27.2.15

Freccero: «Piccola Rai, Mediaset sfiderà Murdoch»

Intervista. «Renzi vuole una tv pubblica come la Treccani. Viale Mazzini come la Bbc? Non basta fare un corso di inglese ai giornalisti assunti con le clientele». «Il Biscione punta lontano. Berlusconi abbandona la politica e torna protagonista della televisione, con le torri si guadagnano molti soldi»

Daniela Preziosi (Il Manifesto)

Mai come adesso Media­set stava vivendo come un pachi­derma, come una tele­vi­sione che riprende pro­grammi da un cata­logo della tv com­mer­ciale ormai vec­chio, antico, per nostal­gici degli anni 80: l’Isola dei famosi, il Karaoke che andrà in onda più in là. Invece, con que­sta Opa, diventa un nuovo com­pe­ti­tore del mer­cato». Carlo Frec­cero, uomo di tv e di comu­ni­ca­zione, nella sua lunga car­riera è stato diri­gente Rai e Finin­vest. Ragiona sull’opa di Media­set su Rai way, l’infrastruttura delle torri Rai. Qual­cosa non gli torna. «Così Media­set si scrolla di dosso l’immobilità per muo­versi con sicu­rezza sul mer­cato. Perché?».

Per­ché, Freccero?

Media­set da tempo ha perso la bat­ta­glia dei con­te­nuti per­ché i nostri pro­dotti non pos­sono com­pe­tere con i colossi ame­ri­cani. Oggi il pro­dotto vince sulla tv gene­ra­li­sta. Ora quindi si muove su altri fronti. Se dav­vero il patto del Naza­reno è rotto, Ber­lu­sconi lascia la poli­tica e torna il pro­ta­go­ni­sta della tv. L’Opa sulla strut­tura, quelle che io chiamo ’le auto­strade della comu­ni­ca­zione’, è un modo per dire: almeno con­trol­lerò il pedag­gio ai nuovi che arri­vano. Di più: io, cioè Media­set, mi aggiorno su un fatto cru­ciale, la con­ver­genza. La nuova tv lavora sulla con­ver­genza fra tv tele­fo­nia e internet.

La tv gene­ra­li­sta però da noi va ancora forte.

Per­ché viviamo in un paese domi­nato dall’Auditel, che è fatto in quota pro­prio come le torri. Ma ormai, nel nuovo sce­na­rio, il pro­dotto vince sulla linea edi­to­ria. E quindi chi non ha la pos­si­bi­lità di aggior­narsi cerca una pre­senza mas­sic­cia sulle ’auto­strade’. E gua­da­gna un sacco di soldi. E poi c’è anche un piano B.

Qual è il piano B?

Credo che Media­set abbia in testa un patto con Tele­com. Anche Tele­com ha messo in ven­dita i suoi siti e le sue torri. E in Tele­com c’è il gruppo Bol­loré che a sua volta è azio­ni­sta di Havas, colosso della comu­ni­ca­zione. Che a sua volta è azio­ni­sta di Canal Plus, che si occupa di con­te­nuti. Ecco la fur­bi­zia: farà con­cor­renza a Mur­doch, il vero nemico di Pier Sil­vio Ber­lu­sconi. Anche per­ché Mur­doch sta per scen­dere dal satel­lite sul free, per­ché l’Italia ha un tetto di abbo­nati oltre in quale non si può andare. Lo ha già fatto con l’informazione. E la Rai per Ber­lu­sconi non è un avver­sa­rio, nean­che un alleato: ha un’audience vec­chia. Ber­lu­sconi deve tro­varsi un alleato. E Canal Plus è il nemico acer­rimo di Murdoch.

Media­set punta dun­que a fare con­cor­renza a Mur­doch. E la Rai?

Da tutto que­sto il ser­vi­zio esce com­ple­ta­mente ridi­men­sio­nato. Vede, nel capi­ta­li­smo le crisi perio­di­che hanno la fun­zione spe­ci­fica di ripu­lire il mer­cato dei ren­tier dalla ren­dita paras­si­ta­ria e ripor­tare tutte le risorse sul mer­cato degli inve­sti­menti. Oggi la crisi ha un com­pito diverso: pri­va­tiz­zare, tagliare ogni risorsa al pub­blico per river­sare tutte le risorse sul mer­cato. Non a caso ai paesi in crisi si offrono finan­zia­menti in cam­bio di pri­va­tiz­za­zioni, vedi la Gre­cia. Il modello euro­peo del secolo scorso aveva come valori lo stato sociale, il ser­vi­zio pub­blico anche radiotv, la scuola pub­blica. Oggi invece il ’pub­blico’ è diven­tato sino­nimo di spreco, casta, di abuso della poli­tica. Quindi anche i governi che si pro­cla­mano di sini­stra vogliono pri­va­tiz­zare, tagliare. Il piano per la Rai è tagliare i tg e cioè il plu­ra­li­smo. Ma il plu­ra­li­smo è un ele­mento crea­tivo, era l’unica cosa che rima­neva alla Rai. La verità è che la Rai viene dimen­sio­nata, e la poli­tica di Renzi è la privatizzazione.

Ma modello Bbc, di cui si parla oggi, è plu­ra­li­sta ma anche senza sprechi.

Ho letto che Milena Gaba­nelli pro­pone difare come la Bbc. Ma tu ce li vedi i gior­na­li­sti entrati per clien­tela che si tra­sfor­mano in gior­na­li­sti inglesi? Non è che con un corso di inglese fanno la Bbc. Mi sem­bra utopia.

Come si dovreb­bero nomi­nare i ver­tici Rai?

È inu­tile che io dia sug­ge­ri­menti a Renzi, so che manda sms ai suoi amici e solo quelli legge. Vedo che vuole tra­sfor­mare la Rai nell’istituto Trec­cani. Una Rai che già non conta niente verrà ancora ridotta.

Scusi, ma pro­prio lei che è stato allon­ta­nato dalle reti Rai sostiene che l’attuale Rai è pluralista?

Se doves­sero dare a me la riforma della Rai, ini­zie­rei poten­ziando il plu­ra­li­smo. La tv ci con­di­ziona, ci pla­sma. Molte ricer­che dicono che chi è espo­sto di più a certi pro­grammi tv — cro­naca, nera — è più espo­sto alla paura e all’insicurezza. Que­sta tv spinge a destra: il suc­cesso di Sal­vini è il tipico pro­dotto della nostra tv loca­li­stica e gene­ra­li­sta. Invece oggi più che mai serve un una tv cri­tica, che difenda lo spet­ta­tore dalla mani­po­la­zione, che è il vero tema della comu­ni­ca­zione. In inter­net il vero e il falso sono lo stesso. E la mani­po­la­zione passa per gli algo­ritmi di inter­net. Serve una tv che crei spet­ta­tori avver­titi, quindi intel­li­genti. E infatti la fic­tion dei grandi colossi ame­ri­cani è fic­tion di critica,che ti fa vedere per esem­pio che la giu­sti­zia è uno stru­mento in mano ai più forti. Cosa vuol fare Renzi della Rai? Dice parole vaghe: la bel­lezza, l’arte. Put­ta­nate. Vuole solo privatizzare.

Contro l'apatia della democrazia

A guidare le società moderne sempre più plebisciti tecnocratici e sempre meno politica

di Barbara Spinelli* (Il Sole 24 Ore)

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l'adozione di lì a poco dell'euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni '90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d'origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell'euro segnano l'avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.
Il fenomeno si è acutizzato con la crisi cominciata nel 2007, ma già nel 1975 un rapporto scritto per la Commissione Trilaterale denunciava gli «eccessi» delle democrazie parlamentari postbelliche e affermava il primato della stabilità e della governabilità sulla rappresentatività e il pluralismo, giungendo sino a esaltare l'apatia degli elettori: «Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene».
Oggi viviamo all'ombra di quel plebiscito dei mercati mondiali, che non conosce scadenze o prove di falsificazione. Un po' come la guerra permanente al terrorismo. Ambedue producono un continuo stato di eccezione, dove gli equilibri delle democrazie costituzionali saltano per ricomporsi in maniera accentrata. Dominano gli esperti monetari, le élite finanziarie internazionali, i grandi istituti di credito, i complessi militari-industriali, e pochi Stati a torto considerati onnipotenti. L'efficienza e la rapidità delle decisioni economiche prevalgono su processi democratici ritenuti troppo lenti e incompetenti.

Gli effetti di questa decostituzionalizzazione li tocchiamo con mano in Italia. Il Piano di rinascita democratica di Gelli (redatto forse non a caso in concomitanza con il rapporto della Trilaterale) è stato fatto proprio da Craxi, poi da Berlusconi, infine da Matteo Renzi. Conta più che mai la governabilità, a scapito della rappresentatività e degli organi intermedi che aiutano la società a non cadere nell'apatia e nell'impotenza. È rivelatore anche l'uso di certe terminologie. Le riforme strutturali o di “efficientamento”, si tratta non di deliberarle attraverso discussioni democratiche, ma di “portarle a casa”. Portare a casa le riforme rimanda all'immagine di una caccia predatoria. Si parte verso territori infestati da nemici che possono intralciare la scorreria (contropoteri, organi intermedi, sindacati, spazi pubblici) per mettere in salvo il bottino nel fortilizio chiuso, e soprattutto privato, che è la “casa”. (Notiamo en passant che economia nei primordi è proprio questo: la legge, nòmos, della casa, oîkos. Saranno la politica e poi la democrazia a oltrepassare il perimetro casalingo.)

Sotto il plebiscito permanente dei mercati globali, la politica di per sé non scompare; si adatta, mutando natura. Ma scompare l'essenza della democrazia costituzionale, e cioè l'obbligo di separare le decisioni, nella consapevolezza che qualsiasi potere, se non controbilanciato da poteri altrettanto forti e autonomi, tende a divenire assoluto.
Il prosciugamento della democrazia colpisce anche le istituzioni europee, indebolendo radicalmente la funzione dell'Unione, che dovrebbe servire da filtro fra politica e mercati, fra Stati sempre meno padroni di sé e finanza globale sempre più sregolata e invadente. L'approdo temuto da Habermas è il «federalismo degli esecutivi»: una rivoluzione dall'alto, compiuta su ambedue i piani, nazionale ed europeo. Il dato tecnico-contabile prevale su ogni altra considerazione, svuotando anche nell'Unione organi di controllo quali il Parlamento europeo o la Corte di giustizia.

Da pochi mesi sono deputato europeo, e constato come quotidianamente vengano disattese promesse, violati articoli del Trattato di Lisbona e soprattutto della Carta dei diritti fondamentali, che pure dovrebbe essere vincolante per i ventotto Stati membri. Ricordo la sostituzione di Mare Nostrum con la missione europea Triton: in pratica si è deciso di rinunciare alle operazioni di ricerca e soccorso in mare dei migranti, contravvenendo a precisi regolamenti del Consiglio e del Parlamento europeo emanati nel 2014, alla Carta dei diritti e perfino al diritto del mare.
Ma oltre a Triton, molti altri articoli della Carta sono violati: sempre parlando di migranti, la proibizione delle espulsioni collettive e in particolare del rimpatrio laddove esista un rischio serio di subire la pena di morte o la tortura (art. 19); il diritto di asilo ai rifugiati sulla base della convenzione di Ginevra del 1951 (art. 18); il diritto alla vita (art. 2). Quanto alla politica economica e sociale, sono calpestati i diritti europei che tutelano le azioni collettive in difesa dei propri interessi (compreso lo sciopero), la tutela in caso di licenziamento ingiustificato, il diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose (articoli 28, 30, 31), oltre al diritto dei giovani ammessi al lavoro di beneficiare di «condizioni lavorative appropriate alla loro età» e di essere «protetti contro lo sfruttamento economico o contro ogni lavoro che possa minarne la sicurezza, la salute, lo sviluppo fisico, mentale, morale o sociale o che possa mettere a rischio la loro istruzione» (art. 32).

