, a Robert Stallman, quello che salutava dicendo "happy hacking". Siamo realisti: piuttosto il vero pericolo lo sa qual è? Che tutta questa ventata di democrazia porti dietro di sé la restaurazione di un ordine che non riesco a definire altro che fascista, in cui le libertà vengono mortificate, la trasparenza annullata».
Una reazione fascista, lei dice, per mettere a tacere le tante verità scomode?
«Certo, e allora il conformismo, che oggi dilaga e che WikiLeaks cerca di superare, tornerebbe ad essere lo standard di vita. Questo è il rischio, però se questo scenario dovesse verificarsi, bisogna chiedersi cosa succederebbe ancora dopo, quale sarebbe la reazione alla reazione: bene, il passo ulteriore sarebbe una vera rivoluzione sul modello francese. Vede? Non conviene a nessuno tornare indietro. Per questo dico che la svolta di Assange è irreversibile. Poi volevo ricordare che stavolta hanno fatto il botto, ma non è certo l’unico scoop di WikiLeaks, che esiste da anni e ha rivelato la corruzione in Kenia, il doppio gioco del Pakistan, i traffici di oppio in Afghanistan, le vessazioni a Guantanamo, le torture di Abu Graib, tutte cose non smentite». Ma a parte gli aspetti politici, dal punto di vista scientifico, massmediologico, cosa le suggerisce l’esperienza WikiLeaks?
«Beh, è sicuramente un trionfo di Internet e della natura di trasparenza che ha insita. Una forza tale da contrapporsi ormai a quella dei governi o delle grandi banche, tutte entità che risultano infatti spiazzate di fronte a un’operazione mediatica come questa. Certo, serve la maturità delle popolazioni perché non prendano per oro colato tutto quello che va in rete, e qui resta fondamentale il ruolo dei giornali che riordinano le notizie, le gerarchizzano, evitano che si trasformino in micce accese. Però l’interesse con cui questa storia è stata presa dall’opinione pubblica indica che c’è un desiderio inespresso di verità, o almeno di spiegazioni, quali sono sistematicamente mancate in tutti i grandi scandali e le grandi crisi, dalle Savings & Loan alla vicenda LewinskiClinton, per non dire di tutti i casi più recenti e ben più gravi. Non vorrei ricordare ancora l’11 settembre...»
E secondo lei questa maturità c’è? Tanti parlano piuttosto di componente voyeristica, di gossip...
«Intanto c’è una componente informativa formidabile, pensi ai recenti disordini in Iran documentati solo via Twitter. Il web garantisce una trasparenza democratica contro qualsiasi abuso. Ma va preso con intelligenza. Assomiglia alla Bibbia come numero di sedicenti verità rivelate e codificate, ma come la Bibbia non dice tutte cose vere. Voyerismo? Il mio maestro McLuhan diceva: verrà il momento in cui metà del mondo sarà impegnata a spiare cosa fa l’altra metà. E non c’era ancora Internet. Capito che capacità profetica? Una certa ingenuità alla Pinocchio che guarda incuriosito il prato di monete, è insita nell’uomo e inevitabile. Diciamo che stiamo vivendo Pinocchio 2.0 e rischiamo di finire nella pancia della balena mediatica».
Proviamo a riassumere: bisogna stare attenti a non smettere di crescere, e usare costruttivamente i nuovi strumenti mediatici...
«C’è un cambiamento strutturale, antropologico, dello stesso essere umano. Un tempo si cresceva in silenzio, si studiava, ci si migliorava, come diceva Victor Hugo eravamo noi stessi "la forza che va avanti". Oggi, quello che conta è l’intelligenza connettiva, per lavorare insieme ma anche per sviluppare passioni e sentimenti, possibilmente solidali. La connettività, come dice Pierre Levy, "è un incontro sinergico dei singoli soggetti per raggiungere un obiettivo". Insomma, l’identità è la tua capacità di relazionarti in un network. Tutto cominciò con la diffusione dell’elettricità, poi arrivò il telefono, infine Internet e il cerchio si è chiuso».
Torniamo con i piedi per terra. Come finirà l’avventura di Assange?
«Sono veramente curioso, come tutto il mondo del resto, di vedere le prossime notizie sensazionali che promette, a partire da quelle sulle banche. Inutile dire che vorrei leggere qualcosa sull’11 settembre. Ma in generale, direi che l'opera di Assange segna un punto di non ritorno delle democrazie: non potrà più esistere una diplomazia segreta e incontrollata, e questo si deve a Internet. Tutto questo è utile perché il pianeta deve sviluppare qualche forma di attenzione più vigile, più mobile, accettare meno le versioni di convenienza. Per formare gli anticorpi servirebbe un antibioticobomba, ma anche queste dosi omeopatiche sono sicuramente giuste».

