13.5.15

L’ipocrisia dell’Europa si chiama diseguaglianza

di Kenneth Rogoff (ilsole24ore)

L’emergenza dei migranti che sta vivendo l’Europa rivela un vizio di fondo, se non un’enorme ipocrisia, nell’attuale dibattito sulla disuguaglianza economica. Un vero progressista non sosterrebbe l’idea di pari opportunità per tutti gli abitanti del pianeta, anziché soltanto per quelli che hanno avuto la fortuna di nascere e crescere in Paesi ricchi?

Molti leader di pensiero nelle economie avanzate perorano la mentalità del diritto. Tale diritto, però, si ferma al confine, e anche se una maggiore redistribuzione della ricchezza all’interno dei singoli Paesi viene ritenuta un imperativo assoluto, le persone che vivono in Paesi emergenti o in via di sviluppo sono lasciate fuori.

Se le attuali preoccupazioni circa la disuguaglianza fossero espresse esclusivamente in termini politici, questo ripiegamento su se stessi sarebbe comprensibile; dopotutto, i cittadini dei Paesi poveri non possono votare in quelli ricchi. Invece, la retorica del dibattito sulla diseguaglianza nei Paesi ricchi tradisce una certezza morale che opportunamente ignora i miliardi di persone che in altre parti del mondo vivono in condizioni molto peggiori.

Non bisogna dimenticare che, anche dopo un periodo di stagnazione, la classe media nei Paesi ricchi, vista in una prospettiva globale, resta comunque una classe alta. Soltanto circa il 15% della popolazione mondiale vive in economie sviluppate. Eppure, i Paesi avanzati sono a tutt’oggi responsabili di oltre il 40% dei consumi globali e dell’esaurimento delle risorse. Aumentare le tasse sulla ricchezza è senz’altro un modo per ridurre la disuguaglianza all’interno di un Paese, ma non risolve il problema della povertà profonda nel mondo in via di sviluppo.

E neppure lo risolve appellarsi a una superiorità morale per giustificare il fatto che una persona nata in Occidente usufruisca di così tanti vantaggi. Senza dubbio, delle istituzioni politiche e sociali solide sono il fondamento di una crescita economica sostenuta, anzi rappresentano un ingrediente essenziale per la buona riuscita dello sviluppo.

Tuttavia, la lunga storia di sfruttamento coloniale dell’Europa rende difficile immaginare come sarebbero evolute le istituzioni asiatiche e africane in un universo parallelo in cui gli europei fossero arrivati solo per commerciare, non per conquistare.

Molte questioni politiche appaiono distorte quando si osservano con una lente che mette a fuoco solo la disuguaglianza interna di un Paese e ignora quella globale. L’affermazione marxiana di Thomas Piketty che il capitalismo sta fallendo perché la disuguaglianza nazionale è in aumento in realtà dice il contrario. Quando si dà lo stesso peso a tutti i cittadini del mondo, le cose appaiono sotto una luce diversa. Le stesse forze della globalizzazione che hanno contribuito alla stagnazione dei salari della classe media nei Paesi ricchi, altrove hanno affrancato dalla povertà milioni di persone.

La disuguaglianza globale si è ridotta negli ultimi tre decenni, il che implica che il capitalismo ha avuto un successo straordinario. Potrà aver eroso il livello delle rendite di cui i lavoratori nei Paesi avanzati godono in virtù dell’essere nati lì, ma ha fatto di più per aiutare i lavoratori a reddito medio, concentrati in Asia e nei mercati emergenti.

Consentire una più libera circolazione delle persone attraverso le frontiere bilancerebbe le opportunità in modo più rapido rispetto al commercio, ma un’ipotesi del genere incontra resistenza. I partiti politici anti-immigrazione hanno preso piede in Paesi come Francia e Regno Unito.

Certo, i milioni di disperati che vivono in zone di guerra e in Paesi falliti non hanno molta altra scelta se non chiedere asilo in un paese ricco, a prescindere dai rischi che ciò comporta. Le guerre in Siria, Eritrea, Libia e Mali hanno avuto un ruolo enorme nell’attuale impennata di profughi che cercano di raggiungere l’Europa. E se anche questi Paesi dovessero stabilizzarsi, l’instabilità di altre regioni si imporrebbe al loro posto.

Le pressioni economiche rappresentano un’altra forte spinta alla migrazione. I lavoratori dei Paesi poveri accolgono con favore l’opportunità di lavorare in un Paese avanzato, anche con salari da fame. Purtroppo, il dibattito in corso nei Paesi ricchi verte perlopiù, sia a destra che a sinistra, su come tenere gli altri fuori dai propri confini, una soluzione che potrà essere pratica, ma non è giustificabile da un punto di vista morale.

Inoltre, la pressione migratoria è destinata ad aumentare se il riscaldamento globale evolverà secondo le previsioni dei climatologi. Quando le regioni equatoriali diventeranno troppo calde e aride per sostenere l’agricoltura, nel Nord del mondo l’aumento delle temperature renderà invece l’agricoltura più produttiva. I mutamenti climatici potrebbero, quindi, incrementare la migrazione verso i paesi più ricchi fino a livelli che farebbero impallidire quelli dell’emergenza attuale, soprattutto tenuto conto che i paesi poveri e i mercati emergenti sono perlopiù ubicati in prossimità dell’equatore e in zone climatiche più vulnerabili.

Essendo la capacità di accoglienza e la tolleranza dei paesi ricchi verso l’immigrazione ormai limitate, è difficile immaginare di poter raggiungere in modo pacifico un nuovo equilibrio in termini di distribuzione della popolazione globale. Esiste, quindi, il rischio che il risentimento nei confronti delle economie avanzate, responsabili di una quota fin troppo sproporzionata d'inquinamento e consumo di materie prime globali, possa degenerare.

Mentre il mondo diventa più ricco, la disuguaglianza inevitabilmente si profilerà come un problema molto più vasto rispetto a quello della povertà, un’ipotesi che avevo già avanzato oltre un decennio fa. Purtroppo, però, il dibattito sulla disuguaglianza si è concentrato a tal punto su quella nazionale da oscurare il ben più grande problema della disuguaglianza globale. Questo è un vero peccato perché i paesi ricchi potrebbero fare la differenza in tanti modi, ad esempio fornendo assistenza medica e scolastica gratuita on-line, più aiuti allo sviluppo, una riduzione del debito, l’accesso al mercato e un maggiore contributo alla sicurezza globale. L’arrivo di persone disperate sulle coste dell’Europa a bordo di barconi è un sintomo della loro incapacità in tal senso.

11.5.15

La regola, ovvero giorno dopo giorno la 'ndrangheta in Lombardia

Giuseppe Ceretti

Pare di vederlo l'Ivano Perego, 36 anni, con una cresta di capelli biondo ossigenati e l'aria da bullo che scende dal Suv, moderno bunker a quattro ruote che si compra a metri quadrati e dal quale si scende in ascensore. E' lui il padre padrone della Perego Strade, l'azienda di Cassago Brianza specializzata in costruzioni, movimento terra, servizi all'edilizia, ereditata dal padre Luigi.

Almeno così sembra, anche se tra i dipendenti dell'impresa che si chiamano Galbusera e Redaelli, si insinua il dubbio che qualcosa sia cambiato e non certo al meglio. Che ci fa in ditta quel Salvatore Strangio che si spaccia per geometra e che entra ed esce come fosse il padrone nell'ufficio del “signor Perego”? E chi è mai quell'Andrea Pavone che spunta dal nulla e diventa l'amministratore con stipendio e benefit da capogiro?

Incomincia con questa storia emblematica dell'estate del 2008 il diario dell'attività della 'ndrangheta in Lombardia fino a giorni nostri. Lo scrive con la passione e la meticolosità del cronista di razza, Giampiero Rossi, giornalista del Corriere, con alle spalle tanta, tanta strada percorsa nell'amata e dannata terra di Lombardia, per molti anni all'Unità, quotidiano al quale è approdato dopo la preziosa esperienza nel gruppo di società civile di Nando Dalla Chiesa, oggi responsabile del comitato antimafia del comune di Milano.

Non a caso il racconto che prende le mosse da Perego si conclude con le parole di Dalla Chiesa che meglio riassumono il senso di questa e di altre fatiche: “I mafiosi fanno i mafiosi tutti i giorni, a tempo pieno, dalla mattina alla sera; l'antimafia, invece, è discontinua”. Un rilievo che non ha tuttavia il senso della resa, al contrario esprime l'intensità dell'impegno necessario per combattere un nemico che, come recita l'esemplare titolo del libro, fa del crimine e del malaffare “la regola”, attraverso un impegno quotidiano, senza mai mollare la presa un'istante.

Dall'Ivano Perego, gaglioffo e guascone sì, ma insieme pupo nelle mani della 'ndrangheta, alle intercettazioni sulla grande torta dell'Expò, è un itinerario non già in un universo parallelo, ma nel nostro quotidiano. Non a caso il presidente della Corte d'Appello di Milano, Giovanni Canzio, all'apertura dell'anno giudiziario in corso, sottolinea come la presenza mafiosa al Nord debba essere letta in termini “non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto d'interazione/occupazione”.

Giampiero Rossi ci narra il devastante lavoro di queste metastasi cresciute nella società lombarda, come si conviene a un moderno Caronte: ne sa più di noi, si è letto e riletto centinaia di ordinanze dei coraggiosi giudici che combattono questa guerra quotidiana (citiamo solo il magistrato Giuseppe Gennari, a titolo d'esempio di uomini d'ingegno e di coraggio), ha ascoltato tante persone esperte e alla fine s'è messo a scrivere, spesso nell'angolo di un bar con le mille pagine sparse sul tavolino. Ma racconta, come se fosse la prima volta, l'ingresso nel girone dell'inferno quotidiano. Giorno per giorno, come nel titolo, mossa per mossa, nome per nome.

Il risultato è una storia tragicamente vera, densa, che ci consegna mille sensazioni.
Innanzitutto la vastità del fenomeno. Quando si legge del lavoro capillare dei responsabili della “locale”, nel gergo le organizzazioni di comando territoriale della 'ndrangheta, si rimane colpiti. Nulla viene trascurato. Vincenzo Mandalari, uno dei boss intercettati, parla della gallina dalle uova d'oro dell'Expo e così ammonisce uno dei consiglieri comunali prezzolati: “Se tu sogni tutto l'Expo di Rho.. allora hai sbagliato a sederti con noi. Perché noi non stiamo pensando a questo!.. Stiamo pensando a mettere i chiusini invece.. si punta a centri sportivi... al sociale”.

Attirati sì dalle grandi torte, ma prima ancora attenti a sfruttare ogni tassello, anche minimo, del mosaico territoriale. La grande fetta sono i lavori del movimento terra, per la facilità d'impiego criminale a basso valore aggiunto, ma non mancano le capacità operative nei settori della finanza, frutto di una perfetta simbiosi tra impresa e mafia, come dimostra la mutazione della Perego, alla fine controllata da due fiduciarie che fanno da schermo ai veri proprietari.