Lo stesso trattato di Lisbona è aggirato. Non è rispettato l'art. 2 che esige il rispetto delle minoranze (si pensi ai Rom). È tolta la garanzia contenuta nel preambolo di «attuare politiche volte a garantire che i progressi compiuti sulla via dell'integrazione economica si accompagnino a paralleli progressi in altri settori». Evapora anche l'impegno, ribadito nell'art. 3, a fare in modo che la competitività «miri alla piena occupazione e al progresso sociale» e si basi «su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente».
Questi e altri diritti sono sospesi, accampando come pretesto la crisi economica e le sue emergenze. È in questo quadro che il magistrato Giuseppe Bronzini parla di diritto emergenziale dell'Unione europea, divenuto cogente a seguito dell'introduzione di una serie di norme e accordi inter-statali stipulati sulla scia del dissesto economico del 2007-2008: un reticolato di leggi e normative che non si incardinano né nel diritto nazionale né in quello europeo, e che vengono così sottratte al controllo sia dei Parlamenti nazionali sia del Parlamento europeo. Sono state adottate dal direttorio degli esecutivi, gestite in comune da Commissione, Banca Centrale e l'organo estraneo all'Unione che è il Fondo monetario, e danno corpo, dentro l'Unione, a una zona di non-diritto. La Grecia è stata la vittima e lo spettacolare laboratorio della creazione deliberata di un limbo giuridico dentro l'Europa, tale da decostituzionalizzare al tempo stesso l'Unione che impone l'austerità e lo Stato membro che riceve l'ordine di applicarla. Lo ha ammesso il commissario Jyrki Katainen il 17 settembre 2014 in risposta a una domanda in merito agli effetti del programma di austerità sui diritti fondamentali garantiti dalla Carta: «I documenti del programma non sono legge europea, ma strumenti concordati tra la Grecia e i suoi creditori: pertanto la Carta non può essere usata come riferimento, e spetta alla Grecia assicurare che i propri obblighi sui diritti fondamentali siano rispettati».

In Italia, l'acme è stato raggiunto con la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto 2011. Essa conferma in pieno l'esistenza del diritto emergenziale: lo Stato membro è giudicato incapace di autogovernarsi e di ristabilire la fiducia degli investitori, ed è così che l'istituzione sovranazionale (in tal caso la Bce) interviene entrando nei dettagli di politiche che legalmente non dovrebbero pertenerle. È trasmodando che essa fissa non solo gli obiettivi ma anche le modalità per raggiungerli, reclamando: più efficienza del mercato del lavoro; piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, tramite privatizzazioni su larga scala; accordi a livello di impresa che soppiantino i contratti collettivi; revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti; interventi ulteriori nel sistema pensionistico; abbassamento significativo dei costi del pubblico impiego anche riducendo gli stipendi; tagli orizzontali alle spese pubbliche; uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione). Per evitare lungaggini democratiche, ciascuna di queste misure va presa «il prima possibile per decreto legge». Abbiamo quindi ad opera dell'Unione una decostituzionalizzazione della democrazia, e contestualmente una sua deparlamentarizzazione.
Non sorprende che la lettera sia stata vissuta come un colpo di mano, se non di Stato, compiuto dalle oligarchie al comando in Europa. Non servono la presenza fisica della troika o i memorandum per imporre dall'alto un comando che agisce allo stesso modo. La cosa apparve evidente agli addetti ai lavori, e nei giorni in cui la Bce mandava la sua missiva Mario Monti scrisse che l'Italia era stata di fatto commissariata da un “podestà forestiero” (Corriere della sera, 7 agosto 2011).

Un discorso a parte merita la corruzione. La sua incidenza sullo sviluppo economico e sul debito pubblico è macroscopica. Ma è segno dei tempi che né il Fiscal Compact, né i memorandum, né le troike, né le lettere della Bce giudichino opportuno soffermarsi su quello che Alexis Tsipras ha chiamato il «patto fra cleptocrazie nazionali, mercati internazionali ed élite europee». È segno dei tempi che non figurino nelle raccomandazioni di queste élite la lotta all'evasione fiscale né quella alle mafie, come se non esistesse un rapporto fra finanza e malavita. Avendo ormai un raggio d'azione e poteri globali, corruzione e criminalità organizzata contribuiscono allo svuotamento delle democrazie europee. Giocano un ruolo essenziale, ma che sistematicamente viene occultato.
In un saggio del magistrato Roberto Scarpinato (La legalità materiale, Micromega, ottobre 2014) si denuncia la «decostruzione progressiva dello Stato liberal-democratico di diritto», e un «complesso processo di reingegnerizzazione del potere, che trasferisce le sedi decisionali strategiche fuori dai parlamenti e dagli esecutivi nazionali, prima trasmigrandole all'interno di organi sovranazionali non elettivi, privi di rappresentatività democratica – quali la Bce e la Commissione europea – e poi da questi in organizzazioni internazionali come la troika, proiezioni istituzionali delle oligarchie finanziarie globali». Asservire la giustizia, e renderla inerme di fronte a una criminalità mondializzata, fa parte di questa reingegnerizzazione.

Allo stesso modo ne fa parte la decisione di devitalizzare il welfare, piuttosto che l'evasione di massa facilitata da quella criminalità. Scrive in proposito Scarpinato: «La corruzione opera come selettore in negativo della qualità degli investimenti internazionali e veicolo di occulta colonizzazione a basso costo di larghi settori dell'economia nazionale da parte del capitale globale sovranazionale più spregiudicato». È opinione diffusa che gli investitori esteri siano scoraggiati dalle lentezze della giustizia italiana e dalla corruzione, ma «i più accreditati studi in materia evidenziano una realtà più complessa. Le aziende globali privilegiano per i loro investimenti i paesi la cui legalità debole non solo consente di minimizzare i costi di produzione (minori tutele per l'ambiente, per i diritti dei lavoratori, maggiori possibilità di evasione fiscale), ma anche di conquistare posizioni di vantaggio e di oligopolio in vari settori di mercato grazie alla permeabilità a pratiche corruttive dei ceti dirigenti locali, talora remunerati pronto cassa, talora cooptati come soci occulti».

Che fare, in simili circostanze? Dal momento che tornare alle sovranità nazionali assolute non si può (la sovranità è in larga parte e da tempo perduta, l'Europa dovrebbe servire a restaurarla), il compito consiste nel ricostituzionalizzare sia il livello nazionale che quello europeo. Consiste nel porsi il problema della sovranità, anziché eluderlo. Nell'espandere i diritti, piuttosto che ridurli. La ricetta è sempre quella di Tocqueville: uscire con più democrazia dalla crisi della democrazia.

Vorrei menzionare tre battaglie minime, da fare prima di accingersi alla grande opera di ricostituzionalizzazione. Primo: vanno estese le libertà e le tutele garantite dalle vecchie Costituzioni, adattandole a nuove figure di cittadinanza partecipativa come i whistleblower. È uno scandalo che persone come Edward Snowden o Hervé Falciani o come il giornalista tedesco Udo Ulfkotte siano descritte rispettivamente come spie, o ladri (di dati), o traditori dell'Occidente perché denunciano la sottomissione dei media a strategie di guerre illegali. Sono i cani da guardia di democrazie pericolanti, di giornali asserviti al potere. Ne abbiamo bisogno per divenire cittadini non apatici, ma informati. Urge uno statuto che aiuti i whistleblower a uscire allo scoperto in presenza di corruzione, di violazione di diritti, di disinformazione.
Seconda battaglia: evitare che l'accordo commerciale con gli Stati Uniti (il TTIP) sfoci in un collettivo atto di abiura europeo: in una consapevole ritrattazione giurata di norme che l'Unione si è data lungo i decenni a tutela della salute, dell'ambiente, del benessere dei propri cittadini, dell'autonomia delle proprie corti. È il plebiscito permanente dei mercati che, se non contrastato, ancora una volta ci schiaccia.

La terza battaglia porta sulla moltiplicazione degli strumenti di democrazia e di controllo. Il Trattato di Lisbona prescrive ad esempio, nell'articolo 6, che l'Unione aderisca alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Ma per salvaguardare le proprie competenze ed evitare incursioni nel proprio campo, la Corte europea di giustizia ha decretato nel dicembre scorso che le due Carte non sono “compatibili”. Nella sostanza, l'Unione europea si comporta come i vecchi sovrani assoluti: non riconosce autorità alcuna sopra la propria. Giunge sino all'assurdo di non accettare giudizi della Corte di Strasburgo, ossia del Consiglio d'Europa, in ambiti – la politica estera e di sicurezza, cioè la pace e la guerra – su cui lei stessa non ha, per trattato, diritto di parola.
Ecco l'Europa che abitiamo: un'Unione che infrange le regole che essa stessa si è data e ha la faccia tosta di vietare intrusioni di altre Convenzioni e altre Corti. Forse perché teme giudizi malevoli di nazioni europee ritenute inferiori, come la Russia. Di certo per scongiurare l'uscita dall'apatia – giuridica, politica, democratica – che è il principale dei nostri mali presenti.

*Barbaro Spinelli è deputato europeo dell'Altro Europa con Tsipras

25.2.15

La politica al tempo dell’esecutivo

Gustavo Zagrebelsky (La Repubblica)

Viviamo un tempo esecutivo. “L’esecutivo” vorrebbe tutto. “Il legislativo” e “il giudiziario” dovrebbero essere nulla. Se vogliono contare qualcosa, sono d’impiccio. Il loro dovere è di adeguarsi, di allinearsi, di mettersi in riga. L’esecutivo deve “tirare diritto” alla meta, cioè deve “fare”, deve “lavorare” (e più non domandare). Il legislativo e il giudiziario, se non “si adeguano”, costringono a rallentamenti, deviazioni, ripensamenti, fermate: cose che sarebbero normali e necessarie, nel tempo degli equilibri costituzionali; che sono invece anomalie dannose, nel tempo esecutivo.

Il tempo esecutivo è anche, e innanzitutto, un tempo in cui la politica è messa in disparte. Chi parla di politica è sospettato d’ideologia. La politica è innanzitutto discussione e scelta dei fini in comune. Il tempo esecutivo annulla il discorso sui fini e si concentra sui soli mezzi. Concentrarsi sui soli mezzi significa assumere come dato indiscutibile ciò che c’è, l’esistente, il presente. Il fine unico del momento esecutivo è la necessità che obbliga.

Le parole seduttive e di per sé vuote come “innovazione”, “riforme”, “modernizzazione”, “crescita” sono parole non di libertà, ma di necessità, necessità che non lascia spazio alla scelta del perché, ma solo del percome. Gli esecutivi del tempo attuale dove dominano gli interessi finanziari, nelle posizioni-chiave sono occupati da uomini d’affari e di finanza perché essi, con tutti i mezzi, anche con i più amari per i cittadini e per le loro condizioni di vita, devono essere garanti di assetti ed equilibri che s’impongono perentoriamente come se fossero fatalità. Sono anch’essi, a modo loro, vittime della necessità.

Il tempo esecutivo e nonpolitico è anche tempo della tecnica che soppianta la democrazia. Gli esecutivi “tecnici” che, in forma più o meno esplicita, hanno preso piede negli ultimi decenni non sono anomalie, ma conseguenze funzionali a questo stato di cose che è il mantenimento dello status quo o, come anche è stato detto, la dittatura del presente che si autoriproduce e aspira a crescere sempre di più su se stessa. La tecnica è in sé, per sua natura, conservatrice. Quando si richiede l’intervento di un tecnico su un manufatto, ciò è per ripararlo in caso di guasto o per potenziarne le possibilità, non certo per cambiarlo. La stessa cosa è per la tecnica che prende il posto della politica. Se si pongono questioni di giustizia, non è in vista di riforme sociali, come quelle programmaticamente indicate dalla Costituzione, ma è solo per dare sfogo alla pressione delle ingiustizie quando diventano pericolose per la stabilità degli equilibri che devono essere preservati. Si può facilmente constatare la connessione che naturalmente si crea tra i governi tecnici e l’occultamento della politica. C’è una coerenza, ma una coerenza inquietante.