5.12.10

Umberto Eco e l'Italia a 150 anni. I poveri della tv e i ricchi del web

di Gianni Riotta

«L'identità italiana dei prossimi 150 anni?». Umberto Eco sorride nel suo salone, all'ombra del Castello Sforzesco di Milano, davanti all'impossibile domanda. È tornato da poco da Parigi, alla riunione di redazione del quotidiano gauchiste «Liberation» gli han chiesto come sempre de "les Italiens", e ha provato a rispondere «occhio piuttosto ai movimenti culturali che politici, occhio alle università».

E a pochi giorni dal 150º compleanno del paese, provando a guardare a quali idee uniranno – o divideranno come presagisce nel suo romanzo Il cimitero di Praga – le prossime generazioni, il pioniere della semiologia azzarda «Giudica da televisione e internet. La tv ha fatto bene ai poveri e male ai ricchi. Internet male ai poveri e bene ai ricchi».

Sembra un paradosso dritto dai tempi de «Apocalittici e integrati», il saggio di Eco che diede alla cultura di massa dignità di "cultura", fece incavolare ermellini e parrucconi del 1964, animando oggi 7580 siti sul web: «La televisione diede un linguaggio ai poveri, la lingua nazionale italiana. Può darsi che la parlassero con i tic di Mike Bongiorno ma comunque la impararono. La classe colta, i ricchi dico per ironia, magari invece abbandonarono la lettura di Marcel Proust e de La ricerca del tempo perduto, per quiz e varietà. L'esatto contrario con il web. I poveri, chi non ha gli strumenti di cultura del nuovo sapere, rischia di perdersi nell'oceano di informazione della rete, finendo nei siti dei complottisti, dei populisti. Non imparano nuove informazioni, ma si intossicano di menzogne. I ricchi, i colti, possono scrivere una tesi di esegesi bliblica cliccando su una tastiera».

Si chiama "digital divide", la barriera culturale prodotta dal web e potrebbe essere questo il ponte levatorio del nuovo Castello del potere nel prossimo secolo e mezzo nazionale. Un compleanno che Eco festeggia con moderato entusiasmo, «Il paese mi sembra avere perduto energia morale, forza. È come se fosse narcotizzato. Io sono stanco di vedere la nostra identità maltrattata all'estero dagli analisti.

Ancora due o tre anni fa ci compativano, "poveracci vi siete ridotti male", adesso quasi si incavolano "perché non reagite?" come se le identità, il consenso nazionale, fossero facili schemi da ribaltare». E prima di arrivare alla sua, preoccupata, vista sull'Italia 2010- 2011, Eco torna agli anni della fondazione, ai mito del Risorgimento.

«Gli Stati Uniti hanno avuto una guerra civile, e tragica, ma già col romanzo di Margaret Mitchell del 1936, e tre anni dopo con il filmone, Via col Vento prodotto da Selznick, provarono a darsi una visione unitaria, nazionale, dove yankee e confederati potessero darsi conto reciprocamente delle ragioni. Esercizio per noi italiani impossibile. Non solo ci siamo divisi tra guelfi e ghibellini, ma poi tra bianchi e neri, in un caleidoscopio perenne di fazioni e gruppi. Che non ci ha dato serenità politica».