Modernità operativa che trova la sua forza nella rigida struttura della 'ndrangheta S.p.A.: i tentativi di qualche incauto affiliato di superare i limiti territoriali delle “locali” sono per lo più perdenti, non solo dei possibili nuovi affari, ma sovente della vita. Esemplare al proposito il capitolo dedicato all'incontro del 31 ottobre 2009 a cena al circolo ARCI intitolato a Falcone e Borsellino (atroce beffa del destino) tra i boss della ''ndrangheta, il cosiddetto summit dei 22 che definisce strategie e limiti d'intervento territoriale di famiglie e locali, “la regola sociale” che di tutto s'occupa, persino delle modalità d'invito ai matrimoni e che fa della 'ndrangheta un organismo unitario a gestire droga, estorsioni, usura, voto di scambio.

Il ricatto, la paura, le minacce, le botte sono elementi indiscutibili di un rapporto impari tra carnefice e vittime. Ma non è solo per mancanza di coraggio che in Lombardia la 'ndrangheta è entrata negli uffici della classe dirigente. Talvolta è complicità, convenienza, si direbbe quasi logica d'impresa: “Sicuramente l'influenza migliore è stata la qualità del servizio, l'immagine- spiega con candore un importante manager dei servizi di trasporto della Tnt chiamato a deporre- Nel giro di un anno abbiamo cambiato sull'area milanese tutti i mezzi, dando un ottimo esempio”.

C'è naturalmente chi della “qualità del servizio” avrebbe ragione di lamentarsi, come la moglie dell'imprenditore pestato a sangue. Ma al telefono con la suocera dice: “Quella gente lì lo sai, oggi è così, domani cambia idea...Eravamo amici, ma come fai a capire, ma se lui vuole i suoi soldi, non siamo più amici”.

Qualità del servizio che piace a taluni esponenti della classe politica, coinvolta da destra a sinistra. Spiega al telefono Francesco Sorrentino, ex consigliere della Lega al Comune di Lecco: “La differenza tra questa gente e il politico è una sola, questa gente ammazza, il politico no. Però fidati, a questo gli dai una stretta di mano e la parola la mantiene”.

La regola è spietata, tuttavia non invincibile. Forse il più importante messaggio è proprio questo: c'è chi nella società non s'arrende, magistrati, politici, imprenditori, anche a rischio della pelle. Insomma la regola si può sovvertire. Parola di Giampiero Rossi che nella dedica “a tutti i calabresi per bene e a quelli che non accettano scorciatoie” offre l'immagine più bella e più vera.

(Giampiero Rossi, La regola.Giorno per giorno la 'ndrangheta in Lombardia - Pagg. 219, euro 18 - GLF Editori Laterza)


3.5.15

Se a sgocciolare è l’Expo

Guido Viale (il Manifesto)

Trickle-down (in ita­liano, sgoc­cio­la­mento) è il nome di una teo­ria eco­no­mica, ma anche di una filo­so­fia, che molti hanno cono­sciuto attra­verso la para­bola di Laz­zaro che si nutriva delle bri­ciole che il ricco Epu­lone lasciava cadere dalla sua mensa (Luca, 16, 19–31). Dopo la loro morte le parti si sono inver­tite per­ché Laz­zaro è stato ammesso al ban­chetto di Dio, in Para­diso, men­tre Epu­lone è finito all’inferno a sof­frire fame e sete. La teo­ria e la filo­so­fia del Trickle–down in realtà si fer­mano alla prima parte della parabola.

La seconda parte è com­pito nostro rea­liz­zarla; e non in Para­diso, dopo la morte, ma su que­sta Terra, qui e ora.

In ogni caso, secondo la teo­ria, più i ric­chi diven­tano ric­chi, più qual­che cosa della loro ric­chezza “sgoc­cio­lerà” sulle classi che stanno sotto di loro, per cui che i ric­chi siano sem­pre più ric­chi con­viene a tutti. Discende da que­sta teo­ria la pro­gres­siva ridu­zione delle tasse sui red­diti mag­giori (fino alla flat tax, l’aliquota uguale per tutti, pre­di­cata negli Usa dal par­tito repub­bli­cano e, in Ita­lia, da Mat­teo Sal­vini) che, a par­tire dagli anni Set­tanta, ha inau­gu­rato la cre­scita incon­trol­lata delle dise­gua­glianze. In Ita­lia la pro­gres­siva ridu­zione delle ali­quote mar­gi­nali dell’imposta sui red­diti più ele­vati (al momento dell’introduzione dell’Irpef era di oltre il 70 per cento; oggi supera di poco il 40) è stata giu­sti­fi­cata soste­nendo che ali­quote troppo ele­vate incen­ti­vano l’evasione fiscale, men­tre ali­quote più “ragio­ne­voli” l’avrebbero eli­mi­nata. I risul­tati si vedono. L’altro cavallo di bat­ta­glia della Trickle-down eco­no­mics è che le misure di incen­ti­va­zione eco­no­mica dovreb­bero essere desti­nate esclu­si­va­mente alle imprese, per­ché sono solo le imprese a creare buona occu­pa­zio­nee, quindi, red­dito e benes­sere anche per i lavo­ra­tori. Tutte le altre spese, spe­cie se di carat­tere sociale, sono, in ter­mini eco­no­mici, “spre­chi”. Ma l’evoluzione tec­no­lo­gica rende sem­pre di più job-less, cioè senza occu­pa­zione aggiun­tiva, la cre­scita sia della sin­gola impresa che del sistema nel suo com­plesso. Anzi, molto spesso la ridu­zione dell’occupazione in una impresa viene salu­tata con un dra­stico aumento del suo valore in borsa.

Tra­spo­sta sul piano sociale, la filo­so­fia del Trickle-down ha assunto i con­no­tati del “capi­ta­li­smo com­pas­sio­ne­vole”, che negli Stati uniti costi­tui­sce la dot­trina uffi­ciale dell’ala più rea­zio­na­ria del par­tito repub­bli­cano, e non solo di quella. In base ad essa il wel­fare, come insieme di misure tese a garan­tire in forma uni­ver­sa­li­stica i diritti fon­da­men­tali del cit­ta­dino – pen­sione, cure sani­ta­rie, istru­zione, soste­gno al red­dito – va eli­mi­nato per­ché induce chi ne bene­fi­cia all’ozio; e va sosti­tuito con la bene­fi­cienza gestita dalla gene­ro­sità dei ric­chi, nelle forme da loro pre­scelte e indi­riz­zan­dola, ovvia­mente, solo a chi, a loro esclu­sivo giu­di­zio, “se la merita”. Non c’è nega­zione più radi­cale della dignità dell’essere umano (e del vivente in genere) di una teo­ria come que­sta. Eppure è una con­ce­zione che sta pro­gres­si­va­mente pren­dendo piede in tutti gli ambiti della cul­tura uffi­ciale, anche là dove gli isti­tuti del Wel­fare State (che let­te­ral­mente signi­fica Stato del benes­sere, e che da tempo viene tra­dotto sem­pre più spesso con l’espressione “Stato assi­sten­ziale”) sono, bene o male, ancora in funzione.

Non deve stu­pire quindi di ritro­vare i capi­saldi di que­sta con­ce­zione vio­len­te­mente anti­de­mo­cra­tica in quello che viene fin da ora uffi­cial­mente indi­cato come “il lascito imma­te­riale” della peg­giore mani­fe­sta­zione della teo­ria e della prassi del capi­ta­li­smo finan­zia­rio, o “finan­z­ca­pi­ta­li­smo”: la cosid­detta “carta di Milano” dell’Expò. Lascito imma­te­riale, per­ché quello mate­riale, come è ormai noto, non è che deva­sta­zione del ter­ri­to­rio, asfalto e cemento, cor­ru­zione, nuovi debiti di Comune, Regione e Stato, vio­la­zione dei diritti, della dignità e della sicu­rezza del lavoro (l’Expò è stato il labo­ra­to­rio del Job-act), pro­pa­ganda per un’alimentazione, un’agricoltura e un’industria ali­men­tare tos­si­che e, dul­cis in fundo, un mec­ca­ni­smo di per­pe­tua­zione delle Grandi Opere inu­tili: per­ché, a Expò con­cluso, ci sarà da deci­dere che cosa fare, con nuovo cemento, nuovi debiti e nuova cor­ru­zione di quell’area ormai devastata.

Uno dei punti o pro­po­siti qua­li­fi­canti della Carta di Milano è infatti la lotta con­tro lo spreco ali­men­tare attra­verso il recu­pero del cibo che oggi viene but­tato via, desti­nan­dolo ai poveri. Nella carta i rife­ri­menti a que­sto pro­po­sito sono tre: “ che il cibo sia con­su­mato prima che depe­ri­sca, donato qua­lora in eccesso e con­ser­vato in modo tale che non si dete­riori”; “indi­vi­duare e denun­ciare le prin­ci­pali cri­ti­cità nelle varie legi­sla­zioni che disci­pli­nano la dona­zione degli ali­menti inven­duti per poi impe­gnarci atti­va­mente al fine di recu­pe­rare e ridi­stri­buire le ecce­denze”; “creare stru­menti di soste­gno in favore delle fasce più deboli della popo­la­zione, anche attra­verso il coor­di­na­mento tra gli attori che ope­rano nel set­tore del recu­pero e della distri­bu­zione gra­tuita delle ecce­denze ali­men­tari”. Appa­ren­te­mente si tratta di rac­co­man­da­zioni di buon senso: dare a chi non può per­met­ter­selo il cibo che altri­menti but­te­remmo via. E’ quello che si cerca di fare con isti­tu­zioni e pro­grammi bene­me­riti, come la legge detta del “Buon Sama­ri­tano” o il Last-minute mar­ket pro­mosso dal prof. Andrea Segrè. Il fatto è che sono misure messe a punto nell’ambito della gestione dei rifiuti e tese alla loro mini­miz­za­zione (in vista del loro azze­ra­mento, pre­vi­sto dal pro­gramma Rifiuti zero, che le ren­de­rebbe super­flue). Tra­spo­ste nell’ambito di un pro­gramma pla­ne­ta­rio per “nutrire il pia­neta” hanno l’effetto di retro­ce­dere all’ambito della gestione dei rifiuti il tema della sot­toa­li­men­ta­zione di una parte deci­siva dell’umanità, la cui con­di­zione è invece il pro­dotto delle grandi e cre­scenti dise­gua­glianze mon­diali nella distri­bu­zione dei red­diti, del lavoro e delle risorse.