Lo schiacciamento sulla perpetuazione del presente coincide con l’assenza di discorsi sui fini, condannati a priori come irresponsabili o, nella migliore delle ipotesi, come vaneggiamenti impossibili. Una delle espressioni più in uso e più violentatrici della politica è “non ci sono alternative”. Non ci si accorge che chi soggiace alla forza intimidatrice di quest’espressione si fa sostenitore di nichilismo politico, la forma più perfetta di anti-politica conservatrice. Del nichilismo politico, il corollario è la tecnocrazia: i tecnocrati rifuggono da ogni discorso sui fini che bollano come “ideologia”, come se il loro realismo cinico non sia esso stesso un’ (altra) ideologia.
Il nichilismo è il regno del nulla. Poiché la vita pubblica si alimenta con la “comunicazione”, si comunica il nulla. O, meglio: si comunicano le misure tecniche, e con molta enfasi. Ma le idee politiche svaniscono entro un linguaggio allusivo che non ha nulla di politico. Così, in assenza di discorsi effettivamente politici, i contrasti vengono ridotti alla contrapposizione tra il voler fare e il volere impedire di fare. Il tempo tecnico è il tempo delle banalità politiche e, parallelamente, dei “politici” banali.

La politica, per gli Antichi, era l’arte del buon governo: il buon politico era colui che conosceva le regole pratiche della sua azione. La politica, per i Moderni, è un’altra cosa: è innanzitutto confronto e competizione tra visioni diverse della società, cui segue — segue per conseguenza — l’azione tecnico-esecutiva.

Solo questa concezione della politica è compatibile con la visione costituzionale della democrazia, cioè con il pluralismo delle idee e il libero dibattito tra chi se ne fa portatore, l’organizzazione delle opinioni in partiti e movimenti politici, il rispetto dei diritti di tutti e specialmente delle minoranze, le libere elezioni, il confronto tra maggioranza e opposizione, la possibilità riconosciuta all’opposizione di diventare maggioranza secondo regole elettorali imparziali. Questi elementi minimi, costitutivi della democrazia, si svuotano di significato, quando il governo delle società è conservazione attraverso misure tecniche. Le forme della democrazia possono anche non essere eliminate ma, allora, la sostanza si restringe e rinsecchisce, come un guscio svuotato. Le idee generali e i progetti si inaridiscono; i partiti si cristallizzano attorno alle loro oligarchie; il conformismo politico alimenta il cosiddetto pensiero unico e il pensiero unico alimenta a sua volta il conformismo politico. La competizione tra i partiti solo illusoriamente ha una posta politica. In realtà si trasforma in lotta per ottenere posti.

Quando si denuncia il deficit di democrazia si vuole riassumere il rattrappimento della vita pubblica sull’esistente, presentato come unica possibilità, cioè — per usare uno slogan — come “dittatura del presente”. Per usare un terribile linguaggio filosofico, l’ ente viene presentato e imposto come se fosse l’ essere, e l’essere è ciò che necessariamente è. Tutto il resto, tutto ciò che non vi rientra, nel caso migliore è bollato come futilità e, in quello peggiore, impedimento o sabotaggio.
Il tempo esecutivo è incompatibile con il dissenso operante. Per questo, nel governo esecutivo i diversi soggetti della vita pubblica devono progressivamente livellarsi e sincronizzarsi. In una parola: devono egualizzarsi e mettersi in linea, la “linea nazionale”. Sentiamo parlare di “partito della Nazione”, c’è la tentazione di voler essere il premier (non di un governo, d’una maggioranza, ma) della Nazione al di là di destra e sinistra, abbiamo la Tv della Nazione, avremo presto, forse, l’Editore nazionale, eccetera.

Ma, il luogo istituzionale in cui consenso e dissenso politico e sociale dovrebbero esprimersi con compiutezza è un parlamento risultante da libere elezioni. Questo dovrebbe essere il punto di riferimento della democrazia, la sede che al massimo livello rappresenta — come dicevano i costituzionalisti d’un tempo — la coscienza civile della Nazione tutta intera, non però come un intero, ma come componenti di un “intero confronto” tra loro. Un tale parlamento sarebbe precisamente il primo ostacolo che incontra il governo esecutivo. Questa spiega perché lo si umili spesso con procedure del tipo “prendere o lasciare” e perché coloro — deputati e senatori — che collaborano al progetto del governo esecutivo si umilino essi stessi accettando senza lamentarsi, o con deboli lamenti, la minaccia dello scioglimento che viene ventilata, come se fosse prerogativa del presidente del Consiglio e non del presidente della Repubblica. Sotto quest’aspetto dovrebbero principalmente valutarsi le riforme istituzionali: aumentano o diminuiscono la capacità rappresentativa del Parlamento?

Le espressioni verbali che usiamo sono spesso rivelatrici. Della legge elettorale si dice ch’essa deve consentire ai cittadini di conoscere il vincitore “la sera stessa”. Ma la politica democratica non conosce vincitori e vinti. Dalle elezioni risulterà il partito che è più forte degli altri numericamente, ma non certo il partito che, per i successivi cinque anni della legislatura, “ha sempre ragione”. Non ci si rende conto di che cosa trascina con sé questa espressione, tanto disinvoltamente usata nel dibattito politico: implica disprezzo per i partiti minori che formano le opposizioni e l’insofferenza verso i poteri di controllo, la magistratura in primo luogo.

Nella democrazia costituzionale — l’opposto della tirannia della maggioranza — non c’è posto per strappi e “aventini”. Ma il partito che ha ottenuto il maggior successo nelle elezioni, proprio per questa ragione, ha un onere particolare: governare senza provocare fratture e strappi, onde chi risulta soccombente non abbia motivo di ritenersi vinto, annientato, e non debba considerare la sua presenza nelle istituzioni ormai superflua.

Quando si guardano i cambiamenti istituzionali in corso d’approvazione nel loro complesso — non questa o quest’altra disposizione presa a sé stante — è difficile non vedere, a meno di non voler vedere, il quadro: un sistema elettorale che, tramite il premio di maggioranza e, ancor di più, con il ballottaggio, comprime la rappresentanza e schiaccia le minoranze, nella logica vincitore-vinti; una sola camera con poteri politici pieni e con procedimenti dominati dall’esecutivo; un’attività legislativa in cui la deliberazione rischia in ogni momento di ridursi a interinazione veloce delle proposte governative; controllo maggioritario, rafforzato dal premio di maggioranza, delle nomine di garanzia (presidente della Repubblica, giudici costituzionali, membri del Csm, presidente della Camera, e successive decisioni a questi attribuite); minaccia di scioglimento della Camera in caso di dissenso dal Governo: tutte questioni in ballo nel processi di riforma in corso, che restano in piedi anche nelle nuove versioni dei testi in discussione, pur emendati rispetto agli originari.

Soprattutto, influisce sul giudizio della situazione il silenzio totale su due punti cruciali: la democrazia nei partiti e la vitalità dell’informazione. Qui sta la materia prima della democrazia e se la materia è corrotta, quale che sia il manufatto (cioè l’impalcatura istituzionale) il risultato non potrà non portare i segni della corruzione. Il guscio sarà svuotato della sostanza. Anzi, servirà a mascherare lo svuotamento.

Non si tratta di difendere un’astratta intoccabilità della Costituzione, la quale prevede la possibilità e le procedure per la propria stessa riforma. La Costituzione non è un totem. Nemmeno è “la costituzione più bella del mondo”. Semplicemente essa delinea una forma politica che si basa sulla democrazia di partecipazione, dove le decisioni collettive procedono attraverso contributi dal basso, cioè dai bisogni sociali, dalle convinzioni della giustizia e della libertà che si formano nella società, si organizzano in forme associative e si esprimono negli organi rappresentativi e si sintetizzano e si traducono in pratica attraverso l’opera del governo.

L’articolo è una sintesi del testo che Gustavo Zagrebelsky presenterà per la discussione a Firenze venerdì e sabato all’associazione Libertà e Giustizia

22.2.15

Arte, politica e feste licenziose il Rinascimento di papa Giulio III

22 febbraio 1550. Dopo 10 settimane di conclave, Giovan Maria Ciocchi del Monte viene eletto pontefice, nonostante il mancato sostegno dell'imperatore Carlo V Tra luci e ombre, il suo regno è strettamente legato alla figura del cardinale Innocenzo suo favorito e presunto amante

Claudio Rendina (La Repubblica)

È durato tre mesi il conclave che ha eletto pontefice il cardinale Giovanni Maria Ciocchi del Monte; è consacrato il 22 febbraio 1550 assumendo il nome di Giulio III e si delinea subito come un papa fortemente votato ai fasti rinascimentali, alle feste, ai banchetti che accompagnano la sua elezione. Coltiva l'omosessualità con ragazzi e uomini adulti, non badando a nasconderla; ordina la costruzione sulla via Flaminia della villa che sarà poi nominata Giulia dal suo nome, destinata a ospitare ogni tipo di orge. Inoltre, il papa pensa a sistemare il suo amante diciottenne, Santino, «pezzente ragazzo», secondo una qualifica di Antonio Muratori; secondo alcuni pettegolezzi, il ragazzo sarebbe addirittura il figlio naturale del pontefice. Santino è nato «da una povera donna che andava accattando», ribattezzato da Giulio III con il nome di Innocenzo e con il cognome della sua famiglia, grazie all'adozione da parte del fratello Bartolomeo. Il papa «se lo è preso in camera e nel proprio letto» e ha provveduto a farlo «ammaestrare nelle lettere e civilmente educare», iscrivendolo fin dall'età di 12 anni alla «ecclesiastica milizia», assegnandogli da cardinale il titolo di parroco della cattedrale di Arezzo, e pochi mesi dopo la nomina pontificia, il 31 maggio, conferendogli il titolo cardinalizio di San Teodoro.

Non finisce qui l'attenzione del pontefice verso l'amante preferito perché, come riferisce sempre il Muratori, «l'empiè fino alla gola di benefizi e di rendite ecclesiastiche», che assommano a 36 mila scudi; Innocenzo viene nominato anche legato di Bologna e della Romagna, nonché protettore dei Catecumeni, ed è messo a capo delle tre abbazie di San Saba, Miramondo e Santa Maria di Grottaferrata. E non finiscono qui le nomine prestigiose, perché il pontefice arriva ad affidare al suo favorito addirittura la Segreteria di Stato, anche se solo nominalmente perché Innocenzo è incapace di curare bene gli affari. Ultimo incarico a favore del giovane, lo nomina a cardinal nepote. A Innocenzo fanno capo le nunziature e i problemi di carattere politico; ma il giovane non ha le capacità necessarie, come per la Segreteria, tanto che si limita a firmare dispacci e a riscuotere le entrate della carica, mentre lo svolgimento degli affari è curato dal Segretario di Stato Girolamo Dandino. Al pontificato di Giulio III, caratterizzato dall'estrema licenziosità dei costumi, va il merito di aver riaperto il concilio di Trento nel 1551, confermando lo statuto dei Gesuiti, ai quali il papa affida l'anno dopo il Collegio Romano e il Collegio Germanico, un abile mossa per tenere lontane da sé le reprimende moralistiche nei confronti della sua vita di corte. E ancora, apertosi il conflitto tra l'impero e la Francia, il pontefice combatte contro i Farnese, alleati del re di Francia, che difende i protestanti, ma di fronte a un conflitto che rischia di prolungarsi, si riappacifica con i Farnese e sospende il concilio, ritenendolo incapace di bloccare le ostilità. Quando nel 1555 Giulio III muore, il nuovo papa Marcello II non fa a tempo a reprimere le velleità di Innocenzo, perché dura in carica solo venti giorni. Va meglio al successivo pontefice Paolo IV, che lo fa imprigionare a Castel Sant'Angelo, prima di morire dopo soli tre mesi di pontificato. Così la sua sorte resta legata al nuovo papa Pio IV, che fa scarcerare Innocenzo dopo sedici mesi, spogliandolo però di tutti i suoi benefici e lasciandogli solo mille scudi, relegandolo a Pisa presso i Gesuiti, perché lo redimano. Ma Innocenzo non dà segni di pentimento, e quando viene fatto tornare a Roma il suo comportamento non è mutato, per cui il nuovo papa Pio V gli toglie il titolo cardinalizio e lo relega a Montecassino per una nuova riabilitazione. Innocenzo tornerà a Roma definitivamente perdonato per volere di Gregorio XIII, ma vivrà di stenti, finché morirà a 46 anni nel 1578.