Per Eco è la cultura ad avere unito il paese, prima che politica e istituzioni ci provassero con alterne fortune: «Abbiamo una tradizione comunale di faide. Se oggi quella lacerazione è incarnata al Nord dalla Lega, non dimenticare che al Sud sono sempre rimaste attive spinte autonomistiche, separatiste, in Sicilia, in Sardegna. Il mito del Risorgimento, contestato o no, è contrapposto a un mito del regno Borbonico, che non ho mai condiviso. Per dirla tutta, se oggi c'è la monnezza in strada a Napoli è per il retaggio peggiore di quella tradizione.

E, con freddezza storica, dobbiamo ammettere che i piemontesi» – e qui Eco parla da piemontese doc, come il senatore Chevalley del Gattopardo – «fecero un sacco di cavolate, repressero dove dovevano riformare, ma credo che alla fine l'Italia unita sia un paese, e una comunità, migliore di quella che avremmo ereditato da Granducati di Toscana e Borboni. Sarebbe bene che Nord e Sud accettassero questa morale».

Per capire però il Dna profondo degli italiani a 150 anni, Eco chiama a un precoce sforzo globale. Considera il nostro paese «la prima nazione globale», quando ancora al posto del computer si usavano incunaboli. «La nostra identità è cosmopolita. In politica perché ogni castello chiamava lo straniero ad allearsi contro il castello contiguo. E in cultura perché la capacità "globale" dei nostri classici, ha fatto loro perdere italianità.

I francesi tendono ad annetterseli, considerano francesi Leonardo e Modigliani, gli spagnoli apprezzano un italiano come cugino, gli inglesi e i tedeschi guardano ai valori umanistici, come se Dante fosse compatriota di Shakespeare e Goethe e Machiavelli di Hegel. Se l'italiano è, e resta, esterofilo, gli stranieri tendono a assumerlo come un internazionale cosmopolita. Io sono arrivato in America più spesso invitato dagli istituti di cultura francese che da quelli di italianistica...».

Come ce la siamo cavata però per secoli, arrivando oggi malgrado tutto a essere la seconda industria d'Europa e una delle prime nel mondo, pur con un paese povero di risorse e di unità politica? «Perché ce la caviamo, siamo abituati a tenere duro, a creare, inventare, il Rinascimento è invenzione, il boom economico degli anni 60 invenzione. Sai da dove viene la parola kitsch secondo alcune etimologie? Da sketch, gli schizzi alla buona che gli artisti di strada vendevano ai turisti gentlemen inglesi del passato. Già allora riciclavamo le glorie, un marketing alla buona».

E oggi? Fabio Fazio ha chiesto a Eco, protagonista delle avanguardie alla Gruppo '63, collaboratore di «Espresso» e «Manifesto», se l'aggettivo "disperato" usato dal Sole per recensire il suo ultimo romanzo fosse azzeccato e la risposta, in tv, come qui, è la stessa: «Invecchiando ci si fa pessimisti. La sinistra aveva la carta Prodi e l'ha bruciata per due volte, proprio per quelle faide di fazione ancestrali. E la destra ha un leader che rappresenta tanti italiani nei loro tic e desideri, dà l'illusione di stare nella modernità, ma poi non ha riformato il paese. Ci vorrebbe un Comitato di salute pubblica, un governo unitario che lavorasse sui problemi, ma non vedo una classe politica, o un'opinione pubblica, capace di generarlo».

Disperazione o pessimismo non allontanano Umberto Eco dal lavoro: «I giovani li leggo, Ammaniti, Nove, la Avallone, sono bravi. Al cinema invece vado poco, solo i classici. Quando è rinata la rivista "Alfabeta" ho chiesto che venissero costituiti dei comitati di giovani laureati a Bologna, a Torino, a Roma, per dare la possibilità a tanti giovanissimi pieni di ingegno e senso critico. Ma il fatto politico più nuovo è passato dalla tv, il Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Oltre le ideologie del Novecento, m'è sembrato un modo di guardare al di là della politica, al di là dei partiti, cercando la cultura che ci unisca». È stato, per Eco, il regalo di compleanno all'Italia, nel compleanno numero 150.