Per cogliere meglio que­sto punto è neces­sa­rio risa­lire a quella che è la matrice della Carta di Milano, cioè il “Pro­to­collo di Milano”: un docu­mento ela­bo­rato dalla fon­da­zione Barilla – ema­na­zione dell’omonima mul­ti­na­zio­nale ali­men­tare – a cui l’Expò ha affi­dato il com­pito di indi­vi­duare i capi­saldi del pro­gramma “nutrire il pia­neta”, che sono poi stati tra­dotti “in pil­lole” nella Carta di Milano; e che ha la pre­tesa di defi­nire un pro­gramma di azione dei pros­simi decenni per tutti i sog­getti del mondo – Governi, imprese, asso­cia­zioni, cit­ta­dini — impe­gnati nella filiera agroa­li­men­tare come pro­dut­tori, distri­bu­tori o consumatori.

Nel Pro­to­collo di Milano il tema dello spreco di ali­menti occupa il primo posto: “Primo para­dosso – spreco di ali­menti: 1,3 miliardi di ton­nel­late di cibo com­me­sti­bile sono spre­cati ogni anno, ovvero un terzo della pro­du­zione glo­bale di ali­menti e quat­tro volte la quan­tità neces­sa­ria a nutrire gli 805 milioni di per­sone denu­trite nel mondo”. Nell’ambito dei pro­grammi per sra­di­care la fame, tra cui “le dispo­si­zioni per­ti­nenti nel qua­dro delle legi­sla­zioni inter­na­zio­nali, regio­nali e nazio­nali per la pro­te­zione e con­ser­va­zione delle risorse e l’adozione di azioni fina­liz­zate allo svi­luppo soste­ni­bile nella Diret­tiva qua­dro euro­pea sulle acque, il Piano d’azione per un’Europa effi­ciente sotto il pro­filo delle risorse, gli Obiet­tivi di Svi­luppo del Mil­len­nio per sra­di­care la povertà estrema e la fame”, il Pro­to­collo di Milano arriva a trat­tare que­sta prima emer­genza pla­ne­ta­ria con le stesse moda­lità con cui, in un qual­siasi Comune d’Italia, si affronta il pro­blema della gestione dei rifiuti: “Le ini­zia­tive per la ridu­zione degli spre­chi devono rispet­tare la seguente gerarchia:

1. Pre­ven­zione; 2. Riu­ti­lizzo per l’alimentazione umana; 3. Ali­men­ta­zione ani­male; 4. Pro­du­zione di ener­gia e com­po­stag­gio”. Se la guerra alla fame nel mondo è in primo luogo una lotta con­tro la tra­sfor­ma­zione degli ali­menti in rifiuti (e non per una più equa distri­bu­zione delle risorse), è ovvio che ai poveri e agli affa­mati del pia­neta non spetti altro che il com­pito di smal­tire ciò di cui i ric­chi si vogliono sba­raz­zare. Cioè sedersi, come Laz­zaro, ai piedi della tavola del ricco Epu­lone. Con il che la Trickle-down eco­no­mics fa il suo ingresso trion­fale nel “lascito” dell’Expò.

2.5.15

Milano, i riot che asfaltano il movimento

MayDay 2015. Trentamila persone in corteo e la città a ferro e fuoco. Il blocco nero prende la piazza, la polizia reagisce con intelligenza ed evita il contatto. Per i No Expo l'esposizione universale è cominciata nel peggiore dei modi

Luca Fazio (il Manifesto)

Le fiamme si sono appena spente, c’è ancora tanto fumo per le strade di Milano. A freddo, una volta dato sfogo al pre­ve­di­bile sde­gno, qual­cuno dovrà pur avere il corag­gio di ammet­tere una cosa piut­to­sto sem­plice, che ovvia­mente non nasconde il pro­blema, anzi, ne pone più di uno: è andata esat­ta­mente come doveva andare. Lo sape­vano tutti, era pre­vi­sto da mesi. Non è stata una festa la May­Day 2015 e forse il peg­gio deve ancora acca­dere. In que­sto momento ci sta pure la reto­rica della “Milano ferita”, però sarebbe più utile cer­care di abboz­zare qual­che ragionamento.
I fatti sono noti, è stata la mani­fe­sta­zione più spiata e foto­gra­fata degli ultimi anni. Una parte del cen­tro sto­rico di Milano, quella intorno a piaz­zale Cadorna — era pre­vi­sto anche quello — è stata attac­cata con una furia che non si era mai vista. Auto­mo­bili date alla fiamme, fine­strini man­dati in fran­tumi con una rab­bia dispe­rata al limite dell’autolesionismo, lanci di bot­ti­glie con­tro la poli­zia, vetrine infrante, accenni di bar­ri­cate, negozi sfa­sciati. Silen­zio assor­dante, rumori di cose che si spac­cano, nuvole di lacri­mo­geni e adre­na­lina che sale quando poli­ziotti e cara­bi­nieri si inner­vo­si­scono e sem­brano dav­vero inten­zio­nati a fare sul serio.
La con­fu­sione è tanta, ci sono stati fermi ma non è chiaro quanti, si dice una decina di ragazzi. Ci sareb­bero undici feriti tra gli agenti.
Lo spet­ta­colo è deso­lante, sem­brano imma­gini di un film girato in un altro paese, e ne sono stati già fatti di ragio­na­menti sulla rab­bia cieca di chi si limita a spac­care tutto per cer­care di resi­stere in qual­che modo in un con­te­sto dove è facile sen­tirsi tagliati fuori. A vent’anni soprattutto.
Sono delin­quenti? Può darsi, poi si sfi­lano l’impermeabile col cap­puc­cio — per terra ce ne sono decine — e hanno facce da ragaz­zini qua­lun­que. Sono vio­lenti? Sicu­ra­mente, vio­lenti che si acca­ni­scono sulle cose e non sulle per­sone. Lo scon­tro con la poli­zia è solo mimato, vir­tuale come un video­gioco: viste le forze in campo gli incap­puc­ciati non potreb­bero nep­pure pen­sare di avvi­ci­narsi. La loro vio­lenza è anche stu­pida e vigliacca. Un’auto inu­til­mente spac­cata, mica tutte Fer­rari, signi­fica una per­sona col­pita alle spalle e con l’aggravante della casua­lità. Anche i “black bloc” hanno una mac­china par­cheg­giata da qual­che parte.
A pro­po­sito. Qual­che com­men­ta­tore poco razio­nale, non l’editorialista di Libero o de il Gior­nale, a caldo ha detto che la poli­zia ha lasciato fare e che dovrà rispon­dere della gestione della piazza.
Molto sem­pli­ce­mente, invece, la poli­zia ha agito con grande fred­dezza e intelligenza.
Non c’è stato alcun con­tatto con i mani­fe­stanti. Non si è fatto male nes­suno. Ci sono decine di auto­mo­bili sfa­sciate e pro­ba­bil­mente un conto salato da pagare per tutti quei gruppi orga­niz­zati che invece sono stati almeno capaci di “por­tare a casa” un cor­teo deter­mi­nato. Molto nume­rosi, almeno tren­ta­mila, a tratti anche felici di esserci. Per nulla spa­ven­tati, tan­to­meno sor­presi, per quello che stava acca­dendo nelle retrovie.
La poli­zia poteva evi­tare lo “sfre­gio alla città”? Forse sì, se il mini­stro degli Interni avesse deciso di rispol­ve­rare il metodo Genova e dare la cac­cia ai ragaz­zini che si sono masche­rati da blocco nero. Adesso che (forse) è tutto finito si può azzar­dare la domanda: sarebbe forse stato meglio se ci fosse scap­pato il morto? Anche quello era pre­vi­sto che non dovesse acca­dere, e meno male.
Ange­lino Alfano, almeno oggi, non si deve dimet­tere, le regole di ingag­gio erano que­ste, la poli­zia non voleva il con­tatto con il blocco nero.
A pro­po­sito. Ana­li­sti e die­tro­logi se ne fac­ciano una ragione. I cosid­detti “black bloc” non ven­gono da Marte, non si sono “infil­trati” nel cor­teo e non sono nem­meno al soldo della spec­tre. Ci sono, sono un pro­blema e biso­gnerà tenerne conto. Erano nel cor­teo, den­tro, nem­meno in fondo. Gli spez­zoni della mani­fe­sta­zione hanno dovuto gio­co­forza tol­le­rarli e cer­care di tute­lare il cor­teo da una rea­zione della poli­zia che a un certo punto sem­brava scontata.
La May­Day era con­tro il blocco nero? Que­sto movi­mento, que­sta piazza, che è pur sem­pre il mas­simo che oggi si possa espri­mere, non ne aveva la forza. Né mili­tare, né poli­tica. Que­sto è un limite.
Ecco per­ché que­sto primo mag­gio è “poli­ti­ca­mente” disastroso.
Un’altra nota, non mar­gi­nale. Quella di ieri, al netto di tutti i dispo­si­tivi di pro­te­zione che il cor­teo stesso ha messo in atto, era una piazza peri­co­losa. Eppure lì den­tro hanno tro­vato posto ragaz­zini e ragaz­zine smar­riti alla prima mani­fe­sta­zione, per­sone asso­lu­ta­mente non vio­lente, decine di bande musi­cali che hanno con­ti­nuato a suo­nare a festa. Si sono viste anche le solite vec­chie volpi con la coda tra le gambe che non par­lano più la stessa lin­gua delle piazze. Ma è come se incon­scia­mente ci si stesse abi­tuando a con­si­de­rare che ormai è nelle cose aspet­tarsi un con­flitto sem­pre più aspro e con accenti dispe­rati, senza obiet­tivi e tan­to­meno prospettive.
Banal­mente: que­sta stessa piazza, dieci anni fa, sareb­bero state due. I cat­tivi die­tro a pren­derle, gli altri davanti con le loro buone ragioni.
Gli “altri”, adesso, devono fare i conti con la realtà.
D’ora in poi, come gover­nare la piazza, ammesso che ci siano altre occa­sioni altret­tanto impor­tanti, diven­terà un pro­blema quasi insor­mon­ta­bile. Per­ché la gior­nata di ieri signi­fica che nes­suno a Milano, e anche altrove, ha più l’autorevolezza di poter deci­dere come si deve stare in un corteo.
Que­sto è un pro­blema poli­tico: a poste­riori, è chiaro che non si può accet­tare con leg­ge­rezza la con­vi­venza con chi ha come uno unico obiet­tivo quello di spac­care tutto e basta.
Quanto al futuro, pos­siamo dire che sull’opportunità di cedere fette di sovra­nità a chi non vive e non lotta in que­sta città (e che certo non ne pagherà le con­se­guenze) è bene aprire un dibat­tito una volta tanto sincero.
I ragazzi e le ragazze del “blocco nero” si sono sfi­lati le felpe e sono a casa che si godono lo spet­ta­colo dell’informazione main­stream, hanno vinto.
Qui a Milano, a lec­carsi le ferite, rimane un movi­mento che rischia di essere asfal­tato per i pros­simi anni a venire. La poli­zia, che oggi è sotto botta, potrebbe anche deci­dere che il limite è stato supe­rato. Que­sta mat­tina le “auto­rità” si guar­de­ranno negli occhi durante una seduta straor­di­na­ria del Comi­tato per l’ordine e la sicurezza.
E qui a Milano è già comin­ciata una cam­pa­gna elet­to­rale che, anche alla luce di quello che è suc­cesso, non pro­mette nulla di buono. L’Expo ha ancora sei mesi di vita, i No Expo hanno comin­ciato nel peg­giore dei modi.