Guerre terrorismo violenza. Devo parlare ai miei bimbi per rassicurarli o è meglio tacere?

(dal Corriere)

Sono madre di due figli (5 e io anni) e sempre di più mi spaventa non solo pensare al mondo in cui ho messo i miei figli tra guerre, terrorismo, violenza contro le vittime più innocenti - ma anche il fatto che i miei bambini possano vedere immagini tremende di uccisioni e attentati, morti e feriti, e sentano parlare di queste tragedie di cui ormai discutono anche i bambini. Non dovrebbero essere protetti da queste terribili realtà ? Che cosa posso fare in questa situazione?

(Risponde Anna Rezzara, professore ordinario di Pedgogia)

C'è una inquietante contraddizione, nel nostro tempo, tra il desiderio crescente dei genitori di proteggere i figli da ogni rischio, di saperli sani, sicuri, felici, e il fatto che mai come oggi i bambini siano immersi in una comunicazione diffusa, la stessa comunicazione che arriva agli adulti, e che non li preserva dal contatto anche con gli aspetti più duri e tragici della realtà. Immagini di guerre, massacri e distruzioni dallo schermo della televisione, parole come terrorismo, attentato e strage sono esperienze quotidiane di bambini e ragazzi, che qualche volta si traducono in domande ai genitori, ma più spesso rimangono inespresse ad animare pensieri, paure e fantasie. Le immagini molto più delle parole, rischiano di turbare: mostrano direttamente al bambino, senza la mediazione di un racconto, la possibilità reale che la normalità della sua vita, la sopravvivenza stessa sua e delle persone care siano in pericolo. Non possiamo illuderci di preservare i bambini dal contatto con queste realtà, possiamo però fare molto per evitare che generino angoscia, che li facciano sentire insicuri e indifesi. Dobbiamo innanzitutto rinunciare alla tentazione di negare o nascondere ai bambini questi aspetti dolorosi della realtà: saranno più forti se avranno potuto progressivamente pensarli e parlarne all'interno di un rapporto rassicurante con i genitori. Due sono le cose essenziali da fare: aiutare i figli a esprimere pensieri e paure, e rispondere al loro bisogno di sentirsi protetti. Non lasciamoli soli con queste immagini e parole, parliamone con loro, sollecitiamoli a dire che cosa pensano e che emozioni provano, rispondiamo alle domande. I modi sono diversi nelle diverse età. Con i più piccoli, che dovrebbero essere protetti da immagini troppo dure, possiamo commentare ciò che vedono o sentono, tradurre in parole e racconti le immagini, dare semplici spiegazioni, rispondere alle loro domande in modo breve e chiaro, sconfinare anche in linguaggi loro familiari, come gioco e disegno, per esprimere pensieri ed emozioni. Dobbiamo aiutarli ad avvicinarsi a pensieri difficili rendendoli comprensibili e tollerabili, senza dimenticare che per loro realtà e immaginazione sono ancora in rapporto stretto. Per i più piccoli la rassicurazione sarà fatta di vicinanza, di contatto fisico, di gesti, a garantire che qualcuno protegge dal male del mondo di fuori. I più grandi (dai 78 anni in su) si dovrà aiutarli a trovare motivi e significati agli eventi drammatici di cui vedono le immagini e sentono parlare: dare, o cercare insieme, informazioni, spiegare cause, collocare nella storia e situare nei luoghi le guerre, i conflitti, definire i termini usati nell'informazione, aiutarli a passare dall'impatto di un'immagine alla comprensione di che cosa accade e perché. Si dovrà aver cura di aprire e tenere aperto un discorso con loro sia sugli eventi che li colpiscono sia su pensieri, sentimenti che provocano in loro. Essenziale sarà pure rispondere alle loro domande, attenti a comprendere quale sia la vera richiesta (informazione? conforto? condivisione?). Il consiglio è di puntare sulla loro curiosità e capacità di ragionamento per sciogliere paure, sensazioni di rischio e di fragilità trasformandole in risorse di conoscenza, in informazione, in questioni etiche e anche in ipotesi su come potrà risolversi o evolvere la vicenda: perché comprendere una situazione la rende meno temibile. Li rassicureremo, oltre che con la nostra presenza e attenzione, anche parlando di ciò che si fa e si potrà fare contro le guerre, della forza di essere insieme e tanti impegnati in cause di pace. Una raccomandazione, infine: per aiutare i figli a reagire in modo costruttivo a ciò che li spaventa, riflettiamo anche sulle emozioni e gli stati d'animo che comunichiamo loro, perché le nostre paure o la nostra serenità; il nostro sentirci indifesi e minacciati oppure fiduciosi influiranno sulle loro reazioni ben più di ciò che diremo loro.

18.2.15

La guerra in Libia è un regalo al califfo

Lucio Caracciolo (Limes)

Una campagna militare di crociati e apostati: al-Baghdadi non potrebbe chiedere di più.
Senza assecondare l'avventurismo di chi dimentica il nostro passato coloniale, l'Italia può fare qualcosa contro i jihadisti della Quarta sponda.

Il “califfo” al-Baghdadi non potrebbe sperare di meglio: l’invasione armata di ciò che resta della Libia, condotta da ”crociati” (italiani, francesi e altri europei) e “apostati corrotti” (egiziani più arabi e africani vari).

Eppure del nuovo sbarco sulla quarta sponda si discetta nelle cancellerie europee e nei palazzi dei monarchi e delle giunte militari arabe, con il discreto ma pressante incoraggiamento americano. Una operazione di controguerriglia da sviluppare su un territorio largamente desertico grande sei volte l’Italia, in totale caos geopolitico, dove si affrontano decine di bande e milizie di vario colore e appartenenza etnica, locale o regionale, tutte armate fino ai denti.

Una campagna che in teoria si presenta non dissimile dalle guerre sovietica o americana in Afghanistan, solo in un contesto molto più confuso e senza i mezzi delle superpotenze. Ma con la stessa carenza di obiettivi chiari e perseguibili.

Perché, contrariamente a quanto affermano i suoi portavoce, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni che continuano a massacrarsi senza pace usano il marchio “califfale” in franchising, per ottenere visibilità e attirare reclute.

In ogni caso, per una spedizione oltremare toccherebbe esibire una bandiera Onu autorizzata dal Consiglio di Sicurezza - percorso non scontato - in modo da vestirla da “operazione di pace”. Come ha avvertito il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, l’Italia «è pronta a combattere, naturalmente nel quadro della legalità internazionale».

Stavolta però la foglia di fico onusiana non potrebbe mascherare la natura della guerra: non c’è nessuna pace da preservare, nemmeno in embrione. Non basta: il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha annunciato che Roma aspira a guidare l’agognata missione schierando un contingente di cinquemila uomini. In effetti, più che di soldati avremmo bisogno di carri armati (Rommel docet), che non abbiamo: quelli davvero efficienti si contano sulle dita delle mani o poco più.

Peggio, sembra che alcuni esponenti del governo abbiano persa la memoria del nostro passato coloniale in Tripolitania e in Cirenaica. Certo non l’hanno dimenticato i libici. «Tutto ciò cui aspiriamo è avere di nuovo gli italiani qui fra le mani», ha twittato uno dei più seguiti blogger di Misurata, nemmeno fra i più radicali. Per vendicare Omar al-Mukhtar e i suoi gloriosi martiri.

Quattro anni dopo aver partecipato controvoglia, su uno strapuntino dell’ultimo minuto, alla liquidazione franco-britannica di Gheddafi (e della Libia), adesso rischiamo dunque di tornarci in pompa magna, per ritessere la tela che abbiamo strappato. A supportare le ambizioni egiziane sulla Cirenaica e gli interessi francesi nel Fezzan.

Invece del Colonnello, con cui flirtammo per quattro decenni, lavoreremmo stavolta per un sedicente generale dalle ambigue credenziali, Khalifa Heftar, appoggiato da egiziani, sauditi, emiratini e altri petromonarchi del Golfo. Il quale ha saputo abilmente intestarsi la “guerra al terrorismo” (sezione libica), certificato di qualità ad uso dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali meno avvertite, utile a legittimare l’eliminazione dei propri avversari - in questo caso anzitutto le milizie di Misurata e altri gruppi presuntamente “islamisti”.

Puro avventurismo geopolitico, che fra l’altro significherebbe esporci gratuitamente al terrorismo jihadista sul nostro territorio molto più di quanto non lo si sia adesso. A rimettere ordine nel dibattito pubblico alimentato dai suoi stessi ministri ha pensato Matteo Renzi, avvertendo che «non è tempo per una soluzione militare». Il nostro premier ha preso tempo: meglio “aspettare l’Onu”. E ha correttamente osservato: «In Libia non c’è un’invasione dello Stato Islamico, ma alcune milizie che combattevano lì hanno iniziato a fare riferimento a loro».

Renzi mostra così di non voler cadere nella trappola della propaganda del “califfo”, che si annuncia “a sud di Roma”. E, se volessimo davvero combattere lo Stato Islamico, potremmo attaccarlo dove effettivamente si trova, fra Siria e Iraq. Non risulta però che i nostri piloti siano autorizzati a colpirlo.

Ma qualcosa si può e si deve fare. Prima di tutto, non accendere nuovi focolai di guerra senza speranza di vincerla. Poi, usare le leve finanziarie di cui ancora disponiamo per bloccare i flussi di denaro che arrivano ai gruppi armati - operazione tutt’altro che impossibile. In terzo luogo, colpire i traffici che alimentano i miliziani, compresi i jihadisti che fanno riferimento allo Stato Islamico. Tra Iraq e Siria gli americani hanno bombardato con qualche successo raffinerie e impianti controllati dal “califfato”.

In Libia le Marine occidentali potrebbero affondare, prima che partano, le barche con cui i mercanti di essere umani attraversano il Canale di Sicilia, lucrando su migliaia di disperati.

Un blocco navale di fatto, accompagnato da operazioni di forze speciali nei porti libici, infliggerebbe un colpo severo al più osceno dei traffici. E alla cassa degli aspiranti emuli del “califfo”.

17.2.15

Libia "libera": tutte le frasi più stupide

 (Libero)

Nel 2011 molti politici e intellettuali si esaltarono per le «primavere arabe». E quando Berlusconi si dimostrò restìo ad intervenire contro Gheddafi, nel timore del caos libico che ne sarebbe seguito, tutti gli diedero addosso. Ecco una breve antologia di quanto si diceva all’epoca. In alcuni casi abbiamo accostato, dello stesso autore, le opinioni di quattro anni fa a quelle di oggi: i giudizi sulla situazione libica sono quasi opposti, manca l’ammissione di avere sbagliato.