3.12.10

I migliori libri 2010 dell'Economist parlano della Cina e dell'America di Obama

I migliori libri del 2010 parlano di Barack Obama e della Cina, di come il surfing si è diffuso nel mondo, della prosperità e del dominio dell'Occidente, di una lepre dagli occhi d'ambra e di molto altro ancora. L'Economist pubblica nel numero in edicola oggi la sua scelta dei più avvincenti libri dell'anno: sono 44 titoli tra saggistica, narrativa e poesia incoronati come "Page turners", libri di cui il lettore gira avidamente le pagine e che non smetterebbe mai di leggere.

In cima alla lista dei libri di politica e attualità, è l'America al tempo di Obama.
"Game Change: Obama and the Clintons, Mc Cain and Palin, and the Race of a Lifetime", scritto da due giornalisti americani, John Heilemann and Mark Halperin. La lettura è definita "scioccante" e "compulsiva", in particolare per quanto riguarda Hillary Clinton e John McCain. La campagna presidenziale 2008 emerge come "porno politico di alta qualità".
"The Bridge: The Life and Rise of Barack Obama", di David Remnik è una biografia del presidente Usa, ben scritta e ricca di nuovi dettagli sulla sua vita.

C'è anche l'America della guerra al terrorismo ereditata da George W. Bush. "The Watchers: The Rise of America's Surveillance State", di Shane Harris, racconta dell'ascesa dello stato di polizia negli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001.
Sulla Cina, l'altro grande protagonista della politica mondiale, L'Economist ha scelto due titoli. "The Party: The Secret World of China's Communist Rulers" di Richard Mc Gregor (ex capo dell'ufficio di Pechino del Financial Times), racconta il mondo segreto del partito comunista cinese e sostiene che il potere si basa su un sistema che rende la corruzione quasi inevitabile.
In "Country Driving: A Journey Through China from Farm to Factory", il giornalista americano Peter Hessler si mette dietro al volante di un'auto per esplorare come la Cina sta cambiando.

Uno sguardo alla Gran Bretagna alle prese con i costi dei baby boomers è "The Pinch: How the Baby Boomers Took Their Children's Future—and Why They Should Give it Back". La generazione che ha "rubato il futuro ai propri figli" dovrebbe ridarglielo. L'autore è David Willetts, ministro per l'Università e la Scienza di David Cameron, che l'Economist definisce uno dei pochi "pensatori profondi" dei Tories.

Tra le biografie e memorie, spicca "The Hare with Amber Eyes: A Hidden Inheritance" di Edmund de Waal. Si tratta, secondo il settimanale, di "uno studio magico di come gli oggetti sono manipolati, usati e poi passati di mano in mano", scritto da un ceramista britannico che ha ereditato 264 miniature giapponesi. Il titolo si riferisce a una di queste miniaure, la lepre con gli occhi d'ambra.

Nel paragrafo dedicato ai libri di storia, in primo piano la rivalità tra Occidente e Cina. "Why the West Rules—For Now: The Patterns of History and What They Reveal About the Future". Ian Morris, storico britannico alla Stanford University, spiega perché l'Occidente domina, per ora, e sostiene che i dibattiti sull'ascesa della Cina e il declino dell'Occidente saranno alla fine marginali perché la natura si ritorcerà contro la società umana.
Sempre con l'attenzione rivolta alle relazioni tra Est e Ovest, "Pearl Buck in China: Journey to the Good Earth", di Hilary Spurling, narra come gli scritti della prima donna americana vincitrice del Nobel per la letteratura abbiano contributo a lenire le tormentate relazioni tra l'Occidente e la Cina nella prima parte del 20.mo secolo. Ancora sulla Cina, la storia della grande carestia di Mao, "Mao's Great Famine: The History of China's Most Devastating Catastrophe, 1958-1962", di Frank Dikötter.