27.4.15

Derivati. Le scommesse sbagliate sul calo dei tassi. Un conto miliardario per i contribuenti


In quattro anni abbiamo visto evaporare 15,3 miliardi pubblici, soldi finiti a rimpinguare il conto economico di 17 banche estere e due italiane (Intesa Sanpaolo e Unicredit)

Sergio Rizzo

Discutiamo da settimane della possibile esistenza nei conti pubblici di un tesoretto di 1,6 miliardi e scopriamo ora che lo scorso anno il Tesoro ha bruciato con i derivati una somma pari a ben due di quei presunti tesoretti. Tre miliardi e trecento milioni, per l’esattezza. Due tesoretti lo scorso anno, quasi due nel 2013, altri due e mezzo nel 2012, e ancora un paio l’anno precedente. Più un altro tesoretto e mezzo, ha spiegato Stefania Rimini per Report di Milena Gabanelli, causa rinegoziazioni dei contratti di cui sopra. Il risultato è che in quattro anni abbiamo visto evaporare 15,3 miliardi pubblici. Per capirci, è la somma che il governo Renzi dovrà trovare quest’anno per evitare l’aumento delle tasse contemplato dalle clausole di salvaguardia. Tutti soldi finiti a rimpinguare il conto economico di 17 banche estere e due italiane (Intesa Sanpaolo e Unicredit). Quelle, appunto, con cui il Tesoro ha sottoscritto una decina d’anni fa i contratti di finanza derivata.
Per quale motivo l’ha fatto? Gli esperti spiegano che quei contratti sono come delle polizze assicurative. Servirebbero a coprire parte del debito pubblico dal rischio di aumento dei tassi d’interesse e dal conseguente aggravio della spesa. Come funziona è presto detto. Il Tesoro si impegna a pagare alla banca, di solito una delle grandi major internazionali del ramo, un tasso fisso su un certo ammontare di debito pubblico. Poniamo che sia il 4 per cento annuo. La banca, a sua volta, corrisponde allo Stato italiano un interesse variabile misurato sull’ Euribor. Se quest’ultimo è più alto del tasso fisso, il Tesoro ci guadagna la differenza. Ma se è più basso, ci rimette. Oggi che i tassi sono a zero, ci rimette tutto.
Il caso vuole che quei contratti siano stati stipulati pochi anni prima della crisi finanziaria e del crollo verticale dei tassi. E per un ammontare gigantesco: 160 miliardi. Il che rende evidente come quell’operazione, lungi dall’essere una polizza assicurativa contro un rischio finanziario, sia diventata essa stessa un rischio finanziario incalcolabile.
Spiegano i tecnici ministeriali che quando si è deciso di ricorrere ai derivati il mercato dei tassi era in altalena, più su che giù. Andrebbe però ricordato come fra il 2000 e il 2002 l’ Euribor fosse precipitato dal 5 al 2 per cento. Mentre l’ingresso nell’euro tutto poteva far immaginare tranne l’impennata inarrestabile dei tassi.
Questo fa apparire ancora più avventurose le decisioni prese in quegli anni, che hanno finito per favorire soltanto le banche vanificando parte del risparmio sul servizio del debito garantito dalla moneta unica. Qualche numero? Nel 2011 abbiamo speso per interessi 78 miliardi: cifra identica in termini nominali a quella del 2001, quando c’era ancora la lira e il volume dei titoli di Stato in circolazione era nettamente inferiore.
In termini reali il risparmio è stato di ben 18 miliardi, ridotti però a 15 per quella sconsiderata iniziativa sui derivati. I maligni potrebbero anche malignare a proposito di certi passaggi di alti papaveri del Tesoro ai vertici di certe grandi banche internazionali. Ma c’è da dire che all’inizio degli anni Duemila la febbre dei derivati non contagiava solo via XX settembre, bensì anche le amministrazioni locali. Qualcuno di loro ne è uscito con le ossa rotte.
Già nel 2014 la Procura della Corte dei conti, nella relazione sull’apertura dell’anno giudiziario, aveva sottolineato i pericoli crescenti causati da queste operazioni, facendo presente che il rapporto fra deficit pubblico e pil del 2013 sarebbe stato ben migliore (il 2,8 anziché il 3 per cento) senza un salasso di 3,2 miliardi provocato dai derivati, dei quali 250 milioni a carico dei Comuni. E il 10 febbraio scorso ha rincarato la dose, argomentando che «con crescente frequenza tali contratti sono stati utilizzati non tanto con finalità di copertura, bensì con intenti di tipo speculativo incrementando paradossalmente, in caso di utilizzo distorto, una nuova rilevante fonte di rischio e di conseguente danno erariale». Il problema è che fermare questo bagno di sangue non è affatto facile. Rinegoziare i contratti costa un sacco di soldi: e pagano sempre i contribuenti. A differenza dei responsabili.

22.4.15

MobileGeddon, come funziona il nuovo algoritmo di Google

Se segui le notizie del mondo Google avrai sentito che l’usabilità da dispositivi mobili da oggi sarà un fattore di posizionamento: ecco cosa cambia
da Wired
Ormai lo sappiamo tutti e ne abbiamo già parlato anche qui su Wired.it: le ricerche da mobile hanno superato in tutto il mondo le ricerche da desktop, tutti noi utilizziamo ormai quotidianamente lo smartphone per le nostre ricerche e Google per offrire risultati di ricerca di qualità deve assicurarsi che le pagine siano visibili per gli utenti che eseguono la ricerca.
Per questo motivo di recente abbiamo annunciato che i risultati delle ricerche eseguite da mobile considereranno l’ottimizzazione per dispositivi mobili come un fattore di posizionamento. Questo significa che Google favorirà nel posizionamento i siti ottimizzati e questo permetterà agli utenti di ottenere una migliore esperienza di navigazione da dispositivi mobili questo non avrà influenza sulle ricerche da desktop.
Google riconoscerà se il tuo sito è mobile friendly grazie a diverse caratteristiche che abbiamo identificato come necessarie per l’usabilità dei siti web da mobile, come ad esempio l’impostazione della viewport corretta, la presenza di contenuti non visibili da dispositivi mobili, o la presenza di link troppo piccoli e ravvicinati per essere toccati su uno schermo touch.
Se ancora non sei sicuro che il tuo sito sia mobile friendly utilizza il test di compatibilità e identifica quali cose puoi migliorare per soddisfare i tuoi utenti.
Per supportare chi ha un sito web in questa transizione abbiamo reso disponibili guide per l’ottimizzazione e lo strumento di usabilità sui dispositivi mobili grazie a questo strumento potrai capire come Google vede il tuo sito e quali azioni sono necessarie per rendere il tuo sito accessibile per gli utenti connessi da smartphone.
Se hai bisogno di supporto nel rendere il tuo sito mobile-friendly chiedi l’aiuto di un un esperto nel Forum di assistenza o sulla community ufficiale.

20.4.15

Quei ragazzi divorati in mezzo al mare dalla nostra indifferenza

Igiaba Scego, scrittrice (Internazionale)

Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo.

Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.

Negli anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come qualunque altro essere umano. Niente carrette, scafisti, naufragi, niente squali pronti a farti a pezzi. I miei genitori avevano perso tutti i loro averi in un giorno e mezzo. Il regime di Siad Barre, nel 1969, aveva preso il controllo della Somalia e senza pensarci due volte mio padre e poi mia madre decisero di cercare rifugio in Italia per salvarsi la pelle e cominciare qui una nuova vita.

Mio padre era un uomo benestante, con una carriera politica alle spalle, ma dopo il colpo di stato non aveva nemmeno uno scellino in tasca. Gli avevano tolto tutto. Era diventato povero.

Oggi mio padre avrebbe dovuto prendere un barcone dalla Libia, perché dall’Africa se non sei dell’élite non c’è altro modo di venire in Europa. Ma gli anni settanta del secolo scorso erano diversi. Ho ricordi di genitori e parenti che andavano e venivano. Avevo alcuni cugini che lavoravano nelle piattaforme petrolifere in Libia e uno dei miei fratelli, Ibrahim, che studiava in quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia. Ricordo che Ibrahim a volte si caricava di jeans comprati nei mercati rionali in Italia e li vendeva sottobanco a Praga per mantenersi agli studi. Poi passava di nuovo da noi a Roma e quando era chiusa l’università tornava in Somalia, dove parte della famiglia aveva continuato a vivere nonostante la dittatura.

Se dovessi disegnare i viaggi di mio fratello Ibrahim su un foglio farei un mucchio di scarabocchi. Linee che uniscono Mogadiscio a Praga passando per Roma, alle quali dovrei aggiungere però delle deviazioni, delle curve. Mio fratello infatti aveva una moglie iraniana e viaggiavano insieme. Quindi c’era anche Teheran nel loro orizzonte e tanti luoghi in cui sono stati ma che ora non ricordo con precisione.

Mio fratello, da somalo, poteva spostarsi. Come qualsiasi ragazzo o ragazza europea. Se dovessi disegnare i viaggi di un Marco che vive a Venezia o di una Charlotte che vive a Düsseldorf dovrei fare uno scarabocchio più fitto di quello che ho fatto per mio fratello Ibrahim. Ed ecco che dovrei disegnare le gite scolastiche, quella volta che il suo gruppo musicale preferito ha suonato a Londra, le partite di calcio del Manchester United, poi le vacanze a Parigi con la ragazza o il ragazzo, le visite al fratello più grande che si è trasferito in Norvegia a lavorare. E poi non vai una volta a vedere New York e l’Empire State Building?

Per un europeo i viaggi sono una costellazione e i mezzi di trasporto cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda in bicicletta. Le possibilità sono infinite. Lo erano anche per Ibrahim, nonostante la cortina di ferro, anche nel 1970. Certo non poteva andare ovunque. Ma c’era la possibilità di viaggiare anche per lui con un sistema di visti che non considerava il passaporto somalo come carta igienica.

Oggi invece per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta. Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia, sei solo una seccatura. Ed ecco che da Mogadiscio, da Kabul, da Damasco l’unica possibilità è di andare avanti, passo dopo passo, inesorabilmente, inevitabilmente.

Una linea retta in cui, ormai lo sappiamo, si incontra di tutto: scafisti, schiavisti, poliziotti corrotti, terroristi, stupratori. Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua geografia e non per qualcosa che hai commesso.

Viaggiare è un diritto esclusivo del nord, di questo occidente sempre più isolato e sordo. Se sei nato dalla parte sbagliata del globo niente ti sarà concesso. Oggi mentre riflettevo sull’ennesima strage nel canale di Sicilia, in questo Mediterraneo che ormai è in putrefazione per i troppi cadaveri che contiene, mi chiedevo ad alta voce quando è cominciato questo incubo, e guardando la mia amica giornalista-scrittrice Katia Ippaso ci siamo chieste perché non ce ne siamo rese conto.

