di Kenneth Rogoff (ilsole24ore)
L’emergenza dei migranti che sta vivendo l’Europa rivela un vizio di fondo, se non un’enorme ipocrisia, nell’attuale dibattito sulla disuguaglianza economica. Un vero progressista non sosterrebbe l’idea di pari opportunità per tutti gli abitanti del pianeta, anziché soltanto per quelli che hanno avuto la fortuna di nascere e crescere in Paesi ricchi?
Molti leader di pensiero nelle economie avanzate perorano la mentalità del diritto. Tale diritto, però, si ferma al confine, e anche se una maggiore redistribuzione della ricchezza all’interno dei singoli Paesi viene ritenuta un imperativo assoluto, le persone che vivono in Paesi emergenti o in via di sviluppo sono lasciate fuori.
Se le attuali preoccupazioni circa la disuguaglianza fossero espresse esclusivamente in termini politici, questo ripiegamento su se stessi sarebbe comprensibile; dopotutto, i cittadini dei Paesi poveri non possono votare in quelli ricchi. Invece, la retorica del dibattito sulla diseguaglianza nei Paesi ricchi tradisce una certezza morale che opportunamente ignora i miliardi di persone che in altre parti del mondo vivono in condizioni molto peggiori.
Non bisogna dimenticare che, anche dopo un periodo di stagnazione, la classe media nei Paesi ricchi, vista in una prospettiva globale, resta comunque una classe alta. Soltanto circa il 15% della popolazione mondiale vive in economie sviluppate. Eppure, i Paesi avanzati sono a tutt’oggi responsabili di oltre il 40% dei consumi globali e dell’esaurimento delle risorse. Aumentare le tasse sulla ricchezza è senz’altro un modo per ridurre la disuguaglianza all’interno di un Paese, ma non risolve il problema della povertà profonda nel mondo in via di sviluppo.
E neppure lo risolve appellarsi a una superiorità morale per giustificare il fatto che una persona nata in Occidente usufruisca di così tanti vantaggi. Senza dubbio, delle istituzioni politiche e sociali solide sono il fondamento di una crescita economica sostenuta, anzi rappresentano un ingrediente essenziale per la buona riuscita dello sviluppo.
Tuttavia, la lunga storia di sfruttamento coloniale dell’Europa rende difficile immaginare come sarebbero evolute le istituzioni asiatiche e africane in un universo parallelo in cui gli europei fossero arrivati solo per commerciare, non per conquistare.
Molte questioni politiche appaiono distorte quando si osservano con una lente che mette a fuoco solo la disuguaglianza interna di un Paese e ignora quella globale. L’affermazione marxiana di Thomas Piketty che il capitalismo sta fallendo perché la disuguaglianza nazionale è in aumento in realtà dice il contrario. Quando si dà lo stesso peso a tutti i cittadini del mondo, le cose appaiono sotto una luce diversa. Le stesse forze della globalizzazione che hanno contribuito alla stagnazione dei salari della classe media nei Paesi ricchi, altrove hanno affrancato dalla povertà milioni di persone.
La disuguaglianza globale si è ridotta negli ultimi tre decenni, il che implica che il capitalismo ha avuto un successo straordinario. Potrà aver eroso il livello delle rendite di cui i lavoratori nei Paesi avanzati godono in virtù dell’essere nati lì, ma ha fatto di più per aiutare i lavoratori a reddito medio, concentrati in Asia e nei mercati emergenti.
Consentire una più libera circolazione delle persone attraverso le frontiere bilancerebbe le opportunità in modo più rapido rispetto al commercio, ma un’ipotesi del genere incontra resistenza. I partiti politici anti-immigrazione hanno preso piede in Paesi come Francia e Regno Unito.
Certo, i milioni di disperati che vivono in zone di guerra e in Paesi falliti non hanno molta altra scelta se non chiedere asilo in un paese ricco, a prescindere dai rischi che ciò comporta. Le guerre in Siria, Eritrea, Libia e Mali hanno avuto un ruolo enorme nell’attuale impennata di profughi che cercano di raggiungere l’Europa. E se anche questi Paesi dovessero stabilizzarsi, l’instabilità di altre regioni si imporrebbe al loro posto.
Le pressioni economiche rappresentano un’altra forte spinta alla migrazione. I lavoratori dei Paesi poveri accolgono con favore l’opportunità di lavorare in un Paese avanzato, anche con salari da fame. Purtroppo, il dibattito in corso nei Paesi ricchi verte perlopiù, sia a destra che a sinistra, su come tenere gli altri fuori dai propri confini, una soluzione che potrà essere pratica, ma non è giustificabile da un punto di vista morale.
Inoltre, la pressione migratoria è destinata ad aumentare se il riscaldamento globale evolverà secondo le previsioni dei climatologi. Quando le regioni equatoriali diventeranno troppo calde e aride per sostenere l’agricoltura, nel Nord del mondo l’aumento delle temperature renderà invece l’agricoltura più produttiva. I mutamenti climatici potrebbero, quindi, incrementare la migrazione verso i paesi più ricchi fino a livelli che farebbero impallidire quelli dell’emergenza attuale, soprattutto tenuto conto che i paesi poveri e i mercati emergenti sono perlopiù ubicati in prossimità dell’equatore e in zone climatiche più vulnerabili.
Essendo la capacità di accoglienza e la tolleranza dei paesi ricchi verso l’immigrazione ormai limitate, è difficile immaginare di poter raggiungere in modo pacifico un nuovo equilibrio in termini di distribuzione della popolazione globale. Esiste, quindi, il rischio che il risentimento nei confronti delle economie avanzate, responsabili di una quota fin troppo sproporzionata d'inquinamento e consumo di materie prime globali, possa degenerare.
Mentre il mondo diventa più ricco, la disuguaglianza inevitabilmente si profilerà come un problema molto più vasto rispetto a quello della povertà, un’ipotesi che avevo già avanzato oltre un decennio fa. Purtroppo, però, il dibattito sulla disuguaglianza si è concentrato a tal punto su quella nazionale da oscurare il ben più grande problema della disuguaglianza globale. Questo è un vero peccato perché i paesi ricchi potrebbero fare la differenza in tanti modi, ad esempio fornendo assistenza medica e scolastica gratuita on-line, più aiuti allo sviluppo, una riduzione del debito, l’accesso al mercato e un maggiore contributo alla sicurezza globale. L’arrivo di persone disperate sulle coste dell’Europa a bordo di barconi è un sintomo della loro incapacità in tal senso.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
13.5.15
11.5.15
La regola, ovvero giorno dopo giorno la 'ndrangheta in Lombardia
Giuseppe Ceretti
Pare di vederlo l'Ivano Perego, 36 anni, con una cresta di capelli biondo ossigenati e l'aria da bullo che scende dal Suv, moderno bunker a quattro ruote che si compra a metri quadrati e dal quale si scende in ascensore. E' lui il padre padrone della Perego Strade, l'azienda di Cassago Brianza specializzata in costruzioni, movimento terra, servizi all'edilizia, ereditata dal padre Luigi.
Almeno così sembra, anche se tra i dipendenti dell'impresa che si chiamano Galbusera e Redaelli, si insinua il dubbio che qualcosa sia cambiato e non certo al meglio. Che ci fa in ditta quel Salvatore Strangio che si spaccia per geometra e che entra ed esce come fosse il padrone nell'ufficio del “signor Perego”? E chi è mai quell'Andrea Pavone che spunta dal nulla e diventa l'amministratore con stipendio e benefit da capogiro?
Incomincia con questa storia emblematica dell'estate del 2008 il diario dell'attività della 'ndrangheta in Lombardia fino a giorni nostri. Lo scrive con la passione e la meticolosità del cronista di razza, Giampiero Rossi, giornalista del Corriere, con alle spalle tanta, tanta strada percorsa nell'amata e dannata terra di Lombardia, per molti anni all'Unità, quotidiano al quale è approdato dopo la preziosa esperienza nel gruppo di società civile di Nando Dalla Chiesa, oggi responsabile del comitato antimafia del comune di Milano.
Non a caso il racconto che prende le mosse da Perego si conclude con le parole di Dalla Chiesa che meglio riassumono il senso di questa e di altre fatiche: “I mafiosi fanno i mafiosi tutti i giorni, a tempo pieno, dalla mattina alla sera; l'antimafia, invece, è discontinua”. Un rilievo che non ha tuttavia il senso della resa, al contrario esprime l'intensità dell'impegno necessario per combattere un nemico che, come recita l'esemplare titolo del libro, fa del crimine e del malaffare “la regola”, attraverso un impegno quotidiano, senza mai mollare la presa un'istante.
Dall'Ivano Perego, gaglioffo e guascone sì, ma insieme pupo nelle mani della 'ndrangheta, alle intercettazioni sulla grande torta dell'Expò, è un itinerario non già in un universo parallelo, ma nel nostro quotidiano. Non a caso il presidente della Corte d'Appello di Milano, Giovanni Canzio, all'apertura dell'anno giudiziario in corso, sottolinea come la presenza mafiosa al Nord debba essere letta in termini “non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto d'interazione/occupazione”.
Giampiero Rossi ci narra il devastante lavoro di queste metastasi cresciute nella società lombarda, come si conviene a un moderno Caronte: ne sa più di noi, si è letto e riletto centinaia di ordinanze dei coraggiosi giudici che combattono questa guerra quotidiana (citiamo solo il magistrato Giuseppe Gennari, a titolo d'esempio di uomini d'ingegno e di coraggio), ha ascoltato tante persone esperte e alla fine s'è messo a scrivere, spesso nell'angolo di un bar con le mille pagine sparse sul tavolino. Ma racconta, come se fosse la prima volta, l'ingresso nel girone dell'inferno quotidiano. Giorno per giorno, come nel titolo, mossa per mossa, nome per nome.
Il risultato è una storia tragicamente vera, densa, che ci consegna mille sensazioni.
Innanzitutto la vastità del fenomeno. Quando si legge del lavoro capillare dei responsabili della “locale”, nel gergo le organizzazioni di comando territoriale della 'ndrangheta, si rimane colpiti. Nulla viene trascurato. Vincenzo Mandalari, uno dei boss intercettati, parla della gallina dalle uova d'oro dell'Expo e così ammonisce uno dei consiglieri comunali prezzolati: “Se tu sogni tutto l'Expo di Rho.. allora hai sbagliato a sederti con noi. Perché noi non stiamo pensando a questo!.. Stiamo pensando a mettere i chiusini invece.. si punta a centri sportivi... al sociale”.
Attirati sì dalle grandi torte, ma prima ancora attenti a sfruttare ogni tassello, anche minimo, del mosaico territoriale. La grande fetta sono i lavori del movimento terra, per la facilità d'impiego criminale a basso valore aggiunto, ma non mancano le capacità operative nei settori della finanza, frutto di una perfetta simbiosi tra impresa e mafia, come dimostra la mutazione della Perego, alla fine controllata da due fiduciarie che fanno da schermo ai veri proprietari.
Modernità operativa che trova la sua forza nella rigida struttura della 'ndrangheta S.p.A.: i tentativi di qualche incauto affiliato di superare i limiti territoriali delle “locali” sono per lo più perdenti, non solo dei possibili nuovi affari, ma sovente della vita. Esemplare al proposito il capitolo dedicato all'incontro del 31 ottobre 2009 a cena al circolo ARCI intitolato a Falcone e Borsellino (atroce beffa del destino) tra i boss della ''ndrangheta, il cosiddetto summit dei 22 che definisce strategie e limiti d'intervento territoriale di famiglie e locali, “la regola sociale” che di tutto s'occupa, persino delle modalità d'invito ai matrimoni e che fa della 'ndrangheta un organismo unitario a gestire droga, estorsioni, usura, voto di scambio.
Il ricatto, la paura, le minacce, le botte sono elementi indiscutibili di un rapporto impari tra carnefice e vittime. Ma non è solo per mancanza di coraggio che in Lombardia la 'ndrangheta è entrata negli uffici della classe dirigente. Talvolta è complicità, convenienza, si direbbe quasi logica d'impresa: “Sicuramente l'influenza migliore è stata la qualità del servizio, l'immagine- spiega con candore un importante manager dei servizi di trasporto della Tnt chiamato a deporre- Nel giro di un anno abbiamo cambiato sull'area milanese tutti i mezzi, dando un ottimo esempio”.
C'è naturalmente chi della “qualità del servizio” avrebbe ragione di lamentarsi, come la moglie dell'imprenditore pestato a sangue. Ma al telefono con la suocera dice: “Quella gente lì lo sai, oggi è così, domani cambia idea...Eravamo amici, ma come fai a capire, ma se lui vuole i suoi soldi, non siamo più amici”.
Qualità del servizio che piace a taluni esponenti della classe politica, coinvolta da destra a sinistra. Spiega al telefono Francesco Sorrentino, ex consigliere della Lega al Comune di Lecco: “La differenza tra questa gente e il politico è una sola, questa gente ammazza, il politico no. Però fidati, a questo gli dai una stretta di mano e la parola la mantiene”.
La regola è spietata, tuttavia non invincibile. Forse il più importante messaggio è proprio questo: c'è chi nella società non s'arrende, magistrati, politici, imprenditori, anche a rischio della pelle. Insomma la regola si può sovvertire. Parola di Giampiero Rossi che nella dedica “a tutti i calabresi per bene e a quelli che non accettano scorciatoie” offre l'immagine più bella e più vera.
(Giampiero Rossi, La regola.Giorno per giorno la 'ndrangheta in Lombardia - Pagg. 219, euro 18 - GLF Editori Laterza)
Pare di vederlo l'Ivano Perego, 36 anni, con una cresta di capelli biondo ossigenati e l'aria da bullo che scende dal Suv, moderno bunker a quattro ruote che si compra a metri quadrati e dal quale si scende in ascensore. E' lui il padre padrone della Perego Strade, l'azienda di Cassago Brianza specializzata in costruzioni, movimento terra, servizi all'edilizia, ereditata dal padre Luigi.
Almeno così sembra, anche se tra i dipendenti dell'impresa che si chiamano Galbusera e Redaelli, si insinua il dubbio che qualcosa sia cambiato e non certo al meglio. Che ci fa in ditta quel Salvatore Strangio che si spaccia per geometra e che entra ed esce come fosse il padrone nell'ufficio del “signor Perego”? E chi è mai quell'Andrea Pavone che spunta dal nulla e diventa l'amministratore con stipendio e benefit da capogiro?
Incomincia con questa storia emblematica dell'estate del 2008 il diario dell'attività della 'ndrangheta in Lombardia fino a giorni nostri. Lo scrive con la passione e la meticolosità del cronista di razza, Giampiero Rossi, giornalista del Corriere, con alle spalle tanta, tanta strada percorsa nell'amata e dannata terra di Lombardia, per molti anni all'Unità, quotidiano al quale è approdato dopo la preziosa esperienza nel gruppo di società civile di Nando Dalla Chiesa, oggi responsabile del comitato antimafia del comune di Milano.
Non a caso il racconto che prende le mosse da Perego si conclude con le parole di Dalla Chiesa che meglio riassumono il senso di questa e di altre fatiche: “I mafiosi fanno i mafiosi tutti i giorni, a tempo pieno, dalla mattina alla sera; l'antimafia, invece, è discontinua”. Un rilievo che non ha tuttavia il senso della resa, al contrario esprime l'intensità dell'impegno necessario per combattere un nemico che, come recita l'esemplare titolo del libro, fa del crimine e del malaffare “la regola”, attraverso un impegno quotidiano, senza mai mollare la presa un'istante.
Dall'Ivano Perego, gaglioffo e guascone sì, ma insieme pupo nelle mani della 'ndrangheta, alle intercettazioni sulla grande torta dell'Expò, è un itinerario non già in un universo parallelo, ma nel nostro quotidiano. Non a caso il presidente della Corte d'Appello di Milano, Giovanni Canzio, all'apertura dell'anno giudiziario in corso, sottolinea come la presenza mafiosa al Nord debba essere letta in termini “non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto d'interazione/occupazione”.
Giampiero Rossi ci narra il devastante lavoro di queste metastasi cresciute nella società lombarda, come si conviene a un moderno Caronte: ne sa più di noi, si è letto e riletto centinaia di ordinanze dei coraggiosi giudici che combattono questa guerra quotidiana (citiamo solo il magistrato Giuseppe Gennari, a titolo d'esempio di uomini d'ingegno e di coraggio), ha ascoltato tante persone esperte e alla fine s'è messo a scrivere, spesso nell'angolo di un bar con le mille pagine sparse sul tavolino. Ma racconta, come se fosse la prima volta, l'ingresso nel girone dell'inferno quotidiano. Giorno per giorno, come nel titolo, mossa per mossa, nome per nome.
Il risultato è una storia tragicamente vera, densa, che ci consegna mille sensazioni.
Innanzitutto la vastità del fenomeno. Quando si legge del lavoro capillare dei responsabili della “locale”, nel gergo le organizzazioni di comando territoriale della 'ndrangheta, si rimane colpiti. Nulla viene trascurato. Vincenzo Mandalari, uno dei boss intercettati, parla della gallina dalle uova d'oro dell'Expo e così ammonisce uno dei consiglieri comunali prezzolati: “Se tu sogni tutto l'Expo di Rho.. allora hai sbagliato a sederti con noi. Perché noi non stiamo pensando a questo!.. Stiamo pensando a mettere i chiusini invece.. si punta a centri sportivi... al sociale”.
Attirati sì dalle grandi torte, ma prima ancora attenti a sfruttare ogni tassello, anche minimo, del mosaico territoriale. La grande fetta sono i lavori del movimento terra, per la facilità d'impiego criminale a basso valore aggiunto, ma non mancano le capacità operative nei settori della finanza, frutto di una perfetta simbiosi tra impresa e mafia, come dimostra la mutazione della Perego, alla fine controllata da due fiduciarie che fanno da schermo ai veri proprietari.