Ma c'è anche il sogno sovietico degli Anni Cinquanta: "Red Plenty: Industry! Progress! Abundance! Inside the Fifties' Soviet Dream". Francis Spufford racconta perché la pianificazione centralizzata dell'Unione Sovietica fu un fallimento.
Originale e certamente adatto come regalo di Natale, "A History of the World in 100 Objects", una storia del mondo attraverso cento oggetti raccontata elegantemente da Neil MacGregor, direttore del British Museum.
Sul fronte dell'economia, c'è quello che per il settimanale britannico è uno dei migliori libri sulla recente crisi, "The Big Short: Inside the Doomsday Machine", di Michael Lewis.
Contro tutti quelli che propendono per il pessimismo della ragione, nella sezione scienza e tecnologia, l'Economist segnala "The Rational Optimist: How Prosperity Evolves". Matt Ridley, noto autore di scienza, sfida chi vede nero e sostiene che il mondo non può sfamare 9 miliardi di bocche, che l'Africa è destinata a fallire e che il pianeta va verso il disastro climatico.

Toni più lievi e addirittura spensierati nel paragrafo dedicato a cultura, società e viaggi. Si scivola sull'onda del surf leggendo "Sweetness and Blood: How Surfing Spread from Hawaii and California to the Rest of the World, With Some Unexpected Results". Michael Scott Moore racconta come il surf si è diffuso dalle Hawaii e dalla California al resto del mondo, con "risultati inaspettati".
Nella narrativa, non poteva mancare "Freedom", il nuovo romanzo di Jonathan Franzen, l'autore di "Le Correzioni". E' la storia di una famiglia del Midwest che rappresenta il ceto medio dell'America contemporanea. Per l'Economist, un moderno "Paradiso perduto".
L'Economist ha scelto anche un romanzo ambientato a Roma, "The Imperfectionists", di Tom Rachman, che racconta vicissitudini e drammi di un grande quotidiano internazionale americano in crisi, non troppo lontano dall'International Herald Tribune, basato a Parigi, dove l'autore lavorava.
Due premi Nobel nei libri di poesia, "Human chain" del poeta nordirlandese Seamus Heaney e "White Egrets: Poems" del poeta santaluciano Derek Walcott.

L'Economist propone a parte una rassegna dei libri scritti dai suoi giornalisti "quando non erano in ufficio". Spiega di farlo su richiesta dei lettori, poiché abitualmente non fa recensioni di libri scritti dal suo staff o dagli ex che hanno lasciato il giornale da meno di cinque anni.
Nella lista di dodici titoli compaiono due libri sull'Italia. Il primo è "Forza, Italia: Come Ripartire dopo Berlusconi"di Bill Emmott, un saggio che – spiega l'Economist - "analizza la lotta tra ‘l'Italia buona' e ‘l'Italia cattiva' e dice come può vincere quella buona. Il secondo saggio, "Into the Heart of the Mafia: A Journey Through the Italian South", di David Lane (corrispondente dall'Italia per la finanza ), descrive come l'influenza della mafia nell'Italia del Sud è stata rafforzata dalla globalizzazione.
Da segnalare infine il libro degli "ismi" di John Andrews, "The Economist Book of Isms: From Abolitionism to Zoroastrianism"; una guida all'economia, "The Little Book of Economics: How the Economy Works in the Real World", di Greg Ip; e una guida agli hedge fund, "The Economist Guide to Hedge Funds: What They Are, What They Do, Their Risks, Their Advantages" di Philip Coggan.

28.11.10

«Società offshore per gli appalti gonfiati»

I pm: «Le cordate amiche hanno moltiplicato per 20 il fatturato». Timori per l’eventuale pubblicazione sul sito Wikileaks di contratti esteri del gruppo di Guarguaglini] «Società offshore per gli appalti gonfiati»
I pm: «Le cordate amiche hanno moltiplicato per 20 il fatturato». Timori per l'eventuale pubblicazione sul sito Wikileaks di contratti esteri del gruppo di Guarguaglini