È dal 1988 che si muore così nel Mediterraneo. Dal 1988 donne e uomini vengono inghiottiti dalle acque. Un anno dopo a Berlino sarebbe caduto il muro, eravamo felici e quasi non ci siamo accorti di quell’altro muro che pian piano cresceva nelle acque del nostro mare.

Ho capito quello che stava succedendo solo nel 2003. Lavoravo in un negozio di dischi. Erano stati trovati nel canale di Sicilia 13 corpi. Erano 13 ragazzi somali che scappavano dalla guerra scoppiata nel 1990 e che si stava mangiando il paese. Quel numero ci sembrò subito un monito. Ricordo che la città di Roma si strinse alla comunità somala e venne celebrato a piazza del Campidoglio dal sindaco di allora, Walter Veltroni, un funerale laico. Una comunità divisa dall’odio clanico quel giorno, era un giorno nuvoloso di ottobre, si ritrovò unita intorno a quei corpi. Piangevano i somali accorsi in quella piazza, piangevano i romani che sentivano quel dolore come proprio.

Ora è tutto diverso.

Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro.

Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima.

L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia.

Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.

“Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico.

Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane.

Nessuno di noi è sceso in piazza per chiedere che Mare Nostrum fosse ripresa. Non abbiamo chiesto una soluzione strutturale del problema. Siamo colpevoli quanto i nostri governi. Non a caso Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina ai tempi della dittatura, l’uomo che salvò molte persone dalle grinfie del regime di Videla, sui migranti che muoiono nel Mediterraneo ha detto: “Sono i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere”.

19.4.15

Ma non era il paese arcobaleno? (BuongiornoAfrica)- JOHANNESBURG, SACCHEGGI E ATTACCHI AGLI IMMIGRATI (Il Sole 24 Ore)

Raffaele Masto (BuogiornoAfrica)

Le violenze razziste in Sudafrica non sono nuove. Esplodono periodicamente e non sono nuove nemmeno nella storia. Sempre, quando c’è la crisi, quando le risorse sono poche, quando le classi dirigenti non riescono (o non vogliono) dividere la ricchezza i più poveri finiscono per contendersi violentemente le briciole. Il razzismo quasi sempre è il pretesto migliore per occultare quella che veramente è la posta in gioco.

Il Sudafrica è una economia emergente, membro dei BRICS, con grandi risorse e protagonista di una crescita, negli anni scorsi, veramente formidabile. L’ex paese dell’Apartheid è anche un grande investitore in Africa, capace di fare concorrenza a potenze come la Cina, l’India, la Malesia e le vecchie potenze europee.

Nonostante tutto questo, nonostante la sua storia, nonostante Mandela, non è riuscito ad esprimere una classe politica capace realmente di fare a meno del razzismo.

Le violenze xenofobe di questi giorni sono proprio il frutto della incapacità della classe politica di promuovere uno sviluppo equo. Il razzismo in Sudafrica, tra l’altro, è il prodotto della chiusura del governo e delle multinazionali (nelle quali il governo è tra i principali azionisti) davanti agli scioperi del settore minerario, del platino e dell’oro, e del settore automobilistico.

Settimane e mesi di scioperi non sono riusciti a far lievitare i salari a livelli almeno dignitosi. Anzi, alcuni scioperi, come quello di Marikana (34 minatori uccisi dalla polizia con colpi alle spalle) si sono trasformati in eccidi che non avevano nulla da invidiare a quelli del regime dell’apartheid.

I lavoratori che, nonostante lotte eroiche non riescono a vincere, finiscono per vedere negli immigrati dei concorrenti, dei rivali che fanno diminuire il loro potere contrattuale. Ecco, il razzismo di questi giorni, è figlio di quegli avvenimenti ma anche delle colpevoli incapacità dei paesi vicini ai quali appartengono gli immigrati che subiscono violenze.

Lo Zimbabwe del dinosauro Mugabe, per esempio, che ha affamato la sua popolazione che ha finito per vedere nel Sudafrica una terra dove, forse, si poteva sopravvivere. O il Mozambico del miracolo economico nel quale però la classe dirigente non è mai cambiata e la popolazione rurale è rimasta ai tempi del colonialismo.

Insomma il razzismo di oggi in Sudafrica è una guerra tra i più poveri, tra qli ultimi di una scala sociale che non è molto cambiata dai tempi dell’apartheid ad oggi. Allora c’era il razzismo tra bianchi e neri, ora tra neri e neri.

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Paolo Brera (ilsole24ore)


IL SUDAFRICA sperava di aver spento l'incendio, e invece in strada sono tornati i machete e la furia, le urla e i saccheggi, il sangue e le proteste. Sei morti e un'ottantina di arresti in due settimane, cinquemila stranieri costretti a fuggire lasciandosi dietro una vita per nascondersi in stadi presidiati dalla polizia, o in campi allestiti alla meglio. Kenya, Malawi e Zimbabwe hanno invitato i loro concittadini ad abbandonare subito il paese, e la multinazionale Sasol ha rimpatriato 340 lavoratori sudafricani dallo stabilimento in Mozambico per paura di ritorsioni. «Sono scioccato e disgustato — dice il presidente dello Zimbabwe,Robert Mugabe —da quello che è successo a Durban, dove cinque o sei persone sono state arse vive da membri della comunità zulu». La xenofobia — male antico cresciuto tra le pieghe dell'a
partheid, quando i bianchi opponevano indiani e neri di altri paesi africani per contendere il lavoro ai neri cui avevano tolto terre e proprietà—di tanto in tanto torna a bruciare case e a rapire vite: nove anni fa toccò a Città del Capo, sette anni fa a Johannesburg; oggi l'odio divampa in mezzo paese. Il maremoto di violenze iniziato dieci giorni fa a Durban si è propagato alle township di Johannesburg dove venerdì sera la polizia ha sparato all'impazzata pallottole di gomma per tentare di riportare la calma, tra arresti, aggressioni e saccheggi. Una crisi così violenta da spaventare il paese e da suggerire al presidente Zuma di rinunciare al viaggio di Stato in Indonesia. Ogni notte è un incubo: neri contro neri e poveri contro poveri, in un paese devastato dalle contraddizioni e dalla disoccupazione al 25%. Non sono i bianchi nel mirino della furia, ma altri neri africani provenienti dalla Nigeria o dalla Somalia dall'Etiopia, dallo Zimbabwe.«Ci rubano il lavoro», dicono nei ghetti delle periferie di Durban e Johannesburg. Le ultime violenze, venerdì, sono divampate ad Alexandra, la "township" più difficile di Johannesburg in cui i neri sopravvivono dividendosi un gabinetto in decine di famiglie tra pidocchi e topi, martoriati dall'Aids e dalle gang che s'ammazzano per strada. il quartiere che ospita la prima case in cui approdò Mandela appena arrivato in città, una casa-stanza con il tetto di lamiera che affaccia in un cortile sgangherato nella baraccopoli. Lì accanto, venerdì, la polizia in tenuta antisommossa sparava pallottole di gomma a uomini con i machete in mano, pronti ad assaltare i negozietti degli stranieri atterriti. Alla radice dell'esplosione d'odio c'è una frase scellerata pronunciata —o«tradotta male»,secondo la sua versione— dal re zulu Goodwill Zwelithini secondo cui gli stranieri devono «fare i bagagli e andarsene a casa loro» perché rubano il lavoro ai sudafricani. Parole che sentiamo anche in Italia, ma che diventano benzina in un paese in cui la violenza, la povertà e l'estrema ineguaglianza sono una miccia perennemente accesa. Quando un negoziante straniero di Durban ha sparato a quattro ladri uccidendo per errore una cliente sudafricana, la folla infuriata è scesa in strada minacciando e attaccando gli stranieri, assaltando e derubando migliaia di negozi. Dalle periferie di Umlazi e Kwa Mashu a Durban a quelle di Primrose e Benoni a Johannesburg, il furore spaventa l'intero Sudafrica. «È preoccupante —dice il presidente Zuma, che ieri a Durban ha visitato il campo di Chatsworth per gli stranieri sfollati —i problemi, se ci sono, vanno risolti diversamente».
 




9.4.15

Soros, Piketty e un pizzico di Ocse. La rivoluzione è (anche) un pranzo di gala

Ecco gli aedi della "diseguaglianza" nel dibattito pubblico mondiale, nel corso di un seminario a porte chiuse cui il Foglio ha partecipato

di Marco Valerio Lo Prete (ilfoglio.it)

Parigi, dal nostro inviato. Metti assieme sullo stesso palco il finanziere e filantropo di origine ungherese George Soros, l'economista da best-seller francese Thomas Piketty, il Premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz e il segretario generale dell'Ocse Angel Gurria. Aggiungi, sullo sfondo, la scritta a caratteri cubitali "Liberté, égalité, fragilité". Ecco dunque, riunita ieri sera a Parigi, in un seminario a porte chiuse cui il Foglio ha partecipato, l'avanguardia più agguerrita della battaglia globale e mediatica alla diseguaglianza. Battaglia che a tratti tracima perfino, almeno a parole, nella lotta al capitalismo per come oggi lo conosciamo.

"Viviamo in tempi che generano ansia", ha esordito Rob Johnson, presidente dell'Institute for New Economic Thinking (Inet), think tank progressista fondato nel 2009 grazie alla mente, al cuore e al portafoglio di Soros, e capace oramai di attirare economisti, studiosi e policy maker prestigiosi e trasversali. "Anche tra i più fortunati tra di noi, non faccio che imbattermi in amici profondamente allarmati – dice Johnson guardando la platea parigina – Non c'è manager d'azienda o persona ricca che non abbia paura di un mondo che appare fuori controllo". Perché sconfiggere la diseguaglianza - è uno dei leitmotiv della serata - non è obiettivo di cui si possano giovare solo i più sfortunati tra noi. Dopodiché, nell'evento introduttivo di una tre giorni di seminari scientifici ai massimi livelli, è tutto un crescendo di toni. Anatole Kaletsky, editorialista ben poco mainstream del New York Times, conferma: "Quando parlammo per la prima volta con George (Soros, ndr), a Londra nel 2009, realizzammo che quella iniziata ufficialmente con il crollo di Lehman Brothers non era una crisi nel capitalismo, ma una crisi del capitalismo".

A quel punto tocca a George Soros – nato Gyorgy Schwartz a Budapest nel 1930, il protagonista indiscusso di imponenti operazioni finanziarie che nel 1992 costrinsero la sterlina inglese e la lira italiana a uscire dallo Sme (Sistema monetario europeo) – raccogliere la prima standing ovation, quando dichiara che l'obiettivo fondamentale di Inet, cioè della sua creatura che celebra in questi giorni il quinto simposio annuale organizzato in partnership con il think tank canadese Cigi, è nientemeno che "la demolizione del monopolio della dottrina economica oggi esistente". Nel corso della serata qualcuno dei nomi dei presunti "monopolisti" del vecchio e stantio liberismo alla fine verrà pure fuori: poche sorprese, c'è il defunto presidente americano Ronald Reagan; poi c'è un economista che ha collaborato con lo stesso Reagan e che è ancora in auge nell'accademia a stelle e strisce, come Martin Feldstein; infine un altro premio Nobel per l'Economia come Robert Lucas.