Modernità operativa che trova la sua forza nella rigida struttura della 'ndrangheta S.p.A.: i tentativi di qualche incauto affiliato di superare i limiti territoriali delle “locali” sono per lo più perdenti, non solo dei possibili nuovi affari, ma sovente della vita. Esemplare al proposito il capitolo dedicato all'incontro del 31 ottobre 2009 a cena al circolo ARCI intitolato a Falcone e Borsellino (atroce beffa del destino) tra i boss della ''ndrangheta, il cosiddetto summit dei 22 che definisce strategie e limiti d'intervento territoriale di famiglie e locali, “la regola sociale” che di tutto s'occupa, persino delle modalità d'invito ai matrimoni e che fa della 'ndrangheta un organismo unitario a gestire droga, estorsioni, usura, voto di scambio.
Il ricatto, la paura, le minacce, le botte sono elementi indiscutibili di un rapporto impari tra carnefice e vittime. Ma non è solo per mancanza di coraggio che in Lombardia la 'ndrangheta è entrata negli uffici della classe dirigente. Talvolta è complicità, convenienza, si direbbe quasi logica d'impresa: “Sicuramente l'influenza migliore è stata la qualità del servizio, l'immagine- spiega con candore un importante manager dei servizi di trasporto della Tnt chiamato a deporre- Nel giro di un anno abbiamo cambiato sull'area milanese tutti i mezzi, dando un ottimo esempio”.
C'è naturalmente chi della “qualità del servizio” avrebbe ragione di lamentarsi, come la moglie dell'imprenditore pestato a sangue. Ma al telefono con la suocera dice: “Quella gente lì lo sai, oggi è così, domani cambia idea...Eravamo amici, ma come fai a capire, ma se lui vuole i suoi soldi, non siamo più amici”.
Qualità del servizio che piace a taluni esponenti della classe politica, coinvolta da destra a sinistra. Spiega al telefono Francesco Sorrentino, ex consigliere della Lega al Comune di Lecco: “La differenza tra questa gente e il politico è una sola, questa gente ammazza, il politico no. Però fidati, a questo gli dai una stretta di mano e la parola la mantiene”.
La regola è spietata, tuttavia non invincibile. Forse il più importante messaggio è proprio questo: c'è chi nella società non s'arrende, magistrati, politici, imprenditori, anche a rischio della pelle. Insomma la regola si può sovvertire. Parola di Giampiero Rossi che nella dedica “a tutti i calabresi per bene e a quelli che non accettano scorciatoie” offre l'immagine più bella e più vera.
(Giampiero Rossi, La regola.Giorno per giorno la 'ndrangheta in Lombardia - Pagg. 219, euro 18 - GLF Editori Laterza)
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3.5.15
Se a sgocciolare è l’Expo
Guido Viale (il Manifesto)
Trickle-down (in italiano, sgocciolamento) è il nome di una teoria economica, ma anche di una filosofia, che molti hanno conosciuto attraverso la parabola di Lazzaro che si nutriva delle briciole che il ricco Epulone lasciava cadere dalla sua mensa (Luca, 16, 19–31). Dopo la loro morte le parti si sono invertite perché Lazzaro è stato ammesso al banchetto di Dio, in Paradiso, mentre Epulone è finito all’inferno a soffrire fame e sete. La teoria e la filosofia del Trickle–down in realtà si fermano alla prima parte della parabola.
La seconda parte è compito nostro realizzarla; e non in Paradiso, dopo la morte, ma su questa Terra, qui e ora.
In ogni caso, secondo la teoria, più i ricchi diventano ricchi, più qualche cosa della loro ricchezza “sgocciolerà” sulle classi che stanno sotto di loro, per cui che i ricchi siano sempre più ricchi conviene a tutti. Discende da questa teoria la progressiva riduzione delle tasse sui redditi maggiori (fino alla flat tax, l’aliquota uguale per tutti, predicata negli Usa dal partito repubblicano e, in Italia, da Matteo Salvini) che, a partire dagli anni Settanta, ha inaugurato la crescita incontrollata delle diseguaglianze. In Italia la progressiva riduzione delle aliquote marginali dell’imposta sui redditi più elevati (al momento dell’introduzione dell’Irpef era di oltre il 70 per cento; oggi supera di poco il 40) è stata giustificata sostenendo che aliquote troppo elevate incentivano l’evasione fiscale, mentre aliquote più “ragionevoli” l’avrebbero eliminata. I risultati si vedono. L’altro cavallo di battaglia della Trickle-down economics è che le misure di incentivazione economica dovrebbero essere destinate esclusivamente alle imprese, perché sono solo le imprese a creare buona occupazionee, quindi, reddito e benessere anche per i lavoratori. Tutte le altre spese, specie se di carattere sociale, sono, in termini economici, “sprechi”. Ma l’evoluzione tecnologica rende sempre di più job-less, cioè senza occupazione aggiuntiva, la crescita sia della singola impresa che del sistema nel suo complesso. Anzi, molto spesso la riduzione dell’occupazione in una impresa viene salutata con un drastico aumento del suo valore in borsa.
Trasposta sul piano sociale, la filosofia del Trickle-down ha assunto i connotati del “capitalismo compassionevole”, che negli Stati uniti costituisce la dottrina ufficiale dell’ala più reazionaria del partito repubblicano, e non solo di quella. In base ad essa il welfare, come insieme di misure tese a garantire in forma universalistica i diritti fondamentali del cittadino – pensione, cure sanitarie, istruzione, sostegno al reddito – va eliminato perché induce chi ne beneficia all’ozio; e va sostituito con la beneficienza gestita dalla generosità dei ricchi, nelle forme da loro prescelte e indirizzandola, ovviamente, solo a chi, a loro esclusivo giudizio, “se la merita”. Non c’è negazione più radicale della dignità dell’essere umano (e del vivente in genere) di una teoria come questa. Eppure è una concezione che sta progressivamente prendendo piede in tutti gli ambiti della cultura ufficiale, anche là dove gli istituti del Welfare State (che letteralmente significa Stato del benessere, e che da tempo viene tradotto sempre più spesso con l’espressione “Stato assistenziale”) sono, bene o male, ancora in funzione.
Non deve stupire quindi di ritrovare i capisaldi di questa concezione violentemente antidemocratica in quello che viene fin da ora ufficialmente indicato come “il lascito immateriale” della peggiore manifestazione della teoria e della prassi del capitalismo finanziario, o “finanzcapitalismo”: la cosiddetta “carta di Milano” dell’Expò. Lascito immateriale, perché quello materiale, come è ormai noto, non è che devastazione del territorio, asfalto e cemento, corruzione, nuovi debiti di Comune, Regione e Stato, violazione dei diritti, della dignità e della sicurezza del lavoro (l’Expò è stato il laboratorio del Job-act), propaganda per un’alimentazione, un’agricoltura e un’industria alimentare tossiche e, dulcis in fundo, un meccanismo di perpetuazione delle Grandi Opere inutili: perché, a Expò concluso, ci sarà da decidere che cosa fare, con nuovo cemento, nuovi debiti e nuova corruzione di quell’area ormai devastata.
Uno dei punti o propositi qualificanti della Carta di Milano è infatti la lotta contro lo spreco alimentare attraverso il recupero del cibo che oggi viene buttato via, destinandolo ai poveri. Nella carta i riferimenti a questo proposito sono tre: “ che il cibo sia consumato prima che deperisca, donato qualora in eccesso e conservato in modo tale che non si deteriori”; “individuare e denunciare le principali criticità nelle varie legislazioni che disciplinano la donazione degli alimenti invenduti per poi impegnarci attivamente al fine di recuperare e ridistribuire le eccedenze”; “creare strumenti di sostegno in favore delle fasce più deboli della popolazione, anche attraverso il coordinamento tra gli attori che operano nel settore del recupero e della distribuzione gratuita delle eccedenze alimentari”. Apparentemente si tratta di raccomandazioni di buon senso: dare a chi non può permetterselo il cibo che altrimenti butteremmo via. E’ quello che si cerca di fare con istituzioni e programmi benemeriti, come la legge detta del “Buon Samaritano” o il Last-minute market promosso dal prof. Andrea Segrè. Il fatto è che sono misure messe a punto nell’ambito della gestione dei rifiuti e tese alla loro minimizzazione (in vista del loro azzeramento, previsto dal programma Rifiuti zero, che le renderebbe superflue). Trasposte nell’ambito di un programma planetario per “nutrire il pianeta” hanno l’effetto di retrocedere all’ambito della gestione dei rifiuti il tema della sottoalimentazione di una parte decisiva dell’umanità, la cui condizione è invece il prodotto delle grandi e crescenti diseguaglianze mondiali nella distribuzione dei redditi, del lavoro e delle risorse.
Per cogliere meglio questo punto è necessario risalire a quella che è la matrice della Carta di Milano, cioè il “Protocollo di Milano”: un documento elaborato dalla fondazione Barilla – emanazione dell’omonima multinazionale alimentare – a cui l’Expò ha affidato il compito di individuare i capisaldi del programma “nutrire il pianeta”, che sono poi stati tradotti “in pillole” nella Carta di Milano; e che ha la pretesa di definire un programma di azione dei prossimi decenni per tutti i soggetti del mondo – Governi, imprese, associazioni, cittadini — impegnati nella filiera agroalimentare come produttori, distributori o consumatori.
Nel Protocollo di Milano il tema dello spreco di alimenti occupa il primo posto: “Primo paradosso – spreco di alimenti: 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile sono sprecati ogni anno, ovvero un terzo della produzione globale di alimenti e quattro volte la quantità necessaria a nutrire gli 805 milioni di persone denutrite nel mondo”. Nell’ambito dei programmi per sradicare la fame, tra cui “le disposizioni pertinenti nel quadro delle legislazioni internazionali, regionali e nazionali per la protezione e conservazione delle risorse e l’adozione di azioni finalizzate allo sviluppo sostenibile nella Direttiva quadro europea sulle acque, il Piano d’azione per un’Europa efficiente sotto il profilo delle risorse, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio per sradicare la povertà estrema e la fame”, il Protocollo di Milano arriva a trattare questa prima emergenza planetaria con le stesse modalità con cui, in un qualsiasi Comune d’Italia, si affronta il problema della gestione dei rifiuti: “Le iniziative per la riduzione degli sprechi devono rispettare la seguente gerarchia:
1. Prevenzione; 2. Riutilizzo per l’alimentazione umana; 3. Alimentazione animale; 4. Produzione di energia e compostaggio”. Se la guerra alla fame nel mondo è in primo luogo una lotta contro la trasformazione degli alimenti in rifiuti (e non per una più equa distribuzione delle risorse), è ovvio che ai poveri e agli affamati del pianeta non spetti altro che il compito di smaltire ciò di cui i ricchi si vogliono sbarazzare. Cioè sedersi, come Lazzaro, ai piedi della tavola del ricco Epulone. Con il che la Trickle-down economics fa il suo ingresso trionfale nel “lascito” dell’Expò.
Trickle-down (in italiano, sgocciolamento) è il nome di una teoria economica, ma anche di una filosofia, che molti hanno conosciuto attraverso la parabola di Lazzaro che si nutriva delle briciole che il ricco Epulone lasciava cadere dalla sua mensa (Luca, 16, 19–31). Dopo la loro morte le parti si sono invertite perché Lazzaro è stato ammesso al banchetto di Dio, in Paradiso, mentre Epulone è finito all’inferno a soffrire fame e sete. La teoria e la filosofia del Trickle–down in realtà si fermano alla prima parte della parabola.
La seconda parte è compito nostro realizzarla; e non in Paradiso, dopo la morte, ma su questa Terra, qui e ora.
In ogni caso, secondo la teoria, più i ricchi diventano ricchi, più qualche cosa della loro ricchezza “sgocciolerà” sulle classi che stanno sotto di loro, per cui che i ricchi siano sempre più ricchi conviene a tutti. Discende da questa teoria la progressiva riduzione delle tasse sui redditi maggiori (fino alla flat tax, l’aliquota uguale per tutti, predicata negli Usa dal partito repubblicano e, in Italia, da Matteo Salvini) che, a partire dagli anni Settanta, ha inaugurato la crescita incontrollata delle diseguaglianze. In Italia la progressiva riduzione delle aliquote marginali dell’imposta sui redditi più elevati (al momento dell’introduzione dell’Irpef era di oltre il 70 per cento; oggi supera di poco il 40) è stata giustificata sostenendo che aliquote troppo elevate incentivano l’evasione fiscale, mentre aliquote più “ragionevoli” l’avrebbero eliminata. I risultati si vedono. L’altro cavallo di battaglia della Trickle-down economics è che le misure di incentivazione economica dovrebbero essere destinate esclusivamente alle imprese, perché sono solo le imprese a creare buona occupazionee, quindi, reddito e benessere anche per i lavoratori. Tutte le altre spese, specie se di carattere sociale, sono, in termini economici, “sprechi”. Ma l’evoluzione tecnologica rende sempre di più job-less, cioè senza occupazione aggiuntiva, la crescita sia della singola impresa che del sistema nel suo complesso. Anzi, molto spesso la riduzione dell’occupazione in una impresa viene salutata con un drastico aumento del suo valore in borsa.
Trasposta sul piano sociale, la filosofia del Trickle-down ha assunto i connotati del “capitalismo compassionevole”, che negli Stati uniti costituisce la dottrina ufficiale dell’ala più reazionaria del partito repubblicano, e non solo di quella. In base ad essa il welfare, come insieme di misure tese a garantire in forma universalistica i diritti fondamentali del cittadino – pensione, cure sanitarie, istruzione, sostegno al reddito – va eliminato perché induce chi ne beneficia all’ozio; e va sostituito con la beneficienza gestita dalla generosità dei ricchi, nelle forme da loro prescelte e indirizzandola, ovviamente, solo a chi, a loro esclusivo giudizio, “se la merita”. Non c’è negazione più radicale della dignità dell’essere umano (e del vivente in genere) di una teoria come questa. Eppure è una concezione che sta progressivamente prendendo piede in tutti gli ambiti della cultura ufficiale, anche là dove gli istituti del Welfare State (che letteralmente significa Stato del benessere, e che da tempo viene tradotto sempre più spesso con l’espressione “Stato assistenziale”) sono, bene o male, ancora in funzione.
Non deve stupire quindi di ritrovare i capisaldi di questa concezione violentemente antidemocratica in quello che viene fin da ora ufficialmente indicato come “il lascito immateriale” della peggiore manifestazione della teoria e della prassi del capitalismo finanziario, o “finanzcapitalismo”: la cosiddetta “carta di Milano” dell’Expò. Lascito immateriale, perché quello materiale, come è ormai noto, non è che devastazione del territorio, asfalto e cemento, corruzione, nuovi debiti di Comune, Regione e Stato, violazione dei diritti, della dignità e della sicurezza del lavoro (l’Expò è stato il laboratorio del Job-act), propaganda per un’alimentazione, un’agricoltura e un’industria alimentare tossiche e, dulcis in fundo, un meccanismo di perpetuazione delle Grandi Opere inutili: perché, a Expò concluso, ci sarà da decidere che cosa fare, con nuovo cemento, nuovi debiti e nuova corruzione di quell’area ormai devastata.
Uno dei punti o propositi qualificanti della Carta di Milano è infatti la lotta contro lo spreco alimentare attraverso il recupero del cibo che oggi viene buttato via, destinandolo ai poveri. Nella carta i riferimenti a questo proposito sono tre: “ che il cibo sia consumato prima che deperisca, donato qualora in eccesso e conservato in modo tale che non si deteriori”; “individuare e denunciare le principali criticità nelle varie legislazioni che disciplinano la donazione degli alimenti invenduti per poi impegnarci attivamente al fine di recuperare e ridistribuire le eccedenze”; “creare strumenti di sostegno in favore delle fasce più deboli della popolazione, anche attraverso il coordinamento tra gli attori che operano nel settore del recupero e della distribuzione gratuita delle eccedenze alimentari”. Apparentemente si tratta di raccomandazioni di buon senso: dare a chi non può permetterselo il cibo che altrimenti butteremmo via. E’ quello che si cerca di fare con istituzioni e programmi benemeriti, come la legge detta del “Buon Samaritano” o il Last-minute market promosso dal prof. Andrea Segrè. Il fatto è che sono misure messe a punto nell’ambito della gestione dei rifiuti e tese alla loro minimizzazione (in vista del loro azzeramento, previsto dal programma Rifiuti zero, che le renderebbe superflue). Trasposte nell’ambito di un programma planetario per “nutrire il pianeta” hanno l’effetto di retrocedere all’ambito della gestione dei rifiuti il tema della sottoalimentazione di una parte decisiva dell’umanità, la cui condizione è invece il prodotto delle grandi e crescenti diseguaglianze mondiali nella distribuzione dei redditi, del lavoro e delle risorse.
Per cogliere meglio questo punto è necessario risalire a quella che è la matrice della Carta di Milano, cioè il “Protocollo di Milano”: un documento elaborato dalla fondazione Barilla – emanazione dell’omonima multinazionale alimentare – a cui l’Expò ha affidato il compito di individuare i capisaldi del programma “nutrire il pianeta”, che sono poi stati tradotti “in pillole” nella Carta di Milano; e che ha la pretesa di definire un programma di azione dei prossimi decenni per tutti i soggetti del mondo – Governi, imprese, associazioni, cittadini — impegnati nella filiera agroalimentare come produttori, distributori o consumatori.