Fiorenza Sarzanini

Appalti moltiplicati per favorire sempre le stesse società. E così alimentare la contabilità occulta, spesso trasferita all’estero. Il primo esame della documentazione sequestrata negli uffici della Selex sistemi integrati e delle aziende che poi ottenevano i lavori delinea il meccanismo illecito che sarebbe stato utilizzato al fine di creare «fondi neri» per versare tangenti a manager e politici. Il meccanismo svelato dal consulente di Finmeccanica Lorenzo Cola trova riscontro nelle carte portate via da carabinieri del Ros e finanzieri. Rivelando come sia stato lo stesso Cola, grazie alle imprese che controllava attraverso prestanome, ad accaparrarsi la fetta più grossa. Basti pensare che in appena quattro anni era riuscito a far lievitare di venti volte i guadagni. Le fatture rivelano anche l’esistenza di consulenze affidate a società offshore che, dicono i magistrati, sarebbero servite a veicolare il denaro in Svizzera e in numerosi paradisi fiscali. Un meccanismo che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati dell’amministratore di Selex Marina Grossi e di quello di Enav Guido Pugliesi per corruzione e frode fiscale, del presidente dell’Ente di assistenza al volo Luigi Martini, del suo predecessore Bruno Nieddu, del componente del consiglio di amministrazione dello stesso Ente Ilario Floresta, del capo delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni, dei dirigenti di Selex Letizia Colucci e Manlio Fiore, oltre a numerosi imprenditori. La doppia cordata Le verifiche del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dei sostituti Paolo Ielo e Rodolfo Sabelli ora si concentrano sui lavori effettuati in numerosi aeroporti italiani come Palermo, Napoli, Lamezia Terme, ma anche Malpensa e altri scali. Costruzione delle torri di controllo, manutenzione dei radar, sistemi di controllo del vento: Enav passava gli appalti a Selex, che a sua volta individuava le ditte per i subappalti. La maggior parte venivano affidati a Techno Sky, a sua volta controllata da Enav. Gli altri finivano a pochi privilegiati scelti a trattativa privata che così ricevevano un fiume di denaro. L’accusa, confortata dalle rivelazioni di Cola e del suo commercialista Marco Iannilli, individua due cordate che di fatto si spartivano la torta. La prima, riconducibile appunto a Cola, comprende la Arc Trade, la Cogim, la Print Sistem e la Trs. La seconda, invece, include ditte che i magistrati definiscono «riferibili ad attività di Lorenzo Borgogni», cioè La Renco, la Simav sistemi di manutenzione avanzati, la Chorus services e architecture e la Aicom. Cola accusa Borgogni di aver preso «almeno 300mila euro in contanti e altre utilità». Lui stesso ammette di aver guadagnato svariati milioni per le sue consulenze. Ora si cercano gli altri beneficiari della politica e dell’imprenditoria. Intanto sono le cifre a fornire il volume degli affari. Il record del 2009 Nel 2004 Enav dà a Selex lavori per 341 milioni di euro. Le due aziende di Cola, Trs e Print Sistem, si aggiudicano lavori per 2 milioni e mezzo di euro. L’anno dopo al vertice di Selex arriva Marina Grossi, la moglie di Guarguaglini, nominata amministratore delegato, ed Enav «gira» appalti per 314 milioni. Cola questa volta fa il salto e alle due ditte che controlla arrivano subcommesse per 8 milioni e trecentomila euro. Nel 2006 e nel 2007 gli incassi tornano a essere modesti. Mentre il 2008 è l’anno dell’ascesa con appalti Enav che ammontano a 397 milioni di euro e subappalti che superano i 14 milioni di euro. Il vero boom arriva nel 2009, esattamente il periodo nel quale, contestano i pubblici ministeri, Selex «emetteva fatture relative a operazioni in tutto o in parte inesistenti per un valore non inferiore a 10 milioni di euro, per consentire a Enav l’evasione delle imposte dirette o indirette». Il dettaglio dei numeri appare eloquente. A bilancio vengono iscritti appalti concessi da Enav per un totale di 490 milioni di euro. L’analisi dei subappalti mostra la divisione della torta: Print Sistem ottiene lavori per 34 milioni di euro, Techno Sky per 12 milioni e quattrocentomila. Ma in scena compare anche Arc Trade, che se ne aggiudica per un valore di otto milioni e mezzo. A conti fatti, soltanto le società di Cola gestiscono in quei dodici mesi 43 milioni di euro. Le percentuali dei mediatori «Per lavorare, me dovevano paga’», ha detto Cola ai magistrati riferendosi alle ditte che aveva segnalato. Non era l’unico. Nell’elenco degli indagati i magistrati romani hanno inserito anche Paolo Prudente, direttore generale di Selex fino all’arrivo della Grossi, e Antonio Iozzini, amministratore delegato di Techno Sky fino a luglio scorso. In realtà il manager fu sostituito, insieme ai componenti del consiglio di amministrazione, perché accusato dai vertici di Enav di aver commesso «irregolarità gestionali e procedurali» che avevano poi determinato l’avvio di un audit che si è conclusa qualche giorno fa. In particolare si parla di commesse pagate prima dell’esecuzione e di costi gonfiati. Nel provvedimento eseguito due giorni fa che disponeva perquisizioni e sequestri negli uffici e nelle abitazioni degli indagati, viene specificata la necessità di acquisire la documentazione relativa a «inchieste interne e audit in ordine alla regolarità dell’assegnazione dei lavori, nonché copia dell’organigramma e delle relative modifiche dei dirigenti di Enav e Selex negli ultimi cinque anni, per la ricostruzione dei singoli procedimenti». I magistrati sono infatti convinti che l’esame di quella documentazione possa fornire elementi utili a individuare altri beneficiari del sistema. Manager che avrebbero rivestito il doppio ruolo di committenti e nello stesso tempo, percettori di mazzette. L’esame delle carte rivelerà eventuali altri illeciti. Ma la fibrillazione di queste ore riguarda anche contratti esteri siglati da Finmeccanica che potrebbero essere rivelati nei dettagli dal sito Wikileaks.] MILANO - Appalti moltiplicati per favorire sempre le stesse società. E così alimentare la contabilità occulta, spesso trasferita all'estero. Il primo esame della documentazione sequestrata negli uffici della Selex sistemi integrati e delle aziende che poi ottenevano i lavori delinea il meccanismo illecito che sarebbe stato utilizzato al fine di creare «fondi neri» per versare tangenti a manager e politici. Il meccanismo svelato dal consulente di Finmeccanica Lorenzo Cola trova riscontro nelle carte portate via da carabinieri del Ros e finanzieri. Rivelando come sia stato lo stesso Cola, grazie alle imprese che controllava attraverso prestanome, ad accaparrarsi la fetta più grossa. Basti pensare che in appena quattro anni era riuscito a far lievitare di venti volte i guadagni. Le fatture rivelano anche l'esistenza di consulenze affidate a società offshore che, dicono i magistrati, sarebbero servite a veicolare il denaro in Svizzera e in numerosi paradisi fiscali. Un meccanismo che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati dell'amministratore di Selex Marina Grossi e di quello di Enav Guido Pugliesi per corruzione e frode fiscale, del presidente dell'Ente di assistenza al volo Luigi Martini, del suo predecessore Bruno Nieddu, del componente del consiglio di amministrazione dello stesso Ente Ilario Floresta, del capo delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni, dei dirigenti di Selex Letizia Colucci e Manlio Fiore, oltre a numerosi imprenditori.