"Il primo ministro (Berlusconi, ndr) non ha osato ancora riconoscere che dopo quasi 42 anni di dittatura - il doppio di Mussolini! - è ben venuto il tempo che si allontani dal potere quel partner sanguinario cui Silvio Berlusconi ha da poco baciato la mano assassina in pubblico. Neanche le cifre di una vera e propria ecatombe in Libia lo hanno indotto a chiedere che Gheddafi sia assicurato a una corte di giustizia internazionale. Come mai persiste una simile, vile titubanza?"
(Gad Lerner, la Repubblica, 24 febbraio 2011)

"Che la situazione in Libia potesse precipitare era chiaro fin dall’estate scorsa, quando si è perso ogni controllo su questo territorio mediterraneo posto sui nostri confini meridionali (...) Le crudeli decapitazioni dei cristiani copti a Sirte segnano oggi un passaggio senza ritorno. Mi auguro che il governo e lo stato maggiore delle Forze Armate abbiano predisposto in questi mesi piani efficaci di intervento a tutela della nostra sicurezza nazionale".
(Gad Lerner, sul suo blog, 15 febbraio 2015)

"Obama ha mantenuto la promessa fatta due anni fa con il discorso del Cairo, rivolto al mondo musulmano. Ha appoggiato i movimenti democratici, pur compiendo qualche contorsione diplomatica. (…) Anche l’Europa è stata fedele ai suoi principi condannando la repressione e pronunciandosi in favore degli oppositori in rivolta. Soltanto l’Italia di Berlusconi ha mancato all’appuntamento d’onore per un paese democratico. Se l’insurrezione libica affogherà nel sangue, il governo italiano avrà la sua parte di vergogna".
(Bernardo Valli, la Repubblica, 22 febbraio 2011)

"Oggi la Libia non è più oppressa da un raìs megalomane e sanguinario, ma è un mosaico di tribù rissose incontrollabili dal governo centrale".
(Bernardo Valli, la Repubblica, 18 gennaio 2013)

"Angela Merkel ha usato un’espressione rivelatrice: vuole “aspettare e vedere come si evolve la situazione”. I prossimi popoli che covano voglie di ribellione e libertà sono avvisati. (...) L’Italia poi è irrilevante, e tiene a esserlo. Ogni giorno che passa rende lo scioglimento più arduo. Che la banda Gheddafi se ne vada per via di persuasione e qualche embargo, è impensabile. Che si rimetta saldamente in sella e tutti ricomincino a trafficarci come prima, è il sogno di molti, ma difficile da realizzare. E allora? Allora, siccome il tempo è un fattore decisivo per qualunque sbocco, l’Europa prende, cioè perde, tempo".
(Adriano Sofri, la Repubblica, 17 marzo 2011)

«Non c’è nessun “kafir”, infedele, persona o paese, che possa sentirsi al riparo dal jihad islamista. Il terrorismo politico di formazioni arabe di altri tempi consentiva furbizie e sotterfugi, per il terrore superstizioso di oggi non ci sono mediatori come il colonnello Giovannone. Questo vuol dire anche che quando si dice che “la soluzione è in Libia” (Renzi) o “siamo pronti a batterci in Libia”, non si può fermarsi lì, tantomeno tornare indietro».
(Adriano Sofri, la Repubblica, 15 febbraio 2015)

«Peccato per il silenzio dei “pacifisti”: ma dove sono mentre Gheddafi bombarda il suo popolo? In week end temo».
(Gianni Riotta, il Sole 24 Ore, 6 marzo 2011)

"Ieri il ministro Gentiloni ha detto bene: finché Isis occupa uno Stato terrorista non ci sarà pace in Europa".
(Gianni Riotta, la Stampa, 9 gennaio 2015)

"Per quanto abborracciato sia stato l’intervento in Libia, le conseguenze di un non-intervento sarebbero state assolutamente peggiori. La Francia ha il merito di aver reso tempestivo l’intervento e la colpa di aver preteso una leadership che nessuno aveva voglia di riconoscerle".
(Vittorio Emanuele Parsi, la Stampa, 20 aprile 2011)

"Com’è risaputo, sono stati i francesi a insistere per deporre Gheddafi, ma non hanno pianificato la fase successiva. (...) La responsabilità di questo pasticcio grava su Londra e Parigi ma, anche se la frittata l’hanno fatta gli altri, ora chi se la ritrova davanti alle proprie coste siamo noi".
(Vittorio Emanuele Parsi, intervista al Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2015)

"Nei paesi nordafricani vigeva simile spartizione di compiti: ai despoti il dominio politico, alle moschee la libertà di modellare l’intimo delle coscienze. L’accordo di scambio sta saltando ovunque, tanto che si parla di fallimento colossale di quella che gli Occidentali chiamavano stabilità. È in nome della stabilità che Berlusconi ha chiamato Mubarak un saggio, e ha detto non voler “disturbare” Gheddafi poco prima che questi bombardasse i libici facendo centinaia di morti".
(Barbara Spinelli, la Repubblica, 23 febbraio 2011)

"In Iraq come in Libia, stiamo assistendo alle conseguenze di guerre che hanno letteralmente generato Stati fallimentari e caos, nonostante i fuorvianti propositi iniziali".
(Barbara Spinelli, intervento all’Europarlamento, 2 settembre 2014)

"Le violenze (di Gheddafi, ndr) andavano condannate subito. Riconosco che c’erano stati tali legami e un tale intreccio di interessi per cui c’era qualche difficoltà ad avere la reazione che questi eventi richiedono. Berlusconi ha blandito Gheddafi. I rapporti con la Libia sono utili ma la dignità va sempre salvata".
(Romano Prodi, 22 febbraio 2011)

"Non poteva esserci diversa conseguenza di una guerra sciagurata voluta sconsideratamente dalla Francia e che l’Italia ha seguito in modo folle e incomprensibile. Non avevo mai visto un paese che paga una guerra fatta contro di lui".
(Romano Prodi, 14 febbraio 2015)

"Berlusconi ha ripetuto per anni: “amico Putin, amico Gheddafi”, ma a cosa ci hanno portato le sue relazioni speciali? Ad essere il tappetino delle autocrazie, se non vere e proprie dittature".
(Pier Luigi Bersani, 22 febbraio 2011)

"L’Italia sta apparendo complice di un tiranno nel momento in cui si denuncia un genocidio. Di fronte a questo non è possibile essere esitanti. (...) L’attenzione non va spostata sui profughi. In questo momento il tema è il vento di libertà che sta soffiando e come contribuiamo a cacciare i dittatori dal Mediterraneo".
(Nichi Vendola, 23 febbraio 2011)

"Protagonisti della rivolta sono stati giovani che non sanno che farsene del Libretto verde, connessi alla società mondiale attraverso la Rete. (...) Cosa hanno a che fare essi con Al Qaeda? Per gli islamisti radicali queste rivolte sono una cocente sconfitta".
(Renzo Guolo, la Repubblica, 25 febbraio 2011)

"Il “dopo” terrorizza. E si accusa la Francia dello smanioso Sarkozy di procedere alla cieca, senza preoccuparsi del predominio delle tribù, o dello spazio dei fondamentalismi che si potrebbe spalancare “dopo” Gheddafi. (…) Ma il terrore del “dopo” può essere un principio di paralisi se il “dopo” è pressoché ineluttabile. E non c’è peggiore impotenza politica dichi è prigioniero della nostalgia per il dittatore con cui si facevano ottimi affari. Nella stabilità perduta".
(Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 30 marzo 2011)

6.2.15

Draghi fa ballare Grecia e Merkel

di Paul Krugman (La Repubblica)

NELLA drammatica vicenda della Grecia le cose si fanno quasi folli.
In pratica, la Bce non accetterà più in garanzia i titoli del debito pubblico di Atene. La reazione iniziale all’annuncio da parte di alcuni osservatori è che questa è la fine e che la Bce di fatto sta staccando arbitrariamente e bruscamente la spina. Ancor prima che avessi modo di approfondire i particolari, però, ho intuito che non deve essere così. Di Mario Draghi si possono dire molte cose: che forse non riuscirà a salvare l’euro, e che forse commetterà qualche errore madornale. Ma ottusità e durezza no, non rientrano nel suo stile. Certo, stiamo parlando di una decisione che implica molto più di quanto abbiano suggerito i primi titoloni. Le banche greche non fanno più molto ricorso a questo canale di finanziamento, che non necessariamente le mantiene a galla. Tramite la loro banca centrale, le banche greche potranno continuare a chiedere prestiti indirettamente. Di conseguenza, non si tratta di un evento in grado di innescare una crisi.
Qual è il punto, allora? Si tratta di un atteggiamento. Di un segnale. Ma lanciato a chi? E a quale scopo?
Forse si tratta di uno sforzo mirante a spingere i greci a raggiungere un accordo, ma secondo me — e la mia è una semplice supposizione — tutto ciò di fatto è rivolto ai tedeschi.
Da un lato, la Bce sta facendo la voce forte, così da togliere un po’ i tedeschi dal groppone dei greci. Dall’altro, si tratta di un vero e proprio segnale d’allarme: “Cara Cancelliera Merkel, ormai siamo tanto vicini a un crac delle banche e all’uscita di Atene dall’euro. Sei sicura, davvero sicura, di voler proseguire lungo questa strada? Davvero davvero?”. È un colpo d’avvertimento a tutti, affinché capiscano che cosa accadrà in seguito. Draghi sa quello che sta facendo? No, ovviamente. Nessuno, in simili circostanze sa esattamente che cosa sta facendo, perché siamo in un caos strutturale. In ogni caso, non facciamoci prendere dal panico. Non ancora.

2.2.15

Alle scuole private un fiume di soldi pubblici

di Michele Grasso (L'Espresso)

Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame

C'è un paradosso nel mondo dell’istruzione che sopravvive alle riforme e ai proclami. Da una parte scuole pubbliche a corto di risorse, con 250 mila insegnanti precari ed edifici senza sicurezza come testimoniano i crolli nell’asilo di Milano e nella media di Bologna di inizio gennaio.

Dall’altra istituti privati che continuano a essere finanziati da Stato e Regioni con una dote che sfiora i 700 milioni di euro l’anno, senza che alle sovvenzioni corrisponda un controllo sulla qualità.

Il governo Renzi ha promesso di mettere mano almeno alle condizioni delle aule, con un piano di investimenti ambizioso che però stenta a partire proprio per la carenza di fondi: l’operazione richiede quattro miliardi di euro. Così il dossier “La buona scuola” considera inevitabile il sostegno agli imprenditori dell’istruzione: «Va offerto al settore privato e no-profit un pacchetto di vantaggi graduali, attraverso meccanismi di trasparenza ed equità che non comportino distorsioni».

Così ogni anno il ministero dell’Istruzione versa poco meno di mezzo miliardo alle paritarie.

Un lascito mai rimosso del secolo scorso, quando il maestro non arrivava nei paesi più remoti e ai piccoli studenti ci pensavano soprattutto le suore.

Oggi quel finanziamento è un nervo scoperto tra i pasdaran della statale ad ogni costo e i paladini delle strutture private. Per i primi andrebbe cancellato il contributo per gli istituti laici e confessionali che vogliono stare sul mercato, mentre i secondi difendono la possibilità di educare ai valori cattolici o con sistemi alternativi.

La rivoluzione annunciata più volte da Renzi per la scuola non ha cambiato nulla.

Le due opzioni sono sempre sullo stesso piano, rispolverando un vecchio mantra caro al centrodestra italiano: la libertà di scegliere dove mandare i figli a scuola è sacrosanta e siccome le paritarie costano, ci vuole un aiutino. Tesi sposata in pieno anche dal ministro Stefania Giannini: «Dobbiamo pensare una scuola che sia organizzata dallo Stato o dall’iniziativa privata. Dobbiamo uscire dalla logica che ci siano gli amici delle famiglie contro gli amici dello Stato».

Per gli “amici delle famiglie” sono riservati per quest’anno 473 milioni, necessari ad accogliere quasi un milione di allievi dai tre ai diciotto anni. Fondi che arrivano da Roma in base al numero di sezioni e che solo negli ultimi anni sono scesi sotto quota mezzo miliardo

. La riduzione è stata di venti milioni, poco più del tre per cento imposto ai ministeri dalla spending review, ma ha fatto lievitare il malcontento. Come spiega padre Francesco Macrì, presidente della federazione degli istituti cattolici: «Siamo il vaso di argilla più debole di tutti, subiamo il taglio dei finanziamenti a fronte di una crescita di responsabilità e di impegni educativi».