Nel Protocollo di Milano il tema dello spreco di alimenti occupa il primo posto: “Primo paradosso – spreco di alimenti: 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile sono sprecati ogni anno, ovvero un terzo della produzione globale di alimenti e quattro volte la quantità necessaria a nutrire gli 805 milioni di persone denutrite nel mondo”. Nell’ambito dei programmi per sradicare la fame, tra cui “le disposizioni pertinenti nel quadro delle legislazioni internazionali, regionali e nazionali per la protezione e conservazione delle risorse e l’adozione di azioni finalizzate allo sviluppo sostenibile nella Direttiva quadro europea sulle acque, il Piano d’azione per un’Europa efficiente sotto il profilo delle risorse, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio per sradicare la povertà estrema e la fame”, il Protocollo di Milano arriva a trattare questa prima emergenza planetaria con le stesse modalità con cui, in un qualsiasi Comune d’Italia, si affronta il problema della gestione dei rifiuti: “Le iniziative per la riduzione degli sprechi devono rispettare la seguente gerarchia:
1. Prevenzione; 2. Riutilizzo per l’alimentazione umana; 3. Alimentazione animale; 4. Produzione di energia e compostaggio”. Se la guerra alla fame nel mondo è in primo luogo una lotta contro la trasformazione degli alimenti in rifiuti (e non per una più equa distribuzione delle risorse), è ovvio che ai poveri e agli affamati del pianeta non spetti altro che il compito di smaltire ciò di cui i ricchi si vogliono sbarazzare. Cioè sedersi, come Lazzaro, ai piedi della tavola del ricco Epulone. Con il che la Trickle-down economics fa il suo ingresso trionfale nel “lascito” dell’Expò.
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2.5.15
Milano, i riot che asfaltano il movimento
MayDay 2015. Trentamila persone in corteo e la città a ferro e fuoco. Il blocco nero prende la piazza, la polizia reagisce con intelligenza ed evita il contatto. Per i No Expo l'esposizione universale è cominciata nel peggiore dei modi
Luca Fazio (il Manifesto)
Le fiamme si sono appena spente, c’è ancora tanto fumo per le strade di Milano. A freddo, una volta dato sfogo al prevedibile sdegno, qualcuno dovrà pur avere il coraggio di ammettere una cosa piuttosto semplice, che ovviamente non nasconde il problema, anzi, ne pone più di uno: è andata esattamente come doveva andare. Lo sapevano tutti, era previsto da mesi. Non è stata una festa la MayDay 2015 e forse il peggio deve ancora accadere. In questo momento ci sta pure la retorica della “Milano ferita”, però sarebbe più utile cercare di abbozzare qualche ragionamento.
I fatti sono noti, è stata la manifestazione più spiata e fotografata degli ultimi anni. Una parte del centro storico di Milano, quella intorno a piazzale Cadorna — era previsto anche quello — è stata attaccata con una furia che non si era mai vista. Automobili date alla fiamme, finestrini mandati in frantumi con una rabbia disperata al limite dell’autolesionismo, lanci di bottiglie contro la polizia, vetrine infrante, accenni di barricate, negozi sfasciati. Silenzio assordante, rumori di cose che si spaccano, nuvole di lacrimogeni e adrenalina che sale quando poliziotti e carabinieri si innervosiscono e sembrano davvero intenzionati a fare sul serio.
La confusione è tanta, ci sono stati fermi ma non è chiaro quanti, si dice una decina di ragazzi. Ci sarebbero undici feriti tra gli agenti.
Lo spettacolo è desolante, sembrano immagini di un film girato in un altro paese, e ne sono stati già fatti di ragionamenti sulla rabbia cieca di chi si limita a spaccare tutto per cercare di resistere in qualche modo in un contesto dove è facile sentirsi tagliati fuori. A vent’anni soprattutto.
Sono delinquenti? Può darsi, poi si sfilano l’impermeabile col cappuccio — per terra ce ne sono decine — e hanno facce da ragazzini qualunque. Sono violenti? Sicuramente, violenti che si accaniscono sulle cose e non sulle persone. Lo scontro con la polizia è solo mimato, virtuale come un videogioco: viste le forze in campo gli incappucciati non potrebbero neppure pensare di avvicinarsi. La loro violenza è anche stupida e vigliacca. Un’auto inutilmente spaccata, mica tutte Ferrari, significa una persona colpita alle spalle e con l’aggravante della casualità. Anche i “black bloc” hanno una macchina parcheggiata da qualche parte.
A proposito. Qualche commentatore poco razionale, non l’editorialista di Libero o de il Giornale, a caldo ha detto che la polizia ha lasciato fare e che dovrà rispondere della gestione della piazza.
Molto semplicemente, invece, la polizia ha agito con grande freddezza e intelligenza.
Non c’è stato alcun contatto con i manifestanti. Non si è fatto male nessuno. Ci sono decine di automobili sfasciate e probabilmente un conto salato da pagare per tutti quei gruppi organizzati che invece sono stati almeno capaci di “portare a casa” un corteo determinato. Molto numerosi, almeno trentamila, a tratti anche felici di esserci. Per nulla spaventati, tantomeno sorpresi, per quello che stava accadendo nelle retrovie.
La polizia poteva evitare lo “sfregio alla città”? Forse sì, se il ministro degli Interni avesse deciso di rispolverare il metodo Genova e dare la caccia ai ragazzini che si sono mascherati da blocco nero. Adesso che (forse) è tutto finito si può azzardare la domanda: sarebbe forse stato meglio se ci fosse scappato il morto? Anche quello era previsto che non dovesse accadere, e meno male.
Angelino Alfano, almeno oggi, non si deve dimettere, le regole di ingaggio erano queste, la polizia non voleva il contatto con il blocco nero.
A proposito. Analisti e dietrologi se ne facciano una ragione. I cosiddetti “black bloc” non vengono da Marte, non si sono “infiltrati” nel corteo e non sono nemmeno al soldo della spectre. Ci sono, sono un problema e bisognerà tenerne conto. Erano nel corteo, dentro, nemmeno in fondo. Gli spezzoni della manifestazione hanno dovuto giocoforza tollerarli e cercare di tutelare il corteo da una reazione della polizia che a un certo punto sembrava scontata.
La MayDay era contro il blocco nero? Questo movimento, questa piazza, che è pur sempre il massimo che oggi si possa esprimere, non ne aveva la forza. Né militare, né politica. Questo è un limite.
Ecco perché questo primo maggio è “politicamente” disastroso.
Un’altra nota, non marginale. Quella di ieri, al netto di tutti i dispositivi di protezione che il corteo stesso ha messo in atto, era una piazza pericolosa. Eppure lì dentro hanno trovato posto ragazzini e ragazzine smarriti alla prima manifestazione, persone assolutamente non violente, decine di bande musicali che hanno continuato a suonare a festa. Si sono viste anche le solite vecchie volpi con la coda tra le gambe che non parlano più la stessa lingua delle piazze. Ma è come se inconsciamente ci si stesse abituando a considerare che ormai è nelle cose aspettarsi un conflitto sempre più aspro e con accenti disperati, senza obiettivi e tantomeno prospettive.
Banalmente: questa stessa piazza, dieci anni fa, sarebbero state due. I cattivi dietro a prenderle, gli altri davanti con le loro buone ragioni.
Gli “altri”, adesso, devono fare i conti con la realtà.
D’ora in poi, come governare la piazza, ammesso che ci siano altre occasioni altrettanto importanti, diventerà un problema quasi insormontabile. Perché la giornata di ieri significa che nessuno a Milano, e anche altrove, ha più l’autorevolezza di poter decidere come si deve stare in un corteo.
Questo è un problema politico: a posteriori, è chiaro che non si può accettare con leggerezza la convivenza con chi ha come uno unico obiettivo quello di spaccare tutto e basta.
Quanto al futuro, possiamo dire che sull’opportunità di cedere fette di sovranità a chi non vive e non lotta in questa città (e che certo non ne pagherà le conseguenze) è bene aprire un dibattito una volta tanto sincero.
I ragazzi e le ragazze del “blocco nero” si sono sfilati le felpe e sono a casa che si godono lo spettacolo dell’informazione mainstream, hanno vinto.
Qui a Milano, a leccarsi le ferite, rimane un movimento che rischia di essere asfaltato per i prossimi anni a venire. La polizia, che oggi è sotto botta, potrebbe anche decidere che il limite è stato superato. Questa mattina le “autorità” si guarderanno negli occhi durante una seduta straordinaria del Comitato per l’ordine e la sicurezza.
E qui a Milano è già cominciata una campagna elettorale che, anche alla luce di quello che è successo, non promette nulla di buono. L’Expo ha ancora sei mesi di vita, i No Expo hanno cominciato nel peggiore dei modi.
Luca Fazio (il Manifesto)
Le fiamme si sono appena spente, c’è ancora tanto fumo per le strade di Milano. A freddo, una volta dato sfogo al prevedibile sdegno, qualcuno dovrà pur avere il coraggio di ammettere una cosa piuttosto semplice, che ovviamente non nasconde il problema, anzi, ne pone più di uno: è andata esattamente come doveva andare. Lo sapevano tutti, era previsto da mesi. Non è stata una festa la MayDay 2015 e forse il peggio deve ancora accadere. In questo momento ci sta pure la retorica della “Milano ferita”, però sarebbe più utile cercare di abbozzare qualche ragionamento.
I fatti sono noti, è stata la manifestazione più spiata e fotografata degli ultimi anni. Una parte del centro storico di Milano, quella intorno a piazzale Cadorna — era previsto anche quello — è stata attaccata con una furia che non si era mai vista. Automobili date alla fiamme, finestrini mandati in frantumi con una rabbia disperata al limite dell’autolesionismo, lanci di bottiglie contro la polizia, vetrine infrante, accenni di barricate, negozi sfasciati. Silenzio assordante, rumori di cose che si spaccano, nuvole di lacrimogeni e adrenalina che sale quando poliziotti e carabinieri si innervosiscono e sembrano davvero intenzionati a fare sul serio.
La confusione è tanta, ci sono stati fermi ma non è chiaro quanti, si dice una decina di ragazzi. Ci sarebbero undici feriti tra gli agenti.
Lo spettacolo è desolante, sembrano immagini di un film girato in un altro paese, e ne sono stati già fatti di ragionamenti sulla rabbia cieca di chi si limita a spaccare tutto per cercare di resistere in qualche modo in un contesto dove è facile sentirsi tagliati fuori. A vent’anni soprattutto.
Sono delinquenti? Può darsi, poi si sfilano l’impermeabile col cappuccio — per terra ce ne sono decine — e hanno facce da ragazzini qualunque. Sono violenti? Sicuramente, violenti che si accaniscono sulle cose e non sulle persone. Lo scontro con la polizia è solo mimato, virtuale come un videogioco: viste le forze in campo gli incappucciati non potrebbero neppure pensare di avvicinarsi. La loro violenza è anche stupida e vigliacca. Un’auto inutilmente spaccata, mica tutte Ferrari, significa una persona colpita alle spalle e con l’aggravante della casualità. Anche i “black bloc” hanno una macchina parcheggiata da qualche parte.
A proposito. Qualche commentatore poco razionale, non l’editorialista di Libero o de il Giornale, a caldo ha detto che la polizia ha lasciato fare e che dovrà rispondere della gestione della piazza.
Molto semplicemente, invece, la polizia ha agito con grande freddezza e intelligenza.
Non c’è stato alcun contatto con i manifestanti. Non si è fatto male nessuno. Ci sono decine di automobili sfasciate e probabilmente un conto salato da pagare per tutti quei gruppi organizzati che invece sono stati almeno capaci di “portare a casa” un corteo determinato. Molto numerosi, almeno trentamila, a tratti anche felici di esserci. Per nulla spaventati, tantomeno sorpresi, per quello che stava accadendo nelle retrovie.
La polizia poteva evitare lo “sfregio alla città”? Forse sì, se il ministro degli Interni avesse deciso di rispolverare il metodo Genova e dare la caccia ai ragazzini che si sono mascherati da blocco nero. Adesso che (forse) è tutto finito si può azzardare la domanda: sarebbe forse stato meglio se ci fosse scappato il morto? Anche quello era previsto che non dovesse accadere, e meno male.
Angelino Alfano, almeno oggi, non si deve dimettere, le regole di ingaggio erano queste, la polizia non voleva il contatto con il blocco nero.
A proposito. Analisti e dietrologi se ne facciano una ragione. I cosiddetti “black bloc” non vengono da Marte, non si sono “infiltrati” nel corteo e non sono nemmeno al soldo della spectre. Ci sono, sono un problema e bisognerà tenerne conto. Erano nel corteo, dentro, nemmeno in fondo. Gli spezzoni della manifestazione hanno dovuto giocoforza tollerarli e cercare di tutelare il corteo da una reazione della polizia che a un certo punto sembrava scontata.
La MayDay era contro il blocco nero? Questo movimento, questa piazza, che è pur sempre il massimo che oggi si possa esprimere, non ne aveva la forza. Né militare, né politica. Questo è un limite.
Ecco perché questo primo maggio è “politicamente” disastroso.
Un’altra nota, non marginale. Quella di ieri, al netto di tutti i dispositivi di protezione che il corteo stesso ha messo in atto, era una piazza pericolosa. Eppure lì dentro hanno trovato posto ragazzini e ragazzine smarriti alla prima manifestazione, persone assolutamente non violente, decine di bande musicali che hanno continuato a suonare a festa. Si sono viste anche le solite vecchie volpi con la coda tra le gambe che non parlano più la stessa lingua delle piazze. Ma è come se inconsciamente ci si stesse abituando a considerare che ormai è nelle cose aspettarsi un conflitto sempre più aspro e con accenti disperati, senza obiettivi e tantomeno prospettive.
Banalmente: questa stessa piazza, dieci anni fa, sarebbero state due. I cattivi dietro a prenderle, gli altri davanti con le loro buone ragioni.
Gli “altri”, adesso, devono fare i conti con la realtà.
D’ora in poi, come governare la piazza, ammesso che ci siano altre occasioni altrettanto importanti, diventerà un problema quasi insormontabile. Perché la giornata di ieri significa che nessuno a Milano, e anche altrove, ha più l’autorevolezza di poter decidere come si deve stare in un corteo.
Questo è un problema politico: a posteriori, è chiaro che non si può accettare con leggerezza la convivenza con chi ha come uno unico obiettivo quello di spaccare tutto e basta.
Quanto al futuro, possiamo dire che sull’opportunità di cedere fette di sovranità a chi non vive e non lotta in questa città (e che certo non ne pagherà le conseguenze) è bene aprire un dibattito una volta tanto sincero.
I ragazzi e le ragazze del “blocco nero” si sono sfilati le felpe e sono a casa che si godono lo spettacolo dell’informazione mainstream, hanno vinto.
Qui a Milano, a leccarsi le ferite, rimane un movimento che rischia di essere asfaltato per i prossimi anni a venire. La polizia, che oggi è sotto botta, potrebbe anche decidere che il limite è stato superato. Questa mattina le “autorità” si guarderanno negli occhi durante una seduta straordinaria del Comitato per l’ordine e la sicurezza.
E qui a Milano è già cominciata una campagna elettorale che, anche alla luce di quello che è successo, non promette nulla di buono. L’Expo ha ancora sei mesi di vita, i No Expo hanno cominciato nel peggiore dei modi.
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27.4.15
Derivati. Le scommesse sbagliate sul calo dei tassi. Un conto miliardario per i contribuenti
In quattro anni abbiamo visto evaporare 15,3 miliardi pubblici, soldi finiti a rimpinguare il conto economico di 17 banche estere e due italiane (Intesa Sanpaolo e Unicredit)
Sergio Rizzo
Discutiamo da settimane della possibile esistenza nei conti pubblici di un tesoretto di 1,6 miliardi e scopriamo ora che lo scorso anno il Tesoro ha bruciato con i derivati una somma pari a ben due di quei presunti tesoretti. Tre miliardi e trecento milioni, per l’esattezza. Due tesoretti lo scorso anno, quasi due nel 2013, altri due e mezzo nel 2012, e ancora un paio l’anno precedente. Più un altro tesoretto e mezzo, ha spiegato Stefania Rimini per Report di Milena Gabanelli, causa rinegoziazioni dei contratti di cui sopra. Il risultato è che in quattro anni abbiamo visto evaporare 15,3 miliardi pubblici. Per capirci, è la somma che il governo Renzi dovrà trovare quest’anno per evitare l’aumento delle tasse contemplato dalle clausole di salvaguardia. Tutti soldi finiti a rimpinguare il conto economico di 17 banche estere e due italiane (Intesa Sanpaolo e Unicredit). Quelle, appunto, con cui il Tesoro ha sottoscritto una decina d’anni fa i contratti di finanza derivata.
Per quale motivo l’ha fatto? Gli esperti spiegano che quei contratti sono come delle polizze assicurative. Servirebbero a coprire parte del debito pubblico dal rischio di aumento dei tassi d’interesse e dal conseguente aggravio della spesa. Come funziona è presto detto. Il Tesoro si impegna a pagare alla banca, di solito una delle grandi major internazionali del ramo, un tasso fisso su un certo ammontare di debito pubblico. Poniamo che sia il 4 per cento annuo. La banca, a sua volta, corrisponde allo Stato italiano un interesse variabile misurato sull’ Euribor. Se quest’ultimo è più alto del tasso fisso, il Tesoro ci guadagna la differenza. Ma se è più basso, ci rimette. Oggi che i tassi sono a zero, ci rimette tutto.
Il caso vuole che quei contratti siano stati stipulati pochi anni prima della crisi finanziaria e del crollo verticale dei tassi. E per un ammontare gigantesco: 160 miliardi. Il che rende evidente come quell’operazione, lungi dall’essere una polizza assicurativa contro un rischio finanziario, sia diventata essa stessa un rischio finanziario incalcolabile.