La doppia cordata
Le verifiche del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dei sostituti Paolo Ielo e Rodolfo Sabelli ora si concentrano sui lavori effettuati in numerosi aeroporti italiani come Palermo, Napoli, Lamezia Terme, ma anche Malpensa e altri scali. Costruzione delle torri di controllo, manutenzione dei radar, sistemi di controllo del vento: Enav passava gli appalti a Selex, che a sua volta individuava le ditte per i subappalti. La maggior parte venivano affidati a Techno Sky, a sua volta controllata da Enav. Gli altri finivano a pochi privilegiati scelti a trattativa privata che così ricevevano un fiume di denaro. L'accusa, confortata dalle rivelazioni di Cola e del suo commercialista Marco Iannilli, individua due cordate che di fatto si spartivano la torta. La prima, riconducibile appunto a Cola, comprende la Arc Trade, la Cogim, la Print Sistem e la Trs. La seconda, invece, include ditte che i magistrati definiscono «riferibili ad attività di Lorenzo Borgogni», cioè La Renco, la Simav sistemi di manutenzione avanzati, la Chorus services e architecture e la Aicom. Cola accusa Borgogni di aver preso «almeno 300mila euro in contanti e altre utilità». Lui stesso ammette di aver guadagnato svariati milioni per le sue consulenze. Ora si cercano gli altri beneficiari della politica e dell'imprenditoria. Intanto sono le cifre a fornire il volume degli affari.