Di diverso avviso Massimo Mari della Cgil:«Quella della Giannini è una presa di posizione degna dei governi democristiani. Con un problema mai superato: al centro dell’istruzione c’è il cittadino e non la famiglia. Finanziare la scuola cattolica contrasta con lo Stato stesso».
Ancora più tranchant la Rete studenti:«Investire nelle paritarie è un insulto ai milioni di ragazzi che frequentano istituti che cadono a pezzi, senza servizi e sotto finanziati».

Le statali italiane superano quota 41 mila, tutte le altre sono 13.625. Di queste, oltre 11 mila sotto forma di cooperativa, congregazione o srl offrono un ampio ventaglio di formazione.

Per stare in piedi chiedono una retta che può arrivare fino ad ottomila euro all’anno. Tanto. E allora oltre allo Stato ci pensano gli enti locali a dare una mano, con il buono-scuola della Regione Lombardia a fare da modello o gli aiuti dei comuni emiliani: a Bologna il milione di euro destinato ogni anno alle scuole d’infanzia è stato bocciato da un referendum. Governatori e sindaci alimentano un altro fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico stimato dalla Cgil in altri 200 milioni, che si somma alla sovvenzione ministeriale.

Un assegno in bianco, che non premia solo le eccellenze: finisce pure ad enti privati che non brillano per qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame.

STORIE DI ORDINARIO SFRUTTAMENTO

Tra le distorsioni più frequenti delle private ci sono gli insegnanti alle prime armi che diventano vittime del ricatto.

Funziona così: per scalare la graduatoria nazionale devono accumulare punteggio con le ore di docenza, ma i professori a spasso sono così tanti che pur di mettere da parte ore utili sono disposti a salire in cattedra a gratis.

Lezioni a costo zero e tenuti sotto scacco nel purgatorio delle parificate per prendere il volo il prima possibile verso il paradiso delle statali. Paolo Latella, insegnante e sindacalista Unicobas, ha raccolto le testimonianze: «È un fenomeno così diffuso che tocca almeno il cinquanta per cento delle strutture. “Vuoi che ti pago quando c’è la fila fuori?” è la risposta più frequente data dai gestori senza scrupoli ai docenti disarmati». In centinaia firmano il contratto e una lettera di dimissioni senza data. È sufficiente aggiungerla e cacciarli. Senza strascichi in tribunale. Lo stipendio in diversi istituti è sotto la soglia di sopravvivenza: ci sono esempi di retribuzioni da 200-300 euro al mese, significa due euro all’ora. E poi un elenco vergognoso di condizioni a cui sottostare. Dai rimborsi della maternità da restituire, fino alla pratica del pagamento con assegno mensile da ridare in contanti alla segreteria.

Centinaia di casi, dall’Emilia Romagna alla Sicilia, con tanto di minacce e pressioni. Tutte segnalazioni anonime, come se fare la prof fosse un mestiere a rischio. «Per sei anni sono stata malpagata a Cagliari. Sei mesi fa ho fatto una denuncia all’ispettorato del lavoro e ho scoperto l’ovvio: i contratti a progetto che avevo firmato sono illegali». Dopo l’esposto però la beffa. Licenziata con una motivazione paradossale: «Mancanza di fiducia a causa del mio comportamento».

Epicentro del fenomeno la provincia di Caserta, dove si contano oltre 400 tra srl e cooperative e solo 217 istituti con lo stemma della Repubblica. Da qui arriva la storia di Maria: «Ho lavorato un anno intero senza ricevere neppure un euro, firmando però la busta paga. Ho fatto anche gli esami di idoneità senza portare a casa nulla, tutto sotto minaccia di licenziamento e di perdere posizioni in graduatoria».

In Campania nelle scuole private resiste anche la pratica dei “diplomifici”: pago tanto, studio poco e prendo il pezzo di carta. Ecco il racconto di una ragazza bolognese:«A Nola mi sono presentata tre volte per le prove scritte ed orali. Mi facevano copiare tutto». È una delle testimoni ascoltate dai finanzieri dopo il sequestro di due istituti nel Napoletano. La maturità partendo da zero, grazie a registri taroccati e atti pubblici falsi. Il tutto per 12mila euro in contanti. A chi organizzava la truffa sono finiti in tasca milioni di euro: in centinaia si sono catapultati qui da Roma, Foggia e dalla Sardegna. Per prendere un diploma che non vale nulla: dopo l’inchiesta i titoli sospetti sono stati cancellati.

SOPRAVVIVE IL SISTEMA FORMIGONI

Sul fronte dei finanziamenti, in Lombardia una dote ad hoc è stata il vanto dell’ex presidente Roberto Formigoni. Partiti nel lontano 2001, in tredici anni i contributi regionali hanno superato quota 500 milioni.

Messi a disposizione in nome della possibilità di scegliere: la libertà educativa è in mano ai genitori, che se vogliono iscrivere i propri figli nelle scuole cattoliche ricevono sostegno dal Pirellone, che sborsa una parte delle rette. Un sistema fortemente contestato dalla Cgil, come spiega Claudio Arcari: «Per come viene distribuita, la dote finisce alle famiglie benestanti, alimentando un diritto allo studio al contrario: tanto a chi si può permettere rette da migliaia di euro e nulla a chi ha poco».

L’aiuto non si è inceppato neppure con la bocciatura del Tar dello scorso aprile. Ecco come è andata. Due studentesse milanesi fanno ricorso: troppa differenza (a parità di reddito familiare) tra quanto destinato a loro - tra 60 e 290 euro - e quello che va a una coetanea privatista, che può intascare fino a 950 euro. Una disparità non accettabile per i giudici amministrativi: «Senza alcuna giustificazione ragionevole e con palese disparità, le erogazioni sono diverse e più favorevoli per chi frequenta una paritaria».

La sentenza è tuttavia una vittoria a metà perché è stata respinta la parte del ricorso che colpiva il sostegno economico. E anche per quest’anno scolastico sono arrivati trenta milioni di euro sotto forma di dote. La scelta del leghista Roberto Maroni è stata copiata dal compagno di partito Luca Zaia.

Il governatore veneto ha messo sul tavolo 42 milioni (21 per gli asili nido e altrettanti per le scuole d’infanzia) con questa motivazione: «Il Governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alle comunità parrocchiali e congregazionali. In Veneto non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa».

PRIMA GLI ULTIMI

Non sempre vince il malaffare. Oltre ai predatori voraci e governatori generosi, non mancano le buone pratiche: inclusione sociale, esperienze di eccellenza e una visone moderna dell’insegnamento.

A Rimini il centro educativo italo-svizzero (Ceis) è stato fondato nel dopoguerra dal Soccorso operaio elvetico. Una istituzione privata laica che col tempo è diventata un modello: niente cattedre, orari flessibili e classi che gestircono in autonomia le lezioni per oltre 350 bambini fino a dieci anni. Di questi, cinquanta hanno una qualche forma di disabilità, oltre il triplo di una scuola pubblica.

Un’attenzione simile a quella riservata dall’Istituto per le arti grafiche di Trento, di proprietà della congregazione dei Figli di Maria Immacolata, ma finanziata interamente dalla Provincia.

È normale trovare in ogni classe almeno un paio di ragazzi con handicap. «Il dualismo normalità-disabilità va superato», afferma il direttore Erik Gadoni: «Ognuno può portare un contributo al gruppo in cui è inserito». Ottimi i risultati anche sul fronte dell’autismo. Rudy è un ragazzo con la sindrome di Asperger: quando entrò la prima volta si nascondeva sotto il banco. Grazie un percorso ad hoc allargato alla famiglia e ai compagni, la sua capacità relazionale è migliorata.

E adesso Rudy ha lasciato Trento per iscriversi all’università. Una vita normale, dopo cinque anni e tanti investimenti per la sua educazione. A buon fine.

27.1.15

La divina sorpresa che viene da Atene

Barbara Spinelli (il fatto quotidiano)
Contro l'ortodossia

Nella storia francese, quel che è accaduto domenica in Grecia ha un nome: si chiama “divine surprise”. Il maggio 68 fu una divina sorpresa, e prima ancora – il termine fu coniato da Charles Maurras – l’ascesa al potere di Pétain. La storia inaspettatamente svolta, tutte le diagnosi della vigilia si disfano. Fino a ieri regnava l’ortodossia, il pensiero che non contempla devianze perché ritenuto l’unico giusto, diritto. L’incursione della sorpresa spezza l’ortodossia, apre spazi ad argomenti completamente diversi. La vittoria di Alexis Tsipras torce la storia allo stesso modo. Non è detto che l’impossibile diventi possibile, che l’Europa cambi rotta e si ricostruisca su nuove basi.

Non avendo la maggioranza assoluta, Syriza dovrà patteggiare con forze non omogenee alla propria linea. Ma da oggi ogni discorso che si fa a Bruxelles, o a Berlino, a Roma, a Parigi, sarà esaminato alla luce di quel che chiede la maggioranza dei greci: una fondamentale metamorfosi – nel governo nazionale e in Europa – delle politiche anti-crisi, dei modi di negoziare e parlarsi tra Stati membri, delle abitudini cittadine a fidarsi o non fidarsi dell’Unione. Ricominciare a sperare nell’Europa è possibile solo in un’esperienza di lotta alla degenerazione liberista, alla fuga dalla solidarietà, alla povertà generatrice di xenofobie: è quel che promette Tsipras. I tanti che vorrebbero perpetuare le pratiche di ieri proveranno a fare come se nulla fosse. I partiti di centrodestra e centrosinistra continueranno a patteggiare fra loro – son diventati agenzie di collocamento più che partiti – ma la loro natura apparirà d’un tratto stantia; per esempio in Italia apparirà obsoleto qualunque presidente della Repubblica, se i nomi vincenti sono quelli che circolano negli ultimi giorni. Dopo le elezioni di Tsipras, anche qui sono attese divine sorprese che scompiglino i giochi tra partiti e oligarchie. Non si può naturalmente escludere che Tsipras possa deludere il proprio popolo, ma il pensiero nuovo che impersona è ormai sul palcoscenico ed è questo: non puoi, senza il consenso dei cittadini che più soffrono la crisi, decretare dall’alto – e in modo così drastico – il cambiamento in peggio della loro vita, dei loro redditi, dei servizi pubblici garantiti dallo Stato sociale. Non puoi continuare a castigare i poveri, e non far pagare i ricchi. Non esiste ancora una Costituzione europea che cominci, alla maniera di quella statunitense, con le parole “Noi, popoli d’Europa…”, ma quel che s’è fatto vivo domenica è il desiderio dei popoli di pesare, infine, su politiche abusivamente fatte in loro nome. L’establishment che guida l’Unione è in stato di stupore. Meglio sarebbe stato, per lui, che tra i vincitori ci fosse solo l’estrema destra di Alba Dorata, e che Syriza avesse fatto un’altra campagna: annunciando l’uscita dall’Euro, dall’Unione. Non è così, per sfortuna di molti: sin dal 2012, Tsipras ha detto che in quest’Europa vuol restare, che la moneta unica non sarà rinnegata, ma che l’insieme della sua architettura deve mutare, politicizzarsi, “basarsi sulla dignità e sulla giustizia sociale”. La maggioranza di Syriza – da Tsipras a eurodeputati come Dimitrios Papadimoulis o Manolis Glezos – ha scelto come propria bandiera il Manifesto federalista di Ventotene. DICONO che Syriza sfascerà l’Unione, non pagando i debiti e demolendo le finanze europee. Non è vero. Tsipras dice che Atene onorerà i debiti, purché una grossa porzione, dilatata dall’austerità, sia ristrutturata. Che gli Stati dell’Unione dovranno ridiscutere la questione del debito come avvenne nel ’53, quando furono condonati – anche con il contributo della Grecia, dell’Italia e della Spagna – i debiti di guerra della Germania (16 miliardi di marchi). Che l’Europa dovrà impegnarsi in un massiccio piano di investimenti comuni, finanziato dalla Banca europea degli investimenti, dal Fondo europeo degli investimenti, dalla Bce: è la “modesta proposta” di Yanis Varoufakis, l’economista candidato di Syriza in queste elezioni. Quanto al dissesto propriamente greco, Tsipras ne ha indicate le radici anni fa: i veri mali che paralizzano la crescita ellenica sono la corruzione e l’evasione fiscale. “È un fatto che la nostra cleptocrazia ha stretto un’alleanza con le élite europee per propagare menzogne, sulla Grecia, convenienti per gli eurocrati ed eccellenti per le banche fallimentari” (Tsipras al Kreisky Forum di Vienna, 20-9-2013). Questi anni di crisi hanno trasformato l’Unione in una forza conflittuale, punitiva, misantropa. Hanno svuotato le Costituzioni nazionali, la Carta europea dei diritti fondamentali, lo stesso Trattato di Lisbona. Hanno trasformato i governi debitori in scolari minorenni: ogni tanto scalciano, ma interiorizzano la propria sottomissione a disciplinatori più forti, a ideologi che pur avendo fallito perseverano nella propria arroganza. Quel che muove Tsipras è la convinzione che la crisi non sia di singoli Stati, ma sistemica: è crisi straordinaria dell’intera eurozona, bisognosa di misure non meno straordinarie. Tsipras rimette al centro la politica, il negoziato tra adulti dell’Unione, la perduta dialettica fra opposti schieramenti, il progresso sociale. L’accordo cui mira “deve essere vantaggioso per tutti”, e resuscitare l’idea postbellica di una diga contro ogni forma di dispotismo, di riforme strutturali imposte dall’alto, di lotte e falsi equilibri tra Stati centrali e periferici, tra Nord e Sud, tra creditori incensurati e debitori colpevoli.