Ma il mattatore teorico della serata "liberté, égalité, fragilité" non poteva che essere l'economista francese Thomas Piketty, unico scravattato in stile Alexis Tsipras, che ieri sera ha colto l'occasione per sintetizzare i punti essenziali del suo libro-tormentone, "Il Capitale nel XXI Secolo", una disamina su disuguaglianza del reddito, disuguaglianza della ricchezza e crescente "patrimonalizzazione" oligarchica delle nostre società contemporanee, a scapito di chi il reddito se lo guadagna con il lavoro quotidiano. Un libro la cui versione originale dell'estate 2013, in lingua francese, era praticamente passata inosservata al grande pubblico europeo e mondiale; poi, una volta tradotto nel 2014 da Harvard University Press, ecco che lo stesso saggio si è trasformato per qualche mese nel volume che non potevi non avere nella tua libreria. Merito delle tesi di Piketty, ovvio, della loro capacità di fare presa e di non affondare sotto le centinaia di tabelle e dati (poi variamente contestati) che le corredavano, e infine merito del battage mediatico-pubblicitario di opinionisti del calibro di Paul Krugman, ancora una volta americano. Senza dimenticare che ieri Piketty, dal palco dell'Inet, ha voluto rendere gli onori pure al padrone di casa: se non ci fosse stato il finanziamento del think tank di Soros, ha detto l'economista, molte delle serie statistiche su cui si fonda il suo studio non sarebbero nemmeno esistite.

L'economista francese ha spiegato tra le altre cose perché, nelle società in cui la rendita generata dal capitale assume sempre maggiore peso rispetto al reddito da lavoro, come accade in maniera esagerata in Europa e Giappone, eventuali squilibri nella formazione dei prezzi possono avere un effetto amplificato su queste ricchezze "patrimoniali" crescenti. Le bolle immobiliari giapponese e spagnola insegnano. Inoltre lo strapotere della rendita da capitale, aumentando il peso specifico delle origini socio-economiche di ciascuno di noi, frena la mobilità sociale. E questi sono soltanto due esempi di come occorra regolare in maniera innovativa le nostre economie, ha detto l'economista.

Che poi non ha mancato di fare un riferimento piuttosto dettagliato all'Italia. Quando ha osservato che il nostro paese è diventato negli anni l'ultimo tra i grandi paesi per valore del "capitale pubblico" accumulato, mentre è il primo per quanto riguarda il "capitale privato" (immobili privati, patrimoni familiari, e chi più ne ha più ne metta). Arrivando al paradosso per cui "l'Italia ha oramai più debito pubblico che asset di proprietà pubblica. Se anche privatizzasse tutti i beni nelle mani dello Stato - ha osservato Piketty - l'Italia rimarrebbe comunque con un debito pari al 67% del Pil. Ma forse oggi il paese paga, in interessi sul debito pubblico, più di quanto non pagherebbe se alienasse tutte le sue scuole e poi si mettesse a pagare l'affitto". L'economista francese per una volta turboliberista? No, si tratta solo di un paradosso, utile poi per criticare "l'amnesia storica" che oggi affligge "Germania e Francia" che insistono con il chiedere "all'Italia e ai paesi mediterranei di ripagare il loro debito pubblico a suon di avanzi primari, dopo che la stessa Germania nel Secondo dopoguerra smaltì il suo debito grazie a ristrutturazioni e inflazione straordinarie".

Oratori pugnaci, insomma, quelli riunitisi ieri sera a Parigi. E certo non senza qualche numero e pezza d'appoggio. Come quelli forniti dal solitamente più diplomatico Gurrìa, segretario generale dell'Ocse, che però ieri si è lasciato trascinare dal fermento egualitarista dell'evento. Così il segretario generale dell'Organizzazione che raccoglie i paesi più ricchi del pianeta ha prima rivendicato che l'Ocse ha battuto quasi tutti sul tempo nel sollevare ufficialmente il problema "diseguaglianza", seppure prima del 2008 - ha quasi fatto ammenda Gurrìa - si era troppo ecceduto con i punti interrogativi. Oggi la diseguaglianza c'è, è cresciuta, e non si discute: "Il reddito del 10 per cento dei cittadini più ricchi nei paesi dell'Ocse - ha detto - è 10 volte il reddito della fascia di cittadini più poveri". Ancora: "Le persone di famiglie ad alto reddito, nei nostri paesi sviluppati, possono vivere in media anche 10 anni in più di quelle che vengono da background umili". Conclusione: "Occorre una maggiore integrazione nell'economia di donne, migranti e disabili. E ricchi devono pagare l'ammontare di tasse che gli spetta". Soros in platea annuisce convinto.

Quando tocca a Joseph Stiglitz concludere, sul banco degli imputati salgono ufficialmente gli Stati Uniti. Sono loro, dice il Premio Nobel, l'inferno in terra quando si tratta di diseguaglianza economica e sociale. Ne stanno risentendo tutti, poveri e ricchi che siano. "L'American dream è compromesso", dice. Verrebbe naturale chiedere al prof. come è possibile che tanti giovani europei - e non soltanto loro - siano tornati in questi anni a varcare l'Oceano per tentare la fortuna negli Stati Uniti, abbandonando l'Europa più egualitaria e giusta; forse che un po' di mobilità sociale in più ancora alberghi da quelle parti? Ma gli oratori hanno sforato rispetto alla scaletta iniziale, dunque non c'è stato tempo di raccogliere le domande dal pubblico. Soltanto qualche minuto per Piketty per autografare un paio di copie del suo libro, scattare una foto, e lasciare che la sua giovane assistente salti come-se-nulla-fosse la fila davanti al guardaroba per recuperargli la borsa.

4.4.15

Chomsky: «Accordo farsa»

Giuseppe Acconcia

Intervista. Il filosofo anarchico americano: «È tutta propaganda occidentale, i veri alleati degli Usa sono gli Stati sunniti. Per l’Iran il nucleare è solo un deterrente nei confronti di Israele»

Abbiamo rag­giunto al tele­fono negli Stati uniti Noam Chom­sky. Lin­gui­sta, anar­chico e filo­sofo del Mas­sa­chu­set­tes Insti­tute of Tech­no­logy, Chom­sky è autore di pie­tre miliari del pen­siero moderno e teo­rico per una pro­fonda cri­tica del sistema media­tico. Memo­ra­bile è il suo dibat­tito sulla natura umana con Michel Fou­cault (1971). Abbiamo discusso con Chom­sky dell’intesa pre­li­mi­nare sul pro­gramma nucleare ira­niano, rag­giunta gio­vedì a Losanna e della situa­zione del Medio Oriente.

Che ne pensa di que­sta danza sul nucleare ira­niano, andata avanti per dodici anni?

L’Iran sospetta che nono­stante l’accordo, i Repub­bli­cani si rifiu­te­ranno di can­cel­lare le san­zioni. E così l’obiettivo prin­ci­pale delle auto­rità ira­niane è che le san­zioni non siano sotto il con­trollo del Con­gresso: que­sta sarebbe una tra­ge­dia. Vedremo se que­sto punto ci sarà nel testo defi­ni­tivo. La mia sen­sa­zione è che tutto il nego­ziato sul nucleare sia una farsa. Non c’è nes­sun motivo per cui l’Iran non possa avere un pro­gramma nucleare secondo il Trat­tato di non pro­li­fe­ra­zione (Tnp) che ha sottoscritto.

Per­ché parla di farsa in rife­ri­mento ai col­lo­qui sul nucleare?

Gli Stati uniti e i suoi alleati affer­mano che la comu­nità inter­na­zio­nale ha chie­sto all’Iran di fare delle con­ces­sioni per arri­vare a un’intesa. Ma i Paesi non alli­neati, che rap­pre­sen­tano il 70% della popo­la­zione mon­diale, hanno sem­pre soste­nuto gli sforzi nucleari ira­niani. Eppure la pro­pa­ganda occi­den­tale è uno stru­mento potente, per que­sto è andata avanti per tanto tempo que­sta farsa.

La solu­zione della con­tro­ver­sia potrebbe disin­ne­scare il set­ta­ri­smo che infiamma il Medio Oriente?

La que­stione cen­trale è che gli stati sun­niti sono i prin­ci­pali alleati degli Stati uniti. Gli amici degli Usa sono i fon­da­men­ta­li­sti più estre­mi­sti e vogliono domi­nare la regione. L’Iran è un grande paese, e come la Cina, aspetta per avere un’influenza nella regione. Ma l’Arabia Sau­dita non vuole mai e poi mai un anta­go­ni­sta, un deter­rente. Anche se l’Iran avesse l’atomica, quale sarebbe la pre­oc­cu­pa­zione per gli Stati uniti? Si trat­te­rebbe sola­mente di un deter­rente. Nes­suno pensa che mai e poi mai l’Iran potrà fare uso dell’arma nucleare, per­ché il paese sarebbe vapo­riz­zato all’istante e gli aya­tol­lah di certo non vogliono sui­ci­darsi. Un Iran con il nucleare sarebbe solo un deter­rente con­tro l’aggressività di Israele nella regione. È que­sto che gli Stati uniti non vogliono.

Ma Neta­nyahu non passa giorno che non gridi con­tro l’intesa con l’Iran e ora la respinge?

Israele per­se­gue una poli­tica siste­ma­tica di con­qui­sta di tutto quello che vuole per inte­grarlo nella Grande Israele in vio­la­zione dei trat­tati di Oslo. Gaza è deva­stata. Que­ste poli­ti­che sono appog­giate dagli Stati uniti e, se con­ti­nue­ranno a soste­nere Israele, non cam­bie­ranno mai. In que­ste set­ti­mane, tutta la stampa main­stream Usa ha pub­bli­cato arti­coli in cui si chie­deva agli Stati uniti di attac­care l’Iran. Per­ché la stampa ira­niana non fa lo stesso? Il pre­sup­po­sto occi­den­tale è l’imperialismo. In nome di que­sto prin­ci­pio all’Occidente tutto è permesso.

Esi­stono due posi­zioni oppo­ste tra Repub­bli­cani e l’amministrazione Obama nei con­flitti in Medio oriente?

I Repub­bli­cani sono un par­tito fasci­sta. Lo stesso Barack Obama è ter­ri­bile ma meno dei Repub­bli­cani. Il prin­ci­pale errore di Obama però è la sua cam­pa­gna con i droni. Se l’Iran facesse lo stesso con­tro gli uffi­ciali citati negli arti­coli della stampa Usa, come rea­gi­reb­bero gli Stati uniti? La guerra dei droni è la più grande ope­ra­zione ter­ro­ri­stica mai esi­stita: pro­gram­mata per ucci­dere chiun­que sia sospet­tato di poterci dan­neg­giare. Le ope­ra­zioni con droni in Paki­stan faranno cre­scere il numero dei jiha­di­sti. Quando hanno ini­ziato, al-Qaeda era solo nelle zone tri­bali di Afgha­ni­stan e Paki­stan ora è in tutto il mondo. Ma di que­sto non si può par­lare nei media occidentali.