Spiegano i tecnici ministeriali che quando si è deciso di ricorrere ai derivati il mercato dei tassi era in altalena, più su che giù. Andrebbe però ricordato come fra il 2000 e il 2002 l’ Euribor fosse precipitato dal 5 al 2 per cento. Mentre l’ingresso nell’euro tutto poteva far immaginare tranne l’impennata inarrestabile dei tassi.
Questo fa apparire ancora più avventurose le decisioni prese in quegli anni, che hanno finito per favorire soltanto le banche vanificando parte del risparmio sul servizio del debito garantito dalla moneta unica. Qualche numero? Nel 2011 abbiamo speso per interessi 78 miliardi: cifra identica in termini nominali a quella del 2001, quando c’era ancora la lira e il volume dei titoli di Stato in circolazione era nettamente inferiore.
In termini reali il risparmio è stato di ben 18 miliardi, ridotti però a 15 per quella sconsiderata iniziativa sui derivati. I maligni potrebbero anche malignare a proposito di certi passaggi di alti papaveri del Tesoro ai vertici di certe grandi banche internazionali. Ma c’è da dire che all’inizio degli anni Duemila la febbre dei derivati non contagiava solo via XX settembre, bensì anche le amministrazioni locali. Qualcuno di loro ne è uscito con le ossa rotte.
Già nel 2014 la Procura della Corte dei conti, nella relazione sull’apertura dell’anno giudiziario, aveva sottolineato i pericoli crescenti causati da queste operazioni, facendo presente che il rapporto fra deficit pubblico e pil del 2013 sarebbe stato ben migliore (il 2,8 anziché il 3 per cento) senza un salasso di 3,2 miliardi provocato dai derivati, dei quali 250 milioni a carico dei Comuni. E il 10 febbraio scorso ha rincarato la dose, argomentando che «con crescente frequenza tali contratti sono stati utilizzati non tanto con finalità di copertura, bensì con intenti di tipo speculativo incrementando paradossalmente, in caso di utilizzo distorto, una nuova rilevante fonte di rischio e di conseguente danno erariale». Il problema è che fermare questo bagno di sangue non è affatto facile. Rinegoziare i contratti costa un sacco di soldi: e pagano sempre i contribuenti. A differenza dei responsabili.
22.4.15
MobileGeddon, come funziona il nuovo algoritmo di Google
Se segui le notizie del mondo Google avrai sentito che l’usabilità da dispositivi mobili da oggi sarà un fattore di posizionamento: ecco cosa cambia
da Wired
Ormai lo sappiamo tutti e ne abbiamo già parlato anche qui su Wired.it: le ricerche da mobile hanno superato in tutto il mondo le ricerche da desktop, tutti noi utilizziamo ormai quotidianamente lo smartphone per le nostre ricerche e Google per offrire risultati di ricerca di qualità deve assicurarsi che le pagine siano visibili per gli utenti che eseguono la ricerca.
Per questo motivo di recente abbiamo annunciato che i risultati delle ricerche eseguite da mobile considereranno l’ottimizzazione per dispositivi mobili come un fattore di posizionamento. Questo significa che Google favorirà nel posizionamento i siti ottimizzati e questo permetterà agli utenti di ottenere una migliore esperienza di navigazione da dispositivi mobili questo non avrà influenza sulle ricerche da desktop.
Google riconoscerà se il tuo sito è mobile friendly grazie a diverse caratteristiche che abbiamo identificato come necessarie per l’usabilità dei siti web da mobile, come ad esempio l’impostazione della viewport corretta, la presenza di contenuti non visibili da dispositivi mobili, o la presenza di link troppo piccoli e ravvicinati per essere toccati su uno schermo touch.
Se ancora non sei sicuro che il tuo sito sia mobile friendly utilizza il test di compatibilità e identifica quali cose puoi migliorare per soddisfare i tuoi utenti.
Per supportare chi ha un sito web in questa transizione abbiamo reso disponibili guide per l’ottimizzazione e lo strumento di usabilità sui dispositivi mobili grazie a questo strumento potrai capire come Google vede il tuo sito e quali azioni sono necessarie per rendere il tuo sito accessibile per gli utenti connessi da smartphone.
Se hai bisogno di supporto nel rendere il tuo sito mobile-friendly chiedi l’aiuto di un un esperto nel Forum di assistenza o sulla community ufficiale.
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20.4.15
Quei ragazzi divorati in mezzo al mare dalla nostra indifferenza
Igiaba Scego, scrittrice (Internazionale)
Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo.
Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.
Negli anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come qualunque altro essere umano. Niente carrette, scafisti, naufragi, niente squali pronti a farti a pezzi. I miei genitori avevano perso tutti i loro averi in un giorno e mezzo. Il regime di Siad Barre, nel 1969, aveva preso il controllo della Somalia e senza pensarci due volte mio padre e poi mia madre decisero di cercare rifugio in Italia per salvarsi la pelle e cominciare qui una nuova vita.
Mio padre era un uomo benestante, con una carriera politica alle spalle, ma dopo il colpo di stato non aveva nemmeno uno scellino in tasca. Gli avevano tolto tutto. Era diventato povero.
Oggi mio padre avrebbe dovuto prendere un barcone dalla Libia, perché dall’Africa se non sei dell’élite non c’è altro modo di venire in Europa. Ma gli anni settanta del secolo scorso erano diversi. Ho ricordi di genitori e parenti che andavano e venivano. Avevo alcuni cugini che lavoravano nelle piattaforme petrolifere in Libia e uno dei miei fratelli, Ibrahim, che studiava in quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia. Ricordo che Ibrahim a volte si caricava di jeans comprati nei mercati rionali in Italia e li vendeva sottobanco a Praga per mantenersi agli studi. Poi passava di nuovo da noi a Roma e quando era chiusa l’università tornava in Somalia, dove parte della famiglia aveva continuato a vivere nonostante la dittatura.
Se dovessi disegnare i viaggi di mio fratello Ibrahim su un foglio farei un mucchio di scarabocchi. Linee che uniscono Mogadiscio a Praga passando per Roma, alle quali dovrei aggiungere però delle deviazioni, delle curve. Mio fratello infatti aveva una moglie iraniana e viaggiavano insieme. Quindi c’era anche Teheran nel loro orizzonte e tanti luoghi in cui sono stati ma che ora non ricordo con precisione.
Mio fratello, da somalo, poteva spostarsi. Come qualsiasi ragazzo o ragazza europea. Se dovessi disegnare i viaggi di un Marco che vive a Venezia o di una Charlotte che vive a Düsseldorf dovrei fare uno scarabocchio più fitto di quello che ho fatto per mio fratello Ibrahim. Ed ecco che dovrei disegnare le gite scolastiche, quella volta che il suo gruppo musicale preferito ha suonato a Londra, le partite di calcio del Manchester United, poi le vacanze a Parigi con la ragazza o il ragazzo, le visite al fratello più grande che si è trasferito in Norvegia a lavorare. E poi non vai una volta a vedere New York e l’Empire State Building?
Per un europeo i viaggi sono una costellazione e i mezzi di trasporto cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda in bicicletta. Le possibilità sono infinite. Lo erano anche per Ibrahim, nonostante la cortina di ferro, anche nel 1970. Certo non poteva andare ovunque. Ma c’era la possibilità di viaggiare anche per lui con un sistema di visti che non considerava il passaporto somalo come carta igienica.
Oggi invece per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta. Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia, sei solo una seccatura. Ed ecco che da Mogadiscio, da Kabul, da Damasco l’unica possibilità è di andare avanti, passo dopo passo, inesorabilmente, inevitabilmente.
Una linea retta in cui, ormai lo sappiamo, si incontra di tutto: scafisti, schiavisti, poliziotti corrotti, terroristi, stupratori. Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua geografia e non per qualcosa che hai commesso.
Viaggiare è un diritto esclusivo del nord, di questo occidente sempre più isolato e sordo. Se sei nato dalla parte sbagliata del globo niente ti sarà concesso. Oggi mentre riflettevo sull’ennesima strage nel canale di Sicilia, in questo Mediterraneo che ormai è in putrefazione per i troppi cadaveri che contiene, mi chiedevo ad alta voce quando è cominciato questo incubo, e guardando la mia amica giornalista-scrittrice Katia Ippaso ci siamo chieste perché non ce ne siamo rese conto.
È dal 1988 che si muore così nel Mediterraneo. Dal 1988 donne e uomini vengono inghiottiti dalle acque. Un anno dopo a Berlino sarebbe caduto il muro, eravamo felici e quasi non ci siamo accorti di quell’altro muro che pian piano cresceva nelle acque del nostro mare.
Ho capito quello che stava succedendo solo nel 2003. Lavoravo in un negozio di dischi. Erano stati trovati nel canale di Sicilia 13 corpi. Erano 13 ragazzi somali che scappavano dalla guerra scoppiata nel 1990 e che si stava mangiando il paese. Quel numero ci sembrò subito un monito. Ricordo che la città di Roma si strinse alla comunità somala e venne celebrato a piazza del Campidoglio dal sindaco di allora, Walter Veltroni, un funerale laico. Una comunità divisa dall’odio clanico quel giorno, era un giorno nuvoloso di ottobre, si ritrovò unita intorno a quei corpi. Piangevano i somali accorsi in quella piazza, piangevano i romani che sentivano quel dolore come proprio.
Ora è tutto diverso.
Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro.
Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima.
L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia.
Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.
“Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico.
Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane.
Nessuno di noi è sceso in piazza per chiedere che Mare Nostrum fosse ripresa. Non abbiamo chiesto una soluzione strutturale del problema. Siamo colpevoli quanto i nostri governi. Non a caso Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina ai tempi della dittatura, l’uomo che salvò molte persone dalle grinfie del regime di Videla, sui migranti che muoiono nel Mediterraneo ha detto: “Sono i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere”.
Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo.
Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.
Negli anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come qualunque altro essere umano. Niente carrette, scafisti, naufragi, niente squali pronti a farti a pezzi. I miei genitori avevano perso tutti i loro averi in un giorno e mezzo. Il regime di Siad Barre, nel 1969, aveva preso il controllo della Somalia e senza pensarci due volte mio padre e poi mia madre decisero di cercare rifugio in Italia per salvarsi la pelle e cominciare qui una nuova vita.
Mio padre era un uomo benestante, con una carriera politica alle spalle, ma dopo il colpo di stato non aveva nemmeno uno scellino in tasca. Gli avevano tolto tutto. Era diventato povero.
Oggi mio padre avrebbe dovuto prendere un barcone dalla Libia, perché dall’Africa se non sei dell’élite non c’è altro modo di venire in Europa. Ma gli anni settanta del secolo scorso erano diversi. Ho ricordi di genitori e parenti che andavano e venivano. Avevo alcuni cugini che lavoravano nelle piattaforme petrolifere in Libia e uno dei miei fratelli, Ibrahim, che studiava in quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia. Ricordo che Ibrahim a volte si caricava di jeans comprati nei mercati rionali in Italia e li vendeva sottobanco a Praga per mantenersi agli studi. Poi passava di nuovo da noi a Roma e quando era chiusa l’università tornava in Somalia, dove parte della famiglia aveva continuato a vivere nonostante la dittatura.
Se dovessi disegnare i viaggi di mio fratello Ibrahim su un foglio farei un mucchio di scarabocchi. Linee che uniscono Mogadiscio a Praga passando per Roma, alle quali dovrei aggiungere però delle deviazioni, delle curve. Mio fratello infatti aveva una moglie iraniana e viaggiavano insieme. Quindi c’era anche Teheran nel loro orizzonte e tanti luoghi in cui sono stati ma che ora non ricordo con precisione.
Mio fratello, da somalo, poteva spostarsi. Come qualsiasi ragazzo o ragazza europea. Se dovessi disegnare i viaggi di un Marco che vive a Venezia o di una Charlotte che vive a Düsseldorf dovrei fare uno scarabocchio più fitto di quello che ho fatto per mio fratello Ibrahim. Ed ecco che dovrei disegnare le gite scolastiche, quella volta che il suo gruppo musicale preferito ha suonato a Londra, le partite di calcio del Manchester United, poi le vacanze a Parigi con la ragazza o il ragazzo, le visite al fratello più grande che si è trasferito in Norvegia a lavorare. E poi non vai una volta a vedere New York e l’Empire State Building?
Per un europeo i viaggi sono una costellazione e i mezzi di trasporto cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda in bicicletta. Le possibilità sono infinite. Lo erano anche per Ibrahim, nonostante la cortina di ferro, anche nel 1970. Certo non poteva andare ovunque. Ma c’era la possibilità di viaggiare anche per lui con un sistema di visti che non considerava il passaporto somalo come carta igienica.
Oggi invece per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta. Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia, sei solo una seccatura. Ed ecco che da Mogadiscio, da Kabul, da Damasco l’unica possibilità è di andare avanti, passo dopo passo, inesorabilmente, inevitabilmente.
Una linea retta in cui, ormai lo sappiamo, si incontra di tutto: scafisti, schiavisti, poliziotti corrotti, terroristi, stupratori. Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua geografia e non per qualcosa che hai commesso.
Viaggiare è un diritto esclusivo del nord, di questo occidente sempre più isolato e sordo. Se sei nato dalla parte sbagliata del globo niente ti sarà concesso. Oggi mentre riflettevo sull’ennesima strage nel canale di Sicilia, in questo Mediterraneo che ormai è in putrefazione per i troppi cadaveri che contiene, mi chiedevo ad alta voce quando è cominciato questo incubo, e guardando la mia amica giornalista-scrittrice Katia Ippaso ci siamo chieste perché non ce ne siamo rese conto.
È dal 1988 che si muore così nel Mediterraneo. Dal 1988 donne e uomini vengono inghiottiti dalle acque. Un anno dopo a Berlino sarebbe caduto il muro, eravamo felici e quasi non ci siamo accorti di quell’altro muro che pian piano cresceva nelle acque del nostro mare.
Ho capito quello che stava succedendo solo nel 2003. Lavoravo in un negozio di dischi. Erano stati trovati nel canale di Sicilia 13 corpi. Erano 13 ragazzi somali che scappavano dalla guerra scoppiata nel 1990 e che si stava mangiando il paese. Quel numero ci sembrò subito un monito. Ricordo che la città di Roma si strinse alla comunità somala e venne celebrato a piazza del Campidoglio dal sindaco di allora, Walter Veltroni, un funerale laico. Una comunità divisa dall’odio clanico quel giorno, era un giorno nuvoloso di ottobre, si ritrovò unita intorno a quei corpi. Piangevano i somali accorsi in quella piazza, piangevano i romani che sentivano quel dolore come proprio.
Ora è tutto diverso.
Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro.
Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima.
L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia.
Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.
“Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico.
Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane.
Nessuno di noi è sceso in piazza per chiedere che Mare Nostrum fosse ripresa. Non abbiamo chiesto una soluzione strutturale del problema. Siamo colpevoli quanto i nostri governi. Non a caso Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina ai tempi della dittatura, l’uomo che salvò molte persone dalle grinfie del regime di Videla, sui migranti che muoiono nel Mediterraneo ha detto: “Sono i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere”.
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19.4.15
Ma non era il paese arcobaleno? (BuongiornoAfrica)- JOHANNESBURG, SACCHEGGI E ATTACCHI AGLI IMMIGRATI (Il Sole 24 Ore)
Raffaele Masto (BuogiornoAfrica)
Le violenze razziste in Sudafrica non sono nuove. Esplodono periodicamente e non sono nuove nemmeno nella storia. Sempre, quando c’è la crisi, quando le risorse sono poche, quando le classi dirigenti non riescono (o non vogliono) dividere la ricchezza i più poveri finiscono per contendersi violentemente le briciole. Il razzismo quasi sempre è il pretesto migliore per occultare quella che veramente è la posta in gioco.
Il Sudafrica è una economia emergente, membro dei BRICS, con grandi risorse e protagonista di una crescita, negli anni scorsi, veramente formidabile. L’ex paese dell’Apartheid è anche un grande investitore in Africa, capace di fare concorrenza a potenze come la Cina, l’India, la Malesia e le vecchie potenze europee.
Nonostante tutto questo, nonostante la sua storia, nonostante Mandela, non è riuscito ad esprimere una classe politica capace realmente di fare a meno del razzismo.
Le violenze xenofobe di questi giorni sono proprio il frutto della incapacità della classe politica di promuovere uno sviluppo equo. Il razzismo in Sudafrica, tra l’altro, è il prodotto della chiusura del governo e delle multinazionali (nelle quali il governo è tra i principali azionisti) davanti agli scioperi del settore minerario, del platino e dell’oro, e del settore automobilistico.
Settimane e mesi di scioperi non sono riusciti a far lievitare i salari a livelli almeno dignitosi. Anzi, alcuni scioperi, come quello di Marikana (34 minatori uccisi dalla polizia con colpi alle spalle) si sono trasformati in eccidi che non avevano nulla da invidiare a quelli del regime dell’apartheid.
I lavoratori che, nonostante lotte eroiche non riescono a vincere, finiscono per vedere negli immigrati dei concorrenti, dei rivali che fanno diminuire il loro potere contrattuale. Ecco, il razzismo di questi giorni, è figlio di quegli avvenimenti ma anche delle colpevoli incapacità dei paesi vicini ai quali appartengono gli immigrati che subiscono violenze.
Lo Zimbabwe del dinosauro Mugabe, per esempio, che ha affamato la sua popolazione che ha finito per vedere nel Sudafrica una terra dove, forse, si poteva sopravvivere. O il Mozambico del miracolo economico nel quale però la classe dirigente non è mai cambiata e la popolazione rurale è rimasta ai tempi del colonialismo.
Insomma il razzismo di oggi in Sudafrica è una guerra tra i più poveri, tra qli ultimi di una scala sociale che non è molto cambiata dai tempi dell’apartheid ad oggi. Allora c’era il razzismo tra bianchi e neri, ora tra neri e neri.