Giornata della memoria, un impegno politico

Marco Sannella (Provincia Pavese)

Seppur appuntamento tra i più partecipati, la Giornata della Memoria non sfugge a quell'affollato calendario che supporta la realtà della "bulimia commemorativa", con annessi tutti i vizi della retorica celebrativa, banalizzante e in definitiva autoindulgente. Banalizzando si sposta il discorso, in forma di tardivo e frettoloso risarcimento, sulla problematica identità delle vittime, sull'affascinante e complessa storia degli ebrei, e questa sorprendente solidarietà è spesso veicolata dai più sospettabili portavoce di un antifascismo addomesticato, proclive alla pacificazione nazionale.
La Shoah, lo sterminio dei due terzi degli ebrei d'Europa, è un tragico punto d'arrivo, uno spartiacque che riguarda, in primo luogo, i carnefici europei, volenterosi o meno. Il programmato annientamento di 6 milioni di ebrei (tra cui 1 milione di bambini) ad opera del regime nazista e dei suoi stretti collaboratori europei, i fascisti italiani della repubblichetta di Salò, delle croci frecciate ungheresi, degli ustascia croati, dei rexisti belgi, dei petainisti di Vichy, sino ai solerti collaboratori lettoni, lituani ed ucraini nell'Unione Sovietica occupata dalla Wermacht, non fu il frutto abnorme di un gruppo di folli criminali; la resistibile ascesa di Adolf Hitler alla Cancelleria del Reich è stata favorita dall'appoggio della grande industria tedesca dei Krupp e degli Stinnes, dall'appoggio di un aggressivo militarismo frustrato da Versailles, da una volontà comune di colonizzare e schiavizzare i territori dell'est europeo.
A sostegno di ciò è stata mobilitata tutta l'antica reazione, imbevuta e strutturata da un millenario anti giudaismo cattolico e dal più recente antisemitismo nazionalistico. Questa miscela divenne strategia accuratamente pianificata di sterminio (Endlosung o Soluzione Finale), posta in atto con sofisticata tecnologia industriale ed efficacia senza precedenti. In questo senso la Shoah si presenta come la "ricapitolazione" della reazione associata alla cosiddetta civiltà cristiano-occidentale.
I carnefici italiani diedero il loro contributo fattivo a partire dalle leggi razziali del '38, volute e messe in opera dalla dittatura fascista con alla testa Benito Mussolini, con il censimento degli ebrei italiani, l'isolamento, la segregazione, preliminari alla deportazione ed allo sterminio. Le leggi furono firmate da Vittorio Emanuele III di Savoia, Papa Pio XI si espresse contro una sola norma; non si pronunciò Papa Pio XII. Solo l'antifascismo all'estero proclamò la sua ferma condanna. La segregazione e la deportazione vide in prima fila i repubblichini, con dispacci e fonogrammi che partivano dalle nostre stazioni di polizia, vagoni merci che si dirigevano ai campi di concentramento e di transito, da quello di Fossoli a quello di sterminio della risiera di San Sabba, non mancò neppure l'infamia delle taglie sulle consegne. Anche durante i mesi della deportazione degli 8.000 ebrei italiani la Resistenza fu unica voce organizzata di solidarietà, i giornali degli azionisti e dei socialisti denunciarono gli avvenimenti, l'Unità comunista chiamò alla costituzione di gruppi di autodifesa. "Difendere gli ebrei!" proclamava un manifesto a ridosso della razzia e della deportazione degli ebrei romani il 16 ottobre 1943.
"E' accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo", così ammoniva Primo Levi; dopo le amnistie del Dopoguerra e le amnesie del revisionismo, dopo gli anni dello stragismo nero, l'Anpi è in prima fila in una battaglia che non è solo culturale ma è, in prima istanza, politica. La mobilitazione contro i raggruppamenti delle nuove destre neofasciste coperte dagli odierni imprenditori politici del razzismo, che alimentano paure e strumentalizzano il bisogno d'ordine e di capri espiatori, è impegno quotidiano.
Il ricordo del martirio del popolo ebraico e della Resistenza europea passa da questa attualizzazione dell'antifascismo, perché l'incubo di Primo Levi non prenda corpo, un incubo che pareva immotivato sino a qualche anno fa.

26.1.15

Effetto Tsipras sulle Borse, a Tokyo crolla l’euro

 (La Stampa)
In mercati in ansia dopo il trionfo di Syriza ad Atene. Ma il piano Bce smorza le tensioni

L’effetto Alexis Tsipras, vincitore indiscusso con la sua Syriza alle elezioni politiche in Grecia, si abbatte sull’euro che segna all’apertura dei listini di Borsa di Tokyo un tonfo sia contro il dollaro e sia contro lo yen, scendendo rispettivamente a 1,1139 e a 130,78. Nelle contrattazioni di venerdì sulla piazza valutaria di New York, l’euro si era già indebolito a 1,1200 dollari e a 132,02 yen sulle attese dell’affermazione di Tsipras, promotore dell’inversione di rotta delle politiche di risanamento ed austerità imposte dalla troika, alimentando i timori sull’arrivo di un’altra fase d’instabilità in Eurolandia.
In flessione anche il biglietto verde sulla divisa nipponica, sceso a quota 117,40

I mercati sono in apprensione per il destino del debito di Atene, che ammonta a circa 320 miliardi di euro. Gli analisti sembrano però escludere reazioni isteriche, un po’ per l’effetto “paracadute” rappresentato dal quantitative easing lanciato giovedì dalla Bce e un po’ per il fatto che - dopo il piano di aiuti condizionato alle misure di austerity imposte dalla troika (Fmi, Ue, Bce) - l’esposizione verso i privati, secondo i dati elaborati da Ig Markets, è scesa dal 59% al 17% del totale, a fronte di un 62% in mano ai governi dell’Eurozona, un 11% della Bce e un 10% dell’Fmi.
Insomma qualora dovesse aprirsi un tema di taglio del debito greco - punto qualificante del programma del movimento guidato da Alexis Tsipras - questa volta, a differenza che nella crisi del 2010, il problema sarà in primo luogo dei governi e della istituzioni europee e non di banche e fondi. «Il tema del contagio non è del tutto superato me si è ridotto» afferma Lucy O’Carroll, economista di Aberdeen asset management.

L’attenzione resta comunque elevata. «È nell’interesse del governo greco fare le riforme necessarie per risolvere i suoi problemi strutturali», commenta il presidente della Bundesbank Jens Weidmann alla tv tedesca Ard dopo i primi risultati del voto in Grecia. «Atene - continua - deve aderire alle condizioni del salvataggio». L’Ansa riferisce che il presidente della Bce Mario Draghi, quelli della Commissione Ue Jean Claude Juncker, del Consiglio Danald Tusk e dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem avranno una colazione di lavoro prima dell’Eurogruppo per discutere della Grecia.

Gli analisti di Axa Investment Management ammettono che «le incertezze sulle trattative tra la Grecia e i creditori internazionali faranno le loro vittime tra gli asset rischiosi» ma si aspettano un effetto «marginale» sul complesso dell’Eurozona. Lo stesso Tsipras ha detto di non avere come obiettivo l’uscita dall’euro e dunque dovrà cercare un compromesso con i suoi creditori, anche per non vedere i bond di Atene esclusi dagli acquisti della Bce.

La conferma di una vigilia tranquilla arriva anche dall’andamento dei rendimenti e degli spread dei titoli sovrani nell’Eurozona, scesi a livelli bassissimi grazie all’ombrello della Bce. Unica eccezione i bond greci, che nelle ultime sedute hanno registrato un’inversione della curva dei rendimenti, con i titoli triennali che rendono di più dei decennali (il 9,7% contro l’8,1%), segno che il mercato teme una ristrutturazione che andrà a colpire maggiormente le scadenza più vicine.

Alla riapertura delle borse europee si conosceranno con esattezza le dimensioni del successo di Syriza. E si capirà se il movimento anti-austerity´ avrà da solo i 151 voti necessari per controllare l’assemblea legislativa ellenica (ipotesi meno gradita al mercato) o dovrà trovare alleati più moderati, come il partito socialista Pasok o il To Potami guidato dal giornalista televisivo Stauros Theodorakis.

25.1.15

Piccole lezioni di Tsipras

Alessandro Gilioli (L'Espresso)

L’ho già detto e lo ripeto: non è che domani in Grecia inizia il radioso futuro del socialismo. Inizia semmai una sfida difficile e complicata. Che ritengo tuttavia da seguire in modo non neutrale: se non altro perché forse sta per nascere il primo governo europeo che non obbedisce alle ricette della Troika. Non è poca cosa, credo.

Nel frattempo, credo che la vittoria di Syriza possa mostrare due o tre cose.

Ad esempio, che la radicazione sociale ottenuta con il tempo e con la fatica non è affatto un dettaglio: anzi, è fondamentale. Secondo, che le pratiche personali e collettive sono condizioni igieniche di base, non solo per guardarsi allo specchio alla mattina ma anche per acquisire autorevolezza e consenso. Terzo, che il tormentone “si vince solo inseguendo il centro” è, o talvolta può essere, una sciocchezza totale.

Classe 1974, Alexis Tsipras inizia il suo percorso politico giovanile al fianco delle mummie della sinistra greca: nel Kke, il partito comunista ortodosso, già stalinista e comunque ancorato al marxismo-leninismo. Ma è un eretico e un movimentista, sicché se ne distacca presto per passare una formazione nuova nella galassia della sinistra locale, il Synaspismós, dove pure rappresenta l’ala più anticonformista e innovativa.

Nel 2001 cerca di venire in Italia, per il G8 di Genova, ma con i suoi compagni viene bloccato ad Ancona dalle nostre forze dell’ordine e rispedito ad Atene. Si rifarà due anni dopo, organizzando le proteste di piazza contro il Consiglio Europeo di Salonicco, che rappresentano un po’ l’atto di nascita della nuova sinistra in Grecia.

È così che nel 2006 Tsipras si lancia come candidato sindaco di Atene con una lista, Città aperta, che tenta di raccogliere le diverse anime della sinistra radicale in città: raccoglie un risultato record, oltre il 10 per cento, andando ogni giorno nei mercati e nei quartieri lontani dal centro a parlare di povertà, welfare, precarietà giovanile, ambiente, diritti delle donne.