Crede che biso­gna temere l’avanzata degli Hou­thi in Yemen?

In Yemen è vero che l’Iran dà soste­gno agli Hou­thi, lo stesso fa l’Arabia Sau­dita con i suoi, seb­bene alla fine si tratti di un con­flitto interno. Nella pro­pa­ganda occi­den­tale però se gli Stati uniti sosten­gono una forza quella è legit­tima. In Iraq, l’Iran sostiene il governo eletto. I con­si­glieri ira­niani for­mano la classe diri­gente ira­chena e sono pro­ta­go­ni­sti delle prin­ci­pali bat­ta­glie nel paese. Il governo ira­cheno ha chie­sto l’aiuto ira­niano e rin­gra­zia le sue auto­rità. Ma gli Stati uniti con­dan­nano l’influenza ira­niana in Iraq: è dav­vero comico.

Crede che que­sto atteg­gia­mento occi­den­tale ali­menti il ter­ro­ri­smo dello Stato islamico?

Lo Stato isla­mico è una mostruo­sità, ma non è niente di più che una società off-shore dell’Arabia Sau­dita che pro­paga una ver­sione estre­mi­sta, waha­bita, dell’Islam. Da Riad arri­vano ton­nel­late di soldi e l’ideologia per dif­fon­dere il fon­da­men­ta­li­smo nel mondo arabo. Certo a que­sto punto nep­pure ai sau­diti piace quello che hanno creato. Que­sta è la con­se­guenza diretta dei deva­stanti attac­chi degli Stati uniti in Iraq del 2003 e degli attac­chi della Nato in Libia del 2011 che hanno esa­spe­rato il con­flitto sunniti-sciiti dif­fon­den­dolo in tutta la regione. In Libia que­sto ha com­por­tato l’incremento del numero di mili­zie e una quan­tità di armi senza pre­ce­denti che pro­ven­gono da Africa e Medio oriente. I bom­bar­da­menti della Nato hanno fatto aumen­tare il numero delle vit­time di dieci volte, hanno distrutto la Libia. In Yemen ora Ara­bia Sau­dita ed Emi­rati stanno ucci­dendo una grande quan­tità di per­sone nei campi pro­fu­ghi. Ma anche que­sta guerra è desti­nata a fal­lire e non può com­por­tare altro che la dif­fu­sione del jihadismo.

Pochi mesi fa non par­la­vamo di ter­ro­ri­smo ma di «pri­ma­vere». Esi­ste un rap­porto tra i movi­menti sociali euro­pei e le rivolte in Medio Oriente?

Ci sono delle simi­li­tu­dini. Il mag­gior esem­pio del pas­sato è l’America latina: com­ple­ta­mente sotto il con­trollo degli Stati uniti che impo­ne­vano dit­ta­tori dap­per­tutto. Ora il Sud Ame­rica è abba­stanza libero dal con­trollo stra­niero. Que­sto è uno svi­luppo di grande impor­tanza. Molti poli­tici latino-americani sono legati ai par­titi Pode­mos in Spa­gna e Syriza in Gre­cia. Com­bat­tono tutti la stessa bat­ta­glia con­tro il neo-liberismo. Ma la rea­zione tede­sca alla vit­to­ria di Tsi­pras in Gre­cia è sel­vag­gia, ipo­crita. Nel 1953 l’Europa con­cesse alla Ger­ma­nia di tagliare gli inte­ressi sul debito. Ma ora impone misure repres­sive alla Gre­cia dopo che Ber­lino l’ha deva­stata nella seconda guerra mondiale.

Men­tre i movi­menti in Medio Oriente sono finiti con il ritorno dei dit­ta­tori, come il pre­si­dente egi­ziano al-Sisi?

Stati uniti ed Europa hanno soste­nuto i più bru­tali dit­ta­tori in tutto il mondo. In que­sto momento in Egitto si vivono i giorni più bui della sua sto­ria moderna. Que­sto è l’imperialismo tra­di­zio­nale, il potere della pro­pa­ganda non è cam­biato. I gior­nali in Europa lo descri­vono come un modello nono­stante sia un assas­sino bru­tale, un dit­ta­tore duro che ha represso la popo­lare orga­niz­za­zione dei Fra­telli musul­mani men­tre nel Sinai si con­ti­nua a con­su­mare una guerra.

19.3.15

Ma la nostra sinistra vive ancora nel '900

Massimo Cacciari (L'Espresso)

Altrove, le trasformazioni globali hanno creato partiti nuovi e pragmatici contro le disuguaglianze. In Italia invece prevale sempre il sonno dogmatico

Come si è giunti a una crisi tanto radicale di quelle correnti politiche che ereditavano in Italia tradizioni,e uomini, della sinistra novecentesca? Come è possibile che una storia di tale portata, la storia del "movimento operaio" italiano, sembri contrarsi oggi all'azione di una minoranza debole e divisa del Partito di Renzi, del tutto subalterna a fatti e misfatti di quest'ultimo? Le cause sono molteplici, non c'è dubbio, e anzitutto di ordine materiale: sono strutturalmente mutati i rapporti di produzione e di classe, è finita l'Italia della grande industria e dell' "operaio massa", la grande rivoluzione tecnologica del nuovo Millennio ha rivoluzionato culture e forme di vita. Ma si tratta di processi irreversibili che hanno interessato tutte le società europee e hanno più o meno drammaticamente colpito tutti i loro sindacati e tutte le loro socialdemocrazie. Perché solo da noi sembrano averne cancellato ogni traccia? E perché in altri Paesi il loro crollo ha pure prodotto nuovi, giovani movimenti "di sinistra", i Podemos e gli Tsipras, mentre in Italia l'immenso spazio politico della protesta, gli effetti sociali della grande crisi da cui siamo lungi dall'essere usciti, sono stati capitalizzati esclusivamente dai Grillo e ora pure dai Salvini? Temo che la domanda nasconda un errore fatale di prospettiva. E l'asfittica sedicente "sinistra" italiana che si consola collocando nel proprio solco quelle esperienze. E sperando una propria rinascita sul loro modello. In realtà esse esprimono proprio l'esaurirsi della "geografia" politica novecentesca, non hanno nulla a che fare con i contenuti tradizionali di "destra" e "sinistra". La loro "ideologia" è un'arma leggerissima, un' " aura " piuttosto che un'arma, e la loro forza sta nel restare ancorati in modo assolutamente pragmatico alle ragioni della protesta, e cioè al dilagare delle disuguaglianze, dell'insicurezza e delle paure. L'agilità tattica con cui si muove uno Tsipras è la naturale conseguenza di questa collocazione del suo movimento. Rivolto interamente ad affrontare la crisi nella sua concretezza, a tentare di rispondere al dramma di chi la vive in carne ed ossa.
DEGLI ORIZZONTI STRATEGICI meglio per ora tacere. La "politica al comando" è un lusso retorico che oggi non ci possiamo permettere. Da questo punto di vista, i Podemos e gli Tsipras appaiono anche mille leghe oltre Madame Le Pen e Monsieur Salvini, zavorrati da arcaiche ideologie regressive. Ma, per analoghi motivi, neppure hanno a che fare con le disperse membra della nostra "sinistra", che proprio quelle trasformazioni e quella crisi che hanno espresso gli Tsipras non ha saputo né comprendere né rappresentare. Ammesso e non concesso che le nuove forze spagnole e greche possano dirsi "sinistra", esse sono lontane dalla nostra tradizionale quanto lo è Renzi. Renzi ne esprime il superamento nel senso di un decisionismo populistico, che svuota il ruolo del binomio indissolubile Parlamento-sistema dei partiti. Si tratta di una formidabile tendenza del nostro tempo, che gli eredi del "movimento operaio" si ostinano da decenni a non voler vedere,e quindi a non saper in alcun modo contrastare. I Podemos e gli Tsipras, da parte loro, invece, si oppongono a tale tendenza ricalcando esattamente la figura del tribuno del popolo. La loro è auctoritas tribunicia nel senso più proprio. Ma è estremamente difficile per il tribuno imporre la legge, svolgere duratura azione di governo in perenne lotta col Senato (alias, i "decisori" ultimi delle politiche europee). La cultura politica del tribuno può solo occasionalmente giungere ad esprimere una energia riformatrice, in grado di mutare l'intero assetto della res publica. Abbiamo così una vecchia sinistra conservatrice che si batte contro la prospettiva incarnata da Renzi in nome di principi, regole e assetti istituzionali, estranei ogni giorno di più agli interessi effettivi della base sociale che essa dovrebbe rappresentare e una "nuova sinistra" di tipo tribunizio, incapace di affrontare la crisi dell'idea stessa di rappresentanza, che stiamo vivendo, al suo livello proprio, quello storico, di sistema.
UNA DOZZINA D'ANNI FA in Italia si fu sul punto di veder nascere un grande Podemos, che forse avrebbe potuto anche svegliare dal proprio sonno dogmatico la sinistra conservatrice. Ma, ahimè, si rivelò subito che il suo leader (vero Sergio?) era culturalmente consustanziale proprio a quest'ultima... e anche da quell'aborto ci vennero Grillo e grillini. Per molti motivi, per il bene stesso della nostra malatissima democrazia, è sperabile che quella opportunità si ripresenti, ma il dramma di allora ritornerà come pura farsa se saranno gli stessi, insieme ai loro nati stanchi epigoni, a volerla interpretare.

8.3.15

Con i fascisti non si discute

Luigi Manconi, sociologo (Internazionale)

Sarà stato un decennio fa quando, un pomeriggio di un giorno di maggio, ricevo una telefonata di Tullia Zevi, la più autorevole esponente dell’ebraismo italiano. È particolarmente turbata e mi spiega il motivo.

Ha appena ricevuto l’invito da parte del notissimo conduttore di una notissima trasmissione a partecipare a un dibattito televisivo. In studio sarà presente lo storico revisionista Robert Faurisson, che ha appena pubblicato un volume sulla Shoah (ovvero sulla falsità della Shoah).

Dopo la presentazione della sua tesi, ci sarebbe stato il confronto tra la Zevi e uno storico italiano piuttosto favorevole invece alla posizione di Faurisson.

Insomma, tema: “I lager non sono mai esistiti”, e poi: “uno a favore, uno contro”.

A Tullia Zevi si chiedeva ovviamente di fare la parte del “contro”.

Di fronte al suo netto rifiuto di interpretare quel ruolo, il conduttore mostrò sincera sorpresa. Non riusciva proprio a comprendere il motivo di quella decisione: per lui, la composizione di quel dibattito rappresentava la realizzazione del pluralismo nella sua forma massima e perfetta.