--------------------------------------------
Paolo Brera (ilsole24ore)
Le violenze razziste in Sudafrica non sono nuove. Esplodono periodicamente e non sono nuove nemmeno nella storia. Sempre, quando c’è la crisi, quando le risorse sono poche, quando le classi dirigenti non riescono (o non vogliono) dividere la ricchezza i più poveri finiscono per contendersi violentemente le briciole. Il razzismo quasi sempre è il pretesto migliore per occultare quella che veramente è la posta in gioco.
Il Sudafrica è una economia emergente, membro dei BRICS, con grandi risorse e protagonista di una crescita, negli anni scorsi, veramente formidabile. L’ex paese dell’Apartheid è anche un grande investitore in Africa, capace di fare concorrenza a potenze come la Cina, l’India, la Malesia e le vecchie potenze europee.
Nonostante tutto questo, nonostante la sua storia, nonostante Mandela, non è riuscito ad esprimere una classe politica capace realmente di fare a meno del razzismo.
Le violenze xenofobe di questi giorni sono proprio il frutto della incapacità della classe politica di promuovere uno sviluppo equo. Il razzismo in Sudafrica, tra l’altro, è il prodotto della chiusura del governo e delle multinazionali (nelle quali il governo è tra i principali azionisti) davanti agli scioperi del settore minerario, del platino e dell’oro, e del settore automobilistico.
Settimane e mesi di scioperi non sono riusciti a far lievitare i salari a livelli almeno dignitosi. Anzi, alcuni scioperi, come quello di Marikana (34 minatori uccisi dalla polizia con colpi alle spalle) si sono trasformati in eccidi che non avevano nulla da invidiare a quelli del regime dell’apartheid.
I lavoratori che, nonostante lotte eroiche non riescono a vincere, finiscono per vedere negli immigrati dei concorrenti, dei rivali che fanno diminuire il loro potere contrattuale. Ecco, il razzismo di questi giorni, è figlio di quegli avvenimenti ma anche delle colpevoli incapacità dei paesi vicini ai quali appartengono gli immigrati che subiscono violenze.
Lo Zimbabwe del dinosauro Mugabe, per esempio, che ha affamato la sua popolazione che ha finito per vedere nel Sudafrica una terra dove, forse, si poteva sopravvivere. O il Mozambico del miracolo economico nel quale però la classe dirigente non è mai cambiata e la popolazione rurale è rimasta ai tempi del colonialismo.
Insomma il razzismo di oggi in Sudafrica è una guerra tra i più poveri, tra qli ultimi di una scala sociale che non è molto cambiata dai tempi dell’apartheid ad oggi. Allora c’era il razzismo tra bianchi e neri, ora tra neri e neri.
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Paolo Brera (ilsole24ore)
IL SUDAFRICA sperava di aver spento l'incendio, e
invece in strada sono tornati i machete e la furia, le urla e i saccheggi, il
sangue e le proteste. Sei morti e un'ottantina di arresti in due settimane,
cinquemila stranieri costretti a fuggire lasciandosi dietro una vita per
nascondersi in stadi presidiati dalla polizia, o in campi allestiti alla
meglio. Kenya, Malawi e Zimbabwe hanno invitato i loro concittadini ad
abbandonare subito il paese, e la multinazionale Sasol ha rimpatriato 340
lavoratori sudafricani dallo stabilimento in Mozambico per paura di ritorsioni.
«Sono scioccato e disgustato — dice il presidente dello Zimbabwe,Robert Mugabe —da
quello che è successo a Durban, dove cinque o sei persone sono state arse vive
da membri della comunità zulu». La xenofobia — male antico cresciuto tra le
pieghe dell'a
partheid, quando i bianchi opponevano indiani e
neri di altri paesi africani per contendere il lavoro ai neri cui avevano tolto
terre e proprietà—di tanto in tanto torna a bruciare case e a rapire vite: nove
anni fa toccò a Città del Capo, sette anni fa a Johannesburg; oggi l'odio
divampa in mezzo paese. Il maremoto di violenze iniziato dieci giorni fa a
Durban si è propagato alle township di Johannesburg dove venerdì sera la
polizia ha sparato all'impazzata pallottole di gomma per tentare di riportare
la calma, tra arresti, aggressioni e saccheggi. Una crisi così violenta da
spaventare il paese e da suggerire al presidente Zuma di rinunciare al viaggio
di Stato in Indonesia. Ogni notte è un incubo: neri contro neri e poveri contro
poveri, in un paese devastato dalle contraddizioni e dalla disoccupazione al
25%. Non sono i bianchi nel mirino della furia, ma altri neri africani
provenienti dalla Nigeria o dalla Somalia dall'Etiopia, dallo Zimbabwe.«Ci rubano
il lavoro», dicono nei ghetti delle periferie di Durban e Johannesburg. Le
ultime violenze, venerdì, sono divampate ad Alexandra, la "township"
più difficile di Johannesburg in cui i neri sopravvivono dividendosi un
gabinetto in decine di famiglie tra pidocchi e topi, martoriati dall'Aids e
dalle gang che s'ammazzano per strada. il quartiere che ospita la prima case in
cui approdò Mandela appena arrivato in città, una casa-stanza con il tetto di
lamiera che affaccia in un cortile sgangherato nella baraccopoli. Lì accanto,
venerdì, la polizia in tenuta antisommossa sparava pallottole di gomma a uomini
con i machete in mano, pronti ad assaltare i negozietti degli stranieri
atterriti. Alla radice dell'esplosione d'odio c'è una frase scellerata pronunciata
—o«tradotta male»,secondo la sua versione— dal re zulu Goodwill Zwelithini
secondo cui gli stranieri devono «fare i bagagli e andarsene a casa loro»
perché rubano il lavoro ai sudafricani. Parole che sentiamo anche in Italia, ma
che diventano benzina in un paese in cui la violenza, la povertà e l'estrema
ineguaglianza sono una miccia perennemente accesa. Quando un negoziante
straniero di Durban ha sparato a quattro ladri uccidendo per errore una cliente
sudafricana, la folla infuriata è scesa in strada minacciando e attaccando gli
stranieri, assaltando e derubando migliaia di negozi. Dalle periferie di Umlazi
e Kwa Mashu a Durban a quelle di Primrose e Benoni a Johannesburg, il furore
spaventa l'intero Sudafrica. «È preoccupante —dice il presidente Zuma, che ieri
a Durban ha visitato il campo di Chatsworth per gli stranieri sfollati —i
problemi, se ci sono, vanno risolti diversamente».
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9.4.15
Soros, Piketty e un pizzico di Ocse. La rivoluzione è (anche) un pranzo di gala
Ecco gli aedi della "diseguaglianza" nel dibattito pubblico mondiale, nel corso di un seminario a porte chiuse cui il Foglio ha partecipato
di Marco Valerio Lo Prete (ilfoglio.it)
Parigi, dal nostro inviato. Metti assieme sullo stesso palco il finanziere e filantropo di origine ungherese George Soros, l'economista da best-seller francese Thomas Piketty, il Premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz e il segretario generale dell'Ocse Angel Gurria. Aggiungi, sullo sfondo, la scritta a caratteri cubitali "Liberté, égalité, fragilité". Ecco dunque, riunita ieri sera a Parigi, in un seminario a porte chiuse cui il Foglio ha partecipato, l'avanguardia più agguerrita della battaglia globale e mediatica alla diseguaglianza. Battaglia che a tratti tracima perfino, almeno a parole, nella lotta al capitalismo per come oggi lo conosciamo.
"Viviamo in tempi che generano ansia", ha esordito Rob Johnson, presidente dell'Institute for New Economic Thinking (Inet), think tank progressista fondato nel 2009 grazie alla mente, al cuore e al portafoglio di Soros, e capace oramai di attirare economisti, studiosi e policy maker prestigiosi e trasversali. "Anche tra i più fortunati tra di noi, non faccio che imbattermi in amici profondamente allarmati – dice Johnson guardando la platea parigina – Non c'è manager d'azienda o persona ricca che non abbia paura di un mondo che appare fuori controllo". Perché sconfiggere la diseguaglianza - è uno dei leitmotiv della serata - non è obiettivo di cui si possano giovare solo i più sfortunati tra noi. Dopodiché, nell'evento introduttivo di una tre giorni di seminari scientifici ai massimi livelli, è tutto un crescendo di toni. Anatole Kaletsky, editorialista ben poco mainstream del New York Times, conferma: "Quando parlammo per la prima volta con George (Soros, ndr), a Londra nel 2009, realizzammo che quella iniziata ufficialmente con il crollo di Lehman Brothers non era una crisi nel capitalismo, ma una crisi del capitalismo".
A quel punto tocca a George Soros – nato Gyorgy Schwartz a Budapest nel 1930, il protagonista indiscusso di imponenti operazioni finanziarie che nel 1992 costrinsero la sterlina inglese e la lira italiana a uscire dallo Sme (Sistema monetario europeo) – raccogliere la prima standing ovation, quando dichiara che l'obiettivo fondamentale di Inet, cioè della sua creatura che celebra in questi giorni il quinto simposio annuale organizzato in partnership con il think tank canadese Cigi, è nientemeno che "la demolizione del monopolio della dottrina economica oggi esistente". Nel corso della serata qualcuno dei nomi dei presunti "monopolisti" del vecchio e stantio liberismo alla fine verrà pure fuori: poche sorprese, c'è il defunto presidente americano Ronald Reagan; poi c'è un economista che ha collaborato con lo stesso Reagan e che è ancora in auge nell'accademia a stelle e strisce, come Martin Feldstein; infine un altro premio Nobel per l'Economia come Robert Lucas.
Ma il mattatore teorico della serata "liberté, égalité, fragilité" non poteva che essere l'economista francese Thomas Piketty, unico scravattato in stile Alexis Tsipras, che ieri sera ha colto l'occasione per sintetizzare i punti essenziali del suo libro-tormentone, "Il Capitale nel XXI Secolo", una disamina su disuguaglianza del reddito, disuguaglianza della ricchezza e crescente "patrimonalizzazione" oligarchica delle nostre società contemporanee, a scapito di chi il reddito se lo guadagna con il lavoro quotidiano. Un libro la cui versione originale dell'estate 2013, in lingua francese, era praticamente passata inosservata al grande pubblico europeo e mondiale; poi, una volta tradotto nel 2014 da Harvard University Press, ecco che lo stesso saggio si è trasformato per qualche mese nel volume che non potevi non avere nella tua libreria. Merito delle tesi di Piketty, ovvio, della loro capacità di fare presa e di non affondare sotto le centinaia di tabelle e dati (poi variamente contestati) che le corredavano, e infine merito del battage mediatico-pubblicitario di opinionisti del calibro di Paul Krugman, ancora una volta americano. Senza dimenticare che ieri Piketty, dal palco dell'Inet, ha voluto rendere gli onori pure al padrone di casa: se non ci fosse stato il finanziamento del think tank di Soros, ha detto l'economista, molte delle serie statistiche su cui si fonda il suo studio non sarebbero nemmeno esistite.
L'economista francese ha spiegato tra le altre cose perché, nelle società in cui la rendita generata dal capitale assume sempre maggiore peso rispetto al reddito da lavoro, come accade in maniera esagerata in Europa e Giappone, eventuali squilibri nella formazione dei prezzi possono avere un effetto amplificato su queste ricchezze "patrimoniali" crescenti. Le bolle immobiliari giapponese e spagnola insegnano. Inoltre lo strapotere della rendita da capitale, aumentando il peso specifico delle origini socio-economiche di ciascuno di noi, frena la mobilità sociale. E questi sono soltanto due esempi di come occorra regolare in maniera innovativa le nostre economie, ha detto l'economista.
Che poi non ha mancato di fare un riferimento piuttosto dettagliato all'Italia. Quando ha osservato che il nostro paese è diventato negli anni l'ultimo tra i grandi paesi per valore del "capitale pubblico" accumulato, mentre è il primo per quanto riguarda il "capitale privato" (immobili privati, patrimoni familiari, e chi più ne ha più ne metta). Arrivando al paradosso per cui "l'Italia ha oramai più debito pubblico che asset di proprietà pubblica. Se anche privatizzasse tutti i beni nelle mani dello Stato - ha osservato Piketty - l'Italia rimarrebbe comunque con un debito pari al 67% del Pil. Ma forse oggi il paese paga, in interessi sul debito pubblico, più di quanto non pagherebbe se alienasse tutte le sue scuole e poi si mettesse a pagare l'affitto". L'economista francese per una volta turboliberista? No, si tratta solo di un paradosso, utile poi per criticare "l'amnesia storica" che oggi affligge "Germania e Francia" che insistono con il chiedere "all'Italia e ai paesi mediterranei di ripagare il loro debito pubblico a suon di avanzi primari, dopo che la stessa Germania nel Secondo dopoguerra smaltì il suo debito grazie a ristrutturazioni e inflazione straordinarie".
Oratori pugnaci, insomma, quelli riunitisi ieri sera a Parigi. E certo non senza qualche numero e pezza d'appoggio. Come quelli forniti dal solitamente più diplomatico Gurrìa, segretario generale dell'Ocse, che però ieri si è lasciato trascinare dal fermento egualitarista dell'evento. Così il segretario generale dell'Organizzazione che raccoglie i paesi più ricchi del pianeta ha prima rivendicato che l'Ocse ha battuto quasi tutti sul tempo nel sollevare ufficialmente il problema "diseguaglianza", seppure prima del 2008 - ha quasi fatto ammenda Gurrìa - si era troppo ecceduto con i punti interrogativi. Oggi la diseguaglianza c'è, è cresciuta, e non si discute: "Il reddito del 10 per cento dei cittadini più ricchi nei paesi dell'Ocse - ha detto - è 10 volte il reddito della fascia di cittadini più poveri". Ancora: "Le persone di famiglie ad alto reddito, nei nostri paesi sviluppati, possono vivere in media anche 10 anni in più di quelle che vengono da background umili". Conclusione: "Occorre una maggiore integrazione nell'economia di donne, migranti e disabili. E ricchi devono pagare l'ammontare di tasse che gli spetta". Soros in platea annuisce convinto.
Quando tocca a Joseph Stiglitz concludere, sul banco degli imputati salgono ufficialmente gli Stati Uniti. Sono loro, dice il Premio Nobel, l'inferno in terra quando si tratta di diseguaglianza economica e sociale. Ne stanno risentendo tutti, poveri e ricchi che siano. "L'American dream è compromesso", dice. Verrebbe naturale chiedere al prof. come è possibile che tanti giovani europei - e non soltanto loro - siano tornati in questi anni a varcare l'Oceano per tentare la fortuna negli Stati Uniti, abbandonando l'Europa più egualitaria e giusta; forse che un po' di mobilità sociale in più ancora alberghi da quelle parti? Ma gli oratori hanno sforato rispetto alla scaletta iniziale, dunque non c'è stato tempo di raccogliere le domande dal pubblico. Soltanto qualche minuto per Piketty per autografare un paio di copie del suo libro, scattare una foto, e lasciare che la sua giovane assistente salti come-se-nulla-fosse la fila davanti al guardaroba per recuperargli la borsa.
di Marco Valerio Lo Prete (ilfoglio.it)
Parigi, dal nostro inviato. Metti assieme sullo stesso palco il finanziere e filantropo di origine ungherese George Soros, l'economista da best-seller francese Thomas Piketty, il Premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz e il segretario generale dell'Ocse Angel Gurria. Aggiungi, sullo sfondo, la scritta a caratteri cubitali "Liberté, égalité, fragilité". Ecco dunque, riunita ieri sera a Parigi, in un seminario a porte chiuse cui il Foglio ha partecipato, l'avanguardia più agguerrita della battaglia globale e mediatica alla diseguaglianza. Battaglia che a tratti tracima perfino, almeno a parole, nella lotta al capitalismo per come oggi lo conosciamo.
"Viviamo in tempi che generano ansia", ha esordito Rob Johnson, presidente dell'Institute for New Economic Thinking (Inet), think tank progressista fondato nel 2009 grazie alla mente, al cuore e al portafoglio di Soros, e capace oramai di attirare economisti, studiosi e policy maker prestigiosi e trasversali. "Anche tra i più fortunati tra di noi, non faccio che imbattermi in amici profondamente allarmati – dice Johnson guardando la platea parigina – Non c'è manager d'azienda o persona ricca che non abbia paura di un mondo che appare fuori controllo". Perché sconfiggere la diseguaglianza - è uno dei leitmotiv della serata - non è obiettivo di cui si possano giovare solo i più sfortunati tra noi. Dopodiché, nell'evento introduttivo di una tre giorni di seminari scientifici ai massimi livelli, è tutto un crescendo di toni. Anatole Kaletsky, editorialista ben poco mainstream del New York Times, conferma: "Quando parlammo per la prima volta con George (Soros, ndr), a Londra nel 2009, realizzammo che quella iniziata ufficialmente con il crollo di Lehman Brothers non era una crisi nel capitalismo, ma una crisi del capitalismo".
A quel punto tocca a George Soros – nato Gyorgy Schwartz a Budapest nel 1930, il protagonista indiscusso di imponenti operazioni finanziarie che nel 1992 costrinsero la sterlina inglese e la lira italiana a uscire dallo Sme (Sistema monetario europeo) – raccogliere la prima standing ovation, quando dichiara che l'obiettivo fondamentale di Inet, cioè della sua creatura che celebra in questi giorni il quinto simposio annuale organizzato in partnership con il think tank canadese Cigi, è nientemeno che "la demolizione del monopolio della dottrina economica oggi esistente". Nel corso della serata qualcuno dei nomi dei presunti "monopolisti" del vecchio e stantio liberismo alla fine verrà pure fuori: poche sorprese, c'è il defunto presidente americano Ronald Reagan; poi c'è un economista che ha collaborato con lo stesso Reagan e che è ancora in auge nell'accademia a stelle e strisce, come Martin Feldstein; infine un altro premio Nobel per l'Economia come Robert Lucas.