Il record del 2009
Nel 2004 Enav dà a Selex lavori per 341 milioni di euro. Le due aziende di Cola, Trs e Print Sistem, si aggiudicano lavori per 2 milioni e mezzo di euro. L'anno dopo al vertice di Selex arriva Marina Grossi, la moglie di Guarguaglini, nominata amministratore delegato, ed Enav «gira» appalti per 314 milioni. Cola questa volta fa il salto e alle due ditte che controlla arrivano subcommesse per 8 milioni e trecentomila euro. Nel 2006 e nel 2007 gli incassi tornano a essere modesti. Mentre il 2008 è l'anno dell'ascesa con appalti Enav che ammontano a 397 milioni di euro e subappalti che superano i 14 milioni di euro. Il vero boom arriva nel 2009, esattamente il periodo nel quale, contestano i pubblici ministeri, Selex «emetteva fatture relative a operazioni in tutto o in parte inesistenti per un valore non inferiore a 10 milioni di euro, per consentire a Enav l'evasione delle imposte dirette o indirette». Il dettaglio dei numeri appare eloquente. A bilancio vengono iscritti appalti concessi da Enav per un totale di 490 milioni di euro. L'analisi dei subappalti mostra la divisione della torta: Print Sistem ottiene lavori per 34 milioni di euro, Techno Sky per 12 milioni e quattrocentomila. Ma in scena compare anche Arc Trade, che se ne aggiudica per un valore di otto milioni e mezzo. A conti fatti, soltanto le società di Cola gestiscono in quei dodici mesi 43 milioni di euro.

Le percentuali dei mediatori
«Per lavorare, me dovevano paga'», ha detto Cola ai magistrati riferendosi alle ditte che aveva segnalato. Non era l'unico. Nell'elenco degli indagati i magistrati romani hanno inserito anche Paolo Prudente, direttore generale di Selex fino all'arrivo della Grossi, e Antonio Iozzini, amministratore delegato di Techno Sky fino a luglio scorso. In realtà il manager fu sostituito, insieme ai componenti del consiglio di amministrazione, perché accusato dai vertici di Enav di aver commesso «irregolarità gestionali e procedurali» che avevano poi determinato l'avvio di un audit che si è conclusa qualche giorno fa. In particolare si parla di commesse pagate prima dell'esecuzione e di costi gonfiati. Nel provvedimento eseguito due giorni fa che disponeva perquisizioni e sequestri negli uffici e nelle abitazioni degli indagati, viene specificata la necessità di acquisire la documentazione relativa a «inchieste interne e audit in ordine alla regolarità dell'assegnazione dei lavori, nonché copia dell'organigramma e delle relative modifiche dei dirigenti di Enav e Selex negli ultimi cinque anni, per la ricostruzione dei singoli procedimenti». I magistrati sono infatti convinti che l'esame di quella documentazione possa fornire elementi utili a individuare altri beneficiari del sistema. Manager che avrebbero rivestito il doppio ruolo di committenti e nello stesso tempo, percettori di mazzette. L'esame delle carte rivelerà eventuali altri illeciti. Ma la fibrillazione di queste ore riguarda anche contratti esteri siglati da Finmeccanica che potrebbero essere rivelati nei dettagli dal sito Wikileaks.