E poi perché temere il confronto, quando – confermava rassicurante il giornalista – si sta dalla parte della ragione e della verità storica?

Quest’ultimo argomento è certamente il più interessante. Quel conduttore non aveva la minima intenzione di negare l’esistenza delle camere a gas, ma pretendeva di affermare un’interpretazione, per così dire, illimitata e incondizionata del pluralismo. Ovvero una concezione tecnica e neutrale della dialettica democratica e del libero confronto tra opzioni diverse. In altre parole, una manifestazione estrema e pienamente compiuta della lottizzazione delle idee, nella sua rappresentazione plastico-teatrale.

Al centro, il Male Assoluto (Faurisson). E ai lati, sullo stesso piano e livellati da ruoli precisamente speculari, il Bene (Tullia Zevi) e il Dubbio (lo storico italiano moderatamente revisionista). Provvidenzialmente, la cosa non andò in porto e si è evitato, così, uno di quegli innumerevoli strazi quotidianamente perpetrati ai danni dell’intelligenza e del buon gusto.

L’episodio mi è tornato in mente nell’apprendere quanto è accaduto nel corso della trasmissione Piazza pulita lunedì scorso e quanto ha scritto in merito Gad Lerner.

Nel suo blog, Lerner cita l’eurodeputato leghista Gianluca Buonanno, che “ha definito i rom ‘feccia dell’umanità’, con l’effetto spettacolo di averlo detto in faccia a Djana Pavlovic con sottofondo di applauso meccanico dei figuranti in sala”.

Spiegando come quell’episodio corrisponda a una sorta di format televisivo assiduamente reiterato (e oggi concentrato, in particolare, sull’ostilità contro rom e sinti), Lerner ha proposto un antidoto, “rapido efficace, silenzioso: basta dire no grazie. O noi o loro. Non partecipare a quelle oscene rappresentazioni. Lasciare vuote le sedie dei talk show che invitano ogni giorno Salvini, Borghezio, Buonanno”.

Sono incondizionatamente d’accordo. Da molti anni adotto tacitamente quel comportamento, rifiutandomi di prendere parte a confronti con esponenti leghisti o cripto-fascisti. Ma, certo, il dichiararlo e assumerlo come impegno collettivo (da parte di donne e uomini di buona volontà e di buon senso) sarebbe tutt’altra cosa.

Purtroppo è facile prevedere che la proposta di Lerner sarà destinata all’insuccesso: si troverà sempre qualcuno, e intendo dire proprio qualcuno a sinistra, che sciorinerà efficacissimi e callidissimi argomenti per spiegare l’utilità – invece – di affrontare “a pie’ fermo e a viso aperto” le posizioni fascio-leghiste. Io sono convinto che questo sia l’atteggiamento più sbagliato e l’intera storia dei talk show televisivi sta lì a dimostrarlo inequivocabilmente.

C’è poi da aggiungere una sommessa considerazione teorica qualora si volesse porre la questione su un piano generale, di metodo e di sistema. Una scelta, come quella suggerita da Lerner, non ha un effetto discriminatorio, dal momento che non mira a escludere dal circuito del discorso pubblico determinate posizioni (cosa per altro impossibile, oltre che errata).

Quella scelta intende, piuttosto, auto-escludersi da un confronto che risulta privo dei requisiti indispensabili per essere effettivamente tale. Ovvero la condivisione tra gli interlocutori di un minimo di opzioni morali e di regole di linguaggio. Come è possibile discutere con chi ritiene che una determinata minoranza sia “la feccia dell’umanità”?

Le mimose lasciatele a casa

Lea Melandri (Il manifesto)

Chissà per­ché la ricor­renza di un evento lut­tuoso — quale è stato sto­ri­ca­mente l’8 marzo — è diven­tata, prima la «gior­nata» e poi «la festa della donna»?

Per anni ho costretto me stessa a darle un senso, più che altro per il rispetto dovuto a tutte le asso­cia­zioni, gruppi fem­mi­nili e fem­mi­ni­sti che avreb­bero preso quell’occasione per incon­tri e dibat­titi su temi di comune interesse.

Oggi, di fronte ai rima­su­gli penosi, che escono dalle radio, dalle tele­vi­sioni e dai gior­nali, di quella che per­vi­ca­ce­mente, ver­go­gno­sa­mente resta la «que­stione fem­mi­nile» — le donne con­si­de­rate alla stre­gua di un gruppo sociale svan­tag­giato o come un «genere» da ugua­gliare o tute­lare sulla base dell’ordine creato dal sesso vin­cente -, ho un desi­de­rio forte e deciso:
– che non se ne parli più
– che nes­suna data venga d’ora innanzi a far da velo a uno dei rap­porti di potere che oggi, molto più che in pas­sato, appare sco­per­ta­mente come la base di tutte le forme di domi­nio che la sto­ria ha cono­sciuto, nella nostra come nelle altre civiltà
– che si dica con chia­rezza che non di «cose di donne» stiamo par­lando, ma dell’idea di viri­lità che ha deciso dei destini di un sesso e dell’altro, della cul­tura e della sto­ria che vi è stata costruita sopra, nel pri­vato come nel pub­blico
– che gli uomini si pren­dano la respon­sa­bi­lità di inter­ro­garsi sulla vio­lenza di ogni genere per­pe­trata nei secoli dai loro simili, e che lo fac­ciano, come hanno fatto le donne, «par­tendo da se stessi», con­sa­pe­voli che sono inda­gando a fondo nella sin­go­la­rità delle vite e delle espe­rienza per­so­nali pos­siamo sco­prire le radici di una visione del mondo che ci acco­muna, al di là di spazi e tempi.

Non sono pre­giu­di­zial­mente con­tra­ria alle ricor­renze, ma vor­rei che, senza stor­piarne o bana­liz­zarne il signi­fi­cato, diven­tas­sero per tutti un momento di rifles­sione: rico­no­sci­mento degli inter­ro­ga­tivi che vi sono con­nessi e delle aspet­ta­tive di cam­bia­mento che da lì si pos­sono aprire.

Non è stato così per l’8 marzo, che ha visto un tema di pri­ma­ria impor­tanza per la crisi che stanno attra­ver­sando la poli­tica, l’economia e la civiltà stessa — la rela­zione tra i sessi, la divi­sione ses­suale del lavoro, la dico­to­mia tra pri­vato e pub­blico, natura e cul­tura, ecc.- restrin­gersi pro­gres­si­va­mente a pochi scam­poli riven­di­ca­tivi det­tati dall’endemica «mise­ria femminile».

A quante mi obiet­te­ranno che così si toglie un’opportunità di por­tare allo sco­perto, sia pure per un giorno solo, il fati­coso lavoro car­sico del movi­mento delle donne, rispondo che può essere, al con­tra­rio, la spinta a creare da noi stesse le occa­sioni di incon­tro che ci ser­vono, senza atten­dere che ci ven­gano offerte da altri, con un maz­zetto di mimose.

2.3.15

Limonov: “Dietro questo delitto non solo la politica. Ma per Putin è un vero problema”

Nicola Lombardozzi (repubblica.it)

MOSCA . Eduard Limonov non si smentisce mai: "Un complotto del Cremlino? Una provocazione esterna? Ma non fatemi ridere. Se avessero ammazzato il vero leader dei liberali, Aleksej Navalnyj, potrei capire. Ma Nemtsov, per i russi era solo un politico in pensione. Uno che, per di più, era stato protagonista nell'era Eltsin che qui ha lasciato ricordi di ingiustizie, ruberie, corruzione. Tra qualche giorno lo avranno già dimenticato tutti, amici e nemici". Cinico e controcorrente, lo scrittore russo tiene fede al personaggio raccontato da Emmanuel Carrère in una biografia che due anni fa gli ha donato fama internazionale: "Mi dispiace deludere tanta gente di buona volontà, ma vedrete che questo assassinio non porterà alcuna conseguenza".

Tutto il mondo si indigna per l'omicidio di un oppositore di primo piano, di un uomo coraggioso. Come fa a minimizzare così?
"Non minimizzo niente. Dico solo che se dietro al delitto ci fosse un qualsiasi piano politico, sarebbe un piano stupido e destinato a fallire".
Da anni Nemtsov denunciava scandali e malefatte di Putin e i suoi con libri e documenti. Stava raccogliendo materiale sulla presenza militare russa in Ucraina.

Aveva anche detto che il Cremlino voleva ucciderlo. Le sembra così poco?
"Tutti quelli che stanno all'opposizione, perfino io, abbiamo ogni tanto la sensazione di rischiare la vita. Nemtsov lo conoscevo bene, era un uomo di spirito, colto e brillante. Ma le sue denunce erano solo un chiacchiericcio isterico senza le prove o particolari inediti. Faceva molta scena all'estero ma non smontava certamente il personaggio Putin qui in Russia".

Tra i nemici di Nemtsov c'erano anche molti oppositori come lei, nostalgici di una certa visione dell'Unione Sovietica. Quando disse che la Crimea andava restituita all'Ucraina, lei lo aggredì, altri lo insultarono pesantemente. Non potrebbe essere questo un movente possibile?
"Sulla Crimea, ma anche sulla sorte del Donbass, gli oppositori sono divisi e questo è evidente. Lui faceva parte di quella minoranza, poche decine di migliaia di persone, che si attiene alla lettera alle posizioni occidentali. Mentre tra i tanti che contestano Putin resta forte il sentimento nazionale. Ma, ripeto, Nemtsov non aveva lo spessore per fare paura a nessuno".

E allora come spiega il delitto?
"So che rischio di smontare tante teorie fantapolitiche, ma non escluderei una questione marginale, privata. Ci sono tanti aspetti strani".

Per esempio?
"Stava con una giovane modella ucraina di Kiev, e questo basterebbe a farne una spy story. Ma il delitto resta misterioso: a un passo dal Cremlino nella zona a più alta concentrazione di telecamere di sorveglianza di tutta la Russia. In più, pare, con un arma non proprio da professionisti...".

Non vorrà ridurre tutto a un delitto passionale?
"Non mi va di escluderlo a priori. Ma in ogni caso ragioniamo. Al Cremlino questo delitto crea seri problemi di immagine internazionale e credo che Putin sia sinceramente contrariato. E non posso nemmeno credere alla tesi del complotto occidentale, voi giornalisti direste "l'ombra della Cia", per sollevare le piazze, fare tremare dalle fondamenta il regime di Putin. Solo gli idioti possono pensare che i liberali russi siano in grado di fare un'insurrezione".

Perché?
"Perché l'opposizione in Russia oggi non c'è. Dopo le manifestazioni di due anni fa, le leggi sono state cambiate e si è lavorato di fino su arresti e persecuzioni giudiziarie. Anche il malumore popolare dovuto alla crisi economica è stato contenuto abbastanza bene. E le sanzioni sono state usate per cementare lo spirito nazionale della gente. Non vedo rivolte dietro l'angolo".