Ma il mattatore teorico della serata "liberté, égalité, fragilité" non poteva che essere l'economista francese Thomas Piketty, unico scravattato in stile Alexis Tsipras, che ieri sera ha colto l'occasione per sintetizzare i punti essenziali del suo libro-tormentone, "Il Capitale nel XXI Secolo", una disamina su disuguaglianza del reddito, disuguaglianza della ricchezza e crescente "patrimonalizzazione" oligarchica delle nostre società contemporanee, a scapito di chi il reddito se lo guadagna con il lavoro quotidiano. Un libro la cui versione originale dell'estate 2013, in lingua francese, era praticamente passata inosservata al grande pubblico europeo e mondiale; poi, una volta tradotto nel 2014 da Harvard University Press, ecco che lo stesso saggio si è trasformato per qualche mese nel volume che non potevi non avere nella tua libreria. Merito delle tesi di Piketty, ovvio, della loro capacità di fare presa e di non affondare sotto le centinaia di tabelle e dati (poi variamente contestati) che le corredavano, e infine merito del battage mediatico-pubblicitario di opinionisti del calibro di Paul Krugman, ancora una volta americano. Senza dimenticare che ieri Piketty, dal palco dell'Inet, ha voluto rendere gli onori pure al padrone di casa: se non ci fosse stato il finanziamento del think tank di Soros, ha detto l'economista, molte delle serie statistiche su cui si fonda il suo studio non sarebbero nemmeno esistite.
L'economista francese ha spiegato tra le altre cose perché, nelle società in cui la rendita generata dal capitale assume sempre maggiore peso rispetto al reddito da lavoro, come accade in maniera esagerata in Europa e Giappone, eventuali squilibri nella formazione dei prezzi possono avere un effetto amplificato su queste ricchezze "patrimoniali" crescenti. Le bolle immobiliari giapponese e spagnola insegnano. Inoltre lo strapotere della rendita da capitale, aumentando il peso specifico delle origini socio-economiche di ciascuno di noi, frena la mobilità sociale. E questi sono soltanto due esempi di come occorra regolare in maniera innovativa le nostre economie, ha detto l'economista.
Che poi non ha mancato di fare un riferimento piuttosto dettagliato all'Italia. Quando ha osservato che il nostro paese è diventato negli anni l'ultimo tra i grandi paesi per valore del "capitale pubblico" accumulato, mentre è il primo per quanto riguarda il "capitale privato" (immobili privati, patrimoni familiari, e chi più ne ha più ne metta). Arrivando al paradosso per cui "l'Italia ha oramai più debito pubblico che asset di proprietà pubblica. Se anche privatizzasse tutti i beni nelle mani dello Stato - ha osservato Piketty - l'Italia rimarrebbe comunque con un debito pari al 67% del Pil. Ma forse oggi il paese paga, in interessi sul debito pubblico, più di quanto non pagherebbe se alienasse tutte le sue scuole e poi si mettesse a pagare l'affitto". L'economista francese per una volta turboliberista? No, si tratta solo di un paradosso, utile poi per criticare "l'amnesia storica" che oggi affligge "Germania e Francia" che insistono con il chiedere "all'Italia e ai paesi mediterranei di ripagare il loro debito pubblico a suon di avanzi primari, dopo che la stessa Germania nel Secondo dopoguerra smaltì il suo debito grazie a ristrutturazioni e inflazione straordinarie".
Oratori pugnaci, insomma, quelli riunitisi ieri sera a Parigi. E certo non senza qualche numero e pezza d'appoggio. Come quelli forniti dal solitamente più diplomatico Gurrìa, segretario generale dell'Ocse, che però ieri si è lasciato trascinare dal fermento egualitarista dell'evento. Così il segretario generale dell'Organizzazione che raccoglie i paesi più ricchi del pianeta ha prima rivendicato che l'Ocse ha battuto quasi tutti sul tempo nel sollevare ufficialmente il problema "diseguaglianza", seppure prima del 2008 - ha quasi fatto ammenda Gurrìa - si era troppo ecceduto con i punti interrogativi. Oggi la diseguaglianza c'è, è cresciuta, e non si discute: "Il reddito del 10 per cento dei cittadini più ricchi nei paesi dell'Ocse - ha detto - è 10 volte il reddito della fascia di cittadini più poveri". Ancora: "Le persone di famiglie ad alto reddito, nei nostri paesi sviluppati, possono vivere in media anche 10 anni in più di quelle che vengono da background umili". Conclusione: "Occorre una maggiore integrazione nell'economia di donne, migranti e disabili. E ricchi devono pagare l'ammontare di tasse che gli spetta". Soros in platea annuisce convinto.
Quando tocca a Joseph Stiglitz concludere, sul banco degli imputati salgono ufficialmente gli Stati Uniti. Sono loro, dice il Premio Nobel, l'inferno in terra quando si tratta di diseguaglianza economica e sociale. Ne stanno risentendo tutti, poveri e ricchi che siano. "L'American dream è compromesso", dice. Verrebbe naturale chiedere al prof. come è possibile che tanti giovani europei - e non soltanto loro - siano tornati in questi anni a varcare l'Oceano per tentare la fortuna negli Stati Uniti, abbandonando l'Europa più egualitaria e giusta; forse che un po' di mobilità sociale in più ancora alberghi da quelle parti? Ma gli oratori hanno sforato rispetto alla scaletta iniziale, dunque non c'è stato tempo di raccogliere le domande dal pubblico. Soltanto qualche minuto per Piketty per autografare un paio di copie del suo libro, scattare una foto, e lasciare che la sua giovane assistente salti come-se-nulla-fosse la fila davanti al guardaroba per recuperargli la borsa.
4.4.15
Chomsky: «Accordo farsa»
Giuseppe Acconcia
Intervista. Il filosofo anarchico americano: «È tutta propaganda occidentale, i veri alleati degli Usa sono gli Stati sunniti. Per l’Iran il nucleare è solo un deterrente nei confronti di Israele»
Abbiamo raggiunto al telefono negli Stati uniti Noam Chomsky. Linguista, anarchico e filosofo del Massachusettes Institute of Technology, Chomsky è autore di pietre miliari del pensiero moderno e teorico per una profonda critica del sistema mediatico. Memorabile è il suo dibattito sulla natura umana con Michel Foucault (1971). Abbiamo discusso con Chomsky dell’intesa preliminare sul programma nucleare iraniano, raggiunta giovedì a Losanna e della situazione del Medio Oriente.
Che ne pensa di questa danza sul nucleare iraniano, andata avanti per dodici anni?
L’Iran sospetta che nonostante l’accordo, i Repubblicani si rifiuteranno di cancellare le sanzioni. E così l’obiettivo principale delle autorità iraniane è che le sanzioni non siano sotto il controllo del Congresso: questa sarebbe una tragedia. Vedremo se questo punto ci sarà nel testo definitivo. La mia sensazione è che tutto il negoziato sul nucleare sia una farsa. Non c’è nessun motivo per cui l’Iran non possa avere un programma nucleare secondo il Trattato di non proliferazione (Tnp) che ha sottoscritto.
Perché parla di farsa in riferimento ai colloqui sul nucleare?
Gli Stati uniti e i suoi alleati affermano che la comunità internazionale ha chiesto all’Iran di fare delle concessioni per arrivare a un’intesa. Ma i Paesi non allineati, che rappresentano il 70% della popolazione mondiale, hanno sempre sostenuto gli sforzi nucleari iraniani. Eppure la propaganda occidentale è uno strumento potente, per questo è andata avanti per tanto tempo questa farsa.
La soluzione della controversia potrebbe disinnescare il settarismo che infiamma il Medio Oriente?
La questione centrale è che gli stati sunniti sono i principali alleati degli Stati uniti. Gli amici degli Usa sono i fondamentalisti più estremisti e vogliono dominare la regione. L’Iran è un grande paese, e come la Cina, aspetta per avere un’influenza nella regione. Ma l’Arabia Saudita non vuole mai e poi mai un antagonista, un deterrente. Anche se l’Iran avesse l’atomica, quale sarebbe la preoccupazione per gli Stati uniti? Si tratterebbe solamente di un deterrente. Nessuno pensa che mai e poi mai l’Iran potrà fare uso dell’arma nucleare, perché il paese sarebbe vaporizzato all’istante e gli ayatollah di certo non vogliono suicidarsi. Un Iran con il nucleare sarebbe solo un deterrente contro l’aggressività di Israele nella regione. È questo che gli Stati uniti non vogliono.
Ma Netanyahu non passa giorno che non gridi contro l’intesa con l’Iran e ora la respinge?
Israele persegue una politica sistematica di conquista di tutto quello che vuole per integrarlo nella Grande Israele in violazione dei trattati di Oslo. Gaza è devastata. Queste politiche sono appoggiate dagli Stati uniti e, se continueranno a sostenere Israele, non cambieranno mai. In queste settimane, tutta la stampa mainstream Usa ha pubblicato articoli in cui si chiedeva agli Stati uniti di attaccare l’Iran. Perché la stampa iraniana non fa lo stesso? Il presupposto occidentale è l’imperialismo. In nome di questo principio all’Occidente tutto è permesso.
Esistono due posizioni opposte tra Repubblicani e l’amministrazione Obama nei conflitti in Medio oriente?
I Repubblicani sono un partito fascista. Lo stesso Barack Obama è terribile ma meno dei Repubblicani. Il principale errore di Obama però è la sua campagna con i droni. Se l’Iran facesse lo stesso contro gli ufficiali citati negli articoli della stampa Usa, come reagirebbero gli Stati uniti? La guerra dei droni è la più grande operazione terroristica mai esistita: programmata per uccidere chiunque sia sospettato di poterci danneggiare. Le operazioni con droni in Pakistan faranno crescere il numero dei jihadisti. Quando hanno iniziato, al-Qaeda era solo nelle zone tribali di Afghanistan e Pakistan ora è in tutto il mondo. Ma di questo non si può parlare nei media occidentali.
Crede che bisogna temere l’avanzata degli Houthi in Yemen?
In Yemen è vero che l’Iran dà sostegno agli Houthi, lo stesso fa l’Arabia Saudita con i suoi, sebbene alla fine si tratti di un conflitto interno. Nella propaganda occidentale però se gli Stati uniti sostengono una forza quella è legittima. In Iraq, l’Iran sostiene il governo eletto. I consiglieri iraniani formano la classe dirigente irachena e sono protagonisti delle principali battaglie nel paese. Il governo iracheno ha chiesto l’aiuto iraniano e ringrazia le sue autorità. Ma gli Stati uniti condannano l’influenza iraniana in Iraq: è davvero comico.
Crede che questo atteggiamento occidentale alimenti il terrorismo dello Stato islamico?
Lo Stato islamico è una mostruosità, ma non è niente di più che una società off-shore dell’Arabia Saudita che propaga una versione estremista, wahabita, dell’Islam. Da Riad arrivano tonnellate di soldi e l’ideologia per diffondere il fondamentalismo nel mondo arabo. Certo a questo punto neppure ai sauditi piace quello che hanno creato. Questa è la conseguenza diretta dei devastanti attacchi degli Stati uniti in Iraq del 2003 e degli attacchi della Nato in Libia del 2011 che hanno esasperato il conflitto sunniti-sciiti diffondendolo in tutta la regione. In Libia questo ha comportato l’incremento del numero di milizie e una quantità di armi senza precedenti che provengono da Africa e Medio oriente. I bombardamenti della Nato hanno fatto aumentare il numero delle vittime di dieci volte, hanno distrutto la Libia. In Yemen ora Arabia Saudita ed Emirati stanno uccidendo una grande quantità di persone nei campi profughi. Ma anche questa guerra è destinata a fallire e non può comportare altro che la diffusione del jihadismo.
Pochi mesi fa non parlavamo di terrorismo ma di «primavere». Esiste un rapporto tra i movimenti sociali europei e le rivolte in Medio Oriente?
Ci sono delle similitudini. Il maggior esempio del passato è l’America latina: completamente sotto il controllo degli Stati uniti che imponevano dittatori dappertutto. Ora il Sud America è abbastanza libero dal controllo straniero. Questo è uno sviluppo di grande importanza. Molti politici latino-americani sono legati ai partiti Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Combattono tutti la stessa battaglia contro il neo-liberismo. Ma la reazione tedesca alla vittoria di Tsipras in Grecia è selvaggia, ipocrita. Nel 1953 l’Europa concesse alla Germania di tagliare gli interessi sul debito. Ma ora impone misure repressive alla Grecia dopo che Berlino l’ha devastata nella seconda guerra mondiale.
Mentre i movimenti in Medio Oriente sono finiti con il ritorno dei dittatori, come il presidente egiziano al-Sisi?
Stati uniti ed Europa hanno sostenuto i più brutali dittatori in tutto il mondo. In questo momento in Egitto si vivono i giorni più bui della sua storia moderna. Questo è l’imperialismo tradizionale, il potere della propaganda non è cambiato. I giornali in Europa lo descrivono come un modello nonostante sia un assassino brutale, un dittatore duro che ha represso la popolare organizzazione dei Fratelli musulmani mentre nel Sinai si continua a consumare una guerra.
Intervista. Il filosofo anarchico americano: «È tutta propaganda occidentale, i veri alleati degli Usa sono gli Stati sunniti. Per l’Iran il nucleare è solo un deterrente nei confronti di Israele»
Abbiamo raggiunto al telefono negli Stati uniti Noam Chomsky. Linguista, anarchico e filosofo del Massachusettes Institute of Technology, Chomsky è autore di pietre miliari del pensiero moderno e teorico per una profonda critica del sistema mediatico. Memorabile è il suo dibattito sulla natura umana con Michel Foucault (1971). Abbiamo discusso con Chomsky dell’intesa preliminare sul programma nucleare iraniano, raggiunta giovedì a Losanna e della situazione del Medio Oriente.
Che ne pensa di questa danza sul nucleare iraniano, andata avanti per dodici anni?
L’Iran sospetta che nonostante l’accordo, i Repubblicani si rifiuteranno di cancellare le sanzioni. E così l’obiettivo principale delle autorità iraniane è che le sanzioni non siano sotto il controllo del Congresso: questa sarebbe una tragedia. Vedremo se questo punto ci sarà nel testo definitivo. La mia sensazione è che tutto il negoziato sul nucleare sia una farsa. Non c’è nessun motivo per cui l’Iran non possa avere un programma nucleare secondo il Trattato di non proliferazione (Tnp) che ha sottoscritto.
Perché parla di farsa in riferimento ai colloqui sul nucleare?
Gli Stati uniti e i suoi alleati affermano che la comunità internazionale ha chiesto all’Iran di fare delle concessioni per arrivare a un’intesa. Ma i Paesi non allineati, che rappresentano il 70% della popolazione mondiale, hanno sempre sostenuto gli sforzi nucleari iraniani. Eppure la propaganda occidentale è uno strumento potente, per questo è andata avanti per tanto tempo questa farsa.
La soluzione della controversia potrebbe disinnescare il settarismo che infiamma il Medio Oriente?
La questione centrale è che gli stati sunniti sono i principali alleati degli Stati uniti. Gli amici degli Usa sono i fondamentalisti più estremisti e vogliono dominare la regione. L’Iran è un grande paese, e come la Cina, aspetta per avere un’influenza nella regione. Ma l’Arabia Saudita non vuole mai e poi mai un antagonista, un deterrente. Anche se l’Iran avesse l’atomica, quale sarebbe la preoccupazione per gli Stati uniti? Si tratterebbe solamente di un deterrente. Nessuno pensa che mai e poi mai l’Iran potrà fare uso dell’arma nucleare, perché il paese sarebbe vaporizzato all’istante e gli ayatollah di certo non vogliono suicidarsi. Un Iran con il nucleare sarebbe solo un deterrente contro l’aggressività di Israele nella regione. È questo che gli Stati uniti non vogliono.
Ma Netanyahu non passa giorno che non gridi contro l’intesa con l’Iran e ora la respinge?
Israele persegue una politica sistematica di conquista di tutto quello che vuole per integrarlo nella Grande Israele in violazione dei trattati di Oslo. Gaza è devastata. Queste politiche sono appoggiate dagli Stati uniti e, se continueranno a sostenere Israele, non cambieranno mai. In queste settimane, tutta la stampa mainstream Usa ha pubblicato articoli in cui si chiedeva agli Stati uniti di attaccare l’Iran. Perché la stampa iraniana non fa lo stesso? Il presupposto occidentale è l’imperialismo. In nome di questo principio all’Occidente tutto è permesso.
Esistono due posizioni opposte tra Repubblicani e l’amministrazione Obama nei conflitti in Medio oriente?
I Repubblicani sono un partito fascista. Lo stesso Barack Obama è terribile ma meno dei Repubblicani. Il principale errore di Obama però è la sua campagna con i droni. Se l’Iran facesse lo stesso contro gli ufficiali citati negli articoli della stampa Usa, come reagirebbero gli Stati uniti? La guerra dei droni è la più grande operazione terroristica mai esistita: programmata per uccidere chiunque sia sospettato di poterci danneggiare. Le operazioni con droni in Pakistan faranno crescere il numero dei jihadisti. Quando hanno iniziato, al-Qaeda era solo nelle zone tribali di Afghanistan e Pakistan ora è in tutto il mondo. Ma di questo non si può parlare nei media occidentali.
Crede che bisogna temere l’avanzata degli Houthi in Yemen?