È l’inizio di un percorso che lo porterà in pochi anni a rifondare tutta la sinistra greca, che come frazionismo e litigiosità non aveva nulla da invidiare alla nostra.

Puntando su obiettivi concreti, su diritti di base sempre più negati ai suoi connazionali, Tsipras riesce dal 2010 a fondere in Syriza le componenti più diverse, dai vetero-maoisti ai riformisti, dai neokeynesiani agli altermondialisti, dagli ecologisti ai trotskisti, giù giù fino al mondo dei movimenti e dell’associazionismo di base, perfino del nuovo mutualismo con cui nel suo Paese si cerca di far fronte alla crisi. Il tutto sulla base di un principio semplice ma dirompente: le ricette imposte dalla Troika servono solo ad aumentare la forbice sociale, a creare una piccola classe di super privilegiati e un’immensa classe di nuovi poveri.

La realtà, come noto, dà ragione a Tsipras, memorandum dopo memorandum.

In Grecia la classe media scompare o quasi, chiudono le scuole, gli ospedali mandano via chi sta male, gli ex colletti bianchi cercano cibo nei bidoni della spazzatura. Che cosa contano, di fronte a una realtà del genere, le vecchie identità ideologiche, le contrapposizioni personalistiche o di gruppo, i litigi che affondano le loro radici nelle dispute del secolo scorso? Niente – e Tsipras lo sa.

Così come sa che in politica non importa più solo quello che dici, ma anche quello che sei, cioè le tue pratiche personali: neanche i detrattori più accesi, ad esempio, ne mettono in dubbio l’onestà personale. E, al contrario di tanti altri leader politici della sinistra (anche italiana), Tsipras vive in una zona popolare e multietnica, non in un palazzo del centro storico. Da lì, ogni giorno, raggiunge il suo ufficio guidando una vecchia Skoda.

Questo tuttavia non basta, naturalmente, così come non basta la lotta contro la Troika. Ecco perché Tsipras fa di Syriza il primo partito che mette sul medesimo piano i diritti sociali e quelli civili: quindi nel suo programma ci sono allo stesso modo l’istruzione pubblica e il matrimonio gay, il controllo statale della banche e la depenalizzazione delle droghe, il salario sociale e la laicità dello Stato, la patrimoniale e il taglio delle spese militari, la tassazione delle rendite finanziarie e l’antirazzismo.

Il tutto, mescolato appunto con una robusta radicazione tra le persone: un lavoro intenso all’interno della collettività che crea legami molto forti con i ceti sacrificati dalla recessione, insomma consente a Syriza di proporsi come autentico soggetto sociale. I deputati di Tsipras escono dal Parlamento e vanno nelle case delle persone: se sono avvocati, offrono patrocinio gratuito ai lavoratori licenziati, alle famiglie sfrattate; se sono medici, aiutano nei centri di soccorso che tappano i buchi della sanità pubblica; oppure servono alle mense popolari o si arrampicano sui tralicci per riattaccare l’elettricità ai poveri a cui è stata tagliata.

In più, oltre ai programmi e alle pratiche, è anche una ‘rivoluzione cognitiva’ quella che Tsipras porta nella sinistra greca, cioè una mutazione di atteggiamento: rendendola un soggetto con ideali forti ma pragmatico, finalmente emancipato dal vecchio tic per cui «a sinistra ci si sentiva meglio nel perdere gloriosamente che nel vincere», come sintetizza l’intellettuale greco Costa Douzinas nel libro di Giacomo Russo Spena e Matteo Pucciarelli “Tsipras chi” (ah, leggetelo). Anche con imprudenza, se necessario: ad esempio scontrandosi con gli apparati del vecchio sindacato, rappresentativi ormai solo dei garantiti (sempre meno) e non della crescente marea di precari e disoccupati. O provando a rivolgersi anche a un elettorato tradizionalmente non di sinistra, come quello dei commercianti: pure loro impoveriti dalla crisi e soprattutto sempre più costretti a versare mazzette a questo o a quel politico di Nuova Democrazia e del Pasok.

Insomma: apertura mentale, movimentismo, innovazione, coraggio, utopia bilanciata dal pragmatismo.

Quello che qui non si è mai riusciti a fare: unirsi, cambiare nelle pratiche e nei linguaggi, uscire dal proprio recinto autoreferenziale e dalla propria ininfluenza, interpretando davvero il disagio dei ceti bassi e di quelli impoveriti dalla recessione.

20.1.15

Chomsky: Paris attacks show hypocrisy of West's outrage

 By Noam Chomsky* (CNN)

*[Noam Chomsky is Institute Professor Emeritus in the Department of Linguistics and Philosophy at Massachusetts Institute of Technology. His most recent book is "Masters of Mankind." His web site is www.chomsky.info. The views expressed in this commentary are solely his.]

After the terrorist attack on Charlie Hebdo, which killed 12 people including the editor and four other cartoonists, and the murder of four Jews at a kosher supermarket shortly after, French Prime Minister Manuel Valls declared "a war against terrorism, against jihadism, against radical Islam, against everything that is aimed at breaking fraternity, freedom, solidarity."
Millions of people demonstrated in condemnation of the atrocities, amplified by a chorus of horror under the banner "I am Charlie." There were eloquent pronouncements of outrage, captured well by the head of Israel's Labor Party and the main challenger for the upcoming elections, Isaac Herzog, who declared that "Terrorism is terrorism. There's no two ways about it," and that "All the nations that seek peace and freedom [face] an enormous challenge" from brutal violence.
Noam Chomsky
Noam Chomsky
The crimes also elicited a flood of commentary, inquiring into the roots of these shocking assaults in Islamic culture and exploring ways to counter the murderous wave of Islamic terrorism without sacrificing our values. The New York Times described the assault as a "clash of civilizations," but was corrected by Times columnist Anand Giridharadas, who tweeted that it was "Not & never a war of civilizations or between them. But a war FOR civilization against groups on the other side of that line. #CharlieHebdo."
The scene in Paris was described vividly in the New York Times by veteran Europe correspondent Steven Erlanger: "a day of sirens, helicopters in the air, frantic news bulletins; of police cordons and anxious crowds; of young children led away from schools to safety. It was a day, like the previous two, of blood and horror in and around Paris."
Erlanger also quoted a surviving journalist who said that "Everything crashed. There was no way out. There was smoke everywhere. It was terrible. People were screaming. It was like a nightmare." Another reported a "huge detonation, and everything went completely dark." The scene, Erlanger reported, "was an increasingly familiar one of smashed glass, broken walls, twisted timbers, scorched paint and emotional devastation."
These last quotes, however -- as independent journalist David Peterson reminds us -- are not from January 2015. Rather, they are from a report by Erlanger on April 24 1999, which received far less attention. Erlanger was reporting on the NATO "missile attack on Serbian state television headquarters" that "knocked Radio Television Serbia off the air," killing 16 journalists.
"NATO and American officials defended the attack," Erlanger reported, "as an effort to undermine the regime of President Slobodan Milosevic of Yugoslavia." Pentagon spokesman Kenneth Bacon told a briefing in Washington that "Serb TV is as much a part of Milosevic's murder machine as his military is," hence a legitimate target of attack.
There were no demonstrations or cries of outrage, no chants of "We are RTV," no inquiries into the roots of the attack in Christian culture and history. On the contrary, the attack on the press was lauded. The highly regarded U.S. diplomat Richard Holbrooke, then envoy to Yugoslavia, described the successful attack on RTV as "an enormously important and, I think, positive development," a sentiment echoed by others.
There are many other events that call for no inquiry into western culture and history -- for example, the worst single terrorist atrocity in Europe in recent years, in July 2011, when Anders Breivik, a Christian ultra-Zionist extremist and Islamophobe, slaughtered 77 people, mostly teenagers.
Also ignored in the "war against terrorism" is the most extreme terrorist campaign of modern times -- Barack Obama's global assassination campaign targeting people suspected of perhaps intending to harm us some day, and any unfortunates who happen to be nearby. Other unfortunates are also not lacking, such as the 50 civilians reportedly killed in a U.S.-led bombing raid in Syria in December, which was barely reported.
One person was indeed punished in connection with the NATO attack on RTV -- Dragoljub Milanović, the general manager of the station, who was sentenced by the European Court of Human Rights to 10 years in prison for failing to evacuate the building, according to the Committee to Protect Journalists. The International Criminal Tribunal for Yugoslavia considered the NATO attack, concluding that it was not a crime, and although civilian casualties were "unfortunately high, they do not appear to be clearly disproportionate."
The comparison between these cases helps us understand the condemnation of the New York Times by civil rights lawyer Floyd Abrams, famous for his forceful defense of freedom of expression. "There are times for self-restraint," Abrams wrote, "but in the immediate wake of the most threatening assault on journalism in living memory, [the Times editors] would have served the cause of free expression best by engaging in it" by publishing the Charlie Hebdo cartoons ridiculing Mohammed that elicited the assault.
Abrams is right in describing the Charlie Hebdo attack as "the most threatening assault on journalism in living memory." The reason has to do with the concept "living memory," a category carefully constructed to include Their crimes against us while scrupulously excluding Our crimes against them -- the latter not crimes but noble defense of the highest values, sometimes inadvertently flawed.
This is not the place to inquire into just what was being "defended" when RTV was attacked, but such an inquiry is quite informative (see my A New Generation Draws the Line).
There are many other illustrations of the interesting category "living memory." One is provided by the Marine assault against Fallujah in November 2004, one of the worst crimes of the U.S.-UK invasion of Iraq.
The assault opened with occupation of Fallujah General Hospital, a major war crime quite apart from how it was carried out. The crime was reported prominently on the front page of the New York Times, accompanied with a photograph depicting how "Patients and hospital employees were rushed out of rooms by armed soldiers and ordered to sit or lie on the floor while troops tied their hands behind their backs." The occupation of the hospital was considered meritorious and justified: it "shut down what officers said was a propaganda weapon for the militants: Fallujah General Hospital, with its stream of reports of civilian casualties."
Evidently, this is no assault on free expression, and does not qualify for entry into "living memory."
There are other questions. One would naturally ask how France upholds freedom of expression and the sacred principles of "fraternity, freedom, solidarity." For example, is it through the Gayssot Law, repeatedly implemented, which effectively grants the state the right to determine Historical Truth and punish deviation from its edicts? By expelling miserable descendants of Holocaust survivors (Roma) to bitter persecution in Eastern Europe? By the deplorable treatment of North African immigrants in the banlieues of Paris where the Charlie Hebdo terrorists became jihadis? When the courageous journal Charlie Hebdo fired the cartoonist Siné on grounds that a comment of his was deemed to have anti-Semitic connotations? Many more questions quickly arise.
Anyone with eyes open will quickly notice other rather striking omissions. Thus, prominent among those who face an "enormous challenge" from brutal violence are Palestinians, once again during Israel's vicious assault on Gaza in the summer of 2014, in which many journalists were murdered, sometimes in well-marked press cars, along with thousands of others, while the Israeli-run outdoor prison was again reduced to rubble on pretexts that collapse instantly on examination.
Also ignored was the assassination of three more journalists in Latin America in December, bringing the number for the year to 31. There have been more than a dozen journalists killed in Honduras alone since the military coup of 2009 that was effectively recognized by the U.S. (but few others), probably according post-coup Honduras the per capita championship for murder of journalists. But again, not an assault on freedom of press within living memory.
It is not difficult to elaborate. These few examples illustrate a very general principle that is observed with impressive dedication and consistency: The more we can blame some crimes on enemies, the greater the outrage; the greater our responsibility for crimes -- and hence the more we can do to end them -- the less the concern, tending to oblivion or even denial.
Contrary to the eloquent pronouncements, it is not the case that "Terrorism is terrorism. There's no two ways about it." There definitely are two ways about it: theirs versus ours. And not just terrorism.