In Yemen è vero che l’Iran dà sostegno agli Houthi, lo stesso fa l’Arabia Saudita con i suoi, sebbene alla fine si tratti di un conflitto interno. Nella propaganda occidentale però se gli Stati uniti sostengono una forza quella è legittima. In Iraq, l’Iran sostiene il governo eletto. I consiglieri iraniani formano la classe dirigente irachena e sono protagonisti delle principali battaglie nel paese. Il governo iracheno ha chiesto l’aiuto iraniano e ringrazia le sue autorità. Ma gli Stati uniti condannano l’influenza iraniana in Iraq: è davvero comico.
Crede che questo atteggiamento occidentale alimenti il terrorismo dello Stato islamico?
Lo Stato islamico è una mostruosità, ma non è niente di più che una società off-shore dell’Arabia Saudita che propaga una versione estremista, wahabita, dell’Islam. Da Riad arrivano tonnellate di soldi e l’ideologia per diffondere il fondamentalismo nel mondo arabo. Certo a questo punto neppure ai sauditi piace quello che hanno creato. Questa è la conseguenza diretta dei devastanti attacchi degli Stati uniti in Iraq del 2003 e degli attacchi della Nato in Libia del 2011 che hanno esasperato il conflitto sunniti-sciiti diffondendolo in tutta la regione. In Libia questo ha comportato l’incremento del numero di milizie e una quantità di armi senza precedenti che provengono da Africa e Medio oriente. I bombardamenti della Nato hanno fatto aumentare il numero delle vittime di dieci volte, hanno distrutto la Libia. In Yemen ora Arabia Saudita ed Emirati stanno uccidendo una grande quantità di persone nei campi profughi. Ma anche questa guerra è destinata a fallire e non può comportare altro che la diffusione del jihadismo.
Pochi mesi fa non parlavamo di terrorismo ma di «primavere». Esiste un rapporto tra i movimenti sociali europei e le rivolte in Medio Oriente?
Ci sono delle similitudini. Il maggior esempio del passato è l’America latina: completamente sotto il controllo degli Stati uniti che imponevano dittatori dappertutto. Ora il Sud America è abbastanza libero dal controllo straniero. Questo è uno sviluppo di grande importanza. Molti politici latino-americani sono legati ai partiti Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Combattono tutti la stessa battaglia contro il neo-liberismo. Ma la reazione tedesca alla vittoria di Tsipras in Grecia è selvaggia, ipocrita. Nel 1953 l’Europa concesse alla Germania di tagliare gli interessi sul debito. Ma ora impone misure repressive alla Grecia dopo che Berlino l’ha devastata nella seconda guerra mondiale.
Mentre i movimenti in Medio Oriente sono finiti con il ritorno dei dittatori, come il presidente egiziano al-Sisi?
Stati uniti ed Europa hanno sostenuto i più brutali dittatori in tutto il mondo. In questo momento in Egitto si vivono i giorni più bui della sua storia moderna. Questo è l’imperialismo tradizionale, il potere della propaganda non è cambiato. I giornali in Europa lo descrivono come un modello nonostante sia un assassino brutale, un dittatore duro che ha represso la popolare organizzazione dei Fratelli musulmani mentre nel Sinai si continua a consumare una guerra.
30.3.15
Kronstadt 081
19.3.15
Ma la nostra sinistra vive ancora nel '900
Massimo Cacciari (L'Espresso)
Altrove, le trasformazioni globali hanno creato partiti nuovi e pragmatici contro le disuguaglianze. In Italia invece prevale sempre il sonno dogmatico
Come si è giunti a una crisi tanto radicale di quelle correnti politiche che ereditavano in Italia tradizioni,e uomini, della sinistra novecentesca? Come è possibile che una storia di tale portata, la storia del "movimento operaio" italiano, sembri contrarsi oggi all'azione di una minoranza debole e divisa del Partito di Renzi, del tutto subalterna a fatti e misfatti di quest'ultimo? Le cause sono molteplici, non c'è dubbio, e anzitutto di ordine materiale: sono strutturalmente mutati i rapporti di produzione e di classe, è finita l'Italia della grande industria e dell' "operaio massa", la grande rivoluzione tecnologica del nuovo Millennio ha rivoluzionato culture e forme di vita. Ma si tratta di processi irreversibili che hanno interessato tutte le società europee e hanno più o meno drammaticamente colpito tutti i loro sindacati e tutte le loro socialdemocrazie. Perché solo da noi sembrano averne cancellato ogni traccia? E perché in altri Paesi il loro crollo ha pure prodotto nuovi, giovani movimenti "di sinistra", i Podemos e gli Tsipras, mentre in Italia l'immenso spazio politico della protesta, gli effetti sociali della grande crisi da cui siamo lungi dall'essere usciti, sono stati capitalizzati esclusivamente dai Grillo e ora pure dai Salvini? Temo che la domanda nasconda un errore fatale di prospettiva. E l'asfittica sedicente "sinistra" italiana che si consola collocando nel proprio solco quelle esperienze. E sperando una propria rinascita sul loro modello. In realtà esse esprimono proprio l'esaurirsi della "geografia" politica novecentesca, non hanno nulla a che fare con i contenuti tradizionali di "destra" e "sinistra". La loro "ideologia" è un'arma leggerissima, un' " aura " piuttosto che un'arma, e la loro forza sta nel restare ancorati in modo assolutamente pragmatico alle ragioni della protesta, e cioè al dilagare delle disuguaglianze, dell'insicurezza e delle paure. L'agilità tattica con cui si muove uno Tsipras è la naturale conseguenza di questa collocazione del suo movimento. Rivolto interamente ad affrontare la crisi nella sua concretezza, a tentare di rispondere al dramma di chi la vive in carne ed ossa.
DEGLI ORIZZONTI STRATEGICI meglio per ora tacere. La "politica al comando" è un lusso retorico che oggi non ci possiamo permettere. Da questo punto di vista, i Podemos e gli Tsipras appaiono anche mille leghe oltre Madame Le Pen e Monsieur Salvini, zavorrati da arcaiche ideologie regressive. Ma, per analoghi motivi, neppure hanno a che fare con le disperse membra della nostra "sinistra", che proprio quelle trasformazioni e quella crisi che hanno espresso gli Tsipras non ha saputo né comprendere né rappresentare. Ammesso e non concesso che le nuove forze spagnole e greche possano dirsi "sinistra", esse sono lontane dalla nostra tradizionale quanto lo è Renzi. Renzi ne esprime il superamento nel senso di un decisionismo populistico, che svuota il ruolo del binomio indissolubile Parlamento-sistema dei partiti. Si tratta di una formidabile tendenza del nostro tempo, che gli eredi del "movimento operaio" si ostinano da decenni a non voler vedere,e quindi a non saper in alcun modo contrastare. I Podemos e gli Tsipras, da parte loro, invece, si oppongono a tale tendenza ricalcando esattamente la figura del tribuno del popolo. La loro è auctoritas tribunicia nel senso più proprio. Ma è estremamente difficile per il tribuno imporre la legge, svolgere duratura azione di governo in perenne lotta col Senato (alias, i "decisori" ultimi delle politiche europee). La cultura politica del tribuno può solo occasionalmente giungere ad esprimere una energia riformatrice, in grado di mutare l'intero assetto della res publica. Abbiamo così una vecchia sinistra conservatrice che si batte contro la prospettiva incarnata da Renzi in nome di principi, regole e assetti istituzionali, estranei ogni giorno di più agli interessi effettivi della base sociale che essa dovrebbe rappresentare e una "nuova sinistra" di tipo tribunizio, incapace di affrontare la crisi dell'idea stessa di rappresentanza, che stiamo vivendo, al suo livello proprio, quello storico, di sistema.
UNA DOZZINA D'ANNI FA in Italia si fu sul punto di veder nascere un grande Podemos, che forse avrebbe potuto anche svegliare dal proprio sonno dogmatico la sinistra conservatrice. Ma, ahimè, si rivelò subito che il suo leader (vero Sergio?) era culturalmente consustanziale proprio a quest'ultima... e anche da quell'aborto ci vennero Grillo e grillini. Per molti motivi, per il bene stesso della nostra malatissima democrazia, è sperabile che quella opportunità si ripresenti, ma il dramma di allora ritornerà come pura farsa se saranno gli stessi, insieme ai loro nati stanchi epigoni, a volerla interpretare.
Altrove, le trasformazioni globali hanno creato partiti nuovi e pragmatici contro le disuguaglianze. In Italia invece prevale sempre il sonno dogmatico
Come si è giunti a una crisi tanto radicale di quelle correnti politiche che ereditavano in Italia tradizioni,e uomini, della sinistra novecentesca? Come è possibile che una storia di tale portata, la storia del "movimento operaio" italiano, sembri contrarsi oggi all'azione di una minoranza debole e divisa del Partito di Renzi, del tutto subalterna a fatti e misfatti di quest'ultimo? Le cause sono molteplici, non c'è dubbio, e anzitutto di ordine materiale: sono strutturalmente mutati i rapporti di produzione e di classe, è finita l'Italia della grande industria e dell' "operaio massa", la grande rivoluzione tecnologica del nuovo Millennio ha rivoluzionato culture e forme di vita. Ma si tratta di processi irreversibili che hanno interessato tutte le società europee e hanno più o meno drammaticamente colpito tutti i loro sindacati e tutte le loro socialdemocrazie. Perché solo da noi sembrano averne cancellato ogni traccia? E perché in altri Paesi il loro crollo ha pure prodotto nuovi, giovani movimenti "di sinistra", i Podemos e gli Tsipras, mentre in Italia l'immenso spazio politico della protesta, gli effetti sociali della grande crisi da cui siamo lungi dall'essere usciti, sono stati capitalizzati esclusivamente dai Grillo e ora pure dai Salvini? Temo che la domanda nasconda un errore fatale di prospettiva. E l'asfittica sedicente "sinistra" italiana che si consola collocando nel proprio solco quelle esperienze. E sperando una propria rinascita sul loro modello. In realtà esse esprimono proprio l'esaurirsi della "geografia" politica novecentesca, non hanno nulla a che fare con i contenuti tradizionali di "destra" e "sinistra". La loro "ideologia" è un'arma leggerissima, un' " aura " piuttosto che un'arma, e la loro forza sta nel restare ancorati in modo assolutamente pragmatico alle ragioni della protesta, e cioè al dilagare delle disuguaglianze, dell'insicurezza e delle paure. L'agilità tattica con cui si muove uno Tsipras è la naturale conseguenza di questa collocazione del suo movimento. Rivolto interamente ad affrontare la crisi nella sua concretezza, a tentare di rispondere al dramma di chi la vive in carne ed ossa.
DEGLI ORIZZONTI STRATEGICI meglio per ora tacere. La "politica al comando" è un lusso retorico che oggi non ci possiamo permettere. Da questo punto di vista, i Podemos e gli Tsipras appaiono anche mille leghe oltre Madame Le Pen e Monsieur Salvini, zavorrati da arcaiche ideologie regressive. Ma, per analoghi motivi, neppure hanno a che fare con le disperse membra della nostra "sinistra", che proprio quelle trasformazioni e quella crisi che hanno espresso gli Tsipras non ha saputo né comprendere né rappresentare. Ammesso e non concesso che le nuove forze spagnole e greche possano dirsi "sinistra", esse sono lontane dalla nostra tradizionale quanto lo è Renzi. Renzi ne esprime il superamento nel senso di un decisionismo populistico, che svuota il ruolo del binomio indissolubile Parlamento-sistema dei partiti. Si tratta di una formidabile tendenza del nostro tempo, che gli eredi del "movimento operaio" si ostinano da decenni a non voler vedere,e quindi a non saper in alcun modo contrastare. I Podemos e gli Tsipras, da parte loro, invece, si oppongono a tale tendenza ricalcando esattamente la figura del tribuno del popolo. La loro è auctoritas tribunicia nel senso più proprio. Ma è estremamente difficile per il tribuno imporre la legge, svolgere duratura azione di governo in perenne lotta col Senato (alias, i "decisori" ultimi delle politiche europee). La cultura politica del tribuno può solo occasionalmente giungere ad esprimere una energia riformatrice, in grado di mutare l'intero assetto della res publica. Abbiamo così una vecchia sinistra conservatrice che si batte contro la prospettiva incarnata da Renzi in nome di principi, regole e assetti istituzionali, estranei ogni giorno di più agli interessi effettivi della base sociale che essa dovrebbe rappresentare e una "nuova sinistra" di tipo tribunizio, incapace di affrontare la crisi dell'idea stessa di rappresentanza, che stiamo vivendo, al suo livello proprio, quello storico, di sistema.
UNA DOZZINA D'ANNI FA in Italia si fu sul punto di veder nascere un grande Podemos, che forse avrebbe potuto anche svegliare dal proprio sonno dogmatico la sinistra conservatrice. Ma, ahimè, si rivelò subito che il suo leader (vero Sergio?) era culturalmente consustanziale proprio a quest'ultima... e anche da quell'aborto ci vennero Grillo e grillini. Per molti motivi, per il bene stesso della nostra malatissima democrazia, è sperabile che quella opportunità si ripresenti, ma il dramma di allora ritornerà come pura farsa se saranno gli stessi, insieme ai loro nati stanchi epigoni, a volerla interpretare.
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8.3.15
Con i fascisti non si discute
Luigi Manconi, sociologo (Internazionale)
Sarà stato un decennio fa quando, un pomeriggio di un giorno di maggio, ricevo una telefonata di Tullia Zevi, la più autorevole esponente dell’ebraismo italiano. È particolarmente turbata e mi spiega il motivo.
Ha appena ricevuto l’invito da parte del notissimo conduttore di una notissima trasmissione a partecipare a un dibattito televisivo. In studio sarà presente lo storico revisionista Robert Faurisson, che ha appena pubblicato un volume sulla Shoah (ovvero sulla falsità della Shoah).
Dopo la presentazione della sua tesi, ci sarebbe stato il confronto tra la Zevi e uno storico italiano piuttosto favorevole invece alla posizione di Faurisson.
Insomma, tema: “I lager non sono mai esistiti”, e poi: “uno a favore, uno contro”.
A Tullia Zevi si chiedeva ovviamente di fare la parte del “contro”.
Di fronte al suo netto rifiuto di interpretare quel ruolo, il conduttore mostrò sincera sorpresa. Non riusciva proprio a comprendere il motivo di quella decisione: per lui, la composizione di quel dibattito rappresentava la realizzazione del pluralismo nella sua forma massima e perfetta.
E poi perché temere il confronto, quando – confermava rassicurante il giornalista – si sta dalla parte della ragione e della verità storica?
Quest’ultimo argomento è certamente il più interessante. Quel conduttore non aveva la minima intenzione di negare l’esistenza delle camere a gas, ma pretendeva di affermare un’interpretazione, per così dire, illimitata e incondizionata del pluralismo. Ovvero una concezione tecnica e neutrale della dialettica democratica e del libero confronto tra opzioni diverse. In altre parole, una manifestazione estrema e pienamente compiuta della lottizzazione delle idee, nella sua rappresentazione plastico-teatrale.
Al centro, il Male Assoluto (Faurisson). E ai lati, sullo stesso piano e livellati da ruoli precisamente speculari, il Bene (Tullia Zevi) e il Dubbio (lo storico italiano moderatamente revisionista). Provvidenzialmente, la cosa non andò in porto e si è evitato, così, uno di quegli innumerevoli strazi quotidianamente perpetrati ai danni dell’intelligenza e del buon gusto.
L’episodio mi è tornato in mente nell’apprendere quanto è accaduto nel corso della trasmissione Piazza pulita lunedì scorso e quanto ha scritto in merito Gad Lerner.
Nel suo blog, Lerner cita l’eurodeputato leghista Gianluca Buonanno, che “ha definito i rom ‘feccia dell’umanità’, con l’effetto spettacolo di averlo detto in faccia a Djana Pavlovic con sottofondo di applauso meccanico dei figuranti in sala”.
Spiegando come quell’episodio corrisponda a una sorta di format televisivo assiduamente reiterato (e oggi concentrato, in particolare, sull’ostilità contro rom e sinti), Lerner ha proposto un antidoto, “rapido efficace, silenzioso: basta dire no grazie. O noi o loro. Non partecipare a quelle oscene rappresentazioni. Lasciare vuote le sedie dei talk show che invitano ogni giorno Salvini, Borghezio, Buonanno”.
Sono incondizionatamente d’accordo. Da molti anni adotto tacitamente quel comportamento, rifiutandomi di prendere parte a confronti con esponenti leghisti o cripto-fascisti. Ma, certo, il dichiararlo e assumerlo come impegno collettivo (da parte di donne e uomini di buona volontà e di buon senso) sarebbe tutt’altra cosa.
Purtroppo è facile prevedere che la proposta di Lerner sarà destinata all’insuccesso: si troverà sempre qualcuno, e intendo dire proprio qualcuno a sinistra, che sciorinerà efficacissimi e callidissimi argomenti per spiegare l’utilità – invece – di affrontare “a pie’ fermo e a viso aperto” le posizioni fascio-leghiste. Io sono convinto che questo sia l’atteggiamento più sbagliato e l’intera storia dei talk show televisivi sta lì a dimostrarlo inequivocabilmente.
C’è poi da aggiungere una sommessa considerazione teorica qualora si volesse porre la questione su un piano generale, di metodo e di sistema. Una scelta, come quella suggerita da Lerner, non ha un effetto discriminatorio, dal momento che non mira a escludere dal circuito del discorso pubblico determinate posizioni (cosa per altro impossibile, oltre che errata).
Quella scelta intende, piuttosto, auto-escludersi da un confronto che risulta privo dei requisiti indispensabili per essere effettivamente tale. Ovvero la condivisione tra gli interlocutori di un minimo di opzioni morali e di regole di linguaggio. Come è possibile discutere con chi ritiene che una determinata minoranza sia “la feccia dell’umanità”?
Sarà stato un decennio fa quando, un pomeriggio di un giorno di maggio, ricevo una telefonata di Tullia Zevi, la più autorevole esponente dell’ebraismo italiano. È particolarmente turbata e mi spiega il motivo.
Ha appena ricevuto l’invito da parte del notissimo conduttore di una notissima trasmissione a partecipare a un dibattito televisivo. In studio sarà presente lo storico revisionista Robert Faurisson, che ha appena pubblicato un volume sulla Shoah (ovvero sulla falsità della Shoah).
Dopo la presentazione della sua tesi, ci sarebbe stato il confronto tra la Zevi e uno storico italiano piuttosto favorevole invece alla posizione di Faurisson.
Insomma, tema: “I lager non sono mai esistiti”, e poi: “uno a favore, uno contro”.
A Tullia Zevi si chiedeva ovviamente di fare la parte del “contro”.
Di fronte al suo netto rifiuto di interpretare quel ruolo, il conduttore mostrò sincera sorpresa. Non riusciva proprio a comprendere il motivo di quella decisione: per lui, la composizione di quel dibattito rappresentava la realizzazione del pluralismo nella sua forma massima e perfetta.
E poi perché temere il confronto, quando – confermava rassicurante il giornalista – si sta dalla parte della ragione e della verità storica?
Quest’ultimo argomento è certamente il più interessante. Quel conduttore non aveva la minima intenzione di negare l’esistenza delle camere a gas, ma pretendeva di affermare un’interpretazione, per così dire, illimitata e incondizionata del pluralismo. Ovvero una concezione tecnica e neutrale della dialettica democratica e del libero confronto tra opzioni diverse. In altre parole, una manifestazione estrema e pienamente compiuta della lottizzazione delle idee, nella sua rappresentazione plastico-teatrale.
Al centro, il Male Assoluto (Faurisson). E ai lati, sullo stesso piano e livellati da ruoli precisamente speculari, il Bene (Tullia Zevi) e il Dubbio (lo storico italiano moderatamente revisionista). Provvidenzialmente, la cosa non andò in porto e si è evitato, così, uno di quegli innumerevoli strazi quotidianamente perpetrati ai danni dell’intelligenza e del buon gusto.
L’episodio mi è tornato in mente nell’apprendere quanto è accaduto nel corso della trasmissione Piazza pulita lunedì scorso e quanto ha scritto in merito Gad Lerner.
Nel suo blog, Lerner cita l’eurodeputato leghista Gianluca Buonanno, che “ha definito i rom ‘feccia dell’umanità’, con l’effetto spettacolo di averlo detto in faccia a Djana Pavlovic con sottofondo di applauso meccanico dei figuranti in sala”.
Spiegando come quell’episodio corrisponda a una sorta di format televisivo assiduamente reiterato (e oggi concentrato, in particolare, sull’ostilità contro rom e sinti), Lerner ha proposto un antidoto, “rapido efficace, silenzioso: basta dire no grazie. O noi o loro. Non partecipare a quelle oscene rappresentazioni. Lasciare vuote le sedie dei talk show che invitano ogni giorno Salvini, Borghezio, Buonanno”.
Sono incondizionatamente d’accordo. Da molti anni adotto tacitamente quel comportamento, rifiutandomi di prendere parte a confronti con esponenti leghisti o cripto-fascisti. Ma, certo, il dichiararlo e assumerlo come impegno collettivo (da parte di donne e uomini di buona volontà e di buon senso) sarebbe tutt’altra cosa.
Purtroppo è facile prevedere che la proposta di Lerner sarà destinata all’insuccesso: si troverà sempre qualcuno, e intendo dire proprio qualcuno a sinistra, che sciorinerà efficacissimi e callidissimi argomenti per spiegare l’utilità – invece – di affrontare “a pie’ fermo e a viso aperto” le posizioni fascio-leghiste. Io sono convinto che questo sia l’atteggiamento più sbagliato e l’intera storia dei talk show televisivi sta lì a dimostrarlo inequivocabilmente.
C’è poi da aggiungere una sommessa considerazione teorica qualora si volesse porre la questione su un piano generale, di metodo e di sistema. Una scelta, come quella suggerita da Lerner, non ha un effetto discriminatorio, dal momento che non mira a escludere dal circuito del discorso pubblico determinate posizioni (cosa per altro impossibile, oltre che errata).
Quella scelta intende, piuttosto, auto-escludersi da un confronto che risulta privo dei requisiti indispensabili per essere effettivamente tale. Ovvero la condivisione tra gli interlocutori di un minimo di opzioni morali e di regole di linguaggio. Come è possibile discutere con chi ritiene che una determinata minoranza sia “la feccia dell’umanità”?
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Le mimose lasciatele a casa
Lea Melandri (Il manifesto)
Chissà perché la ricorrenza di un evento luttuoso — quale è stato storicamente l’8 marzo — è diventata, prima la «giornata» e poi «la festa della donna»?
Per anni ho costretto me stessa a darle un senso, più che altro per il rispetto dovuto a tutte le associazioni, gruppi femminili e femministi che avrebbero preso quell’occasione per incontri e dibattiti su temi di comune interesse.
Oggi, di fronte ai rimasugli penosi, che escono dalle radio, dalle televisioni e dai giornali, di quella che pervicacemente, vergognosamente resta la «questione femminile» — le donne considerate alla stregua di un gruppo sociale svantaggiato o come un «genere» da uguagliare o tutelare sulla base dell’ordine creato dal sesso vincente -, ho un desiderio forte e deciso:
– che non se ne parli più
– che nessuna data venga d’ora innanzi a far da velo a uno dei rapporti di potere che oggi, molto più che in passato, appare scopertamente come la base di tutte le forme di dominio che la storia ha conosciuto, nella nostra come nelle altre civiltà
– che si dica con chiarezza che non di «cose di donne» stiamo parlando, ma dell’idea di virilità che ha deciso dei destini di un sesso e dell’altro, della cultura e della storia che vi è stata costruita sopra, nel privato come nel pubblico
– che gli uomini si prendano la responsabilità di interrogarsi sulla violenza di ogni genere perpetrata nei secoli dai loro simili, e che lo facciano, come hanno fatto le donne, «partendo da se stessi», consapevoli che sono indagando a fondo nella singolarità delle vite e delle esperienza personali possiamo scoprire le radici di una visione del mondo che ci accomuna, al di là di spazi e tempi.
Non sono pregiudizialmente contraria alle ricorrenze, ma vorrei che, senza storpiarne o banalizzarne il significato, diventassero per tutti un momento di riflessione: riconoscimento degli interrogativi che vi sono connessi e delle aspettative di cambiamento che da lì si possono aprire.
Non è stato così per l’8 marzo, che ha visto un tema di primaria importanza per la crisi che stanno attraversando la politica, l’economia e la civiltà stessa — la relazione tra i sessi, la divisione sessuale del lavoro, la dicotomia tra privato e pubblico, natura e cultura, ecc.- restringersi progressivamente a pochi scampoli rivendicativi dettati dall’endemica «miseria femminile».
A quante mi obietteranno che così si toglie un’opportunità di portare allo scoperto, sia pure per un giorno solo, il faticoso lavoro carsico del movimento delle donne, rispondo che può essere, al contrario, la spinta a creare da noi stesse le occasioni di incontro che ci servono, senza attendere che ci vengano offerte da altri, con un mazzetto di mimose.
Chissà perché la ricorrenza di un evento luttuoso — quale è stato storicamente l’8 marzo — è diventata, prima la «giornata» e poi «la festa della donna»?
Per anni ho costretto me stessa a darle un senso, più che altro per il rispetto dovuto a tutte le associazioni, gruppi femminili e femministi che avrebbero preso quell’occasione per incontri e dibattiti su temi di comune interesse.
Oggi, di fronte ai rimasugli penosi, che escono dalle radio, dalle televisioni e dai giornali, di quella che pervicacemente, vergognosamente resta la «questione femminile» — le donne considerate alla stregua di un gruppo sociale svantaggiato o come un «genere» da uguagliare o tutelare sulla base dell’ordine creato dal sesso vincente -, ho un desiderio forte e deciso:
– che non se ne parli più
– che nessuna data venga d’ora innanzi a far da velo a uno dei rapporti di potere che oggi, molto più che in passato, appare scopertamente come la base di tutte le forme di dominio che la storia ha conosciuto, nella nostra come nelle altre civiltà
– che si dica con chiarezza che non di «cose di donne» stiamo parlando, ma dell’idea di virilità che ha deciso dei destini di un sesso e dell’altro, della cultura e della storia che vi è stata costruita sopra, nel privato come nel pubblico
– che gli uomini si prendano la responsabilità di interrogarsi sulla violenza di ogni genere perpetrata nei secoli dai loro simili, e che lo facciano, come hanno fatto le donne, «partendo da se stessi», consapevoli che sono indagando a fondo nella singolarità delle vite e delle esperienza personali possiamo scoprire le radici di una visione del mondo che ci accomuna, al di là di spazi e tempi.
Non sono pregiudizialmente contraria alle ricorrenze, ma vorrei che, senza storpiarne o banalizzarne il significato, diventassero per tutti un momento di riflessione: riconoscimento degli interrogativi che vi sono connessi e delle aspettative di cambiamento che da lì si possono aprire.
Non è stato così per l’8 marzo, che ha visto un tema di primaria importanza per la crisi che stanno attraversando la politica, l’economia e la civiltà stessa — la relazione tra i sessi, la divisione sessuale del lavoro, la dicotomia tra privato e pubblico, natura e cultura, ecc.- restringersi progressivamente a pochi scampoli rivendicativi dettati dall’endemica «miseria femminile».
A quante mi obietteranno che così si toglie un’opportunità di portare allo scoperto, sia pure per un giorno solo, il faticoso lavoro carsico del movimento delle donne, rispondo che può essere, al contrario, la spinta a creare da noi stesse le occasioni di incontro che ci servono, senza attendere che ci vengano offerte da altri, con un mazzetto di mimose.
2.3.15
Limonov: “Dietro questo delitto non solo la politica. Ma per Putin è un vero problema”
Nicola Lombardozzi (repubblica.it)
MOSCA . Eduard Limonov non si smentisce mai: "Un complotto del Cremlino? Una provocazione esterna? Ma non fatemi ridere. Se avessero ammazzato il vero leader dei liberali, Aleksej Navalnyj, potrei capire. Ma Nemtsov, per i russi era solo un politico in pensione. Uno che, per di più, era stato protagonista nell'era Eltsin che qui ha lasciato ricordi di ingiustizie, ruberie, corruzione. Tra qualche giorno lo avranno già dimenticato tutti, amici e nemici". Cinico e controcorrente, lo scrittore russo tiene fede al personaggio raccontato da Emmanuel Carrère in una biografia che due anni fa gli ha donato fama internazionale: "Mi dispiace deludere tanta gente di buona volontà, ma vedrete che questo assassinio non porterà alcuna conseguenza".
Tutto il mondo si indigna per l'omicidio di un oppositore di primo piano, di un uomo coraggioso. Come fa a minimizzare così?
"Non minimizzo niente. Dico solo che se dietro al delitto ci fosse un qualsiasi piano politico, sarebbe un piano stupido e destinato a fallire".
Da anni Nemtsov denunciava scandali e malefatte di Putin e i suoi con libri e documenti. Stava raccogliendo materiale sulla presenza militare russa in Ucraina.
Aveva anche detto che il Cremlino voleva ucciderlo. Le sembra così poco?
"Tutti quelli che stanno all'opposizione, perfino io, abbiamo ogni tanto la sensazione di rischiare la vita. Nemtsov lo conoscevo bene, era un uomo di spirito, colto e brillante. Ma le sue denunce erano solo un chiacchiericcio isterico senza le prove o particolari inediti. Faceva molta scena all'estero ma non smontava certamente il personaggio Putin qui in Russia".
Tra i nemici di Nemtsov c'erano anche molti oppositori come lei, nostalgici di una certa visione dell'Unione Sovietica. Quando disse che la Crimea andava restituita all'Ucraina, lei lo aggredì, altri lo insultarono pesantemente. Non potrebbe essere questo un movente possibile?
"Sulla Crimea, ma anche sulla sorte del Donbass, gli oppositori sono divisi e questo è evidente. Lui faceva parte di quella minoranza, poche decine di migliaia di persone, che si attiene alla lettera alle posizioni occidentali. Mentre tra i tanti che contestano Putin resta forte il sentimento nazionale. Ma, ripeto, Nemtsov non aveva lo spessore per fare paura a nessuno".
E allora come spiega il delitto?
"So che rischio di smontare tante teorie fantapolitiche, ma non escluderei una questione marginale, privata. Ci sono tanti aspetti strani".
Per esempio?
"Stava con una giovane modella ucraina di Kiev, e questo basterebbe a farne una spy story. Ma il delitto resta misterioso: a un passo dal Cremlino nella zona a più alta concentrazione di telecamere di sorveglianza di tutta la Russia. In più, pare, con un arma non proprio da professionisti...".
Non vorrà ridurre tutto a un delitto passionale?
"Non mi va di escluderlo a priori. Ma in ogni caso ragioniamo. Al Cremlino questo delitto crea seri problemi di immagine internazionale e credo che Putin sia sinceramente contrariato. E non posso nemmeno credere alla tesi del complotto occidentale, voi giornalisti direste "l'ombra della Cia", per sollevare le piazze, fare tremare dalle fondamenta il regime di Putin. Solo gli idioti possono pensare che i liberali russi siano in grado di fare un'insurrezione".
Perché?
"Perché l'opposizione in Russia oggi non c'è. Dopo le manifestazioni di due anni fa, le leggi sono state cambiate e si è lavorato di fino su arresti e persecuzioni giudiziarie. Anche il malumore popolare dovuto alla crisi economica è stato contenuto abbastanza bene. E le sanzioni sono state usate per cementare lo spirito nazionale della gente. Non vedo rivolte dietro l'angolo".
MOSCA . Eduard Limonov non si smentisce mai: "Un complotto del Cremlino? Una provocazione esterna? Ma non fatemi ridere. Se avessero ammazzato il vero leader dei liberali, Aleksej Navalnyj, potrei capire. Ma Nemtsov, per i russi era solo un politico in pensione. Uno che, per di più, era stato protagonista nell'era Eltsin che qui ha lasciato ricordi di ingiustizie, ruberie, corruzione. Tra qualche giorno lo avranno già dimenticato tutti, amici e nemici". Cinico e controcorrente, lo scrittore russo tiene fede al personaggio raccontato da Emmanuel Carrère in una biografia che due anni fa gli ha donato fama internazionale: "Mi dispiace deludere tanta gente di buona volontà, ma vedrete che questo assassinio non porterà alcuna conseguenza".
Tutto il mondo si indigna per l'omicidio di un oppositore di primo piano, di un uomo coraggioso. Come fa a minimizzare così?
"Non minimizzo niente. Dico solo che se dietro al delitto ci fosse un qualsiasi piano politico, sarebbe un piano stupido e destinato a fallire".
Da anni Nemtsov denunciava scandali e malefatte di Putin e i suoi con libri e documenti. Stava raccogliendo materiale sulla presenza militare russa in Ucraina.
Aveva anche detto che il Cremlino voleva ucciderlo. Le sembra così poco?
"Tutti quelli che stanno all'opposizione, perfino io, abbiamo ogni tanto la sensazione di rischiare la vita. Nemtsov lo conoscevo bene, era un uomo di spirito, colto e brillante. Ma le sue denunce erano solo un chiacchiericcio isterico senza le prove o particolari inediti. Faceva molta scena all'estero ma non smontava certamente il personaggio Putin qui in Russia".
Tra i nemici di Nemtsov c'erano anche molti oppositori come lei, nostalgici di una certa visione dell'Unione Sovietica. Quando disse che la Crimea andava restituita all'Ucraina, lei lo aggredì, altri lo insultarono pesantemente. Non potrebbe essere questo un movente possibile?
"Sulla Crimea, ma anche sulla sorte del Donbass, gli oppositori sono divisi e questo è evidente. Lui faceva parte di quella minoranza, poche decine di migliaia di persone, che si attiene alla lettera alle posizioni occidentali. Mentre tra i tanti che contestano Putin resta forte il sentimento nazionale. Ma, ripeto, Nemtsov non aveva lo spessore per fare paura a nessuno".
E allora come spiega il delitto?
"So che rischio di smontare tante teorie fantapolitiche, ma non escluderei una questione marginale, privata. Ci sono tanti aspetti strani".
Per esempio?
"Stava con una giovane modella ucraina di Kiev, e questo basterebbe a farne una spy story. Ma il delitto resta misterioso: a un passo dal Cremlino nella zona a più alta concentrazione di telecamere di sorveglianza di tutta la Russia. In più, pare, con un arma non proprio da professionisti...".
Non vorrà ridurre tutto a un delitto passionale?
"Non mi va di escluderlo a priori. Ma in ogni caso ragioniamo. Al Cremlino questo delitto crea seri problemi di immagine internazionale e credo che Putin sia sinceramente contrariato. E non posso nemmeno credere alla tesi del complotto occidentale, voi giornalisti direste "l'ombra della Cia", per sollevare le piazze, fare tremare dalle fondamenta il regime di Putin. Solo gli idioti possono pensare che i liberali russi siano in grado di fare un'insurrezione".
Perché?
"Perché l'opposizione in Russia oggi non c'è. Dopo le manifestazioni di due anni fa, le leggi sono state cambiate e si è lavorato di fino su arresti e persecuzioni giudiziarie. Anche il malumore popolare dovuto alla crisi economica è stato contenuto abbastanza bene. E le sanzioni sono state usate per cementare lo spirito nazionale della gente. Non vedo rivolte dietro l'angolo".
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